Archivio della Categoria 'Compagni di viaggio'

Bioregionalismo e rapporto uomo animali – Come garantire il benessere del gatto… di Caterina Regazzi

Benessere del gatto, ostelli ecologici, libertà di scelta, libertà di vita (per il gatto e per noi umani)

Come dipendente di un Servizio Veterinario di un’Azienda Usl sto cominciando a ri-occuparmi di animali d’affezione (lo avevo già fatto in passato, ma allora alcune cose erano abbastanza lasciate al buon senso, alla libertà degli individui o al caso).

In un mondo come quello in cui viviamo oggi, in cui, non so perché, è sentita la necessità di regolamentare tutto, lo Stato, sicuramente dietro pressione di organizzazioni animaliste, ha emanato un documento di carattere generale, l’Accordo Stato-Regioni sul benessere degli animali da compagnia e pet-terapy, del 6 febbraio 2003, lasciando (all’ art.2) alle Regioni e alle Province autonome il dovere di “prevedere disposizioni specifiche che individuino responsabilità e doveri del detentore dell’animale da compagnia che….. deve provvedere a….a…a…. tenendo conto dei suoi bisogni fisiologici ed etologici…”

La Regione Emilia Romagna ha così emanato la Legge Regionale n.5 del 17/02/2005 “Norme a tutela del benessere animale”e poi la Delibera 394/2006, http://www.anagrafecaninarer.it/vivereconglianimali/normativa/regione/Prot.pdf
con la quale ha approvato le indicazioni tecniche relative alla gestione e detenzione degli animali da compagnia in fase di commercio e allevamento (compresa l’attività di pensione).

Leggendo il capitolo riguardante i gatti sono rimasta alquanto colpita dalla differenza dei requisiti richiesti per le gabbie o gli spazi per i gatti nei negozi (0,4 mq x 90 cm h), nelle pensioni (2mq x 1,80 cm h), negli allevamenti (6 mq x 1,80 h più 2 mq per ogni gatto in più) e nelle esposizioni (parere dell’ANFI e della FIFE che prevede misure minime di 0,65 x 0,65 x 0,65m).

Non capisco come mai i requisiti più “favorevoli” per l’operatore e “meno favorevoli” per l’animale siano relativi alle attività realmente commerciali, cioè dove l’animale è oggetto di commercio (o è in mostra, il che, per un gatto, è anche peggio). Mi si obietterà che il gatto forse, quando non è nel suo ambiente “naturale” o forse sarebbe meglio dire “abituale” sta meglio nel piccolo che nel grande.

In effetti, questo lo rilevo anch’io. Faccio due esempi: porto il mio gatto dal veterinario (ebbene si!) e per farlo entrare nel trasportino ci vogliono due persone, appena sul tavolo dell’ambulatorio cerca solo di rientrarci dentro. Parlando con la titolare di una pensione per gatti (dotata delle gabbie previste per legge) ci descrive l’atteggiamento del gatto: col trasportino messo aperto nel gabbione, l’animale sta tutto il tempo dentro al trasportino ed esce solo per mangiare (se mangia) e fare i bisogni. A cosa serve allora tutto questo spazio? Senza considerare il rischio per l’operatore di entrare in un gabbione con un gatto magari nervoso, che si sente minacciato e che anche solo per paura, può decidere di attaccare, mordere e graffiare (successo realmente).

Inoltre, in un negozio un gatto ci può rimanere anche un tempo indefinito, in esposizione almeno un paio di giorni, in pensione non si sa…. ma perché obbligare a spese esagerate le strutture che servono solo a custodire per pochi giorni animali che non possono essere altrimenti gestiti? Penso che chiunque ne abbia la possibilità preferisce lasciare il proprio gatto (che non soffre particolarmente dell’assenza del proprietario “umano”) nel suo ambiente, con qualcuno che semplicemente rifornisce con regolarità le ciotole del cibo e dell’acqua da bere. Anzi, potrebbero esserci gatti che hanno mantenuto la capacità di procacciarsi il cibo, vivendo all’aperto, con possibilità di ripararsi e quindi di “arrangiarsi” almeno per qualche giorno.
Ma immagino che quel proprietario di gatti che osasse fare una cosa del genere si vedrebbe presto segnalato o denunciato per maltrattamento di animali.

Avanzo un’altra proposta: perché non lasciare la libertà al proprietario del gatto di scegliere la pensione attrezzata come meglio preferisce, con gabbie piccole, medie, grandi, a seconda anche dell’indole dell’animale, pagando in base al servizio ricevuto?

Potrebbero allora anche essere realizzati ostelli per felini, che non abbiamo la struttura di un lager, bensì rispecchino un ambiente naturale, sia pur rispretto,(con piante, terra, sabbia, tronchi d’albero, anfratti) in cui i gatti potrebbero essere tenuti insieme ad altri gatti, anche estranei, in un grande spazio, con la possibilità di nascondersi, se vogliono, o di socializzare, eh si, perché anche il gatto, pur essendo un solitario, se ne ha l’opportunità socializza, stabilisce gerarchie, mette in atto un repertorio comportamentale, dimostra simpatia, indifferenza, antipatia, voglia di giocare, se non fosse così esisterebbero le colonie feline?

Si rieducherebbero forse (si, lo so, ci vuole tempo!) i nostri gatti casalinghi molti dei quali vivono nelle case in condizioni di isolamento e non hanno mai visto un uccellino o cacciato un topo nella loro vita – quello si (un bel topo vero!) che sarebbe arricchimento ambientale, non i pupazzetti di gomma o i tappetini per farsi le unghie!)

Non sono un’etologa né un’animalista ma credo che se dobbiamo ricercare il benessere di un animale (il gatto è solo un esempio, potremmo inserire in questo discorso anche l’animale “umano”), pensiamo a come vive quando è libero in natura e cerchiamo, per le pensioni, i negozi e le altre attività, ma soprattutto nel caso dei nostri gatti di casa di mantenere o di ritornare il più possibile quella condizione……..

Caterina Regazzi

Referente della Rete Bioregionale Italiana
Per il rapporto Uomo – Animali

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L’importanza degli alberi nelle metropoli …. di Francesco Ferrini

È ormai pienamente dimostrato che la vegetazione urbana e periurbana costituisce una risorsa fondamentale non solo per il miglioramento della qualità della vita nei centri abitati, ma per la stessa sostenibilità dei sistemi urbani e per il ruolo che essa può esercitare nel mantenimento e incremento della biodiversità negli ambienti antropizzati, costituendo o integrando corridoi e reti ecologiche estese a livello periurbano e rurale. Recentemente, tuttavia, si sta cercando di fornire dei dati quantitativi sull’effettivo contributo della vegetazione nel modificare alcuni fattori ambientali quali il clima, la qualità dell’aria, il ciclo dell’acqua, la biodiversità della fauna e, non ultimo, sugli effetti esercitati dalle aree verdi sullo stato di salute psico-fisica dell’uomo (McPherson 1995; Mc Pherson, 2001; Ferrini e Baietto, 2006).

È noto che gli ambienti urbani sono significativamente più caldi delle aree rurali, con differenze che vanno da un minimo di 1,1°/4,4°C in città dal clima temperato, fino ai 10°C di Città del Messico (DOE, 1996). Dati pubblicati qualche anno fa da Nowak (1999) hanno dimostrato come sotto piccoli gruppi di alberi o alberi singoli con copertura erbosa, la temperatura pomeridiana dell’aria a 1,5 metri sopra il livello del terreno fosse da 0,7° a 1,3°C più bassa che in altre zone. Un albero adulto con una grande chioma può produrre l’effetto equivalente di cinque condizionatori che funzionino per 20 ore di seguito (Semrau, 1992).

L’effetto più macroscopico però, nell’abbassamento di temperatura da parte degli alberi, è determinato dall’ombreggiamento nei confronti degli edifici. Grazie ad una corretta progettazione di aree verdi intorno alle case, o dei viali alberati in città, è possibile ridurre anche notevolmente la richiesta di energia per il condizionamento estivo, arrivando a ridurre i costi fino al 25% associandovi l’azione frangivento invernale.

Non meno importante è il ruolo esercitato dalla vegetazione, in particolar modo arborea, sulla riduzione dell’inquinamento dell’aria da particelle microscopiche sospese che, potenzialmente, può causare le più severe e dannose malattie per l’apparato respiratorio che si possano riscontrare in ambiente urbano o extraurbano. Le foglie degli alberi, specialmente quelle con determinate caratteristiche, hanno la capacità di fungere da “sink” per il particolato sospeso, ovvero di “catturare” le particelle inquinanti che si depositano sulla superficie fogliare; tali particelle, poi, seguiranno due destini alternativi: in alcuni casi verranno assorbite dalle cellule fogliari ed entreranno, a vario titolo, nel metabolismo dell’albero; in altri casi, e più semplicemente, si accumuleranno sulla superficie fino a quando le precipitazioni non le convoglieranno a terra.

Beckett et al., (2000), per esempio, hanno studiato l’effetto delle piante sul particolato in quattro siti a Londra e dintorni, diversi per copertura vegetale, fonte di inquinamento, e distanza dal fattore inquinante. L’efficienza nella cattura e ritenzione delle particelle si è dimostrata, anzitutto, sito-specifica; all’interno del medesimo sito, poi, grande variabilità si è rilevata tra le specie. In un parco di 10 ha situato nelle immediate vicinanze di una via a grande percorrenza, a Brighton, un olmo (Ulmus procera) di 21 m di altezza ha fissato, in una sola stagione vegetativa, 1071 g di particolato sospeso, corrispondenti a 475 mg m-2 di area fogliare. Nello stesso luogo, un tiglio di 12 m ha fissato 192 mg m-2 di particelle, mentre una pianta di caratteristiche molto simili, valutata in un altro sito (piccolo parco di 2 ha in città), ha ridotto di 488 mg m-2 di inquinanti.

Il meccanismo più importante mediante il quale le particelle si depositano sull’area fogliare, come spiegato da Beckett et al. (1998), è il semplice impatto. Ciò è grandemente aumentato dalla formazione di mulinelli e correnti d’aria, che si formano quando un flusso laminare è interrotto da superfici non aerodinamiche, ruvide o pelose. L’olmo, infatti, possiede una densa peluria e una superficie fogliare grossolanamente corrugata, quindi propensa a formare microturbolenze.

Quanto brevemente riportato evidenzia come il possibile ruolo positivo del verde urbano sia fortemente legato alla struttura, composizione e distribuzione della vegetazione, nonché ai criteri utilizzati per la gestione. La difficoltà di quantificare questi effetti e di applicare criteri di pianificazione e gestione finalizzati a ottenere i massimi benefici dalla vegetazione urbana, deriva nei centri urbani del nostro paese da due fattori sostanziali:

1. la conoscenza estremamente frammentaria e incompleta della consistenza e delle caratteristiche della vegetazione urbana e periurbana.

2. la pressoché totale assenza di linee guida per la pianificazione e per la gestione specifiche per i nostri ambienti urbani.

Entrambe queste problematiche sono prese in considerazione dalle attuali linee settoriali di ricerca in particolare negli Stati Uniti, in Europa (Konijnedijk 1999) e, più recentemente, anche in Italia (A.A.V.V., 2004). Il loro studio è, infatti, indispensabile per programmare al meglio la gestione sostenibile delle aree interessate, ma anche per pianificare, in modo congruente, nuovi spazi verdi.

In ultimo appare doveroso sottolineare che nella pianificazione e progettazione di questi ultimi è basilare tener in massimo conto il principio “albero giusto al posto giusto”, poiché non è sufficiente che gli alberi sopravvivano, ma che abbiano elevati tassi di crescita e, conseguentemente, elevati tassi di sequestro di CO2 e di abbattimento degli inquinanti.

Francesco Ferrini

(Fonte Nemeton)

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Agricoltura Contadina – La “ragnatela” di Giovanni Di Genua per portare l’Europa verso la sovranità alimentare…

I cittadini di tutta Europa stanno sperimentando le prime politiche di
aggiustamento strutturale che i governi stanno imponendo alle loro popolazioni, quelle politiche fino ad ora prescritte a popolazioni di altre regioni, in particolare del Sud del mondo. Questo con il solo interesse di
salvare il capitalismo e coloro che ne traggono profitto (banche private, gruppi di investimento e multinazionali). Vi sono molti segnali a indicare che nel futuro prossimo queste politiche antisociali diventeranno ancora più severe e più estese. Sono al contempo anche iniziate le prime mobilitazioni generali per denunciare i sistemi economici e di governance che ci hanno portato a questo punto. Noi offriamo – creativamente e energicamente – la risposta e l’opposizione dei movimenti sociali europei al modello di agricoltura globale che è il riflesso esatto del sistema capitalista che lo ha creato.

I sistemi alimentari sono stati piegati a servire un’agricoltura industrializzata, controllata da poche multinazionali del cibo e da un piccolo gruppo di enormi catene di supermercati. Si tratta di un modello
pensato per generare profitti e quindi completamente incapace di adempiere ai suoi obblighi nutrizionali.

Invece di essere un modello dedicato alla produzione di cibo sano, accessibile e di beneficio alle persone, si concentra sempre più sulla produzione di materie prime destinate alla produzione di agrocarburanti o mangimi per animali, magari attraverso enormi piantagioni monocolturali. Da un lato, questo ha causato la perdita smisurata di aziende agricole e di persone che vivevano di quelle aziende, e dall’altro promuove una dieta dannosa per la salute e povera di frutta, verdura e cereali diversi.

Questo modello industriale di produzione è dipendente da combustibili fossili in via di esaurimento e dalla chimica; non riconosce i limiti di risorse preziose come la terra o l’acqua; è responsabile di drastiche perdite di biodiversità e di fertilità del suolo; contribuisce al cambiamento climatico; costringe migliaia di persone a lavori irrispettosi dei loro diritti più fondamentali; e conduce al peggioramento delle condizioni di lavoro degli agricoltori e dei lavoratori salariati, in particolare dei migranti. Ci allontana da una relazione rispettosa
e sostenibile con la natura. Questo sfruttamento e trattamento della terra è la causa fondamentale della povertà rurale e della fame di più di un miliardo di persone nel mondo (come adesso nel Corno d’Africa).
Inoltre, tutto ciò provoca migrazioni forzate, mentre crea un surplus di alimenti industriali che finiscono per essere scartati come rifiuti o smaltiti nei mercati sia all’interno che al di fuori dell’Europa, distruggendo le produzioni locali.

Questa situazione è il risultato di politiche alimentari, finanziarie, commerciali ed energetiche, imposte dai nostri governi, dall’Unione Europea (in particolare attraverso la sua Politica Agricola Comune), dalle istituzioni multilaterali e finanziarie e dalle multinazionali. Tra gli esempi si possono annoverare le politiche di deregolamentazione e liberalizzazione dei mercati agricoli e la speculazione sugli alimenti.
Cambiare la direzione di questo sistema alimentare non funzionale sarà possibile solo attraverso un riorientamento completo delle politiche e delle pratiche alimentari e agricole. È indispensabile ridisegnare il
sistema alimentare sulla base dei principi della Sovranità Alimentare, soprattutto in Europa, ed è indispensabile farlo ora.

Di conseguenza più di 400 persone provenienti da 34 paesi europei, dall’Atlantico agli Urali e Caucaso, dall’Artico al Mediterraneo, nonché rappresentanti internazionali, provenienti da diversi movimenti sociali e
organizzazioni della società civile, si sono incontrati dal 16 al 21 agosto 2011 a Krems, in Austria, per fare un passo in avanti nello sviluppo di un movimento europeo per la Sovranità Alimentare. Stiamo costruendo, sulle fondamenta della Dichiarazione di Nyéleni 20071, il diritto dei popoli a definire democraticamente i
propri sistemi alimentari e agricoli senza danneggiare altri popoli o l’ambiente.

Sono giá in atto numerose esperienze e pratiche basate sulla Sovranità Alimentare, a livello locale, regionale ed europeo, dimostrando la sua applicabilità e la sua necessità.
Siamo persone che condividono valori basati sui diritti umani. Vogliamo la libera circolazione delle persone, e non la libera circolazione di capitali e merci che contribuisce alla distruzione dei mezzi di sostentamento delle persone, costringendo così molti a migrare. Il nostro obbiettivo è la cooperazione e la solidarietà in
1 Primo Forum mondiale per la Sovranità Alimentare, che ha riaffermato il quadro internazionale sulla Sovranità Alimentare. http://www.nyeleni.org/ antitesi alla concorrenza. Ci impegniamo a reclamare e ricostruire la nostra democrazia, una democrazia che
coinvolga ognuno di noi nelle questioni di interesse pubblico e nei processi decisionali sulle politiche pubbliche, rendendo possibile processi decisionali collettivi su come organizzare il nostro sistema
alimentare. Ciò richiede la costruzione di sistemi e processi democratici, non violenti, liberi dall’influenza delle multinazionali, e basati su pari diritti e uguaglianza di genere, portando così anche alla soppressione del patriarcato.

Molti di noi sono giovani che rappresentano il futuro della nostra società e delle nostre lotte. Faremo in modo che la nostra energia e la nostra creatività consolidi questo movimento. Per fare ciò dobbiamo essere in grado di partecipare ai processi agricoli e produttivi ed essere integrati in tutte le strutture e processi decisionali.

Siamo convinti che la Sovranità Alimentare non è solo un passo avanti verso un cambiamento dei sistemi agricoli e alimentari, ma è anche un primo passo verso un rinnovamento più ampio nelle nostre società. Per
questo ci impegniamo a lottare per: Cambiare il modo in cui il cibo viene prodotto e consumato Lavoriamo per sistemi resilienti di produzione alimentare, che forniscano cibo sano e sicuro per tutti i
cittadini in Europa, che salvaguardino anche la biodiversità e le risorse naturali, garantendo il benessere degli animali. Ciò richiede modelli ecologici di produzione e di pesca, nonché una moltitudine di agricoltori di piccola scala, di coltivatori urbani e pescatori che producano cibi locali quali spina dorsale del sistema alimentare. Lottiamo contro l’utilizzo di OGM e per crescere e recuperare la grande diversità di varietà non- GM di sementi e razze animali. Promuoviamo forme sostenibili e diversificate di culture alimentari, a partire dal consumo di cibi locali e di stagione che rimpiazzino alimenti altamente trasformati. Ciò include un minor consumo di carne e prodotti animali, provenienti da produzione territoriale e frutto di alimentazione con mangimi locali e non geneticamente modificati. Ci impegniamo, attraverso l’educazione e la condivisione di abilità, a ri-abbracciare e promuovere pratiche e saperi in cucina e nella trasformazione dei prodotti alimentari.
Cambiare il modo in cui il cibo viene distribuito Lavoriamo per il decentramento delle filiere alimentari, promovendo mercati diversificati basati sulla
solidarietà e su prezzi equi, su filiere corte e relazioni intensificate tra produttori e consumatori attraverso reti alimentari locali che contrastino l’espansione e il potere dei supermercati. Vogliamo costruire le basi per sviluppare sistemi di distribuzione degli alimenti adatti alle persone che ne devono fruire e permettere agli
agricoltori di produrre e trasformare il cibo per le loro comunità. Ciò richiede norme igieniche e infrastrutture appropriate all’ottenimento e promozione di alimenti locali a favore dei piccoli agricoltori.
Lavoriamo anche per garantire che il cibo che produciamo possa raggiungere tutte le persone nella società, comprese le persone con reddito minimo o inesistente.
Valorizzare e migliorare le condizioni sociali e di lavoro nei sistemi alimentari e agricoli

Lottiamo contro lo sfruttamento e il degrado delle condizioni di lavoro e sociali, per i diritti di tutte le donne e gli uomini che producono cibo così come per i lavoratori stagionali e migranti e per i salariati nell’industriadi trasformazione, nel settore distributivo e commerciale. Lavoriamo affinché vi siano politiche pubbliche
orientate alla soddisfazione dei diritti sociali che stabiliscano standard sociali elevati e che condizionino i finanziamenti pubblici al loro rispetto. La società deve dare maggiore valore al ruolo dei produttori di
alimenti e di chi lavora nel settore, per noi questo significa anche garantire redditi decenti. Il nostro obiettivo
è costruire ampie alleanze tra tutte le persone che lavorano nel sistema alimentare.

Rivendicare il diritto ai nostri Beni Comuni

Noi ci opponiamo e lottiamo contro la mercificazione, la finanziarizzazione e la brevettazione dei nostri beni comuni: terra, semi rurali tradizionali e riproducibili, razze di bestiame e riserve ittiche, alberi e foreste, acqua, atmosfera e conoscenze. L’accesso a questi beni non dovrebbe essere determinato dai mercati e dal
denaro. Nell’utilizzo delle risorse comuni, dobbiamo garantire la realizzazione dei diritti umani e il perseguimento dell’uguaglianza di genere, ai fini del beneficio collettivo della società. Riconosciamo anche
la nostra responsabilità nell’usare i nostri Beni Comuni in modo sostenibile, nel rispetto della madre terra, attraverso un controllo collettivo, democratico e comunitario.

Cambiare le politiche pubbliche che regolano i nostri sistemi agricoli e alimentari La nostra lotta comprende il cambiamento delle politiche pubbliche e delle strutture di governance che regolano i nostri sistemi alimentari – dal livello locale fino a quello nazionale, europeo e mondiale – anche attraverso la delegittimazione delle grandi multinazionali. Le politiche pubbliche devono essere coerenti, complementari e devono promuovere e proteggere i sistemi e le culture alimentari.
Queste devono inoltre essere basate sul diritto al cibo, sull’eradicazione di fame e povertà, sull’adempimento dei bisogni umani e sul contributo alla Giustizia Climatica in Europa e nel mondo. Abbiamo bisogno di un quadro giuridico che garantisca prezzi stabili ed equi per i produttori di cibo, promuova un’agricoltura rispettosa dell’ambiente, internalizzi i costi sociali ed ambientali nei prezzi degli alimenti e attui una riforma fondiaria. Un maggior numero di agricoltori in Europa sarebbe la positiva conseguenza di queste politiche. A loro supporto va anche messo a disposizione un sistema di ricerca che risponda a obiettivi collettivi e a verifica sociale. Le politiche pubbliche devono portare al divieto di ogni speculazione sui prodotti alimentari e alla tutela di sistemi e culture alimentari locali o regionali, bandendo, ad esempio, pratiche dannose come il dumping o l’accaparramento di terre in Europa, ed in particolare modo nell’Europa dell’Est, o nel Sud del mondo. Lavoriamo per nuove politiche agricole, alimentari, sementiere, energetiche e commerciali che garantiscano la Sovranità
Alimentare in Europa e nel resto del mondo. In particolare, tutto ciò deve passare per una diversa Politica Agricola e Alimentare Comune, la rimozione della Direttiva Europea sui Biocarburanti e la ubicazione della governance globale del commercio agricolo internazionale presso la FAO e non presso il WTO.

Facciamo appello alle persone e ai movimenti sociali in Europa per impegnarsi, insieme a noi, in tutte le nostre lotte al fine di riprendere possesso dei nostri sistemi alimentari e di costruire il Movimento
per la Sovranità Alimentare in Europa ORA!

Giovanni Di Genua (Ragnatela)

Nyeleni Europe 2011: Forum Europeo per la Sovranità Alimentare
Krems, Austria, 21 Agosto 2011

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Gennady Zyuganov: “La fine della Libia è l’inizio della fine dell’autonomia in Europa ed in Eurasia…”

Secondo i media, le forze che cercano di rovesciare il governo della Libia hanno occupato la capitale, Tripoli, e diverse altre città. Ovunque siano commettono omicidi di massa e saccheggi. E’ stato anche saccheggiato l’eccezionale museo nazionale di Tripoli.

Tutto questo parla da se del tipo di persone coinvolte nella lotta contro il governo legittimo. E’ ben noto che l’”opposizione” che si sarebbe ribellata contro la “tirannia” di Gheddafi, sta ricevendo armi dall’estero. Ma ancora, non avrebbero potuto affrontare le truppe del governo libico, senza il sostegno massiccio dell’aviazione della NATO, che ha distrutto i centri di comando, depositi di munizioni e armi e le linee di comunicazione. I “ribelli” appaiono solo dopo che la tempesta di fuoco della NATO ha distrutto ogni cosa sul suo cammino.

Questo è certamente un intervento militare, accuratamente nascosto dietro lo schermo trasparente dei “ribelli”. In Libia, si sta perfezionando una nuova tattica per rovesciare i governi indesiderabili all’Occidente, con ampio uso di eserciti privati e di mercenari come ausiliari alla NATO. Tutto questa orgia si svolge sotto la copertura della risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite e con l’attuazione del “no-fly zone”, il cui presunto obiettivo era proteggere la popolazione civile della Libia dai bombardamenti. In pratica, gli aerei della NATO ha lanciato attacchi con missili e bombe, non solo contro le posizioni dell’esercito libico, anche contro le strutture civili nelle città. Di conseguenza, essi hanno ucciso migliaia di civili, tra cui anziani e bambini. Fatti come questi sono, secondo il diritto internazionale, un crimine contro l’umanità. Ma la lingua dei Gesuiti della NATO, le vite distrutte vengono chiamate “danni collaterali”.

La Libia è l’ultima vittima dell’intervento globale della NATO, che è diventato possibile dopo la distruzione dell’Unione Sovietica. Proprio in questo momento, con la scomparsa di una forza capace di affrontare l’avventurismo dell’oligarchia mondiale, apparve al nostro attuale “partner” la sensazione dell’impunità. Imposta dall’esterno, ebbe inizio la guerra civile in Jugoslavia, che si è conclusa dopo 78 giorni di bombardamenti di città e cittadine indifese.

Poi gli Stati Uniti ed i suoi alleati hanno invaso l’Iraq, impigliandosi nel filo spinato di quel paese. Poi seguì l’Afghanistan, convertito dalle truppe di occupazione in un ritrovo per la produzione di droga. Nel frattempo, le agenzie d’intelligence dell’Alleanza avviarono le rivolte “arancione” in Georgia, Ucraina e Moldavia. Passando anni a cercare di rovesciare il Presidente bielorusso Lukashenko.

La Siria è prossimo della lista, sottoposta ad attacchi di insorti armati dall’esterno. Assistiamo alla guerra di informazione contro il governo siriano. Prova eloquente dei preparativi per l’intervento della NATO.

Oggi il mondo affronta un nuovo colonialismo, nella sua variante più disgustosa e cinica, proprio come lo era due secoli fa. L’ex potenze coloniali, USA, Regno Unito e Francia ancora rivendicano il diritto di decidere del destino di qualsiasi stato sovrano. Durante questa operazione “umanitaria” hanno calpestato la Carta delle Nazioni Unite e le norme del diritto internazionale. Come risultato, la Libia è stata sommersa nel caos, e potrebbe eventualmente svilupparsi successivamente nello scenario somalo: la divisione in innumerevoli tribù e clan che si combattono tra loro. La Russia è anch’essa responsabile della tragedia in Libia, dal momento che il governo ha dato il via libera alla risoluzione anti-Libia delle Nazioni Unite, non usando il suo potere di veto e, quindi, unendosi alle sanzioni contro la Libia. Questo ha significato non solo che abbiamo perso 20 miliardi di dollari di potenziali benefici dal commercio e della cooperazione economica con questo ricco paese africano, ma abbiamo anche perso uno degli stati amici che avevamo nella regione strategicamente importante del Mediterraneo.

Se non finisce questa orgia del neo-colonialismo, la Russia con i suoi sconfinati territori e le sue enormi riserve di materie prime, diventerà uno degli obiettivi futuri dell’esportazione atlantista della “democrazia”. Indebolito da due decenni di cosciente deindustrializzazione e decadenza, con un esercito demoralizzato e distrutto, il nostro Paese inevitabilmente diventerà un bersaglio per l’intervento.

Il PCRF condanna la pirateria mondiale dell’oligarchia coloniale ed esorta il governo della Federazione Russa a prendere coscienza delle conseguenze più pericolose che comporta la collusione con gli aggressori.

Solo un governo forte e patriottico, in grado di rilanciare l’industria, l’agricoltura, l’istruzione, la scienza e la cultura, il nostro passato di potenza e il ritorno delle nostre Forze Armate, può salvare la Russia dal ripetersi dello scenario libico delle rivoluzioni “colorate”.

Gennady Zyuganov

http://gazeta-pravda.ru/content/view/8768/34/

Pravda, 1 Settembre 2011

Link: [1] http://josafatscomin.blogspot.com/2011/09/destruccion-de-libia-crecela-amenaza.html [2] http://gazeta-pravda.ru/content/view/8768/34/ http://tortillaconsal.com/tortilla/print/9378

Traduzione di Alessandro Lattanzio
http://www.aurora03.da.ru http://www.bollettinoaurora.da.ru http://aurorasito.wordpress.com

Fonte: Eurasia Rivista – www.eurasia-rivista.org/

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Ecologia Profonda – La visione bioregionale e sociale di Peter Berg… pulvis in pulvis e spirito nello spirito… della Terra – Dipartita di un ecologista antesignano americano

La notizia risale al 28 luglio 2011, ma l’ho appresa solo recentemente dall’amico Stefano Panzarasa, che mi ha scritto: “Peter Berg è morto..”… Alcuni di voi si chiederanno “..e chi è, anzi chi era, Peter Berg?”

Era uno dei rappresentanti del bioregionalismo americano, assieme a Kirkpatrick Sale, Gary Snyder ed altri.. Si era occupato in particolare di “bioregionalismo urbano ed ecologia sociale”, cercando di individuare forme di ecologia per la sussistenza negli agglomerati rurali ed sub-urbani e della loro sostenibilità nell’ecosistema. Egli fu soprattutto quello che noi chiameremmo “un operatore nel sociale” che fissava l’attenzione sul senso della comunità e dei rapporti interpersonali. Aveva fondato il sito informativo “Planet Drum” da cui lanciare iniziative e raccogliere istanze sul tema della sostenibilità ambientale, anche nel mondo del lavoro.

Ripeto, per i profani, l’immagine che si vuole evocare con la parola “bioregionalismo” un neologismo usato dallo stesso Peter Berg. Diciamo che il “bioregionalismo” contraddistingue un modo di pensare che muove dall’esigenza profonda di riallacciare un rapporto sacrale con la terra. Questo rapporto si conquista partendo dalla volontà di capire -riabitandolo- il luogo in cui viviamo. Una bioregione infatti non è un recinto di cui si stabiliscono definitivamente i confini ma una sorta di campo magnetico (aura – spiritus loci) distinguibile dai campi vicini solo per l’intensità delle caratteristiche che formano la sua identità, alla stessa stregua degli esseri umani, contemporaneamente diversi e simili l’uno all’altro.

E’ evidente che essendo l’identità bioregionale basata sul luogo in cui si vive, pur considerando che ogni luogo è parte della più grande bioregione che è la Terra stessa, l’idea di “globalizzazione” è estranea al bioregionalismo, in quanto tende ad omogenizzare le qualità dei luoghi e delle comunità. In tal senso rende molto bene la frase:
“pensare globalmente ed agire localmente”. Mentre è innaturale a questa visione il concetto di globalizzazione in chiave economica culturale, ovvero l’occidentalizzazione forzata dell’intero orbe terracqueo, attraverso un processo volto a fare dell’economia l’unico leit motiv della vita dei popoli, attraverso l’imposizione a tappe forzate del liberismo economico. Possiamo perciò capire come il bioregionalismo e la globalizzazione forzata siano antitetici. Soprattutto se a base di questa globalizzazione poniamo l’asserzione dell’incontrovertibile esistenza di astratti valori universali quali democrazia, libertà, uguaglianza, giustizia, etc., che vanno imposti urbi et orbi, attraverso la guida di alcune nazioni “elette”, portando per conseguenza all’omologazione universale ed al conseguente annullamento delle singole identità.

Ma attenzione, la posizione ideologica di Peter Berg, come facilitatore sociale, è che il bioregionalismo debba essere ‘pro-attivo’. Indovinando il pericolo del fondamentalismo e dell’intransigenza, la logica del ‘o con noi o contro di noi’, dei ‘buoni e puri’ contro i ‘cattivi e corrotti’. Egli percepì il pericolo nell’assumere posizioni “ecologiste radicali”, un atteggiamento di superiorità che porta alcuni bioregionalisti a rinchiudersi all’interno della propria ‘tribù’ e a guardare con sospetto se non con odio tutti coloro che ‘ancora’ non si sono convertiti alla Verità… Questo atteggiamento è altrettanto pericoloso (ed antitetico al bioregionalismo) quanto la volontà globalizzatrice ed esportatrice del benessere e della democrazia in tutto il mondo. Perciò Berg, in tal senso, fu un “moderato” uno che continuò a vivere in mezzo alla gente e con la gente rifiutando l’auto-ghetizzazione della marginalità a cui ci si condanna, quando si assume la funzione di ‘eletti’ che hanno compreso come stanno le cose e che -usando le parole di Alessandro Curti- sono destinati ad essere i nuovi profeti, magari inascoltati dalle masse ma per questo ancora più rinsaldati nelle proprie convinzioni e nella propria lotta contro tutto e tutti, contro gli ‘infedeli’ e gli ‘eretici’.

Per delineare lo spirito sincretico ed innovatore di Peter Berg sento che la poesia di Rudyard Kipling sul “significato del vero uomo” possa risultare esemplare:

Lettera ad un figlio

Se puoi vedere distrutto il lavoro di tutta la tua vita

e senza dire una parola ricominciare,

se puoi perdere i guadagni di cento partite

senza un gesto e senza un sospiro di rammarico,

se puoi essere un amante perfetto

senza che l’amore ti renda pazzo,

se puoi essere forte senza cessare di essere tenero

e sentendoti odiato non odiare, pure lottando e difendendoti.

Se tu sai meditare, osservare, conoscere,

senza essere uno scettico o un demolitore,

sognare senza che il sogno diventi il tuo padrone,

pensare senza essere soltanto un pensatore,

se puoi essere sempre coraggioso e mai imprudente,

se tu sai essere buono e saggio

senza diventare nè moralista, nè pedante.

Se puoi incontrare il Trionfo e la Disfatta

e ricevere i due mentitori con fronte eguale,

se puoi conservare il tuo coraggio e il tuo sangue freddo

quando tutti lo perdono.

Allora i Re, gli Dei, la Fortuna e la Vittoria

saranno per sempre tuoi sommessi schiavi

e, ciò che vale meglio dei Re e della Gloria,

Tu sarai un uomo.

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Grazie per aver letto sin qui,
Paolo D’Arpini

Referente P.R. Rete Bioregionale Italiana

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Articolo del 20 agosto 2011 del Los Angeles Times sulla morte di Peter Berg:

When thousands of American youths dropped out of mainstream society and descended on San Francisco in the mid-1960s convulsion known as the counterculture, Peter Berg and a small band of like-minded subversives were there to greet them.

Calling themselves the Diggers, they dished out free food in Golden Gate Park, opened a free store in Haight-Ashbury and staged free street performances — guerrilla theater, as Mr. Berg named the impromptu events. Through such provocative actions the Diggers sought to create a sense of community in the middle of a cultural maelstrom.

Several years later, Mr. Berg found another consuming passion.

He became the champion of an environmental movement called bioregionalism, which stresses identification with one’s community, awareness of its natural resources and commitment to restoring them.

Founder of the San Francisco-based Planet Drum Foundation, a grassroots clearinghouse for hundreds of bioregional groups, Mr. Berg, 73, died July 28 in San Francisco. He had lung cancer and pneumonia, said Judy Goldhaft, his life partner.

He defined a bioregion as a geographical area with a distinct ecosystem and usually a common watershed.

“He was a genius in the sense that many pioneers are,” said Paul Krassner, the counterculture writer and co-founder of the Yippies, who knew Mr. Berg for more than 40 years. “In 1966 he used the word ‘ecology,’ which I had never heard before. I had to look it up in the dictionary.”

In 1964 he joined the San Francisco Mime Troupe as a writer, director and performer. In 1966, Mr. Berg and actor Peter Coyote were among the troupe members who formed the Diggers, named for a group of 17th-century English revolutionaries who fed the poor by digging up common land and cultivating it.

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Ad Memoriam:

Scrive Teodoro Margarita, della Rete Bioregionale Italiana:
“Cari amici della Rete Bioregionale, avevo conosciuto Peter Berg qualche anno fa al centro sociale Leoncavallo di Milano, un incontro molto affollato e partecipato. Me lo ricordo bene, maglietta nera e codino, vivissimo di spirito e molto pratico: sono passati diversi anni, invero, e mi è nitida la visione di lui che ci invita a delineare su carta, praticamente, la carta della nostra bioregione. Ricordo che delineò la sua, la bioregione di San Francisco che prende il nome dei monti, vi chiedo scusa, non ricordo il nome, ora, e ce ne parlava con affetto.

Chissà se tra voi qualcuno c’era e rammenta quel felice momento. Ho ancora i giornalini che portò con sè dagli Usa, mi spiace tantissimo non sia più tra noi.

Se fosse vero solamente per un poco che restiamo qui, dopo la morte, immagino Peter come un pesce, a nuotare nella sua baia, o come un girasole, e in qualunque spirito o forma egli abbia voluto ri-manifestarsi, sono sicuro, ci osserva e ci sospinge”

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