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Manlio Di Stefano (M5S) al ministro Paolo Gentiloni: “Siria. Basta con l’aiuto ai terroristi”

Lunario Paolo D'Arpini 3 luglio 2015

Manlio Di Stefano

Interrogazione parlamentare a risposta scritta per il Ministro italiano degli Esteri e delle cooperazione internazionale, Paolo Gentiloni, depositata dal Movimento 5 Stelle, primo firmatario Manlio di Stefano, e co-firmata dai deputati M5S: Del Grosso, Sibilia, Di Battista, Grande, Scagliusi, Spadoni.

Al Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale.

Premesso che:

La Siria dal 15 marzo 2011 vive una terribile guerra per procura alimentata da terroristi provenienti da 89 Paesi dove, finora, sono morte più di 220.000 persone tra civili e militari;

vista la situazione di caos, sul territorio siriano si sono sviluppate, grazie anche al supporto logistico, finanziario e di armamenti, le organizzazioni terroristiche di Jhabbat al-Nusra, filiale di al-Qaeda in Siria e il sedicente Stato Islamico (Isis);

è stato documentato da diversi media in Turchia, così come dal dipartimento di Stato americano, il coinvolgimento dei servizi segreti turchi nel passaggio dei terroristi in Siria;

l’Isis continua a ricevere i proventi dalla vendita di petrolio alla Turchia a un prezzo ridotto (come documentato da vari analisti e reporter di guerra) e dai reperti archeologici saccheggiati in Siria e Iraq e poi rivenduti sui mercati europei; da quanto si apprende da fonti giornalistiche, la Giordania favorisce il passaggio di terroristi sul suolo siriano (http://italian.irib.ir);

Israele accoglie i terroristi feriti in Siria e, come documentato dai media israeliani, offre loro supporto logistico per tornare nei campi di battaglia siriani;

dal mese di aprile 2015, l’Isis e il Fronte al-Nusra hanno proseguito la loro avanzata in Iraq e Siria, occupando prima la città di Ramadi in Iraq, e successivamente le città di Idlib e Palmira in Siria;

l’inviato dell’Onu in Siria, Staffan De Mistura, ha ribadito più volte che il presidente siriano Bashar al-Assad è parte della soluzione alla crisi siriana e che sarebbe necessario un maggior coordinamento con le forze armate siriane contro le organizzazioni terroristiche Isis e al-Nusra, avendo acquisito nel tempo importanti informazioni di intelligence;

la cosiddetta coalizione anti-Isis a guida americana non solo si è dimostrata inconcludente, ma, come nel caso dell’occupazione di Palmira, ha mostrato addirittura un chiaro atteggiamento non interventista, quasi benevolo;

la cosiddetta coalizione nazionale siriana è divisa e lacerata da divisioni al suo interno tra continue liti e scandali per sottrazione di fondi; attualmente, ha un riscontro minimo di popolarità sul suolo siriano e la sua formazione militare, il Free Syrian Army, è ormai parte integrante delle organizzazioni terroristiche presenti sul territorio siriano;

la Repubblica araba siriana non è isolata: è riconosciuta all’ONU, dai Paesi cosiddetti B.R.I.C.S., dai Paesi membri dell’Alleanza bolivariana per le Americhe (ALBA), dall’Iran, Algeria, Libano, Kuwait e altri Paesi che stanno rivedendo la loro posizione, e che, nel complesso, rappresentano la maggioranza della popolazione mondiale:

quali iniziative intenda adottare il Governo per il ripristino delle relazioni diplomatiche con la Repubblica araba siriana;

quali iniziative intenda adottare il Governo affinché sia posto fine al sostegno che Paesi come Turchia, Qatar, Arabia Saudita, Israele, Giordania, offrono ai suddetti gruppi terroristici nel territorio siriano. (4-09641)

Fonti: http://www.siriapax.org – AlbaInformazione di Francesco Guadagni

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Le elezioni amministrative del 31 maggio 2015 viste dallo Sputnik

Lunario Paolo D'Arpini 2 giugno 2015

Bartolomeo Pepe

Dalle elezioni amministrative di ieri emergono le prime analisi politiche, che si soffermano particolarmente sulle difficoltà del PD e sull’alto astensionismo. Il senatore Bartolomeo Pepe, uscito dal MoVimento 5 Stelle un anno fa, ed ora al gruppo misto come portavoce dei Verdi a Sputnik Italia spiega così i risultati della tornata elettorale:

— La politica oggi è comunicazione allo stato puro. Il politico per professione è premiato non più per quello che fa, bensì per come lo dice. Questo stato delle cose avvantaggia l’opposizione, che si avvale della politica ‘degli annunci e dei proclami’. E’ il caso della Lega e dei 5Stelle. Il numero degli elettori del MoVimento 5 Stelle oggi è in flessione, anche se mi aspettavo una debacle, che non si è ancora manifestata per l’effetto dell’endorsement mediatico di cui Beppe Grillo ancora gode. Dopo il cambio tattico dell’entourage di Casaleggio, i membri del direttorio sono apparsi spesso nell’arena televisiva italiana, rilasciando dichiarazioni, pur a volte banali e semplicistiche, che sono state ascoltate dagli italiani.

Questi ultimi, e mi riferisco, in particolar modo, al popolo della sinistra che non s’identifica più in nessun partito, non si sono rivolti al PD di Renzi, ma si sono affidati a Beppe Grillo, probabilmente per mancanza di alternative. Il PD ha perso dappertutto, sia per la debolezza dei suoi candidati locali, sia per l’evidente appannamento del prestigio del suo leader nazionale. A molti non è rimasto altro che affidare il voto a Beppe Grillo, confidando nelle nuove leve che si stanno facendo avanti, ma che, a ben guardare, spesso non offrono contenuti di forte spessore politico. Io e altri fuoriusciti dal MoVimento 5 Stelle, come Bechis, Molinari, Baldassarre, abbiamo più volte avuto l’impressione di essere stati portavoce nei territori di un progetto politico che non esiste nei vertici. Ci rammarichiamo molto perché abbiamo creduto nel MoVimento e abbiamo speso le nostre energie con l’intento di cambiare il paese insieme al popolo. Ma questo sembra non essere nei piani di chi dirige il MoVimento.

-Il partito che esce vincitore da queste elezioni amministrative è l’astensione. L’elettorato non si riconosce più nelle idee e nei principi espressi dai partiti tradizionali, mentre le liste che esprimono il disagio popolare e cercano di dare risposte concrete ai problemi della gente non hanno nessuna visibilità. Silvio Berlusconi, ha di recente definito l’Italia un paese che vive in una “democrazia sospesa”: lei è d’accordo con l’opinione espressa dall’ex premier?

— Si e aggiungo che l’Italia sta vivendo una situazione generale d’incertezza che riguarda la sanità, la giustizia, il lavoro, l’istruzione. Le recenti cosiddette riforme hanno aggravato la situazione invece che migliorarla.

Il Premier Renzi, secondo fonti del governo, avrebbe chiesto e ottenuto lo stralcio di questo articolo, considerando la materia “delicata e importante”

Per occultarla, i Presidenti di Camera e Senato, Boldrini e Grasso, stanno stracciando i regolamenti parlamentari in nome della governance dettata dal PD. Io penso che siamo dinanzi a un vero e proprio fallimento della politica in una società priva di etica. Ma prima di fermare tutto e andare alle elezioni, dovremmo costruire un partito trasversale che includa tutte le forze sane ancora rimaste in questo paese. Queste forze ci sono, ma sono disperse e divise, mentre i media fanno quanto è in loro potere per nascondercele. Sono queste forze che possono definire una grande alleanza politica, popolare e democratica, che abbia i mezzi, anche economici, per creare uno strumento comunicativo di massa che parli alla gente, sia con la televisione che attraverso il web. Purtroppo non viviamo in un paese libero e chi è inviso ai potentati economici finanziari viene distrutto sistematicamente, di volta in volta con strumenti diversi, che vanno dall’uso di una magistratura “deviata”, agli scandali mediatici. Oggi, chi sta con Renzi viene premiato, mentre chi può rappresentare un ostacolo viene politicamente prima demolito e poi relegato ai margini del sistema.
-Quali saranno le sorti del neo governatore campano De luca, eletto nelle fila del PD dopo essere stato definito “impresentabile” dalla commissione antimafia?

— De Luca è un po’ il Masaniello della situazione napoletana.

La lista degli “impresentabili” per le elezioni regionali italiane
E’ un uomo molto amato dai campani, tra i quali ha la fama di essere un buon amministratore. E’ una persona che usa la logica e il buon senso. Prima delle elezioni ha preso un impegno con il partito dei Verdi in difesa dei bacini idrici campani e contro le trivellazioni. In questo gli do’ credito. Io credo che De luca potrebbe essere d’intralcio al potere massonico che guida il paese dai corridoi oscuri del potere e, se governerà come ha dimostrato di saper fare, diventerà inviso proprio ai detentori del potere centrale. Insomma, lo considero non manovrabile. D’altro canto, la dichiarazione della commissione antimafia che l’ha definito “impresentabile” è arrivata solamente due giorni prima delle elezioni e questo dato ha dell’incredibile in quanto non ha nessun precedente”.

Margherita Furlan

Fonte: http://it.sputniknews.com/politica/20150601/478034.html#ixzz3bv1eQPRR

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Russia svelata – Se Putin fosse creduto… il mondo andrebbe in un’altra direzione

Lunario Paolo D'Arpini 29 maggio 2015

dichiarazioni di Putin

Il 26 aprile 2015 la principale emittente televisiva nazionale della
Russia, Rossiya 1, ha celebrato il presidente Vladimir Putin in un
documentario creato per il popolo russo nel quale venivano esposti gli
eventi dell’ ultimo periodo storico, compreso l’ evento dell’
annessione della Crimea, quello del colpo di Stato in Ucraina
supportato dagli Stati Uniti, e lo stato generale dei rapporti fra
Russia e Stati Uniti e Unione Europea. Nelle sue parole si è potuta
apprezzare la franchezza e la schiettezza. Nel bel mezzo del suo
intervento l’ ex capo del KGB russo ha “sganciato una bomba” politica
comunque già di conoscenza dei servizi segreti russi da circa due
decenni.

Putin ha dichiarato senza mezzi termini, che, a suo parere, l’Occidente sarebbe stato contento nell’avere una Russia debole, sofferente e mendicante, condizione che però, chiaramente, dato il loro carattere e l’indole, il popolo russo non sarebbe disposto a subire. Durante il suo intervento, il presidente russo ha detto, per la prima volta pubblicamente, qualcosa che in realtà l’intelligence russa conosce già da quasi due decenni, rimasta però in silenzio fino a quel momento, molto probabilmente, nella speranza di un’epoca di migliori e tranquille relazioni fra Russia e Stati Uniti.

Putin ha dichiarato che il terrorismo in Cecenia e nel Caucaso russo
nei primi anni ‘90 è stato attivamente sostenuto dalla CIA e dai
servizi segreti occidentali per indebolire deliberatamente la Russia.
Ha osservato che la FSB russa (Servizi federali per la sicurezza della
Federazione russa) straniera di intelligence avesse con sè la
documentazione del ruolo segreto degli Stati Uniti, senza fornire
dettagli.

Che Putin, un professionista di intelligence di altissimo livello,
stesse soltanto accennando a tutto questo nel suo discorso, lo ho
potuto documentare nel dettaglio anche da fonti non russe. Questo
resoconto ha enormi implicazioni nel rivelare al mondo la lunga
“agenda” nascosta degli influenti circoli di Washington allo scopo di
distruggere la Russia come Stato sovrano funzionale, un “ordine del
giorno” che includeva anche il colpo di stato neo-nazista in Ucraina e
la guerra caratterizzata da gravi sanzioni pecuniarie nei confronti di
Mosca. Quanto segue è tratto dal mio libro, Amerikas ‘Heilige Krieg.

Le guerre della CIA in Cecenia

Non molto tempo dopo che i Mujahideen, finanziati dalla CIA e dai
servizi segreti sauditi, avevano devastato l’Afghanistan alla fine del
1980, costringendo l’uscita da lì dell’ esercito sovietico nel 1989, e
la dissoluzione dell’Unione Sovietica qualche mese più tardi, la CIA
iniziò a cercare nuovi possibili luoghi di collasso dell’ Unione
Sovietica, dove i loro addestrati “Arabi Afghani” avrebbero potuto
essere reimpiegati per destabilizzare ulteriormente e indebolire l’
influenza russa nello spazio eurasiatico post-sovietico.

Erano chiamati “Arabi Afghani” per il fatto che furono reclutati fra i
musulmani wahabiti sunniti ultraconservatori provenienti dall’ Arabia
Saudita, dagli Emirati Arabi, dal Kuwait, e in altre parti del mondo
arabo in cui era praticava l’ ultrarigida wahabita dell’ Islam. Giunti
in Afghanistan nei primi anni 1980 furono portati da una recluta della
CIA saudita (inviata proprio in Afghanistan) dal nome di Osama bin
Laden.

Con l’ex Unione Sovietica nel caos totale e allo sbando,
Amministrazione di George HW Bush decise di “prenderli a calci quando
sarebbero stati a terra”, un errore molto infelice. Washington
reimpiegò i propri terroristi veterani afghani per portare caos e
destabilizzzione in tutta l’ Asia centrale, finache all’ interno della
Federazione Russa stessa, proprio in una fase di crisi profonda e
traumatica durante il collasso economico dell’ era Yeltsin.

Nei primi anni 1990, la società di Dick Cheney, Halliburton, esaminò
le potenzialità petrolifere “offshore” di Azerbaigian, Kazakistan, e
dell’ intero bacino del Mar Caspio. La regione venne stimata essere
“un altra Arabia Saudita”, ma dal valore molto maggiore di diversi
miliardi di dollari se valutato sul mercato contemporaneo. Gli Stati
Uniti e il Regno Unito erano determinati a mantenere quella “miniera
d’oro” (rappresentata dall’ olio) fuori dal controllo russo con tutti
i mezzi a disposizione. Il primo obiettivo di Washington fù quello di
organizzare un colpo di stato in Azerbaijan nei confronti del
presidente eletto Abulfaz Elchibey per farvi insediare un nuovo
presidente più “amichevole” nei confronti dell’ idea che l’ oleodotto
Baku-Tbilisi-Ceyhan (BTC) fosse controllato dagli Stati Uniti, “la
conduttura più politicizzata del mondo”, che porta l’olio dall’
Azerbaijan attraverso la Georgia verso la Turchia e il Mediterraneo.

A quel tempo, l’ unico oleodotto esistente da Baku era uno dell’ epoca
sovietica che prendendo l’ olio di Baku attraversava la capitale
cecena, Grozny, portandolo verso nord attraversando la provincia del
Daghestan in Russia, e, attraverso la Cecenia, giungere al porto russo
del Mar Nero di Novorossiysk. L’oleodotto risultava l’ unico maggiore
ostacolo verso una via alternativa però molto più costosa per
Washington e per le major petrolifere britanniche e statunitensi.

Il presidente Bush Sr. concesse ai suoi vecchi amici alla CIA il
mandato di distruggere quell’ oleodotto russo-ceceno creando così un
tale caos nel Caucaso che nessuna società occidentale o russa
avrebbero considerato l’ idea di usare oleodotto russo di Grozny.

Graham E. Fuller, un vecchio collega di Bush e ex vice direttore del
Consiglio Nazionale sull’ Intelligence della Cia fù un architetto
chiave nella strategia della CIA riguardo i Mujahideen. Fuller
descrisse la strategia della CIA nel Caucaso durante primi anni ‘90:
“La politica di guidare l’ evoluzione dell’ Islam sostenendoli contro
i nostri avversari funzionò meravigliosamente bene in Afghanistan
contro l’Armata Rossa. Le stesse dottrine possono ancora essere usate
per destabilizzare ciò che resta del potere russo.”

La CIA utilizzò per l’operazione anche un veterano, il generale
Richard Secord, esperto in “sporchi trucchetti”. Secord creò una
società di copertura della CIA, la MEGA Oil. Secord fù già stato
condannato nel 1980 per il suo ruolo centrale nelle operazioni
illegali di armi nel caso Iran-Contra ( caso anche conosciuto come
Iran-Gate) e droga da parte della CIA.

Nel 1991 Secord, ex Vice Assistente Segretario alla Difesa, sbarcò a
Baku costituendo la società di facciata della CIA, MEGA Oil. Era un
veterano delle operazioni segrete della CIA dell’ oppio in Laos
durante la guerra del Vietnam. In Azerbaijan, costituì una compagnia
aerea con lo scopo di far volare segretamente, dall’ Afghanistan in
Azerbaijan, centinaia di Mujahideen appartenenti ad al-Qaeda e bin
Laden. Nel 1993, la MEGA Oil reclutò e armò 2.000 Mujahideen,
convertendo così Baku in una base per operazioni terroristiche dei
Mujahideen nel Caucaso.

L’ operazione segreta dei Mujahideen del Generale Secord nel Caucaso
dette il via al succitato colpo di stato militare che ebbe come esito
il rovesciamento del presidente Abulfaz Elchibey eletto quello stesso
anno e installandovi Heydar Aliyev, un più flessibile e bendisposto
fantoccio degli Stati Uniti. Un rapporto segreto dell’ intelligence
turca, trapelato al Sunday Times di Londra, affermò che “due giganti
del petrolio, BP e Amoco, inglesi e americani, rispettivamente, che
insieme formano l’ AIOC (Consorzio dell’Olio internazionale dell’
Azerbaijan), sono dietro il colpo di Stato.”

Il capo dei servizi segreti sauditi, Turki al-Faisal, diede
disposizioni che il suo agente, Osama bin Laden, che mandò in
Afghanistan all’inizio della guerra in Afghanistan nei primi anni
1980, avrebbe usufruito della sua organizzazione afgana Maktab
al-Khidamat (MAK) per reclutare “Arabi Afghani” per quella che
rapidamente stava diventando una Jihad globale. I mercenari di Bin
Laden furono così utilizzati come truppe d’ assalto dal Pentagono e
dalla CIA per coordinare e sostenere le offensive musulmane non solo
in Azerbaigian, ma poi anche in Cecenia e, in seguito, in Bosnia.

Bin Laden inserì un altro saudita, Ibn al-Khattab, per divenire
Comandante, o Emiro del Jihadista Mujahideen in Cecenia (sic!) insieme
al ceceno Shamil Basayev, signore della guerra. Poco importa che Ibn
al-Khattab fosse un saudita arabo che parlasse a malapena una parola
di ceceno, e per niente il russo. Sapeva però come riconoscere i
soldati russi e come ucciderli.

La Cecenia era, per tradizione, una società prevalentemente Sufi, un
ramo più “morbido” dell’ Islam apolitico. Ma la crescente
infiltrazione dei benpagati e ben addestrati terroristi Mujahideen
predicanti la Jihad o Guerra Santa contro i russi e sponsorizzati
dagli Stati Uniti trasformò del tutto l’ iniziale movimento riformista
di resistenza cecena. Si diffuse così l’ ideologia della linea dura
islamista di al-Qaeda in tutto il Caucaso. Sotto la guida di Secord,
le operazioni terroristiche dei Mujahideen furono così anche
rapidamente estese nel vicino Daghestan e in Cecenia, trasformando
Baku in un punto di spedizione per l’ eroina afgana alla mafia cecena.

Dalla metà degli anni ‘90, bin Laden pagava i capi guerriglieri
ceceni, Shamil Basayev e Omar ibn al-Khattab, la bella somma di
diversi milioni di dollari al mese, la fortuna di un re pensando ad
una Cecenia che nel 1990 era economicamente desolata, consentendo così
loro di emarginare la maggioranza moderata cecena. I servizi segreti
americani furono profondamente coinvolti nel conflitto ceceno fino
alla fine degli anni 1990. Secondo Yossef Bodansky, l’ allora
direttore del Congressional Task Force degli Stati Uniti sul
terrorismo e sulla guerra non convenzionale, Washington partecipò
attivamente alla “ennesima jihad anti-Russia, cercando di supportare e
potenziare le forze islamiste anti-occidentali più virulente.”

Bodansky rivelò in dettaglio l’ intera strategia della CIA nel Caucaso
nel suo rapporto, affermando che i funzionari del governo statunitense
vi parteciparono,

“Una riunione formale in Azerbaijan nel dicembre 1999, in cui vennero
discussi e concordati i programmi specifici per la formazione e l’
equipaggiamento dei Mujahideen dal Caucaso, Asia del sud e Centrale e
nel mondo arabo, culminò con un tacito incoraggiamento di Washington a
vantaggio di entrambi gli alleati, i musulmani (principalmente Turchi,
Giordani e dell’ Arabia Saudita) e le ’società di sicurezza private’
degli Stati Uniti. . . per aiutare i ceceni e i loro alleati islamici
a insorgere nella primavera del 2000 e sostenere la conseguente Jihad
per un lungo periodo … la Jihad islamista nel Caucaso come un modo
per deprivare la Russia di una via dell’ oleodotto percorribile
attraverso una spirale di violenza e terrorismo. ”

La fase più intensa delle guerre di Cecenia diminuì nel 2000 solo dopo
la pesante intervento militare russo che sconfisse gli islamisti. Fu
però una “vittoria di Pirro”, che costò un tributo enorme in vite
umane e distruzione di intere città. Il bilancio esatto delle vittime
causate dal conflitto ceceno istigato dalla CIA è sconosciuto. Stime
non ufficiali variavano da 25.000 a 50.000 fra morti e dispersi, per
la maggior parte civili. Stime di perdite russe erano vicine a 11.000
persone secondo il “Comitato delle Madri dei soldati”.

Le major petrolifere anglo-americani e gli agenti della CIA erano
felici. Ottennero quello che volevano: il loro oleodotto
Baku-Tbilisi-Ceyhan, bypassando l’ oleodotto di Grozny in Russia .

I jihadisti ceceni, sotto il comando islamico di Shamil Basayev,
continuarono però gli attacchi di guerriglia dentro e fuori la
Cecenia. La CIA si riorientò nel Caucaso.

Collegamento saudita di Basayev

Basaev fù fondamentale nella Jihad Globale della CIA. Nel 1992
incontrò il terrorista saudita Ibn al-Khattag in Azerbaijan. Dall’
Azerbaijan, Ibn al-Khattab portò Basayev in Afghanistan per incontrare
il suo compagno saudita Osama bin Laden. Il ruolo di Ibn al-Khattab è
stato quello di reclutare i musulmani ceceni disposti a intraprendere
la Jihad contro le forze russe in Cecenia per conto di una strategia
di copertura della CIA per destabilizzare la Russia post-sovietica e
garantire così il controllo britannico-statunitense sull’ “energia”
del Caspio.

Una volta tornati in Cecenia, Basayev e al-Khattab crearono la Brigata
Internazionale Islamica (IIB) con il denaro dell’ Intelligence
saudita, con l’ approvazione della CIA e coordinato attraverso la
relazione con l’ ambasciatore saudita di Washington nonché principe,
Bandar bin Sultan, intimo conoscente della famiglia Bush. Bandar,
ambasciatore saudita di Washington per più di due decenni, era così
intimo con la famiglia Bush che George W. Bush riferiva all’
ambasciatore playboy saudita come “Bandar Bush”, considerandolo una
sorta di membro onorario della famiglia.

Basayev e al-Khattab importarono in Cecenia i combattenti prelevandoli
dal ramo fanatico saudita wahabita dell’Islam sunnita. Ibn al-Khattab
ordinò che il suo esercito privato di arabi, turchi, e altri
combattenti stranieri venisse chiamato “Mujahideen arabi in Cecenia”.
Gli fù anche commissionato di creare campi paramilitari nelle montagne
del Caucaso e della Cecenia dove venissero addestrati ceceni e
musulmani delle repubbliche russe del Caucaso del Nord e dell’ Asia
centrale.

La Brigata Internazionale Islamica, finanziata dai sauditi e dalla
CIA, fù responsabile non solo del terrorismo in Cecenia. Essi
condussero nell’ ottobre 2002, al Teatro Dubrovka di Mosca, un
sequestro di ostaggi e si macchiarono inoltre del raccapricciante
massacro della scuola di Beslan nel settembre 2004. Nel 2010, il
Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite pubblicò il seguente
rapporto su al-Khattab e sulla Brigata Internazionale Islamico di
Basayev:

la Brigata Internazionale Islamica (IIB) venne citata il 4 marzo
2003.. . per essere associata ad Al-Qaeda, Osama bin Laden e ai
Talebani per la “partecipazione al finanziamento, progettazione,
facilitazione, preparazione o perpetrazione di atti o attività da
parte di, in collegamento con, con il nome di, per conto o a sostegno
di” Al-Qaeda. . . la Brigata Internazionale islamico (IIB) fù fondata
e guidata da Shamil Basayev Salmanovich (deceduto) ed collegata al
Riyadus-Salikhin Reconnaissance e Battaglione di Sabotaggio dei
Martiri Ceceni (RSRSBCM). . . e alla Special Purpose Islamic Regiment
(SPIR). . .

La sera del 23 ottobre 2002, i membri della IIB, RSRSBCM e SPIR
operarono congiuntamente allo scopo di sequestrare oltre 800 ostaggi a
Teatro Podshipnikov Zavod (Dubrovka) di Mosca.

Nell’ottobre 1999, gli emissari di Basayev e Al-Khattab viaggiarono
alla casa base di Osama bin Laden, nella provincia afghana di
Kandahar, dove egli accettò di fornire assistenza militare e aiuti
finanziari, prendendo anche accordi per inviare in Cecenia diverse
centinaia di combattenti per la lotta contro le truppe russe e
perpetrare atti di terrorismo. Successivamente, nello stesso anno, Bin
Laden inviò ingenti somme di denaro a Basayev, Movsar Barayev (leader
di SPIR) e Al-Khattab, i quali sarebbe stati utilizzati esclusivamente
per la formazione di uomini armati, reclutamento di mercenari e di
acquistare munizioni.

La “via terrorista” Afgano-Caucasica di Al Qaeda, finanziata
dall’intelligence saudita, aveva due obiettivi. Uno era un obiettivo
specificamente saudita che era quello di diffondere la fanatica Jihad
wahabita nella regione dell’Asia centrale dell’ ex Unione Sovietica.
Il secondo era l’ ordine del giorno della CIA di destabilizzare l’
allora ormai collassante Federazione Russa post-sovietica.

Beslan

Il 1 ° settembre 2004 i terroristi armati di Basaev e la IIB di
al-Khattab presero più di 1100 persone come ostaggi in un assedio che
includeva 777 bambini, e li tennero prigionieri nella School Number
One (SNO) a Beslan in Ossezia del Nord, repubblica autonoma nel
Caucaso settentrionale appartenente alla Federazione russa vicino al
confine della Georgia.

Il terzo giorno di “crisi” degli ostaggi, come alcune esplosioni
furono udite all’ interno della scuola, la FSB e altre truppe russe
presero d’ assalto l’ edificio. Alla fine, almeno 334 ostaggi furono
uccisi, tra cui 186 bambini, con un significativo numero di feriti e
dispersi. Divenne chiaro successivamente che le forze russe gestirono
male l’ intervento.

La macchina di propaganda di Washington, da Radio Free Europe a The
New York Times e CNN, non perse tempo a demonizzare Putin e la Russia
per la loro cattiva gestione della crisi di Beslan, anzichè
concentrarsi sui collegamenti di Basayev con Al Qaeda e i segreti
sauditi in quanto quest’ ultimo aspetto avrebbe portato l’ attenzione
del mondo verso le relazioni intime tra la famiglia del presidente
degli Stati Uniti George W. Bush e la famiglia del miliardario saudita
bin Laden.

Il 1 settembre 2001, appena dieci giorni prima del giorno degli
attentati al World Trade Center e del Pentagono, il principe Turki bin
Faisal Al Saud, capo dei servizi segreti sauditi, educato e formato
negli Stati Uniti, che diresse l’ Intelligence Saudita dal 1977,
includendo anche l’ intera operazione dei Mujahideen di Osama bin
Laden in Afghanistan e nel Caucaso, all’ improvviso e inspiegabilmente
rassegnò le dimissioni, pochi giorni dopo aver accettato un nuovo
mandato come capo dell’ intelligence dal proprio re. Egli non dette
alcuna spiegazione. Fù subito rieimpiegato a Londra, lontano da
Washington.

Le registrazioni dei legami intimi fra Bin Laden e famiglia di Bush è
stata sepolta, nei fatti del tutto cancellata per motivi di “sicurezza
nazionale” (sic!) nella relazione ufficiale sul 911 dalla Commissione
degli Stati Uniti. Lo sfondo saudita di quattordici dei diciannove
presunti terroristi del 911 a New York e Washington è stato cancellato
anche dal rapporto finale della Commissione 911 del governo degli
Stati Uniti, pubblicato solo nel luglio 2004 dall’ amministrazione
Bush, quasi tre anni dopo gli eventi.

Basayev reclamò meriti di aver inviato i terroristi a Beslan. Le sue
richieste includevano la completa indipendenza della Cecenia dalla
Russia, qualcosa che avrebbe offerto a Washington e al Pentagono un
enorme arma strategica proprio nel ventre meridionale della
Federazione russa.

Entro la fine del 2004, a seguito del tragedia di Beslan, il
presidente Vladimir Putin, come riferito, ordinò una missione segreta
da parte dell’ intelligence russa di “ricerca e distruzione” per dare
la caccia e uccidere i leader principali dei Mujahideen Caucasici di
Basayev. Al-Khattab fù ucciso nel 2002. Le forze di sicurezza russe
presto scoprirono che la maggior parte dei terroristi
ceceni-afgani-arabi erano fuggiti. Ottennero un rifugio sicuro in
Turchia, membro della NATO; in Azerbaijan, un altro membro della NATO;
o in Germania, un membro della NATO; o a Dubai, uno dei più stretti
alleati degli Stati Uniti negli Stati Arabi e nel Qatar, un altro
stretto alleato degli Stati Uniti.

In altre parole, ai terroristi ceceni venne offerto dalla NATO un
rifugio sicuro.

F. William Engdahl *

* Consulente di rischio strategico e docente, si è
laureato in scienze politiche dalla Princeton University ed è autore
di best-seller sul petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista
online “New Eastern Outlook”.

Fonte: http://journal-neo.org

Tradiuzione per www.comedonchisciotte.org a cura di GIULIANO MONTELEONE

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Lady Pesc – Se Federica va alla guerra

Lunario Paolo D'Arpini 19 maggio 2015

lady Pesc

Federica Mogherini, la «Lady Pesc» che rappresenta la politica estera della Ue, presa sottobraccio dal segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, canta «We are the world» (il brano di Michael Jackson) insieme a lui e ai ministri degli esteri dell’Alleanza. Con questa scena emblematica (v. il video sul «New York Times» del 15 maggio) si è concluso in Turchia il vertice Nato, al quale la Mogherini ha avuto l’onore di essere invitata.

«La Ue e la Nato – ha dichiarato – hanno natura differente, ma condividono gli stessi valori». Vi sono «sfide attorno a noi che ci uniscono», dall’Ucraina alla Libia. È quindi «estremamente importante la stretta, ottima cooperazione che abbiamo tra Unione europea e Nato a livello di difesa e politica estera, tra me e il segretario generale, e i nostri staff, che si incontrano regolarmente». Questa «cooperazione strutturale», che rende «complementari» Ue e Nato, è rafforzata da «inviti reciproci»: dopo essere stata invitata al vertice Nato, la Mogherini ha invitato il segretario della Nato alla riunione dei ministri della difesa e degli esteri Ue, il 18 maggio, per parlare di «operazioni militari».

Stoltenberg e la Mogherini hanno incaricato i rispettivi staff di «intensificare la cooperazione Nato-Ue», perché «le nostre strategie siano complementari» (ossia quella Ue sia funzionale a quella Nato), così da «operare insieme rapidamente ed efficacemente in caso di minaccia ibrida contro qualsiasi dei nostri membri». L’Unione europea, di cui 23 dei 28 paesi sono allo stesso tempo membri della Nato, viene così vincolata alla Nato sotto comando Usa (il Comandante supremo alleato in Europa è sempre nominato dal Presidente degli Stati uniti). L’Alleanza che, dichiara Stoltenberg, «sta realizzando il maggiore rafforzamento della difesa collettiva dalla fine della guerra fredda».

Mentre Stoltenberg, su incarico di Washington, preme sui membri europei della Nato perché aumentino la spesa militare, la Mogherini annuncia che «l’Unione europea rilancerà a giugno gli investimenti nella difesa».

Mentre Stoltenberg conferma che la Nato sta potenziando la sua «Forza di risposta», la Mogherini annuncia che «la Ue ha bisogno di accrescere la capacità di risposta alle crisi», capacità «non necessariamente militare, ma che non esclude un aspetto militare».

NATO

Mentre Stoltenberg sottolinea che la Nato è impegnata su due fronti – quello orientale dove «fronteggiamo una Russia più minacciosa, responsabile di azioni aggressive in Ucraina», quello meridionale dove «vediamo il tumulto e la violenza diffondersi in Medioriente e Nordafrica» – la Mogherini annuncia che l’Unione europea sta potenziando la «Partnership orientale», per sostenere soprattutto l’Ucraina e la Georgia (di fatto già integrate nella Nato), e sta pianificando quella che Stoltenberg definisce «una operazione Ue nel Mediterraneo e attorno al Mediterraneo», ufficialmente per affrontare «la tragedia dei migranti», lasciando intendere che la Nato è pronta a sostenerla.

Stoltenberg ricorda a tale proposito che «l’operazione Nato in Libia nel 2011» servì a «proteggere i civili dalla violenza del regime di Gheddafi», ma che «gli sforzi per stabilizzare il paese non sono riusciti», per cui occorre oggi «stabilire un governo unitario in Libia». Si prepara dunque una nuova operazione militare Nato, siglata Ue.

Sotto questa luce, le parole «We are the world» (Noi siamo il mondo) cantate al vertice Nato, con il controcanto della rappresentante Ue, suonano minacciose. E quelle «We are the children» (Noi siamo i bambini) suonano come un insulto ai milioni di bambini morti, dall’Iraq alla Libia, a causa delle guerre Usa/Nato.

Manlio Dinucci
(il manifesto, 19 maggio 2015)

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Commento integrazione di Marinella Correggia: “Al recente incontro Nato in Turchia, come già sottolineato da Manlio Dinucci, i ministri degli Esteri della Nato, la Mogherini e Stoltenberg (segr gen Nato) hanno cantato senza alcun timore di essere ridicoli “We are the worl, we are the children”, ola compresa.
http://www.askanews.it/esteri/alla-cena-nato-i-ministri-degli-esteri-cantano-we-are-the-world_711506812.htm
Quel che ho notato, è che il ministro greco (è il panzone), Nikolaos Kotzias, era in prima fila, e teneva per mano il suo compagno di merende turco.

Ma il governo greco di Tsipras, non aveva nel suo programma l’uscita dalla Nato?”

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Francia – Intellettuali francesi firmano per l’uscita dalla NATO

Lunario Paolo D'Arpini 19 maggio 2015

Fuori dalla NATO

PER L’USCITA DALLA NATO!
Sia che si tratti di operazioni di guerra: bombardamento della Jugoslavia nel 1999, della Libia nel 2011, di attività meno importanti o di manovre nel bacino mediterraneo, sia che si tratti come in questi ultimi giorni di inviare insieme “istruttori” in Ucraina, la Francia e l’Italia si ritrovano spesso impegnate contemporaneamente nelle operazioni di polizia internazionale della NATO.
La popolazione francese è meno sensibile di quella italiana a questo impegno nell’alleanza statunitense poiché, da quando sono state chiuse le basi USA in Francia in seguito alla decisione di de Gaulle nel 1966, l’esercito USA non è più visibile sul territorio francese. Questa differenza spiega come una petizione lanciata in Italia per chiedere l’uscita dalla NATO vi trovi subito un eco. Pur tuttavia l’impegno della Francia è aumentato dal suo rientro nell’organizzazione militare integrata e la politica bellicista portata avanti dai due ultimi comandanti in capo delle forze armate, Nicolas Sarkozy e François Hollande, dimostra che questo impegno è concreto e determinato.
Una campagna per l’uscita della Francia dalla NATO appare dunque oggi come una necessità politica imperativa. Seguiamo dunque senza ritardo l’esempio dei nostri amici italiani e, per dimostrare la nostra solidarietà, iniziamo col firmare la petizione italiana perché siamo anche noi sulla stessa barca delle guerre statunitensi.

POUR LA SORTIE DE L’OTAN !
Qu’il se soit agi d’opérations de guerre : bombardement de la Yougoslavie en 1999, de la Libye en 2011, d’activités moins importantes ou de manœuvres dans le bassin méditerranéen, qu’il s’agisse comme ces derniers jours d’envoyer ensemble des « instructeurs » en Ukraine, la France et l’Italie se retrouvent souvent engagées simultanément dans les opérations de police internationale de l’OTAN.
La population française est moins sensible que la population italienne à cet engagement dans l’alliance américaine car depuis la fermeture des bases américaines en France par décision de de Gaulle en 1966 l’armée US n’est plus visible sur le territoire français. Cette différence explique qu’une pétition lancée en Italie pour demander la sortie de l’OTAN y trouve aussitôt un écho. Pour autant l’engagement de la France s’est accru depuis son retour dans l’organisation militaire intégrée et la politique belliciste menée par les deux derniers chefs des armées, Nicolas Sarkozy et François Hollande, démontre que cet engagement est concret et résolu.
Une campagne pour la sortie de la France de l’OTAN apparait donc aujourd’hui comme une nécessité politique impérieuse. Suivons donc sans tarder l’exemple de nos amis italiens et, pour montrer notre solidarité, commençons par signer la pétition italienne puisqu’aussi bien nous sommes embarqués comme on dit sur le même bateau des guerres étasuniennes.

Samir Amin, Professeur, Directeur du Forum du Tiers Monde, Président du Forum mondial des alternatives.
Nils Andersson, journaliste, éditeur
Claude Beaulieu, responsable du Comité Valmy
Geneviève Blache, animatrice du collectif Résistance et Renouveau Gaullien
Jean Bricmont, professeur émérite de physique, université de Louvain
Silvia Cattori, journaliste, directrice Arrêt sur Info http://arretsurinfo.ch
Michel Chossudovsky, économiste, directeur du CRM http://www.mondialisation.ca et
http://www.globalresearch.ca
Collectif Résistance et Renouveau Gaullien
Comaguer, comité comprendre et agir contre la guerre http://comaguer.over-blog.com
Comité Valmy,
Alain Corvez, animateur du collectif Résistance et Renouveau Gaullien
Bernard Genet, animateur de Comaguer
Annie Lacroix-Riz, professeur émérite d’histoire contemporaine, université Paris 7.
Micheline Ladouceur, géographe, Directrice associée du CRM,
Jacques Maillard, responsable Comité Valmy
Thierry Meyssan, journaliste, directeur de Réseau Voltaire, Damas
Alexandre Moumbaris, directeur de « Démocrite »
le MS21 (Mouvement pour un socialisme du 21e siècle)
Marie-Ange Patrizio, psychologue, traductrice (comaguer)
Jean-Pierre Robert, Palestine-Solidarité http://www.palestine-solidarite.org
Mireille Rumeau, ISM France http://www.ism-france.org

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