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Matrix 2016 – Viviamo tutti in una simulazione al computer?

Lunario Paolo D'Arpini 29 aprile 2016

“Viviamo tutti in una simulazione al computer? Fisici e filosofi di alto profilo si sono riuniti a New York per dibattere un’ipotesi fantascientifica secondo cui il nostro universo è in realtà una simulazione di un’entità superiore e più intelligente, e che cosa significhi questo, anche se non fosse vero…” (Claudio Martinotti Doria)

Se voi, io e ogni cosa presente nel cosmo fossimo in realtà personaggi di un gigantesco gioco al computer, non necessariamente lo sapremmo. L’idea che l’universo sia una simulazione suona un po’ come la trama del film Matrix, ma è anche un’ipotesi scientifica legittima, per quanto controversa, ed è stata discussa di recente da un gruppo di ricercatori durante l’annuale Isaac Asimov Memorial Debate presso l’American Museum of Natural History di New York.

Il moderatore Neil deGrasse Tyson, direttore dell’Hayden Planetarium del museo, ha quotato a 50-50 la possibilità che tutta la nostra esistenza sia un programma sul disco rigido di qualcun altro.

“Credo che la probabilità sia molto elevata”, ha spiegato. deGrasse Tyson sottolinea che il divario tra l’intelligenza umana e quella degli scimpanzé è in contrasto con il fatto che abbiamo in comune con loro oltre il 98 per cento del nostro DNA. Da qualche parte potrebbe esistere un’entità dotata di un’intelligenza molto superiore alla nostra. “Al loro cospetto, potremmo essere solo dei poveri idioti”, ha sottolineato deGrasse Tyson. “In questo caso, è facile per me immaginare che tutto, nella nostra vita, sia solo una creazione di qualche altra entità per il suo intrattenimento”.

Menti virtuali
La classica argomentazione a favore di questa ipotesi è stata formulata nel 2003 da Nick Bostrom, filosofo dall’Università di Oxford, secondo il quale i membri di una civiltà avanzata in possesso di un’enorme potenza di calcolo potrebbero decidere di effettuare simulazioni dei loro antenati. Avrebbero probabilmente la possibilità di eseguire moltissime di queste simulazioni al punto che, al loro interno, la stragrande maggioranza delle menti sarebbe in realtà rappresentata da intelligenze
artificiali, invece che dalle menti ancestrali originarie. Così, semplici statistiche suggeriscono che è molto più probabile che le nostre menti siano tra quelle simulate.

E ci sono anche altre ragioni per pensare che potremmo essere virtuali. Per esempio, quanto più impariamo a conoscerlo, tanto più l’universo sembra essere basato su leggi matematiche. Forse questo non è un dato di fatto, ma dipende dalla natura dell’universo in cui viviamo. “Se fossi un personaggio di un gioco per computer, alla fine mi accorgerei di quanto le regole appaiano troppo rigide e matematiche”, ha dichiarato Max Tegmark, cosmologo del Massachusetts Institute of Technology (MIT). “Ciò semplicemente è frutto del codice con cui è stato scritto il gioco”.

Inoltre, nello studio della fisica continuano a presentarsi idee dalla teoria dell’informazione. “Nella mia ricerca, ho trovato questo fatto molto strano”, ha detto James Gates, fisico teorico dell’Università del Maryland. “Ho dovuto ricorrere a codici di correzione degli errori, molto utilizzati dai browser. Ma che cosa c’entravano con le equazioni su quark, elettroni e supersimmetria che studiavo? Questo mi ha portato brutalmente alla conclusione che non potevo più dare del pazzo a Max e alle persone come lui”.

Spazio allo scetticismo
Eppure non tutti i presenti all’incontro sono d’accordo con questo ragionamento. “Se si stanno trovando soluzioni prese dell’informatica per quei problemi, forse è solo la moda del momento”, ha sottolineato Tyson. “Se sei un martello, ogni problema ti sembra un chiodo”.

E anche l’argomentazione statistica secondo cui in futuro la maggior parte delle menti si rivelerà essere artificiale invece che biologica non è scontata, ha detto Lisa Randall, fisico teorico della Harvard University. “Semplicemente, non si basa su probabilità ben definite. Personalmente, ho problemi anche con l’idea secondo cui qualche entità voglia metterci dentro una simulazione. Siamo interessanti soprattutto per noi stessi, non vedo il motivo per cui queste specie superiori dovrebbero simularci”. Randall ha ammesso di non capire neanche perché altri scienziati trovassero divertente l’idea che l’universo possa essere una simulazione. “Piuttosto, sono molto interessata a capire perché così tante persone pensano che sia una questione interessante”. Secondo lei, le possibilità che questa idea possa rivelarsi vera “è praticamente zero”.

Viviamo tutti in una simulazione al computer?
L’uomo di fronte all’universo: proprio lo studio dei fenomeni cosmici potrebbe rivelare le firme della simulazione di nostri eventuali creatori (CC0 Public Domai)
Queste ipotesi dal significato esistenziale spesso tendono a essere non verificabili, ma alcuni ricercatori pensano di poter trovare qualche prova sperimentale del fatto che stiamo vivendo in un gioco per computer. Un’idea è che i programmatori possano aver introdotto semplificazioni per rendere la simulazione più facile da eseguire. “Se c’è una simulazione di fondo dell’universo che ha il problema di risorse computazionali limitate, proprio come succede a noi, allora le leggi della fisica devono essere poste su un insieme finito di punti in un volume finito”, ha detto Zohreh Davoudi, fisico del MIT. “Allora torniamo indietro per verificare se c’è qualche tipo di firma caratteristica che possa indicare che siamo partiti da uno spazio-tempo non continuo”. Questa prova potrebbe manifestarsi, per esempio, sotto forma di un’insolita distribuzione delle energie tra i raggi cosmici che colpiscono la Terra, che suggerirebbe che lo spazio-tempo non è continuo, ma fatto di punti discreti. “Questo è il tipo di prova come fisico troverei convincente”, ha detto Gates. Eppure, dimostrare il contrario, e cioè che l’universo è reale, potrebbe essere più difficile. “Non ha senso cercare di dimostrare che non siamo in una simulazione, perché ogni prova potrebbe essere simulata”, ha detto Chalmers.

La vita, l’universo e il tutto
Se si scoprisse che in realtà stiamo vivendo in una versione di Matrix, la vera domanda sarebbe: e se anche fosse? “Forse siamo in una simulazione o forse no, ma se lo siamo, ehi, non è poi così male”, ha detto Chalmers. “Il mio consiglio è uscire e fare cose davvero interessanti – ha aggiunto Tegmark – in modo che i simulatori non spengano tutto”.

Ma qualcuno aveva un approccio più contemplativo, sostenendo che la possibilità solleva alcune pesanti questioni spirituali. “Se l’ipotesi della simulazione è corretta, allora apriamo la porta alla vita eterna, alla risurrezione e alle cose che formalmente sono state discusse in campo religioso”, ha suggerito Gates. “La ragione è molto semplice: se siamo programmi nel computer, allora si può sempre eseguire nuovamente il programma, almeno fino a quando il computer non è danneggiato”.

Viviamo tutti in una simulazione al computer?
La pioggia di caratteri di codice resa famosa dal film Matrix: secondo i teorici della simulazione, staremmo vivendo tutti qualcosa di simile alla trama di questo film (CC0 Public Domain)
E se qualcuno da qualche parte ha creato la nostra simulazione, ciò renderebbe questa entità Dio? “Noi in questo universo possiamo creare mondi simulati e in ciò non c’è nulla che sia lontanamente inquietante”, ha detto David Chalmers, professore di filosofia della New York University. “Il nostro creatore non è particolarmente inquietante, è solo un hacker adolescente dell’universo che sta un gradino più su.” Cambiando punto di vista, anche noi siamo degli dei per le nostre creazioni al computer. “Di certo non ci consideriamo divinità quando programmiamo Mario, anche se abbiamo un enorme potere su quanto in alto Mario riuscirà a saltare”, ha sottolineato Tyson. “Non c’è motivo di pensare che sono onnipotenti solo perché controllano tutto ciò che facciamo”.

L’idea di un universo simulato porta a un’altra possibilità inquietante. “Cosa succederebbe” – ha concluso Tyson – se un baco bloccasse l’intero programma?

Clara Moskowitz

(La versione originale di questo articolo è apparsa su www.scientificamerican.com il 7 aprile 2016)

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Stratificazione della società funzionale al potere bancario – Mentre la BCE inizia la monetizzazione del debito pubblico

Lunario Paolo D'Arpini 6 aprile 2016

Loro lavorano mentre siamo distratti da faccende importantissime come: le unioni civili, le adozioni, l’utero in affitto, l’immigrazione, l’integrazione, e scandali da risolvere o mai risolti.

Alcuni inventano scappatoie di ogni tipo o sistemi paralleli al sistema vigente, ma il DEBITO deve essere pagato con valuta legittima, EMESSA dalle loro banche e ONORATA tra di loro, ma a discapito dei distratti addomesticati.

La “Doppia Partita” (cioè due sistemi paralleli) inventata secoli fa non ha mai funzionato. L’ultimo esempio più recente e più duraturo fu quello inventato dall’ingegnere Clifford Douglas, fondatore del Social Credit in Inghilterra, Canada, Australia, e in alcuni degli USA. Emetteva gli SCRIPT tra gli anni 30 e 65, ma le tasse dovevano essere pagate in valuta ufficiale, che creò una mostruosa doppia contabilità per tener conto dei prodotti scambiati con gli script e quelli scambiati per ottenere la valuta ufficiale.

Nel 2000, il grande Auriti emise la sua cartamoneta e sperava che raddoppiando il potere d’acquisto dei SIMEC, questi potessero spargersi velocemente a macchia d’olio, rimpiazzando velocemente sia la Lira (95% privata) che l’avvenente Euro (100% privato). Se non fosse stato per l’ignoranza dei soliti speculatori locali, e delle obbedienti “forze dell’ordine”, il concetto sarebbe andato in porto. (vedi “Bankenstein” di Marco Saba).

Auriti è la sola stella polare.

Lo scopo principale di una Costituzione ’sarebbe’ proprio quello di limitare “la Legge”. Se fate attenzione, molti Articoli nella Costituzione, importanti alla vita quotidiana, si rimettono alla Legge per specifici dettagli. cioè si rimettono ai CODICI. Quindi una Legge, può prevaricare la Costituzione. Inutile dire che se si può corrompere per ben due volte l’intera lega italiana del calcio, è molto più facile corrompere, in varie maniere, un manipolo di deputati o senatori dalle pressioni fatte dalle lobby che rappresentano i “poteri forti”. Per l’appunto non esiste “l’uomo super partes”. Ogni uomo deve proteggere se stesso e i suoi cari da varie avversità.

Ripeto:
“Questa odierna struttura della Comunità è stata intenzionalmente disegnata e perfezionata durante i secoli per stratificare qualsiasi Comunità in: super ricchi, ricchi, sicuri, precari, disoccupati, poveri ed emarginati; incitando TUTTI contro TUTTI, nazione contro nazione; una struttura che genera per causa-effetto una perenne catena di rivolte, rivoluzioni e guerre sia civili che internazionali. Ce lo dice la vera STORIA che si ripete con distruzioni sempre più violente a pari passo con la tecnologia”.

Vi prego di trovare il tempo di leggere bene questo articolo allegato, scritto con pura intelligenza e conoscenza, per comprendere che qualsiasi delle classi sociali citate È e PUÒ ESSERE “terrorista” e “anti-terrorista” allo stesso tempo, in diretta relazione al grado di BENESSERE in cui si trova, o al grado che aspira di ottenere. La foto scelta è molto eloquente.

Oltre agli esempi di STORIA citati dall’autore, vi aggiungo quello di John Davison Rockefeller che avendo il monopolio sul carbone, prim’ancora di quello sul petrolio, ordinò ai suoi aguzzini di sparare sui minatori che si rifiutavano di lavorare date le condizioni pericolose delle miniere.
Simili atti di “terrorismo” si riscontrano con effetti differenti nella privatizzazione dell’Italsider (statale) in ILVA di Taranto che per decenni non un centesimo fu speso per migliorarla e per sminuirne l’impatto ambientale. O la svendita di 4 altre acciaierie alla Thyssen Krupp e poi chiuse, mettendo in povertà 5000 persone. O la rilocazione della FIAT (FAC) dopo i miliardi di sussidi pagati dai contribuenti. O dell’AL.CO.A (Aluminum Company of America) che ha chiuso i battenti in Sardegna dando via al Tribunale Popolare di Oristano. O dell’Ansaldo, o della Nuovo Pignone … eccetera, eccetera, eccetera , rendendo gli italiani sempre più dipendenti sulle importazioni e quindi indebitandosi di più per importare materie e materiali necessari per sopravvivere le leggi fisiche della Natura. Tutti atti di “terrorismo” ad alto livello.

Voglio aggiungere che sia prima che dopo i renziani ce ne sono altri che credono che la “politica” sia la scalata al POTERE, tramite l’arte di nascondere al pubblico le operazioni della finanza e dell’industria.

Antonio Palma – antoniopalma12@gmail.com

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Articolo collegato:

BCE INIZIA MONETIZZAZIONE DEL DEBITO PUBBLICO
Posted on 01/04/2016 by admin
BCE INIZIA MONETIZZAZIONE DEL DEBITO PUBBLICO
Per risolvere il problema del debito pubblico, è stato iniziato da Dublino un esperimento monetario sotto l’egida
della BCE: l’Irlanda emette buoni del tesoro a scadenza centennale, al tasso fisso lordo del 2,5%, e la BCE li
compera sul mercato primario. Le conferme si trovano nel web.
Dato che calcoli a 100 anni sono al di fuori di qualsiasi ragionevole prevedibilità economica, l’acquisto e la
gestione di tali titoli è palesemente pensata per soggetti che non si limitano a cercare di prevedere o indovinare,
come è il caso dei risparmiatori, ma che hanno la forza di prendere e imporre decisioni di lungo termine, come è il
caso del cartello bancario­monetario BRI­IMF­FED­BCE & C.
Se l’esperimento avrà successo, e se Berlino non avrà la forza di bloccare tutto, lo si potrà estendere a tutti i paesi
europei aventi un grave indebitamento pubblico, per rimetterli in grado di eseguire investimenti pubblici in
funzione di rilanciare quelli privati, i redditi e l’occupazione.
E forse si potrà applicare anche per la risoluzione delle crisi bancarie da deterioramento dei crediti.
01.04.16 Marco Della Luna

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Commento di Giorgio Vitali:

Hai sottolineato il punto essenziale… la dabbenaggine, la vigliaccheria, l’assuefazione, il menefreghismo indolente, la distrazione. Se non ci fossero questi elementi l’umanità sarebbe altra cosa. Sto pensando a cosa si potrebbe fare una volta avuto un minimo di potere. NAZIONALIZZARE la banca centrale. Se ne avvantaggerebbero tutti. Ma chi se ne accorgerebbe? Peggio, chi ti ringrazierebbe? Quando PRIVATIZZARONO Bankitalia giocavo in Borsa. Approfittavo di quel momento favorevole, forse creato ad arte, per guadagnare qualcosina. GUADAGNAI tanto da potermi comprare casa ma…preso dal delirio ( che peraltro ben conoscevo), delirio del possesso, delirio di onnipotenza…. una puntatina in più…. questa azioni sono sicure… (fui fregato dalla Montedison mai immaginando cosa si stava tramando alle sue spalle), non sfruttai l’occasione. Altri persero tutto NON avendo guadagnato niente.Mi è però servito per capire come funziona il sistema monetario e finanziario (è esattamente come giocare in Borsa). Ebbene, pur conoscendo bene la storia di Bankitalia e delle tre BIN, non capii che cosa stava avvenendo con la privatizzazione di queste tre banche. NOTA finale…la messa in circolazione del SIMEC a Guardiagrele, (leggere il libro di Marco Saba: Bankenstein), aveva messo un turbine alla miserella economia di quel paesino di montagna dell’Italia Centrale. Dopo tutte le vicissitudini che conosciamo, peraltro VINTE da Auriti, nessuno di quei commercianti che si erano avvantaggiati pensò di ripristinare il SIMEC. In un certo senso, è simbolicamente funzionale il mito della Passione di Cristo, quando viene portato al Calvario tra la folla acclamante e deridente. Parleremo in futuro anche delle cause di certi comportamenti della politica. GV

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17 aprile 2016 – Renzi, il trivellatore antidemocratico non passerà….

Lunario Paolo D'Arpini 24 marzo 2016

Matteo Renzi chiede agli italiani di “astenersi” dall’andare a votare al referendum del 17 aprile 2016 riguardante le trivelle petrolifere a mare…..

Già il fatto che un politico, anzi un presidente del consiglio, chieda di disertare le urne piuttosto che andare a votare si o no, indica la scorrettezza e la mancanza di sportività dello stesso; se poi si considera che, queste concessioni estrattive rendono meno del 6% alle casse dello stato, e che, oltre al rischio di azzerare la nostra ricchissima industria del turismo (che dovrebbe essere la nostra prima risorsa) alla fine del giacimento le piattaforme non devono neanche essere smantellate, vedi quelle abbandonate a largo delle coste, quindi il bilancio costi/benefici, come lo valutate? Stesso discorso, se non peggio, le cave di marmo a Carrara, che pagano l’1% di quello che dichiarano, come da un servizio delle iene tempo fa.. oltre al fatto che toccare gli idrati di metano subacquei, può dar problemi geologici, visto cos’è successo ad una piattaforma petrolifera a largo della Tunisia, ma a 120 Km da Pantelleria?

E poi, perché invece di autorizzare altre perforazioni, che a mio parere potrebbero anche essere utilizzate come estrema riserva, visto anche il minimo storico del prezzo degli idrocarburi; perché -ad esempio- non autorizzano la raccolta della legna morta che intasa gli alvei dei fiumi, o non danno concessioni per ripulire i boschi demaniali abbandonati, che altrimenti prendono fuoco ogni anno, ed ultimo, ma non ultimo, perché non danno concessioni per riconvertire i tanti mulini ad acqua presenti in Italia, a minicentrali idroelettriche, come fanno gli altri paesi europei? Semplicemente perché lì non ci sarebbero tangenti ed altri favori da ottenere, come dalle compagnie petrolifere..

E tanto per concludere, a proposito di sfruttamento petrolifero, guardate ‘mpò lo scempio in Basilicata… dove sfruttano i giacimenti senza tanto curarsi dei disagi alla popolazione, a parte dar lavoro a pseudo “enti” che tutelano solo i loro interessi…

Eugenio Gaspari

Mio commentino: “Ricordo a tutti i treiesi che il giorno 2 aprile 2016, alle ore 17.00, in vista dell’importante referendum del 17 aprile, si tiene un incontro pubblico per spiegare le ragioni del “Sì”: STOP trivelle. presso Sala Congressi Hotel Grimaldi di Treia”

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Le sanzioni USA contro la Russia come vendetta per la Crimea

Lunario Paolo D'Arpini 19 marzo 2016

La Crimea viene paragonata a una portaerei per una ragione, chi la controlla può controllare tutti i Paesi del bacino del Mar Nero. Turchia, Bulgaria, Romania, Georgia, Ucraina, Russia. Bene, la Russia ora controlla questo spazio. Tuttavia, se due anni fa, grazie al referendum popolare, la Crimea non fosse tornata tra le coste russe, oggi vi poteva sventolare la bandiera a stelle e strisce. Tutto il finanziamento di Majdan in Ucraina era volto a un particolare obiettivo, per il quale il dipartimento di Stato degli Stati Uniti non risparmiò né valigie di dollari, né i biscotti della Nuland, la Crimea. Il Sistema di difesa antimissile statunitense in Crimea avrebbe impedito alla Russia del Sud e Sud-Ovest la possibilità di usare i missili balistici, deterrente nel cosiddetto attacco nucleare preventivo statunitense. Non a caso il tanto vantato progetto di difesa missilistica europea, che innervosisce i nostri politici e militari, ha floppato col ripristino dello status quo in Crimea. Gli statunitensi bramavano la Crimea. Forse non come 53.mo Stato degli Stati Uniti, ma come potente base militare di sicuro. E avrebbe ripagato il rapido impoverimento di Kiev per i prossimi cento anni, sufficienti a far tacere il governo e la Majlis dei tartari di Crimea, e frenare gli appetiti della Turchia per la penisola. Il 13 febbraio 2014, quando i pneumatici e le truppe Berkut bruciavano sulla Majdan, uno squadrone della marina statunitense, guidato dalla portaerei George Bush con 90 aerei ed elicotteri a bordo e scortata da 16 navi da guerra e 3 sottomarini nucleari lasciò Norfolk per il Mar Egeo. Dieci giorni dopo, quando il presidente Yanukovich fu deposto a Kiev, la squadra attraversò il Bosforo sul Mar Nero. Sulla sua rotta vi erano le coste della Crimea, dove i marinai statunitensi speravano di vedere sulle mura della base della Flotta del Mar Nero russa le bandiere a stelle e strisce e ragazze con vishivanki e gonne corte salutarli con pane e sale. Ma gli statunitensi non le videro mai, e non furono accolti dalle “persone educate” già apparse in Crimea, e la Marina russa conduceva esercitazioni nelle vicinanze. Lo squadrone statunitense virò e si ormeggiò al largo delle coste della Turchia in attesa. Il cacciatorpediniere Donald Cook fu inviato in ricognizione, in un primo momento navigando allegramente in direzione di Crimea. Qui si ebbe l’assai noto incidente con il bombardiere Su-24 russo che più di dieci volte simulò un attacco alla nave statunitense, essendo invisibile al radar. L’aereo fu osservato visivamente, ma era invisibile ai radar, anche quello dei lanciamissili. Il sistema anti-radar Khibinij lo rese invisibile e il cacciabombardiere si rifugiò in un porto rumeno, e presto l’intero squadrone statunitense rientrò a casa; l’ingresso vittorioso a Sebastopoli fu annullato.
“Gli statunitensi si erano preparati molto seriamente e debitamente all’ingresso in Crimea, ha detto il membro del Comitato del Consiglio per la Difesa e la Sicurezza della Federazione Dmitrij Sablin. Un anno prima degli eventi di Majdan di Kiev, fecero restaurare vari edifici a Sebastopoli e Simferopol, dove previdero di ospitare il comando e l’unità d’intelligence, e basi aeree e presidi militari, che appartenevano all’Ucraina, furono considerate proprie installazioni militari e inviarono istruzioni per la conversione agli standard della NATO. Nei piani dell’esercito statunitense l’aprile 2014 era la data d’inizio degli aggiornamenti in Crimea. Sembrava che il problema fosse stato risolto. Ma il referendum sventò i loro piani, e il 18 marzo la Crimea ridivenne russa, dove gli ospiti stranieri non erano più graditi. In seguito gli statunitensi riconobbero che i russi li giocarono su tutti i fronti, ed imposero sanzioni impotenti, per vendetta per la Crimea“. Anche gli esperti occidentali che non possono essere accusati di amicizia verso la Russia, dicono che gli statunitensi previdero di creare una potente base militare in Crimea. E se si considera il fatto che nel 2017 scadeva il termine dell’accordo con l’Ucraina sul contratto d’affitto alla Flotta russa della base navale di Sebastopoli, gli Stati Uniti avrebbero acquisito il dominio completo nel Mar Nero. Dalla Crimea, Voronezh e Mosca possono essere facilmente prese di mira e, se necessario, anche… la Turchia. “Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, la Turchia ancora una volta cominciò a considerare la Crimea parte del mondo turco. Oggi Ankara sostiene apertamente la parte del Mejlis dei tartari di Crimea che organizza il blocco della Crimea, finanzia formazioni armate sul territorio della regione di Kherson ed organizza provocazioni al confine russo-ucraino, afferma il capo del centro di ricerca sulla Crimea dell’Istituto di studi orientali dell’Accademia russa delle Scienze Aleksandr Vasiliev. Ma qui la Turchia, come Paese della NATO, ha un conflitto di interessi con il “fratello maggiore” USA. Gli statunitensi preferiscono agire in modo indipendente nel Mar Nero e difficilmente lascerebbero alla Turchia la Crimea, se non per affrontare la parte russa della popolazione della penisola. E’ possibile che Ankara possa anche rompere le relazioni con Washington, perché nutre la mera pretesa della Crimea“.
La Russia ora attrezza attivamente la Crimea non solo come resort. La Flotta del Mar Nero è stata rafforzata da una ventina di navi moderne, tra cui sei sottomarini, una fregata (e altre in futuro), un incrociatore lanciamissili e piccole navi lanciamissili. Un folto gruppo delle Forze di reazione rapida composto da paracadutisti e Fanteria di Marina è di stanza nella penisola, sostenuto dalla divisione delle Forze Aeree da combattimento dell’Aeronautica e della Difesa Aerea dotata dei nuovi sistemi di difesa aerea S-400. Presto vi saranno i missili balistici Topol-M e Jars, che nel migliore dei casi possono essere monitorati dagli statunitensi, ma non distrutti. I complessi missilistici Iskander-M e Bastion semplicemente non permetteranno al nemico di avvicinarsi al territorio della Crimea per una distanza 500-2000 chilometri. “Naturalmente, non molleremo mai la Crimea, nonostante minacce e sanzioni dagli Stati Uniti, afferma Dmitrij Sablin. Oltre alla retorica patriottica che, naturalmente, non è all’ultimo posto, non si sprecano le parole della canzone che parla di Sebastopoli, considerata la città gloriosa dei marinai russi; la Crimea è strategica, in termini militari. Se si fa un’analogia storica, è come Stalingrado nel 1942. Se le truppe sovietiche non l’avessero mantenuta sul Volga, i tedeschi avrebbero sfondato verso Baku, gli Urali e l’India. E le sanzioni… le mosche sono fastidiose per un orso, ma lui li alza le spalle“.

Viktor Sokirko, Fort Russ, 19 marzo 2016

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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Enrique Calvet: “UE. Uno scandalo che è stato minimizzato da tutti (governi, stampa, etc.)”

Lunario Paolo D'Arpini 3 marzo 2016

Heureusement, il y a des MPE qui ne se laissent pas duper par les omissions dialectiques des politiciens et par la propagande Anglo-Anglo-américaine. Il en faudrait beaucoup plus pour dénoncer cette prostitution de l’Europe déjà à partir de la langue dont la primauté ne dispose d’aucune légitimité et en saisir la Commission et le Conseil.
AMC

Enrique Calvet*
Lo nuevo y destructivo es que la salida de Reino Unido se plantee como amenaza para conseguir tratos discriminatorios y de favor
En el día 19 de febrero se jugó una partida que, sin duda alguna, condicionará la libertad, prosperidad y seguridad futura de generaciones de europeos, y por ende de españoles, mucho más que la agobiante coyuntura española que tanto ocupa las primeras planas. El día 19 de febrero, el Consejo Europeo culminó de alguna forma la peor respuesta europea al chantaje de Cameron para que el Reino Unido medio-permanezca formalmente en la UE amparado por los Tratados.
Cierto es que pagamos, los europeos, errores desde hace mucho tiempo. Probablemente las famosas cláusulas opting out que nos han inundado desde la época de Thatcher. Ella ya pretendió cambiar el modelo del Tratado de Roma (discurso de Brujas) y la lenidad en la respuesta fue la primera equivocación. El resultado es que el Reino Unido está out en muchísimos aspectos trascendentales y vertebradores (el euro, por ejemplo) y de vez en cuando pasa al opting in si con ello gana algo concreto a corto plazo. Su visión de Europa como un proyecto político ambicioso y ciudadano para el futuro es nulo. Y lleva entorpeciéndolo con mayor o menor intensidad desde lustros. Los argumentos para soportarlo han evocado dos cosas. Una inaceptable: las supuestas especificidades del Estado británico, como si los otros Estados no tuvieran especificidades. La otra, el hecho romántico de que todos los europeístas utópicos, como nosotros, preferimos una gran Europa Unida con todas sus grandes naciones del Atlántico a los Urales.
Por supuesto que preferimos tener a bordo un Reino Unido europeo y europeísta. Pero no este Estado británico, no un quinta columnista dispuesto a chantajear y viciar el proyecto desde dentro y en el momento más doloroso e inoportuno posible. Obviamente, intereses geoestratégicos y diplomáticos, muy hábilmente tutelados por la diplomacia norteamericana, y la compleja dialéctica franco-alemana también han permitido esa situación de semimiembro incordiante del Reino Unido.
Eso no es nuevo, ni tampoco es insólito que un Estado miembro quiera y pueda marcharse de la UE (artículo 50 del Tratado de la UE). Pero lo que sí es peligrosamente nuevo y destructivo es que la salida se plantee como amenaza para conseguir tratos discriminatorios y de favor, dañando letalmente el proyecto europeo de los padres fundadores y el marco jurídico.
En ese proyecto muchos de nosotros vemos, o vimos, la única salida política hacia la paz, la libertad ciudadana y la prosperidad en Europa, en estos tiempos de continentalización de la relación de poderes. No es sólo que algunas solicitudes de Cameron vayan contra los Tratados (capacidad de Parlamentos nacionales de bloquear la tarea legislativa de la Comisión, el Consejo y el Parlamento, por ejemplo), o atenten contra la libre circulación de personas, elemento clave de la UE, o contra una Europa integrada de los servicios financieros, ni, incluso, que pretenda destruir el propio concepto del euro y de sus instituciones. Lo peor es que exige darle la vuelta a la propia idea de construcción europea. Pretende que admitamos todos que el inevitable destino y éxito de Europa NO consiste en una paulatina pero firme y permanente mayor unión política. ¡¡¡¡Que renunciemos a la construcción de una Europa política de ciudadanos europeos!!!!! Y eso en el momento en que Europa está agónicamente necesitando mayor gobernanza integrada, mayor conducción centralizada (economía, defensa, seguridad, medio ambiente, política social…) ante la peligrosa renacionalización populista agresiva, à la mode de los años 30.
La pregunta sería, en este caso: ¿para qué queremos que se quede? No nos amenace, váyase honradamente y como amigo, y hagamos el mejor tratado fructífero posible entre dos unidades políticas distintas, la UE y Reino Unido, que seguro que será muy bueno. Funcionó con España durante años y está funcionando con Noruega o Suiza.
Pero, y esta es la novedad trágica y lo que se dirimió el 19 de febrero, el Consejo Europeo (el conjunto de los Estados de la UE) y Juncker optaron por una permisividad y concesión absoluta hasta niveles deletéreos. Optaron por sacrificar la construcción europea y el modelo europeo. Lo peor de este proceso destructivo no ha sido la actitud politiquera de Cameron ni sus irregulares exigencias, lo peor con mucha diferencia han sido las cesiones de Tusk. El colmo irrecuperable ha sido su propuesta escrita de que no hay que reinterpretar los Tratados como una evolución inevitable y aceptada hacia mayor integración política, sino como una expresión afable de buenos sentimientos en comandita. Tusk, para quién no lo sepa, es el presidente del Consejo Europeo. Pero ni por esas tiene legitimidad ni capacidad para reinterpretar ni desvirtuar la esencia misma del Proyecto que se empezó a construir hace unos sesenta años y que es, ahora, patrimonio de la Humanidad. Pero ese mismo Consejo Europeo, el 19 de febrero decidió aceptar la propuesta de Tusk/Cameron de acabar con el concepto y la dinámica de la UE que hemos construido, retorciendo la legalidad, y a nuestro juicio la ética, hasta extremos deleznables.
Se dice que una razón para evitar que el Reino Unido se vaya (aunque siempre ha estado medio fuera) es que abriría la puerta a otros que le seguirían. Pues si la UE sigue siendo lo que debe ser y ha sido, tal vez sea la solución para que un núcleo duro de Estados permanezca y dé un paso hacia adelante y refuerce el proyecto real sin lastres. ¡Ya volverán los no europeístas! Pero estamos seguros de que si se cede a chantajes y se falsea la esencia misma de la construcción de una Unidad Política de ciudadanos europeos, no unos países, sino todos, seguirán el ejemplo (Marine Le Pen en Francia ya lo ha anunciado) y seguirán desvirtuando la Unión pidiendo especificidades. El proyecto europeo, y probablemente el euro, pierdan muy rápidamente credibilidad, seriedad y dejará de ser atractivo para las nuevas generaciones que no lo verán como una palanca para sus libertades y prosperidad futura, sino como un mercadeo de regates a corto. Y es posible que nos hayamos quedado huérfanos de futuro un 19 de febrero.

*Enrique Calvet es eurodiputado del Grupo de los Demócratas y Liberales por Europa. En sección Tribuna de El País, 1 MAR 2016 -

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