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“Stonehenge, visita ancestrale del 21 giugno…” – Racconto magico di Simone Sutra

Lunario Paolo D'Arpini 10 marzo 2010

Sulla porta di casa 
 

“Chiamami , ti prego”.

Per Loretta Pigozzi, segretaria d’azienda, impiegata alle dipendenze della premiata ditta MCC (Manlio Cesari Commutatori), divorziata con due figli ormai grandi, quei messaggi lasciati nella segreteria telefonica con una frequenza e regolarità sconcertante da qualche giorno a quella parte, erano un mistero.

Tanto per cominciare, chiamare chi? La voce le era sconosciuta, il numero del telefono non appariva, e non veniva detto null’altro.

Uno scherzo? Un molestatore? No, perché la voce era femminile. E quanto allo scherzo…chi mai avrebbe potuto volerle fare uno scherzo, chi mai ci teneva abbastanza a lei perfino per prenderla in giro? E poi…c’era qualcosa di insolito in quella voce: dolce e suadente, percorsa da un’emozione,  un inquieto pulsare di trepidazione. Come se qualcuno, chissà chi, una donna la cui voce risuonava lontanissima, si preoccupasse per lei.

Lei? Donna insignificante di 43 anni, dall’aspetto dimesso e dalle speranze tramontate? Donna  che non aveva amicizie se non quelle dell’ambiente di lavoro – che poi amicizie non si potevano nemmeno propriamente definire – che non usciva quasi mai se non per recarsi al lavoro e al supermercato. I suoi figli si facevano sentire ogni tanto, e non erano certi i tipi da organizzare uno scherzo del genere, a parte il fatto  che erano entrambi maschi. 

E poi, da qualche giorno, cioè più o meno da quando erano iniziati i messaggi lasciati in segreteria telefonica, ogni tanto sentiva bussare alla porta. Andava  a vedere e non c’era nessuno. Aveva persino lasciato, registrato nella risposta della segreteria, il numero di telefono del lavoro, non si sa mai la chiamassero là l’avrebbero trovata più facilmente. Ma niente. Però al telefono di casa i messaggi continuavano a venir registrati.

Le venne il dubbio che qualcosa non le funzionasse nella testa  il giorno che al supermercato le sembrò che una figura di donna, abbigliata in modo sommario, dopo aver attraversato proprio davanti a lei la corsia che stava percorrendo con il carrello della spesa, si fosse come vaporizzata nello scaffale dei prodotti. Non prima di averle lanciato un’occhiata enigmatica che le aveva scavato fin nel profondo, lasciandola, le era parso, nuda dentro.

Decise di consultare uno specialista, uno psichiatra.

Il dottor William Betz l’accolse amabilmente nel suo studio che sembrava quasi una capanna di pesca  più che un ambiente medico; si sentì subito a suo agio anche per l’aspetto gioviale del medico, che irradiava fiducia.

“Vede, signora Pigozzi” disse lui dopo che lei gli aveva esposto il caso, “a volte accadimenti come questi sono solo…come dire…un interruttore”.

“Prego?”

“Ma sì. C’è una parte di noi che è ansiosa di venire allo scoperto, di essere riconosciuta, realizzata. Magari consciamente non ce ne si rende nemmeno conto, ma questo non vuol dire che qualcosa, persino a nostra insaputa, prema dentro per venire alla luce”.

“Qualcosa di…male?”

“Oh! Signora mia, c’è davvero qualcuno al mondo che sia in grado di stabilire cos’è male e cos’è bene? Io no di certo! E poi, se ciò di cui stiamo parlando è parte di lei, come fa a essere “male?” A volte questo cosiddetto male è un vestito che gli altri ci gettano addosso, a volte siamo noi ad indossarlo più che volentieri: in fondo ci copre e ci esime dal mostrarci per quel che siamo. La verità è che noi siamo esseri dalle molte sfaccettature, e ciò che è bene per qualcuno può essere male per altri. Ma questo non deve preoccuparla: piuttosto, dovrebbe riconoscere che è la sua stessa energia interiore che ha messo in moto un processo che non può che portare ad un suo sentirsi più …integra, più… completa, se mi è concesso utilizzare un termine che molti miei colleghi stigmatizzerebbero. Insomma, la sua “anima” la sua psiche o inconscio che dir si voglia, le sta chiedendo spazio per realizzare in lei compiutamente un suo fine. Ecco, questo è un altro ragionamento che i miei colleghi disapproverebbero in pieno. Ma chi se ne importa?”

E, dette queste parole, un ampio sorriso gli si disegnò in volto, mentre lui stesso sembrò come assentarsi.

Fu allora che lei la vide. Era proprio là, alle spalle del dottore (che era diventato trasparente), al centro di un quadro che ritraeva una scena bucolica in qualche contesto nordico: ma era proprio lei, e la fissava con lo stesso sguardo indagatore della donna del supermercato. Lei sbiancò, e il dottore se ne accorse. Si girò, vide ciò che lei stava guardando e sembrò capire.

“E’ proprio vero, Loretta: qualcuno la sta chiamando. Le dia retta”

“Ma come faccio? Come potrei contattarla se non so chi è, non so dove sta, non ho nemmeno il suo numero di telefono?? Non so nemmeno se è di carne ed ossa o se, come dice lei, è solo una mia creazione !”

“Nulla si crea, e nulla si distrugge, questo ce lo dice la scienza: tutto semplicemente si trasforma. Se qualche dinamica sconosciuta è già presente in noi, nel momento in cui siamo pronti ad accoglierla nella nostra vita assume delle sembianze che noi possiamo riconoscere, magari non razionalmente, come le dicevo prima. Io non ho mai detto che è lei che ha creato tutto questo. Ho solo detto che una parte di lei si sta facendo riconoscere: tutto qua.”

“In ogni caso, sono sempre in alto mare”

“Lei dice? Mmmmhhh…vediamo un po’: la donna nel dipinto è davanti a un cerchio di menhir, di strutture megalitiche…le dice niente il nome di Stonehenge?”

“Ahh…mi sembra di aver letto qualcosa in proposito, qualche tempo fa”

“Molto tempo fa?”

“No, non direi…è una rivista che mi è capitata sotto gli occhi mentre ero dal dentista. Ma ..adesso che ci penso, credo che sia stato più o meno il giorno del primo messaggio telefonico”

Il dottore, o meglio, William Betz, le sorrise senza dir niente.

Un mese dopo Loretta era all’aeroporto, diretta in Inghilterra. Si era presa due settimane di ferie, incorrendo nelle ire del capufficio perché si era in un periodo di intenso lavoro, correndo anche il rischio di rendersi malvista dalla dirigenza. Però si era detta: “No more Mr. nice guy” parafrasando la famosa canzone. Basta con la grigia esistenza  da sorcetto di campagna: era ora di mollare gli ormeggi e di lottare  per prendersi responsabilità della sua vita, o meglio di quella parte della sua vita che adesso reclamava la sua attenzione. C’era qualcosa dentro di lei che la incoraggiava in quella direzione, dandole una sicurezza di sé che non credeva di aver mai provato prima.

Fu sorpresa quando vide arrivare William Betz con un grande sorriso stampato in volto e un mazzo di fiori in una mano.

“Oh! Dottore…si è ricordato che oggi partivo…che pensiero gentile!”

“Però non è un pensiero da “dottore” ma da William…”

“Già, già….ma devo scappare, stanno chiamando per l’imbarco”

Lui la guardò  con intensità.

“Le auguro…anzi lo so che troverà quel che cerca…perché ce l’ha già dentro di sé”.

Il viaggio in aereo fu disturbato da forti turbolenze. Ma lei in fondo si sentiva tranquilla.

Arrivarono a Stonehenge poco prima dell’aurora. Era il 21 Giugno, l’alba del solstizio d’estate: la gita era stata programmata nei minimi particolari dagli organizzatori, di modo che si potesse vedere il primo raggio di sole solstiziale penetrare nel cerchio dal varco posto a nordest fra i megaliti e raggiungere, sul lato opposto della struttura, la cosiddetta “pietra del calcagno”, a circa ottanta metri di distanza dal cerchio costituito dai menhir.

Come sempre, ci si doveva accontentare di assistere allo spettacolo a una certa distanza dalle pietre, delimitate da transenne e guardate a vista dai custodi perché nessuno si avvicinasse troppo e soprattutto non le toccasse; però proprio allora si udì un enorme boato provenire dal parcheggio. Tutti, visitatori e custodi, si precipitarono d’istinto  in quella direzione.

Tutti tranne Loretta .

Lei, che aveva seguito l’avvicinamento a Stonehenge con delle pulsazioni interiori che rimbombavano nel cuore quasi assordandola.  Lei, solitamente così poco emotiva, che si sentiva inondare il petto di lacrime ingiustificate, scuotere il petto da singhiozzi incontrollabili. Lei, usualmente così posata e poco loquace, che si  sentiva sfuggire dalle labbra una dolce cantilena che non aveva mai sentito in vita sua, che  non riusciva a controllare il sorriso che le si ingigantiva sulla bocca. Lei, sempre così presente, così con i piedi per terra, che sentiva sfuggirle la ragione intenta a inseguire visioni leggere che le affollavano la mente. Lei, che non era più lei, ma un’altra lei.

Lei che adesso, in perfetta solitudine, si avvicinava raccolta nella veste della sacralità  alle antiche pietre che riconosceva come casa sua da sempre, baciate dal sole di una nuova stagione. Non fu sorpresa di rivederla là, appena al di là del cerchio di pietre, posizionata esattamente sul tracciato del raggio di sole dell’estate appena nata, vestita di quei pochi stracci, com’era quando le era apparsa nel supermercato. La guardava  e sorrideva, senza dire niente. Si avvicinò alla prima gigantesca pietra, sembrò esitare per un attimo; le rivolse un cenno d’invito, e disparve dentro di essa. Loretta si avvicinò, toccò con mano d’amore l’enorme lastrone, percependo tutte le scene di cui esso era stato testimone, tutto l’amore, il dolore; le vittorie, le sconfitte. L’eterna storia di un popolo vinto e scomparso che vive un po’ in tutti noi, perché non si è piegato all’indifferenza, né all’oblìo. Comprese che la non-esistenza non è assenza di vita, ma un’altra forma di vita.

Lei che decise di celebrare il suo ritorno al sempre con un folle girotondo solitario attorno al grande cerchio di pietre, come tante volte aveva già  fatto, molti e molti anni prima.

Sapeva che non avrebbe più smesso di danzare intorno alla vita.    

Simone Sutra – itdavol@tin.it

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Lo zodiaco del momento presente a cura di Angela Braghin – Pesci: Segno Solare dal 20 febbraio al 19 marzo

Lunario Paolo D'Arpini 1 marzo 2010

Segno Passivo

Elemento: Acqua

Signore del Segno: Giove e Nettuno

Esilio: Mercurio

Esaltazione: Venere

Segno opposto: Vergine

Metallo: Stagno

Pietra: Acquama

Il segno dei Pesci è il più volubile, emotivo, imprevedibile e sensibile dell’intero zodiaco. I rappresentanti del segno, infatti, sembrano vivere in un mondo squisitamente personale e difficile a volte da penetrare. Pittori, scultori, cantanti e artisti abbondano come rappresentanti di questo segno che vive di sogni,di arte e di un pizzico di follia. Profondo è il loro senso mistico ed importante è qualsiasi religione o pratica spirituale che possa far sentire loro un contatto intimo con il divino e nutrono un rispetto sacro anche per l’altrui credo religioso.

L’impatto con la realtà, che spesso è ben diversa rispetto alle loro fantasie, è molto duro da affrontare per questi soggetti così vulnerabili e può trasformarsi in fonte di dolore o di delusione. La fragilità che li caratterizza, li spinge a cercare un rifugio sicuro nell’evasione mentale, anche tramite sostanze che alterano la coscienza, come droghe o alcool per placare la loro ansia emotiva.

Molti rappresentanti del segno hanno bisogno di creare una dipendenza da qualcosa oppure da qualcuno, in modo da sentirsi rassicurati e protetti. Questa profonda sensibilità è anche il motivo principale per il quale queste tenere e sperdute creature si preoccupano per il malessere del loro prossimo e li porta a condividere la sofferenza altrui, come fosse la loro. Non di rado si riscontrano rappresentanti del segno che scelgono professioni volte alla cura delle persone sofferenti o malate, come infermieri o medici. L’amore per le creature si rivolge anche al creato, e i Pesci rispettano e ammirano anche le meraviglie della natura, ed essendo l’acqua il loro elemento naturale, si sentono particolarmente a proprio agio nel mare e in tutti quei luoghi in cui sia presente quest’elemento.

Irascibili e permalosi, se si sentono incompresi o insicuri, possono esternare reazioni esagerate che non ci si aspetterebbe mai da persone così calme e pazienti. In amore sono particolarmente devoti al proprio partner, al punto da entrarvi in simbiosi e dedicarsi esclusivamente a renderlo felice tramite piccole attenzioni quotidiane e dolci sorprese. Romantici e possessivi, sono capaci di estremi sacrifici ma tendono ad essere infedeli, poiché se la persona che amano delude le loro aspettative,un sottile masochismo pervade il loro animo, e non essendo capaci di affrontare apertamente i problemi, si rinchiudono nel loro mondo fatto di dolci evasioni e vane illusioni. Infatti questo segno, a cui è stato affidato il compito di chiudere l’intero cerchio zodiacale, è doppio, come indicato anche dal simbolo che lo rappresenta,ovvero due pesci che, legati dallo stesso filo, nuotano però in due direzioni opposte; governato da Nettuno e Giove, a seconda del tema natale personale,si avranno soggetti estremamente fantasiosi ma anche bugiardi, inaffidabili ed ambigui sessualmente. Possono in alternativa aversi soggetti pazienti, generosi, leali e votati alle grandi cause e al volontariato, al rispetto dell’ambiente e degli animali, alla difesa dei più deboli e dei bisognosi.

Il segno dei Pesci corrisponde simbolicamente al diluvio universale, alla neve invernale che si scioglie sotto i primi raggi caldi, all’aria che tutto spazza e all’acqua che tutto  purifica prima che si apra il cerchio di fuoco prorompente dell’Ariete. Questo significa anche una profonda indifferenza per tutto ciò che lo precede, poichè il Pesci rappresenta la sintesi e la somma di tutte le precedenti esperienze, essendo il dodicesimo segno e corrispondendo all’ultima casa astrologica.  

Nodo Nord in Pesci/ Nodo Sud in Vergine

Questa configurazione karmica è una delle più delicate, e forse quella più difficile da affrontare. L’individuo, durante le precedenti esperienze, ha adottato modelli comportamentali rigidi, dei quali avverte il bisogno di liberarsi ma non ci riesce facilmente. Ha seguito solo le verità provenienti da realtà comprovate, rifiutandosi di accettare possibili verità alternative, non confutabili dai suoi sensi limitati. Il suo ragionamento è schematico e la sua vita assomiglia ad una partita di scacchi, in cui si sofferma sul dettaglio ma non riesce a notare l’ovvio, in cui la razionalità tiene a freno l’emotività. In questa configurazione è facile riscontrare problemi sessuali, dovuti al rifiuto di abbinare alla fisicità le emozioni, facendo di questo individuo un soggetto represso oppure eccessivamente libertino fisicamente ma assente interiormente. La sua mente è logica e razionale, ma non è capace di ricondurre l’uno al tutto e di sintetizzare tutto nell’uno. Il Nodo Nord in Pesci conduce il soggetto, in questa esistenza, alla ricerca della fede, alla scoperta di potenzialità nascoste nella parte più intima e irrazionale. Dovrà affrontare situazioni non gestibili e che non corrispondono ai suoi parametri, imparando a non discriminare e a non reprimersi eccessivamente. Prima di riuscire ad ascendere al Nodo Nord, dovrà scendere in pieno nel Nodo Sud, sperimentando anche malattie fisiche o mentali, frutto del suo rifiuto di abbandonarsi. Solo così potrà percorrere la strada che conduce verso l’elevazione e il Divino.

Angela Braghin

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“Cicladi, Siria, Africa…. e Polimnia, la musa degli inni sublimi” – Racconto mitologico esoterico di Simome Sutra

Lunario Paolo D'Arpini 19 febbraio 2010

     Polimnia guardava lontano, nel vuoto di una notte senza luna e senza stelle. Gli occhi vuoti erano pieni di buio, che era tutto ciò che c’era, dentro lei e intorno a lei. Inutilmente aguzzava lo sguardo: lo sapeva anche lei che non c’era niente da vedere.

     Si staccò, riluttante, dal parapetto a cui era rimasta appoggiata per un’ora buona o forse più. Sotto di esso, il caldo sentore del Mediterraneo esalava salmastro. Un modo per sentirsi vivi, si disse lei. Amava il mare, quel mare, perchè sentiva che in esso si rimescolavano tutte le voci e le presenze di mondi lontani e vicini, solo immaginati: le spiagge bianche delle Cicladi, le sponde frastagliate della Turchia, la piatta linea costiera della Siria….e poi ancora l’Africa, la Spagna…in qualche modo tutto ciò le apparteneva un po’ quando lei aspirava  la fragranza di quel mare. Le bastava socchiudere gli occhi e aprire le narici per sentirsi là, perlomeno con una parte di se stessa.

     Giovane, era, Polimnia, giovane e bella, le dicevano. Ma a lei non importava: non voleva sentirsi bella, voleva solo sentirsi se stessa. Il guaio era che nemmeno lei sapeva chi era.

     Attraversando le straduzze del porto, illuminate dalle vetrate dei bar affollati di perdigiorno sentiva su di sè gli sguardi degli uomini, sguardi aguzzi e affilati, che avrebbero voluto spogliarla; poteva quasi percepire il sottile ansare di quei fiati inondati di alcool. Ma lei non si lasciava sporcare; era una ragazza forte, Polimnia. Sola e forte.

     Rientrò  nel piccolo appartamento, che condivideva con lui. Sapeva che quella notte lui l’avrebbe voluta prendere, come sempre nelle notti d’estate. Ma quella notte, no: quella notte lei era solo per se stessa. L’avrebbe rifiutato: lui si sarebbe prima arrabbiato, poi avrebbe fatto l’offeso, poi sbattendo la porta se ne sarebbe andato a bere in qualche bettola, e forse sarebbe finito a letto con una puttana, per smorzare l’ardore. Tanto meglio: la notte sarebbe stata di lei, solo per lei. Avrebbe fantasticato, a lungo, sui suoi progetti di fanciulla, quelli che non aveva mai realizzato: studiare all’Istituto nautico, e poi diplomarsi per navigare, navigare….

     Che le restava di quei sogni? Giovane era, Polimnia, giovane e vecchia: perchè così si sentiva a volte. Una vita da non molto iniziata che sembrava già sulla china discendente. Non sapeva donarsi a se stessa, Polimnia. Il suo corpo, non ci voleva molto a donarlo ad altri, e le era sempre sembrato un gioco farlo, nella sua spontaneità; ma il suo animo era tutto rinchiuso dentro, come un mantello che l’avviluppasse strettamente. Proprio così il suo volto risaltava di quella bellezza straordinaria che sgorgava dalla sua natura profonda: ma chi comprendeva quella bellezza? Nessuno e nemmeno lei, perchè era troppo distante, troppo rarefatta, troppo enigmatica e anche troppo perfetta, irreale quasi. A volte le sembrava di non appartenere nemmeno a se stessa, ma a qualche mondo lontano, qualche distante costellazione dove, magari, tutto era davvero perfetto, per compensare tutta quell’imperfezione della vita, della sua vita.

     “Polimnia era la musa degli inni sublimi” le aveva detto con un sorriso benevolo quel vecchio professore, l’amico di suo nonno, quando lei era ancora una giovinetta e non poteva ben capire che significassero quelle parole. Però le erano rimaste impresse nella mente: c’era un’altra Polimnia, ed era una persona importante! “sublimi…sublime” com’era bello quell’aggettivo, com’era pieno, com’era…elevato! Forse il suo stesso nome aveva disposto del suo destino, chissà…. però poi pensava che lei certo non si sentiva sublime, tutt’altro. E allora l’assalivano i dubbi: e se il destino si fosse sbagliato, suggerendo ai suoi genitori di darle quel nome? Era tutto un equivoco, tutto una squallida messinscena? E allora iniziava il suo percorso tortuoso e apparentemente incessante nei suoi meandri interiori: l’unico sollievo era dare quelle pennellate, rapide e decise, nervose, istintive e frementi, sulla tela. Poi riguardava il tutto, ben sapendo che a nessuno quel dipinto avrebbe detto qualcosa, tranne che a lei. E con ciò? L’occhio dell’universo aveva riguardo anche per una piccola lei, e questo le bastava. A volte invece si coricava sazia di lacrime, senza nemmeno riuscire a dipingere, e il suo tormento la lasciava esausta, abbandonata sul cuscino. Era allora che un’altra lei si calava in quel piccolo, fragile corpo e la guidava verso terre luminose, accompagnata da musiche gioiose e gente felice. Al risveglio anche lei si sentiva un’altra: cantava, si concedeva con tutta se stessa al suo uomo e poi usciva, camminando quasi a passo di danza, diffondendo allegria in tutti quelli che la incontravano. Al  supermercato dove lavorava aveva sempre un sorriso per tutti, clienti, colleghi e superiori. Loro capivano bene che lei era speciale, era diversa, forse neanche di questo mondo, ed erano contenti di lei, ma la temevano anche un po’, perchè non la capivano. 

     Così  scorreva la sua vita, come quei fiumi di pioggia che gonfiavano i vicoli in discesa verso il porto come canaloni stretti fra le pareti a picco delle case che le fiancheggiavano. 

     Un giorno, era primavera, l’aria tiepida portava con sè il profumo del basilico, la fragranza dell’origano, l’inebriante odore dell’erba tagliata di fresco, e le capitò di guardare in alto, e vide una fetta di azzurro stretta fra le cime delle case: era un presagio che sembrava indicare una via, o un nastro da usarsi per adornare un regalo? Tutt’è due le cose, perchè no? Pensò lei. E il pensiero, sciocco e forse un po’ infantile, le diede una strana e tranquilla gioia, come non sentiva ormai da tempo. Stette lì ferma, immobile, a guardare quell’angusta striscia di cielo chissà per quanto, a riempirsi gli occhi di una pace leggera, inconfessabile. Spuntò la luna: lei la contemplò, l’amò e le chiese il suo amore, che le fu concesso con delicate argentee carezze.  Le sembrava di aleggiare sulla dorata polvere, lascito generoso di un sole ormai spento, mentre camminava come in sogno verso gli scogli.

     Si sedette in un angolo quieto e si tolse tutti i vestiti, e poi si sdraiò su uno scoglio. Il sonno la colse mentre accoglieva grata l’amplesso protettivo della signora del cielo: non si accorse perciò della marea che salendo l’avvolse gentile e rispettosa e lambì amorosa tutto il suo corpo. 

     Polimnia così se la portò via il mare, quel mare che lei amava tanto, per condurla in una terra luminosa, dove, circondata dagli alti steli dell’erba matura, poteva correre a perdifiato per rincorrere i suoi sogni, e conoscere appieno quella sublime creatura che era davvero. E non si sarebbe più stancata di intonare i suoi dolci inni al cielo stellato.

     Pierre, il suo uomo, trafitto dalla disperazione, dopo aver inghiottito lacrime amare a sazietà, si volle disfare delle sue tele che rinverdivano il suo dolore : le vendette a un rigattiere per quattro soldi, perchè non erano un granchè, secondo lui – e neanche secondo il rigattiere, che però per esperienza sapeva che c’era sempre qualche pazzoide che riusciva a far valutare come opere d’arte anche gli scarabocchi di un bambino.

     Una gran signora che girava tutti gli antiquari e i robivecchi della città, sempre alla ricerca di oggetti “particolari” , le vide e se ne innamorò. Il rigattiere non ci capiva niente: ma come, quei  brutti pasticci, quegli assurdi ghirigori, quei caotici incroci di insensate forme, quegli informi ammassi di colore…? Tutta quella robaccia le piaceva veramente? Bè, tanto meglio per lui, ci avrebbe guadagnato su un bel po’.

     Ma la signora….oh, lei sì ci vedeva un senso in quelle pennellate scomposte e ineguali, da cui sprizzava l’angustia di una giovane anima: ma quale amorosa coniugazione della luce, quanta albeggiante luminosità, che inesausta, febbricitante generazione del colore, quante sorprendenti svolte  su angoli di pura bellezza…. l’angoscia che aveva spremuto i tubetti delle pitture aveva fatto esplodere, liberandole, le forme sublimi contenute nell’anima, che disegnavano, agli occhi della donna, leggiadri intrecci di danze amorose, volti radiosi di antichi esseri saggi, panorami in cui si stendeva la quiete agreste inumidita dal velo lacrimante della rugiada. E poi ancora, fanciulle gioiose della loro perfetta nudità, spiritate e festanti, accese a risvegliare le cascate d’oro dell’anima  con sinfonie di risate, bimbi assorti nel loro sapiente gioco senza tempo con  lo sguardo perso verso distanti continenti ancora inesplorati….

     Oh sì, lei vedeva bellezza dappertutto in quelle “ignobili croste” come le definiva il vecchio rigattiere (ovviamente fra sè e sè) nella sua oscura tenebra di polverosa bottega, cieco vicolo di vita. Ma lei sapeva ormai cosa doveva fare, perchè aveva capito. Le acquistò tutte: poi affittò una grande galleria dove le espose, e tutti quelli che volevano ammirarle potevano entrare liberamente.

     Non a tutti piacevano quelle tele, e molti si allontanavano con sguardi biechi, rivoltandosi in su il colletto; e il buio che li accompagnava s’infittiva ancor più attorno a loro.

     C’era però chi si aggirava come in trance fra i diversi ambienti e ne usciva stremato di felicità, conscio di aver fatto un passo dietro le cortine segrete di un’altra vita e di esserne uscito trasformato, con lo sguardo che vagava sull’infinito racchiuso in un paracarro, un accendino, un sasso, una finestra, una lampadina. E tutto era permeato della stessa sovrana bellezza che stregava i quadri di Polimnia.

     E ogni sera la signora, prima di chiudere la galleria, si recava nell’angolo più appartato, dove viveva per sempre, nella sua cornice, una giovane donna che guardava lontano, avvolta fino al collo da un mantello stretto attorno alla sua delicata figura. E allora la fanciulla, le sembrava, girava lo sguardo verso di lei, e sorrideva.      

Simone Sutra – itdavol@tin.it

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Commedia dell’Arte: Arlecchino, Pulcinella, Colombina, Balanzone… servi e servette… Maschere di carnevale od archetipi veritieri dell’umana società?

Lunario Paolo D'Arpini 2 febbraio 2010

 ” … E se no i me vol perdonar per amor, i me perdonerà per forza. Perché ghè farò veder, che son anca poeta e qua all’improvviso ghe farò un SONETTO:

Do patroni servir l’è un bell’impegno,

E pur, per gloria mia, l’ho superà;

E in mezzo alle mazor dificoltà,

M’ho cavà con destrezza e con inzegno.

Secondando la sorte el me desegno,

M’ha fatto comparir de qua e de là;

E averìa sta cuccagna seguità,

Se per amor mi no passava el segno

Per causa de Cupido impertinente

Non son più servitor de do Patroni

Ma sarò servitor de chi me sente”

 

Arlecchino (servitore di due padroni) con queste ultime parole si congeda da quel palco sul quale si sono consumate, per mano di Carlo Goldoni, le sue vicende bizzarre ed intriganti,in una Parigi già illuminata dai Philosophes.

La “commedia dell’arte” nasce in Italia, e degnamente sostituisce il teatro rinascimentale, colto ed erudito,rivolto esclusivamente alle corti di principi e re.

Gli attori, in precedenza dilettanti che si limitavano ad improvvisarsi,si dedicano esclusivamente e completamente al teatro, diventando veri e propri “professionisti dell’arte”.

Venezia è la città che maggiormente dedica spazi alla nuova forma recitativa, rendendola più popolare e alternando rappresentazioni comiche a quelle melodrammatiche. E così, girovaghi, giocolieri da strada e buffoni cominciano a caratterizzare meglio i loro personaggi, a riunirsi per creare vere e proprie “compagnie” e per gettarsi insieme in questa nuova avventura chiamata “commedia dell’arte”.

Magica alchimia tra salotti e strade, tra sciocchi servitori e padroni ancor più sciocchi, tra piazza e palcoscenico, tra l’alta borghesia e il volgo, tra finzione e realtà.

Pastorali e tragedie sono invase, sostituite e soppiantate dalle “maschere”, che miscelano alla perfezione la saggezza dei poveri diavoli all’astuzia dei servitori, aggiungendo una buona dose di irriverenza tipica dei buffoni di corte, e in breve questa nuova e bizzarra commedia si espande anche fuori dallo “Stivale” e rappresenta una forma teatrale a sè stante, irripetibile ed imparagonabile ad altre forme teatrali.

La città lagunare è stata dunque la prima a dare i natali alle maschere ma in breve le compagnie teatrali girano in lungo e in largo, passando dal Ducato di Mantova a quello di Milano, dal Granducato toscano al Regno di Napoli, dallo Stato Pontificio al Ducato di Savoia.

La maschera caratterizza non solo il personaggio ma anche lo stile recitativo, e così Arlecchino si ritrova a dover servire due padroni perché sempre affamato, dunque suo malgrado, “il bergamasco” è un imbroglione, ma uno sciocco imbroglione!

Sarà forse Colombina, la sua fidanzata, scaltra e avida, a chieder troppo? Servetta maliziosa, non si accontenta mai, e vuole che Arlecchino le compri tutto ciò che lei desidera, riuscendo nell’intento, naturalmente! Non si sa mai, dovesse finire nelle grinfie di Pantalone, vecchio mercante veneto, che è sempre in competizione con i giovani per accaparrarsi le attenzioni delle cortigiane e delle servette, ma è troppo vecchio e troppo avaro per poterselo permettere!

Non cadrebbe in questo ingannevole gioco amoroso Brighella, compare di Arlecchino, servo come l’amico ma molto più astuto! Non è solo servo, ma improvvisa tanti altri mestieri, a seconda delle circostanze, trovandosi spesso al centro di intrighi. Furbo ed imbroglione, escogita inganni e trappole in cui far cadere il suo prossimo, mentre suona e danza con grande maestria.

Molto diverso il Dottor Balanzone, serioso ma anche presuntuoso, nativo dell’Emilia, che parla e sparla, inserendo nei suoi discorsi citazioni incomprensibili mentre gesticola pacchianamente. Le maschere si rivolgono con fiducia a lui per consigli medici, e lui è ben felice di fare quello che meglio gli riesce: elargire pareri di nessun valore!

A lui ricorre volentieri Beltrame, contadinotto che vuol far credere di esser un gran signore, mentre è solo uno sciocco fanfarone milanese, e non somiglia affatto al servo siciliano Peppe Nappa, gran mangione, che riesce sempre a trarsi fuori da ogni impiccio! E Pulcinella, alter ego di Arlecchino, servo partenopeo e gran furbacchione, attira l’attenzione dei passanti con schiamazzi e urla, cercando di vendere strani intrugli mentre parla a tutti di tutti e tutto, ed eccolo qua, “il segreto di Pulcinella”, qualcosa che davvero tutti sanno! Ma l’allegria inconfondibile che lo caratterizza, lo rende tanto schietto quanto simpatico!

Le maschere danno una rappresentazione così veritiera dei personaggi che animano il nostro palco, da meritare in pieno un ruolo nella commedia scritta da ciascuno di noi.

Chi, infatti, non si è ritrovato a dover affrontare una mente più svelta della propria, e si è ritrovato a subire inganni e raggiri? E chi, per circostanze avverse, non si è ritrovato a doversi arrangiare in diversi e precari mestieri?

Ed è il carnevale ad offrire l’opportunità di mascherarsi, e magari di cambiare personaggio, ruolo e palco, in un fondersi di musica, colori e magia! I festeggiamenti più noti e colorati si svolgono a Venezia e Rio de Janeiro, ma la folle magia carnevalesca coinvolge tutti e ovunque si possono ammirare carri, sfilate e costumi, accompagnati da schiamazzi, coriandoli e ilarità.

Saltiamo sul carrozzone del divertimento, nel quale non ci sono regole da rispettare, imposizioni o limiti, ma c’è solo tanta voglia di divertirsi ed essere e al tempo stesso, per non essere più sé stessi, mascherando la propria natura per farne uscire un’altra, forse quella vera!

Le maschere della commedia dell’arte sono ancora molto amate, e anche indossate, ma il mercato dei travestimenti è variegato, offrendo mascheramenti classici e intramontabili, oppure originali e trasgressivi.

E ben vengano Arlecchino, Pulcinella e Colombina insieme a streghe, vampiri, principi e maghi. C’è posto per tutti, c’è un palco per tutti, e l’unico obbligo, ovviamente, è quello di divertirsi e far divertire.

Angela Braghin

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I Ching mensile: Esagramma 19 – Lin L’Avvicinamento – Dal 21 gennaio al 19 febbraio

Lunario Paolo D'Arpini 20 gennaio 2010

Sopra: Kun, la Terra

Sotto: Tui, il Sereno, il Lago

La Serie: Quando ci sono grandi imprese da intraprendere, è possibile diventare grandi. Per questo segue il segno: l’Avvicinamento

Avvicinamento vuol dire diventare grandi.

Sentenza: L’Avvicinamento ha sublime riuscita. Propizia è perseveranza. Quando vi è l’ottavo mese è sciagura.

Commento alla decisione: l’Avvicinamento. Il solido penetra e cresce. Sereno e devoto, il solido sta nel mezzo e trova corrispondenza. “Grande riuscita per conformità” questo è il corso del cielo. “Quando viene l’ottavo mese vi è sciagura”. La caduta non si fa aspettare a lungo.

Immagine: Al di sopra del lago è la terra: l’immagine dell’Avvicinamento. Così il nobile è inesauribile nella sua intenzione di insegnare, e senza limiti nel sostenere e proteggere il popolo.

Dopo il Solstizio invernale, la forza luminosa è nuovamente in fase crescente. Il bene comincia a farsi strada e trova accoglienza in luogo influente.

Questo è un tempo pieno di speranza,la primavera si avvicina e la gioia è alla portata di chiunque la voglia afferrare. L’importante è impegnarsi con perseveranza per raggiungere l’obiettivo.

Per sfruttare il favore del tempo, è necessario un lavoro deciso e perseverante. La primavera non dura in eterno; se si affronta il male prima che sia del tutto manifesto, lo si potrà combattere e lo si potrà padroneggiare.

Come il lago mostra la sua inesauribile profondità, così il saggio è inesauribile nella sua propensione ad insegnare agli uomini. E come la terra è ampia, e sostiene ed alimenta tutte le creature, così il saggio cura e sostiene tutti gli uomini senza escludere una parte dell’umanità con barriere di qualsiasi natura.

Occorre prestare attenzione e non perdersi nelle correnti del tempo ed essere nel giusto. Infatti il destino reca con sé anche il regresso, ma se viene suscitato in tempo un movimento di ascesa, sarà abbastanza forte per contrastare anche il destino nel momento in cui le sue conseguenze, senza le dovute precauzioni, comincerebbero a farsi sentire.

Consiglio dell’esagramma: che abbia inizio un vero e proprio cambiamento! Muoviti, incontra, apri la strada alle novità e sarai così capace di sormontare qualsiasi ostacolo si frapponga sulla via, e di essere un modello d’esempio positivo per gli amici e per tutti coloro che ti seguiranno! Ma solamente individuando da subito gli errori ti srà possibile correggerli ed evitare il peggio. Basta sapersi guardare dentro con saggezza per trovare la strada giusta per affrontare una decisione importante. E così sarai capace di esprimere sensazioni profonde su ciò che è giusto e vero.

Angela Braghin   angela.braghin@libero.it

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