Archivio della Categoria 'Lunario'

02.02.2020. Candelora laica e offerta di luci con canti

Lunario Paolo D'Arpini 1 febbraio 2020

…il 2 febbraio si festeggia la “Candelora” che trae origine da un’antica festa pagana denominata “Lupercalia”, connessa al culto antico della Madre Terra, tesa a rappresentare i riti della sessualità e della fertilità.“Candelora candelora dell’inverno semo fora. Ma se piove e tira vento nell’inverno semo dentro” – Così recita il detto popolare, dal che dovremmo dedurne che siamo ancora nel pieno dell’inverno, visto il maltempo che imperversa… Ciò non toglie che dal punto di vista astrologico a partire dai primi di febbraio si avverte, almeno nello spirito, l’inizio della primavera.

Certo non è la primavera astronomica… è un’avvisaglia di primavera. Questo è un periodo di freddo intenso ma riprende a crescere la durata del giorno ed anche l’aria a volte si addolcisce ed invita i piccoli germogli, che stentano a uscir dal suolo, ad avventurarsi fuori alla luce del sole. In questi giorni sentiremo un’aggiunta di energia, chiamiamola una scorta psico-energetica, che consente di affrontare condizioni straordinarie e crisi acute -come avviene talvolta alle piantine che si avventurano al sole e ricevono invece la gelata- è una questione di vita o di morte!

Il significato recondito della Candelora sta a rappresentare l’incontro-scontro degli opposti: Yang (il caldo), Yin (il freddo).Un momento questo che presuppone un cambiamento ineluttabile. E la spinta viene da quella ‘terza parte’ (la continua mutazione) che conduce al rinnovamento della vita. L’organismo vivente è in stretta correlazione con tutto ciò che lo circonda. Ad alcune cose è affine ad altre è in antagonismo. Saper far fronte a situazioni opposte mantenendo un equilibrio di mente e di corpo, deriva dalla capacità dell’organismo e della mente di integrare nel loro funzionamento le diverse energie vitali. L’acqua, il cibo, il freddo, il caldo, il moto, la quiete, il sonno la veglia, la pulizia e l’influenza spirituale…. la somma di tutti questi fattori, vissuti correttamente, è salute. Perciò accettiamo il freddo e le avvisaglie di primavera con la “benedizione delle candele”, simbolo quest’ultimo della luce che avanza!

In sintonia con questo messaggio, il 2 febbraio 2020, alle ore 20,  a Spilamberto accenderemo  anche noi le nostre candele… nella Cave  di meditazione di Caterina, e  canteremo un antico inno dedicato all’offerta di luci (Jota se Jota).

Paolo D’Arpini – Info. 333.6023090 – circolovegetariano@gmail.com

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“Compagni di viaggio. La ricerca spirituale laica inizia e finisce nel Sé” di Paolo D’Arpini con postfazione di Caterina Regazzi

“Compagni di viaggio. La ricerca spirituale laica inizia e finisce nel Sé”
Autore: Paolo D’Arpini
Postfazione di Caterina Regazzi
Edizioni OM Bologna, Via 1 Maggio 3/e – Quarto Inferiore
Tel. 051 767079 – Cell. 393/33.64.368

Dalla IV di copertina:
“Compagni di viaggio” è una sorta di diario, una raccolta di aneddoti e di esperienze vissute assieme a personaggi particolari, diremmo “straordinari”, incontrati lungo il cammino spirituale. La via personale dell’autore è quella della spiritualità laica, quindi questi incontri con i “santi” sono narrati in modo molto informale senza alcuna enfasi o pretesa, cercando comunque di trasmetterne l’insegnamento o il messaggio ricevuto. In alcuni casi gli incontri non sono nemmeno avvenuti su un piano fisico ma su un piano elettivo. Il testo contiene resoconti di prima mano di alcuni momenti significativi vissuti assieme a diversi maestri, una narrazione di dialoghi e confidenze, le stesse che si raccontano tra amici nei momenti d’intimità, durante il ritorno alla nostra vera casa.

Postfazione di Caterina Regazzi:

Il mio amato Paolo mi ha chiesto di scrivere una postfazione al suo libro “Compagni di viaggio”, ed io, che pure compagna del suo viaggio sono, mi ci accingo, non dico di buon grado, in quanto le cose da fare nella mia vita sono tante (per me) e le energie in questo periodo sono poche. Del resto glielo devo proprio perché la lettura di certi suoi racconti, di cui molti sono compresi in questo libro, è stata per me un grande nutrimento, che mi ha fatto avvicinare ancora di più, di quanto non stessi già facendo da sola, ad un mondo di spiritualità in cui l’evento principale, la tendenza a… più forte è la “scoperta del Sé”. Eh si, perché nonostante il contenuto più evidente in questo libro siano i racconti
degli incontri di Paolo con vari santi e saggi, incontri diretti, fisici, ma a volte solo indiretti, i personaggi descritti e ricordati hanno avuto per Paolo, ed indirettamente avranno sul lettore, lo scopo di aiutarlo a scoprire il proprio Sé, fungendo da specchio, in cui l’ente si riflette, vi vede e si riconosce.

Il testo, a tratti, è un dialogo di Paolo con se stesso o forse con un ipotetico lettore, per cui, per me è stato quasi impossibile, nella correzione delle bozze, fare alcun taglio, alcuna sostituzione, persino, come avevo iniziato a fare, togliere alcuni puntini di sospensione che per me erano di troppo, che evocavano un discorso “parlato” più
che scritto, e che qui abbondano. È una scrittura appunto “evocativa” che lascia al lettore la possibilità di immaginare, per terminare la frase, un finale tutto suo. Difficile per me, che sono una persona molto concreta (o lo ero?), digerire questo tipo di scrittura.

Ma, parlando di spiritualità, come si fa ad essere concreti? Ognuno di coloro che leggeranno questo testo, potrà trovarvi fatti, idee, immagini che gli “risuonano” o magari cose che lo infastidiranno, ma di certo questo libro non può lasciare indifferenti. Il percorso spirituale di Paolo è la sua vita e la sua vita è il suo percorso spirituale. Questi racconti sono stati originariamente scritti durante anni ed anni di incontri e di esperienze. Un libro sulla spiritualità laica? Sugli incontri della sua vita che hanno illuminato il suo percorso? La descrizione dell’emergere improvviso dal buio della luce del suo spirito? Presto fatto: c’è un grande baule immaginario dove negli anni sono stati fortunatamente (anche per noi) e fortunosamente (per lui) raccolte le impressioni, le esperienze, che si possono leggere e godere anche come “semplici” avventure, che appaiono vive e vivide come fossero state vissute appena ieri e raccontate in maniera così vitale e a volte anche auto-ironica che ci pare di vederle scorrere davanti ai nostri occhi e, come un bambino che guarda e riguarda per dieci, venti volte sempre lo stesso cartone animato o si fa leggere per dieci venti volte la stessa favola, io leggo e rileggo alcune di queste storie con rinnovato piacere e godimento (la lebbrosa, l’abbracciona, la storia con Leslie, ecc.).

Mi ritengo una persona molto fortunata di poter godere di queste esperienze anche se di seconda mano perché Paolo non ne fa mistero e le custodisce sì nel suo cuore, ma le condivide generosamente con chi sa che le potrà apprezzare e farsene bagaglio. E così sarà per chi si avvicinerà a questo libro, certo che dopo averlo letto e magari anche riletto, consumandolo quasi, ognuno potrà guardare dentro e fuori di sé, con maggior chiarezza e amore. Ancora una volta, Paolo, grazie per quello che ci doni e di essere quello che sei. (Caterina Regazzi)

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Psicostoria religiosa. Il cristianesimo è una invenzione di Paolo di Tarso

Lunario Paolo D'Arpini 26 dicembre 2019

Ciò che viene definito “storia” è al meglio una cronaca aggiustata in funzione di soddisfare le esigenze dei potenti coinvolti negli eventi descritti… oppure rispecchia le posizioni ideologiche dei narratori, che debbono in ogni caso far sempre i conti con il potere in carica.. Lo vediamo anche nelle cronache attuali, quelle dei giornali, radio e tv, in cui la narrazione dei fatti è sempre aggiustata al fine di soddisfare un “potere” od un “idea”…

Secondo la teoria di Albert Einstein si può dedurre che una forma che si manifesta nella spazio è semplice durata nel tempo. Come dire che la proiezione energetica della forma è individuabile soltanto in rapporto con la sua prosecutio temporale. Da qui l’idea che ogni cosa ed ogni accadimento sono semplici proiezioni spazio temporali, e pertanto “immaginarie”, ovvero percepibili attraverso la visione, in un continuum inscindibile… La coscienza riflessa della mente è in grado di fermare i fotogrammi nel caotico flusso energetico spaziotemporale rendendo le forme, i fatti, insomma ciò che compone lo svolgimento dell’agire, non solo visibili ma anche consequenziali e sperimentabili sensorialmente.

Nella descrizione degli eventi, definita storia, prevale l’impressione dell’osservatore (come sopra evidenziato), questa è la caratteristica della mente individuale che, percependo attraverso la rete di sue predisposizioni, interpreta ed aggiusta i significati delle azioni vissute o riportate.

A questo punto per conoscere una parvenza oggettiva di “verità” occorre rivolgersi alla psicostoria, ovvero alla capacità di lettura della memorizzazione automatica, empirica, della registrazione contabile non percettibile, presente nell’insieme degli eventi. Per cui se vogliamo conoscere la storia, quella vera, è necessario introdursi nel magazzino akashico della funzione mnemonica vitale, che è presente in forma olografica in ognuno di noi.

Bisogna pescare nell’inconscio, bisogna percepire quello che è presente nella mente universale in forma di traccia mnemonica psico-fisica. Bisogna comprendere gli eventi narrati non solo dal punto di vista del narratore ma di quello dei vari personaggi coinvolti. Bisogna sprofondare nel mondo archetipale e sapersi riconoscere in ognuno dei “modelli” evocati. Bisogna lasciar andare la ragione e l’analisi per soffermarsi sulla memoria collettiva dalla quale possono così emergere messaggi e intuizioni diverse dalle conclusioni descritte nella storia ufficiale.

Secondo la teoria della “psicostoria” si potrebbe arrivare a ciò attraverso l’analisi memorica residua impressa negli oggetti coinvolti negli eventi… Con questo metodo possono aversi risultati “stravolgenti” rispetto a quelle che sono le opinioni sulle cause degli eventi storici, ad esempio nell’analisi che stabilisce i motivi della caduta dell’impero romano di solito si evidenziano sia la decadenza dei costumi, sia la calata dei barbari ma non si tiene mai conto delle conseguenze dell’affermazione cristiana, che fu veramente un fatto disgregante e distruttivo della romanità, trasformandola da civiltà politica laica in mera fondazione religiosa.

E qui mi sembra utile fare una piccolo inciso. Dopo la scoperta dei rotoli di Qumran è risultato evidente che gli insegnamenti e le cronache in essi contenuti anticipavano di fatto tutti gli insegnamenti cristiani. Solo che quei rotoli erano di molto antecedenti all’ipotetica nascita di Cristo. Dopo la distruzione di Gerusalemme ad opera di Tito si intensificò la diaspora ebraica (che era già iniziata da tempo immemorabile essendo gli ebrei già presenti in moltissimi luoghi nel mondo). Fra i vari gruppi o sette ebraiche quella degli Esseni era la più spiritualmente qualificata e la meno radicata alle tradizioni rabbiniche.

Da qui la bella pensata di Saulo di Tarso, un ebreo cittadino romano il quale, evidentemente al corrente della filosofia essena, aveva capito una cosa… ovvero che nella immaginazione scritturale ebraica si continuava a prospettare l’arrivo di un messia, salvatore d’Israele, ma di messia -o autodefinitisi tali- ne erano passati a decine nei secoli ed il risultato era sempre stato deludente. Per questo Saulo decise -pragmaticamente e mettendosi contro le gerarchie rabbiniche- che non valeva più la pena di proiettare la venuta del messia in un futuro lontano (cosa che per tutti gli altri ebrei era motivo di speranza e di forza per continuare a mantenere la “fede”) e intuì anche che non poteva trionfare presso le popolazioni umane una religione che fosse trasmissibile solo per via ereditaria diretta (geneticamente). Egli decise perciò due cose che cambiarono radicalmente la struttura della religione giudaica, allargandola sempre più e rendendola inoltre alla portata di tutti. In primis Saulo stabilì che il messia non doveva venire in futuro ma era già venuto in passato e “descrisse” (come fatto storico) un personaggio (che dal punto di vista delle cronache ufficiali romane non è mai esistito) mettendogli in bocca quegli insegnamenti che facevano parte della tradizione dei rotoli del Mar Morto (di cui sopra) e soprattutto stabilì che si potesse aderire alla nuova “religione” non solo per censo ma anche per conversione…. Quella fu la causa della frattura definitiva tra la sua setta chiaramente “eretica” e l’ebraismo tradizionale e da quella frattura nacque il cristianesimo (che assunse una sua identità specifica a partire dal III secolo d.c o meglio dall’anno 1.000 di Roma).

Questo percorso esemplificativo, che qui vi ho narrato, è il risultato di una “lettura” psicostorica.

Paolo D’Arpini

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Il M5S di Luigi di Maio perde seguito e consensi perché obbedisce alla UE e alla NATO! La Lega di Matteo Salvini se ne giova finché è all’opposizione…

Lunario Paolo D'Arpini 30 ottobre 2019

Le elezioni in Umbria confermano la crisi del sistema politico della Repubblica Pontificia asservita alla NATO e all’UE!

L’esito delle elezioni in Umbria conferma che crescono il malcontento, il malessere, l’insofferenza e la rivolta delle masse popolari contro il corso catastrofico delle cose che la borghesia imperialista ha imposto anche nel nostro paese da quando circa quaranta anni fa ha ripreso in mano nel mondo intero la direzione del corso delle cose. I partiti che da trenta anni a questa parte hanno composto i governi che hanno attuato nel nostro paese il programma della borghesia imperialista perdono terreno ad ogni elezione. Il PD di Romano Prodi e di Matteo Renzi, erede della combriccola del CAF (Craxi-Andreotti-Forlani) e del PCI di Berlinguer, perde ovunque voti ad ogni elezione. Il Partito di Berlusconi, da circa trenta anni portavoce politico della malavita organizzata e di molti gruppi imperialisti, segue la stessa strada. Si allarga la breccia che con il voto del 4 marzo 2018 le masse popolari hanno aperto nel sistema politico della Repubblica Pontificia asservita alla NATO e al Fondo Monetario Internazionale (FMI) diretti dai gruppi imperialisti USA e all’UE (Commissione e Banca Centrale) dei gruppi imperialisti europei.

I tentativi fatti dal M5S di Luigi Di Maio e dalla Lega di Matteo Salvini di rabberciare la breccia erano destinati al fallimento. Il fallimento è già lampante per il M5S da quando ha accettato di servire la NATO e l’UE, prima in compagnia della Lega e poi in compagnia del PD. Finché aveva dato voce all’insofferenza delle masse popolari per l’ordine imposto dalla comunità internazionale dei gruppi imperialisti europei, USA e sionisti, il M5S aveva raccolto attivisti ed elettori. Da quando cerca di conciliare con le imposizioni dell’UE e della NATO le prospettive che ha fatto balenare agli occhi delle larghe masse, non fa che perdere voti e attivisti.

Matteo Salvini ha cercato di salvarsi: prima ha fatto il bastian contrario nel governo Conte di cui faceva parte e poi si è sganciato dal governo. Ma vive di promesse che non è in grado di realizzare. Nel primo governo Conte lo si è visto all’opera. L’emancipazione dall’UE e la creazione di una moneta ausiliaria (i minibot) sono rimasti chiacchiere. Ha invece fatto il campione della persecuzione degli emigranti, della repressione dei lavoratori (misure contro scioperi, picchetti, blocchi stradali e altre forme di lotta) e contro le famiglie che occupano case lasciate vuote e all’abbandono. Si è sganciato dal governo in tempo per raccogliere il malcontento nelle elezioni in Umbria e ne raccoglierà ancora, nelle prossime elezioni. Andare al governo, sarà la sua fine, benché abbia già raccolto i favori della criminalità organizzata (la cricca Fontana e Caianiello è solo un esempio) e di quei gruppi imperialisti che avevano in Berlusconi il loro esponente politico. Ma già ora la sua scesa non è irresistibile: in Umbria alle regionali di ottobre c’erano più elettori che alle europee di maggio (703.000 contro 687.000), ma la lega ha raccolto meno voti (154.000 contro 171.000).

Noi comunisti dobbiamo mobilitare ed elevare la resistenza che le masse popolari oppongono in ogni campo della vita sociale al catastrofico corso delle cose. Dobbiamo fare dei lavoratori organizzati una forza politica capace di prendere in mano il governo del paese e instaurare il socialismo: 1. potere delle masse popolari organizzate attorno al Partito comunista, 2. gestione pubblica pianificata dell’attività economica del paese per soddisfare i bisogni delle masse popolari e stabilire rapporti di solidarietà, collaborazione e scambio con gli altri paesi, 3. partecipazione crescente delle masse popolari alle attività specificamente umane da cui le classi dominanti da sempre le escludono.

Nell’immediato dobbiamo mobilitare i lavoratori avanzati, in particolare in ogni azienda capitalista e in ogni istituzione pubblica (scuole, ospedali, ecc.), perché costituiscano organismi che tutelino diritti e occupazione, prevengano e contrastino i piani dei padroni, si colleghino tra loro e rafforzino la resistenza anche fuori dalle aziende e dalle istituzioni.

In ogni iniziativa della Lega, dovunque sono presenti lavoratori, dobbiamo portare la parola d’ordine della nazionalizzazione e della gestione pubblica di ogni azienda che i padroni vogliono ridurre, smembrare, chiudere o delocalizzare. Se non facciamo valere la sovranità sulle attività produttive del nostro paese, la sovranità nazionale contro l’UE e la NATO resta nel campo delle chiacchiere elettorali.

Il PD è da anni il partito dei gruppi d’affari italiani e stranieri, asservito all’UE e alla NATO, ma ha ancora legami con una parte degli organismi e dei gruppi di lavoratori sorti quando il movimento comunista era forte: con tutti questi dobbiamo stabilire legami per elevare la resistenza al corso delle cose e far fronte senza riserve agli effetti della crisi sociale in corso, in campo economico, culturale ed ambientale.

Agli elettori e agli attivisti del M5S dobbiamo indicare la strada del legame con i lavoratori delle aziende e delle istituzioni che lottano per la difesa dei posti di lavoro: è l’unica via per cambiare il corso delle cose. Il M5S continuerà a perdere voti e consensi finché governerà senza nazionalizzare le aziende che i padroni vogliono ridurre, chiudere, smembrare o delocalizzare, supino agli ordini della UE e della NATO.

Nazionalizzare tutte le aziende che i padroni vogliono ridurre, chiudere, smembrare o delocalizzare, nazionalizzare i loro impianti, la loro rete commerciale, i loro brevetti e marchi, riorganizzare l’apparato produttivo al servizio delle masse popolari: questo deve essere il nucleo dell’attività governativa! Senza instaurare la sovranità sull’apparato produttivo non conquisteremo mai la sovranità nazionale!

A chi obietta la disastrosa gestione dell’apparato produttivo pubblico, dobbiamo far notare che essa è incominciata negli anni ’70. Prima l’apparato produttivo pubblico (IRI, ENI, banche, ecc.) era stato un componente della ripresa postbellica e del “miracolo economico”. Finché la borghesia fu impegnata a contrastare il movimento comunista, cioè fino agli anni ’70, i suoi funzionari fecero funzionare in modo efficiente il settore pubblico dell’economia: industrie, banche e perfino aziende agricole (come facevano funzionare la polizia, i carabinieri, le FFAA, Gladio, la P2, ecc.).

Il settore pubblico dell’economia ha avuto un ruolo positivo fino a quando la borghesia imperialista arrivò alla conclusione che non ne aveva più bisogno perché il movimento comunista, causa i limiti della sua sinistra e la collaborazione dei revisionisti moderni (la destra del movimento comunista), si era suicidato da sé. E d’altra parte la borghesia imperialista, causa la sovrapproduzione assoluta di capitale, aveva bisogno di privatizzare l’apparato produttivo pubblico e anche i servizi pubblici (con risultati di cui il Ponte Morandi di Genova è solo il più clamorosamente noto). Ma ora il settore privato (capitalista) dell’economia funziona così bene, che i capitalisti chiudono e delocalizzano (vedi FIAT, Whirlpool, IVECO, ecc.).

La sovranità sull’apparato produttivo è la base per la sovranità nazionale contro UE e NATO!

Faremo dell’Italia il primo dei nuovi paesi socialisti!

Il primo paese che romperà le catene del sistema imperialista mondiale, sarà di esempio e aprirà la strada anche alle masse popolai degli altri paesi e si gioverà del loro sostegno!

Nessuna azienda deve essere chiusa, smembrata, ridotta di dimensioni, venduta a gruppi stranieri!

Nazionalizzare senza indennizzo le aziende che i capitalisti vogliono vendere, smembrare, ridurre, delocalizzare!

Impedire lo smantellamento dell’apparato produttivo del paese è il punto principale di una vera lotta per la sovranità nazionale!

Non c’è sovranità nazionale né benessere popolare né sicurezza personale senza direzione delle autorità italiane e dei lavoratori sulle attività economiche che si svolgono in Italia!

Costituire un governo deciso e in grado di far valere la sovranità nazionale iscritta nella Costituzione del 1948 contro la Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti, le sue istituzioni (UE, BCE, FMI) e il suo braccio armato (la NATO)!

Nuovo Partito Comunista Italiano – nuovo-pci@lists.riseup.net, nuovopci@riseup.net

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PCARC: “Lotta dura senza paura… per un nuovo governo popolare e comunista”

Lunario Paolo D'Arpini 30 agosto 2019

L’avanzare della crisi politica, di cui la caduta del governo M5S-Lega e i contorcimenti in corso per installare un nuovo governo più asservito al sistema di potere dei vertici della Repubblica Pontificia e della Comunità internazionale dei gruppi imperialisti europei, USA e sionisti sono a un tempo manifestazione e ingrediente, pone a tutti noi comunisti la necessità

1. di sviluppare in estensione e in profondità il lavoro per moltiplicare, rafforzare e coordinare gli organismi di operai delle aziende capitaliste, di lavoratori delle aziende pubbliche, di disoccupati, studenti, pensionati, casalinghe e altri membri delle masse popolari a livello territoriale e tematico e per orientarli a costituire un loro governo d’emergenza. Il fattore senza cui non è possibile alcun cambiamento favorevole alle masse è infatti la formazione di organismi di lavoratori (di diversi sindacati o anche non iscritti a nessun sindacato) che si occupano di tenere aperte e in funzione le aziende che i capitalisti vogliono chiudere, delocalizzare o smembrare, che escono dalle aziende, si coordinano tra loro e sono orientati a formare un loro governo, che agiscono come nuove autorità pubbliche, cioè come centri di orientamento e direzione del resto delle masse popolari;

2. di mobilitare tutto quello che è mobilitabile a promuovere la formazione di organizzazioni operaie e popolari e la loro azione per prendere in mano la situazione: tra i comunisti, tra i sinceri democratici che vogliono “attuare la Costituzione del 1948” o “rompere le catene dell’UE”, tra i lavoratori che vogliono difendere con prospettive di successo il posto di lavoro e i loro diritti (sia quelli che vedevano di buon occhio il governo M5S-Lega sia gli oppositori del governo M5S-Lega che non vogliono tornare ai governi delle Larghe Intese tra PD, Forza Italia e i loro accoliti);

3. di usare le fessure e gli appigli che la situazione politica del paese e internazionale presenta per sviluppare l’iniziativa delle organizzazioni operaie e popolari, per rafforzare il nostro campo e indebolire quello nemico. E per poterli usare, le fessure e gli appigli bisogna prima di tutto vederli, poi individuare quali iniziative mettere in campo per sfruttarli e infine attuare concretamente queste iniziative.

Tutto questo richiede di elevare nelle nostre file l’assimilazione e l’applicazione della scienza comunista, di elevare cioè la comprensione delle condizioni e delle forme della lotta che conduciamo per costituire un governo di emergenza delle masse organizzate e far avanzare così la lotta per instaurare il socialismo nel nostro paese.

È questa comprensione che rende capaci di orientarsi autonomamente nella lotta di classe e di orientare i proletari e gli altri lavoratori, sottraendosi all’influenza del sistema di disinformazione e diversione dell’opinione pubblica messo in opera dalle classe dominanti e alle “sirene” della sinistra borghese che in questa fase si esprimono

- nel “tifo” per un governo M5S-PD. Un governo così in realtà per le masse popolari sarebbe peggiore del governo M5S-Lega perché il PD è uno dei diretti responsabili dello stato in cui versa il nostro paese, ha attuato nei quarant’anni che abbiamo alle spalle il programma di lacrime e sangue della borghesia imperialista (privatizzazione delle aziende e dei servizi pubblici, lavoro precario, smantellamento dei contratti collettivi, controriforme delle pensioni, della scuola e della sanità, persecuzione degli immigrati, ecc.: il grosso di queste misure sono partite da governi PD e affini… come diceva il non compianto Agnelli, “per fare una politica di destra ci vuole un governo di sinistra”) ed è composto di persone legate alla borghesia imperialista;

- nell’idea che esiste una “grande famiglia della sinistra” che arriverebbe a comprendere anche il PD;

- nella propaganda di regime che fa di Salvini anziché dei vertici della Repubblica Pontificia, della UE, della NATO e delle altre istituzioni della loro Comunità internazionale il “nemico pubblico numero uno”;

- nella linea di “organizzare l’opposizione” che significa lasciare il pallino, la direzione del nostro paese e della nostra vita ai loro distruttori anziché organizzare la costruzione del nuovo mondo del comunismo.

È questo che rafforza la volontà e la determinazione a imparare quello che non sappiamo ancora fare, a non scoraggiarsi e sbandare di fronte agli insuccessi ma affrontarli in modo da correggere i nostri errori e superare i nostri limiti e così avanzare.

È questa comprensione che ci fa mettere sempre e comunque al centro gli interessi del proletariato, la lotta di classe e la causa del socialismo.

È così che combattiamo la sfiducia, il pessimismo, la rassegnazione e lo scetticismo (“non ci sono riusciti nel corso della prima ondata, con l’Unione Sovietica di Lenin e di Stalin in pieno sviluppo, perché dovremmo riuscirci ora noi?”, “siamo sicuri che la concezione comunista del mondo – riassunta da Marx nella lettera 5 marzo 1852 a Weydemeier – riflette giustamente il corso delle cose?”) promossi dalla sinistra borghese che frenano l’elevazione della resistenza spontanea delle masse popolari e la sua confluenza nella rivoluzione socialista.

Qui entrano in gioco gli insegnamenti del fallimento dell’operazione di rafforzamento del Centro clandestino che il (n)PCI ha messo in luce negli Avvisi ai Naviganti n. 91 e 92. La diserzione di Angelo D’arcangeli e di Chiara De Marchis coinvolge anche il P.CARC

- perché gli insegnamenti che il (n)PCI ne trae riguardano tutti i comunisti (e, in una certa misura, anche tutti coloro che lottano per cambiare la situazione in senso favorevole alle masse popolari): sono le difficoltà che i comunisti devono superare per promuovere vittoriosamente la rivoluzione socialista in un paese imperialista come il nostro,

- perché Angelo D’Arcangeli e Chiara De Marchis sono stati fino alla fine del 2018 dirigenti del P.CARC, quindi la loro diserzione, in particolare quella di Angelo che è stato per anni un alto dirigente del nostro Partito, indica che abbiamo ancora seri limiti nella formazione dei quadri,

- perché Angelo d’Arcangeli nei videomessaggi che ha diffuso il 16.08.19 e il 23.08.19 prima ha cercato di contrapporre il “P.CARC buono” al “(n)PCI cattivo”, poi ha sostenuto che in tutta la Carovana del (n)PCI vi è sudditanza nei confronti del Segretario Generale del CC del (n)PCI, che questa sudditanza si è espressa anche nella parte interna del V Congresso del P.CARC dove le divergenze di linea non sarebbero state affrontate proprio a causa di essa, che questa sudditanza sarebbe la “madre di tutti i mali” della Carovana del (n)PCI.

Sulla vicenda nel P.CARC sono in corso discussioni a tutti i livelli. Al centro di queste discussioni mettiamo le caratteristiche della rivoluzione socialista nel nostro paese e negli altri paesi imperialisti, le sue possibilità e le difficoltà da superare per farla avanzare, la relazione e soprattutto la differenza tra (n)PCI e P.CARC, non se hanno ragione Angelo e Chiara che hanno disertato o il Segretario Generale (SG) del (n)PCI che li avrebbe trattati male. Dare questa piega alle discussioni, che è il livello a cui Angelo D’Arcangeli pone la questione (“ho disertato perché il SG maltrattava me e Chiara, non ho accettato di trattare delle mie difficoltà nel Comitato Centrale del (n)PCI, cioè non ho accettato di “affidarmi al collettivo”, perché esso è tutto suddito del SG”), fa perdere di vista la lotta di classe e la causa del proletariato e porterebbe i compagni del P.CARC, i collaboratori e simpatizzanti più stretti

1. a confondere (n)PCI e P.CARC, cosa che non solo fa un brutto servizio al P.CARC (alimenterebbe lo “scimmiottamento del (n)PCI”), ma anche e soprattutto alimenta tra la base rossa quelle concezioni del “partito rivoluzionario nei limiti della legge” proprie dei partiti della Seconda Internazionale che Lenin e i bolscevichi hanno sconfitto ma che, approfittando dell’esaurimento della prima ondata della rivoluzione proletaria mondiale e del connesso arretramento del movimento comunista, sono state riportate in auge dai revisionisti moderni e poi dalla sinistra borghese;

2. a discutere di una questione che non riguarda la condotta e l’attività dei membri del P.CARC, dei suoi collaboratori e simpatizzanti. E separata dalla pratica sulla verità del pensiero (sulla corrispondenza del pensiero con la realtà), la discussione diventerebbe una cosa puramente accademica, cadrebbe in quell’opinionismo e chiacchiericcio alimentati dalla sinistra borghese e dalle classi dominanti attraverso il loro variegato sistema di intossicazione e diversione. Diventerebbe cioè il contrario di quanto già Marx indicava bene (nelle Tesi su Feuerbach): “molte sono le interpretazioni del mondo: il problema è trasformarlo”;

3. a discutere di qualcosa che non conoscono: l’operazione di rafforzamento del Centro clandestino infatti riguarda la vita e l’attività clandestine del (n)PCI, che noi non conosciamo. Il (n)PCI ha posto pubblicamente la questione della diserzione dell’ex dirigente del P.CARC a un altro livello: Angelo D’Arcangeli ha disertato e la diserzione di uno che è stato un alto dirigente del P.CARC (e che nel P.CARC ha fatto molte buone cose) e che ha contribuito ad espandere e migliorare l’attività del Centro clandestino del (n)PCI conferma le difficoltà che i comunisti devono superare per promuovere e dirigere vittoriosamente la rivoluzione socialista in un paese imperialista. Su queste difficoltà il (n)PCI ha dato dei chiarimenti e, come emerge leggendo i suoi Comunicati e Avvisi ai Naviganti e la sua rivista La Voce, li dà a quanti pongono domande e obiezioni. Chi ha domande e obiezioni, è bene che le ponga. Invece come queste difficoltà si sono manifestate nel caso concreto (nei sette mesi in cui Angelo e Chiara sono stati nel Centro clandestino del (n)PCI) è una questione che può essere analizzata e valutata solo dagli organi dirigenti del (n)PCI che hanno gli elementi per analizzarla. Cercare di farlo senza conoscere questi elementi significherebbe fare chiacchiere prive di scopo pratico. Quali siano state le difficoltà e i problemi, è il CC del (n)PCI che ha gli elementi per conoscerli, analizzarli e dare soluzioni. Discuterne all’esterno del (n)PCI che cosa diventerebbe se non fare chiacchiere prive di scopo pratico (astratte, accademiche) senza conoscere le circostanze reali di cui si pretende di discutere?

I comunisti, i lavoratori avanzati e chiunque vuole comprendere il mondo per trasformarlo possono conoscere e valutare l’analisi, la linea e l’azione che il (n)PCI propaganda e attua da decenni. La valutazione di un individuo come di un partito va fatta alla luce dell’apporto che dà alla lotta di classe. È possibile collocare nella giusta luce ogni avvenimento, ogni movimento e l’attività di un partito o di un individuo e comprendere il suo ruolo reale (quindi indipendentemente dai pregi e difetti personali dei protagonisti) solo mettendoli in relazione con l’obiettivo di fare dell’Italia un nuovo paese socialista e di costruire un partito comunista all’altezza dei compiti che la situazione pone.

Nei due videomessaggi che ha diffuso, il succo del ragionamento di Angelo D’Arcangeli è “o me o il SG, chi mi dà ragione bene, chi invece non mi dà ragione è suddito del SG”, chiuso qui.

La sudditanza che indica come il cuore di tutti i limiti della Carovana del (n)PCI e quindi anche del P.CARC, per come l’ha messa Angelo diventa una cosa ridicola: per dieci anni lui, che è stato uno dei dirigenti del P.CARC, non si è mai accorto di questa sudditanza e poi in soli sette mesi l’avrebbe scoperta, compresa in tutta la sua gravità, combattuta strenuamente e concluso che non c’è niente da fare? Una cosa ridicola, appunto: per cercare di giustificare quello che non è giustificabile (la diserzione), Angelo trasforma in culto della personalità (sudditanza) la relazione che esiste tra chi dirige e chi è diretto, tra chi ha scoperto e chi apprende, tra chi insegna e chi impara.

In realtà quella delle divergenze di linea, della loro origine e di come affrontarle è una questione che nel movimento comunista si è posta, si pone e si porrà. Che nella pratica ci siano per alcuni aspetti divergenze di linea è inevitabile perché ogni organismo e ogni membro ha assimilato la linea generale a un certo livello (che, se la militanza procede bene, cresce via via). Per ogni compagno e organismo il livello di assimilazione è legato al grado della sua partecipazione alla lotta di classe e alla comprensione che con la pratica e con lo studio ha raggiunto delle condizioni in cui la lotta di classe si svolge. I limiti nell’affrontare le divergenze di linea sorgono perché e quando i compagni che hanno divergenze non le esprimono o non accettano di andare a fondo sulla natura delle divergenze. Le divergenze di linea provengono

- o da divergenze nella teoria (nell’analisi del corso delle cose, nel bilancio del movimento comunista, nella concezione del mondo): queste le affrontiamo con lo studio e la formazione, con il bilancio dell’esperienza, con la lotta tra due linee;

- o da problemi di adesione alla causa, che affrontiamo con la riforma intellettuale e morale e con i percorsi di critica-autocritica-trasformazione.

Dalla sua condotta e da quanto dice nei due videomessaggi emerge che Angelo ha fatto “carta straccia” di una serie di criteri e principi, alcuni già fissati dai dirigenti del movimento comunista e altri che abbiamo elaborato e precisato (articolato) usando i loro insegnamenti per trovare soluzioni e risposte alle necessità della lotta che conduciamo.

1. Centralismo democratico. “Nel P.CARC ogni compagno è inserito in un processo di Riforma Morale e Intellettuale attraverso cui eleva la sua concezione del mondo e la sua pratica: è formato, stimolato e diretto affinché impari a pensare scientificamente (ad analizzare la situazione, definire linee, tirare insegnamenti dall’esperienza, correggersi), impari ad agire e impari a dirigere. Tutti i compagni sono spinti in avanti e le differenze che esistono tra i membri sono tenute in considerazione nell’assegnazione di compiti e ruoli e trattate applicando il criterio ‘chi è più avanti insegna a chi è più indietro, chi è più indietro si impegna ad apprendere e ad avanzare delegando sempre meno’. Questa è la concezione che guida il funzionamento interno al P.CARC, la democrazia proletaria che vige al suo interno.

Sul piano organizzativo questa concezione si traduce in un unico sistema nazionale di direzione e in un’unica disciplina: l’individuo è subordinato al collettivo, la minoranza è subordinata alla maggioranza, l’istanza inferiore è subordinata all’istanza superiore. Quattro sono i punti in cui si concretizza il centralismo democratico:

1. elettività degli organi dirigenti dal basso in alto;

2. obbligo di ogni organo di Partito di rendere periodicamente conto della sua attività all’organizzazione che lo ha eletto e agli organi superiori;

3. rigorosa e leale disciplina di Partito e subordinazione della minoranza alla maggioranza;

4. le decisioni degli organi superiori sono incondizionatamente obbligatorie per gli organi inferiori” (dalla Risoluzione n. 2 “Il lavoro interno del P.CARCe la Riforma Intellettuale e Morale dei comunisti” approvata dal IV Congresso del P.CARC- giugno 2015, alla cui stesura Angelo ha partecipato in prima persona).

Solo in questo modo anche un partito come il P.CARC, che utilizza finché possibile quanto resta degli spazi di agibilità politica conquistati dalla classe operaia e dal suo vecchio partito comunista con la Resistenza, non è un “colabrodo ma è in grado di svolgere un’azione unitaria. Che fiducia potrebbero avere i lavoratori in un partito in cui ognuno, a partire dai dirigenti, fa quello che gli va, se e quando gli va? Che garanzia darebbe un partito così di guidarli a lottare vittoriosamente contro la borghesia e il clero? Persino per andare in barca occorre che i rematori voghino insieme e in modo coordinato e che qualcuno dia loro il tempo!

Il centralismo democratico

a) implica una concezione del partito per cui l’individuo è in funzione del collettivo, non il partito in funzione dell’individuo. Tra le altre cose significa che, contrariamente a quanto dice Angelo nel suo primo video, se un compagno fa presenti dei problemi, la direzione del P.CARC non sospende tutto per fare subito una riunione con lui, ma gli chiede di mettere per iscritto nel modo più chiaro e completo che gli riesce i problemi, le cause che individua di essi e le proposte di soluzione e fissa un incontro tenendo conto dell’insieme delle attività del partito e delle priorità. Per capirci: non è che se la direzione è impegnata in un’iniziativa nazionale sospende tutto per fare una riunione con quel compagno, ma la fissa una volta portato a termine l’impegno principale;

b) ha come corollario che il singolo compagno si “affidi al collettivo”. Cosa vuol dire che un compagno si affida al collettivo? Vuol dire che

- fa presente chiaramente le difficoltà e i problemi che incontra,

- condivide onestamente le informazioni e la comprensione del percorso in atto,

- fa tutto lo sforzo di cui è capace per studiare, imparare e capire,

- attua con lealtà, iniziativa e creatività la linea che il collettivo traccia, anche se ancora qualcosa non lo convince, anche se non la condivide in tutto o in parte (facendo presente che non la condivide),

- partecipa al bilancio dei risultati con spirito scientifico (e non con spirito di rivalsa personale: “avete visto che avevo ragione io”?).

Senza di questo “affidarsi al collettivo” diventa una parola vuota. Affidarsi al collettivo è il contrario dell’abitudine esistente anche nelle nostre file di dichiarare di affidarsi al collettivo, far perdere tempo a fare bilancio e tracciare linee e poi fare ognuno di testa propria quello che gli sembra meglio. L’individuo si affida al collettivo perché non è nelle migliori condizioni per valutare la situazione e decidere in modo giusto, perché il collettivo ha maggiori possibilità di conoscere e comprendere qual è l’interesse del partito pur tenendo conto anche di tutti gli altri aspetti e fattori, perché il collettivo apporta all’attuazione delle linee decise il contributo delle sue forze e risorse.

2. La lotta tra due linee, che è un principio di funzionamento importante, è uno degli apporti del maoismo alla scienza comunista. Ma in primo luogo la lotta tra due linee la si fa dentro il partito, non dopo aver disertato… tanto più se uno, come afferma Angelo, condivide “bilancio, impostazione, strategia, analisi e linea”, condivide “la natura clandestina del (n)PCI e l’esistenza di due partiti”. E poi non c’è lotta tra due linee senza indicare quali sono le linee che si scontrano. La linea non è la concezione del mondo, è la sua applicazione a una ben precisa situazione particolare. Dire che ci sono due linee senza enunciarle chiaramente tutte e due in relazione alla situazione particolare, ridurre la linea alla concezione del mondo è ostacolare la lotta tra le due linee e ingarbugliare l’attività, è comportarsi da dogmatici o da lazzaroni. Mentre d’altra parte noi in ogni situazione dobbiamo mettere in chiaro la connessione tra ogni linea particolare che viene proposta in una situazione data e la nostra concezione del mondo, le nostre idee fondamentali: dobbiamo cioè essere scientifici, non empiristi.

Nelle nostre file alcuni compagni la sviliscono parlando superficialmente di lotta tra due linee, confondendo la mancanza di unità di indirizzo con lo scontro tra due linee. Di fronte ad avvenimenti nuovi e a nuovi campi di lavoro, individui diversi per personalità e mentalità (cioè individui diversi per nascita e formazione, che hanno alle spalle una storia diversa, che non hanno una lunga abitudine di lavoro rivoluzionario comune) reagiscono in modi diversi. Questo non significa ancora scontro tra linee diverse. La linea è la risposta articolata e ben definita alle domande del che fare, è applicazione della concezione del mondo a una situazione particolare ben definita, appartiene al campo della coscienza. È elaborando la pratica, l’esperienza, la conoscenza sensibile alla luce della concezione comunista del mondo che noi arriviamo a formulare la nostra linea d’azione. Allora si possono avere due linee, perché due e solo due sono le classi fondamentali della società attuale (classe operaia e borghesia) e di fronte a ogni scelta due in definitiva sono le vie: una che porta verso l’instaurazione del socialismo e l’altra che impedisce l’avanzamento della rivoluzione socialista, la fa regredire e favorisce la borghesia.

Che Angelo abbia fatto carta straccia di questi criteri conferma il problema della separazione tra teoria e pratica indicato dal (n)PCI nell’Avviso ai Naviganti 91 come caratteristico del nostro paese. Aggiungiamo noi che una forma di questa separazione consiste nel fatto che un dirigente non fa personalmente quello che indica agli altri di fare, quello che insegna ai compagni che dirige.

Nello stesso tempo ci dice che nel P.CARC abbiamo ancora dei seri limiti nella formazione dei quadri: su quali sono e come affrontarli i due Avvisi ai Naviganti del (n)PCI ci permettono di arricchire quanto già abbiamo capito e illustrato nella Risoluzione n. 2 “Elevare il livello del partito e allargare la nostra rete, diventare un partito di quadri e di massa” approvata dal V Congresso del gennaio di quest’anno.

1. Noi dobbiamo promuovere nei quadri del partito l’assunzione di un “piglio dirigente” verso se stessi, verso gli altri (verso i compagni che dirigono, verso le masse popolari, verso le persone con cui per qualche motivo hanno a che fare: parenti, amici e conoscenti, colleghi di lavoro o di scuola) e la loro vita associata. La carenza di “piglio dirigente” è uno dei principali problemi che il Partito deve affrontare nella formazione e trasformazione dei quadri. Essa deriva (come Angelo stesso riconosceva e insegnava prima di disertare e intraprendere la sua “crociata” contro il Segretario Generale del (n)PCI) dal fatto che il grosso dei membri del P.CARC viene dalla classe operaia (il Segretario Nazionale del P.CARC, Pietro Vangeli, ad esempio, per anni è stato operaio in fonderia) e dalle altre classe proletarie delle masse popolari, quindi classi non abituate a organizzare e dirigere, a comandare. Da qui ne viene che, oltre alle candidature speciali per compagni che provengono dalle classi non proletarie delle masse popolari o dalla borghesia indicate nella Risoluzione sopra citata, dobbiamo mettere a punto dei sistemi di formazione alla scienza comunista di operai e di altri lavoratori decisi a impararla, non solo di quelli che sono membri del P.CARC, ma anche di quelli con cui siamo in contatto. È qualcosa che abbiamo iniziato a fare (esperienze-tipo), ma non ancora in modo sistematico.

2. La diserzione di Angelo mette in luce un meccanismo diffuso tra i quadri di ieri e di oggi e che probabilmente lo sarà anche tra i quadri di domani. Persone attive, ambiziose, d’iniziativa, capaci di attuare bene la linea del partito in questo e quel campo e di costruire, ma 1. che non hanno assimilato la concezione comunista del mondo abbastanza a fondo (studiano poco o in modo superficiale) per orientarsi da sole quando si trovano in situazioni nuove e 2. che quando si trovano in difficoltà non si affidano al collettivo (per presunzione e orgoglio, cioè per non mostrare i loro punti deboli) o che, anche se si rimettono al collettivo, lo fanno con riserve (non danno tutte le informazioni che hanno, non espongono tutta la comprensione che hanno del corso delle cose) e poi comunque non attuano con lealtà, iniziativa e creatività la linea decisa dal collettivo (come invece bisogna fare anche se non la si condivide in tutto o in parte) e non partecipano poi al bilancio dei risultati con spirito scientifico. In sostanza è la concezione della direzione come “mestiere” o, per dirla alla Teng Hsiao-ping, “non importa che un gatto sia rosso o nero, basta che prenda topi”. Questo si combina con il fatto che nell’ultimo anno ci siamo concentrati sugli aspetti della formazione in cui eravamo più indietro, cioè la “riforma morale” e la trasformazione della mentalità e della personalità dei quadri. Adesso dobbiamo dare una sterzata e migliorare metodi e percorsi di formazione

- sulla comprensione delle condizioni, forme e risultati della lotta di classe e la capacità di mobilitare e orientare nella lotta per il Governo di Blocco Popolare e il socialismo, se si tratta della formazione di un quadro,

- sulla fiducia nell’unità e nella lotta contro i padroni, se si tratta della formazione di un militante di base e di un lavoratore avanzato.

3. Nell’ultimo anno e mezzo sono affluiti al P.CARC vari giovani appena usciti dalle Scuole Superiori e dalle Università o che le stanno frequentando, giovani cresciuti “sotto l’azione pervasiva del sistema di controrivoluzione preventiva (Manifesto Programma , capitolo 1.3.3) e delle tre trappole (La Voce 54)”. È un segno positivo e, nello stesso tempo, richiede la messa a punto dei percorsi per temprarli “alle condizioni pratiche e morali dell’oppressione di classe e della dura lotta che dobbiamo condurre”. Anche qui abbiamo delle esperienze sparse in cui ci sono studio e formazione, periodi di lavoro in produzione, scambio di esperienze con partiti comunisti di paesi dove la persecuzione dei comunisti è più aperta e dispiegata che nel nostro ed esperienze di lavoro in contesti “caldi” della lotta di classe nel nostro paese, ma non abbiamo ancora un sistema organico e collaudato.

Riportiamo infine lo stralcio delle considerazioni di un compagno del P.CARC della Lombardia sulla diserzione di Angelo e Chiara, perché utile a quei comunisti che se la prendono con “l’arretratezza delle masse popolari” anziché impegnarsi a correggere gli errori e superare i limiti dei comunisti. “Quando compagni militanti del P.CARC di lungo corso come Angelo e Chiara, dopo aver deciso di intraprendere con coscienza e ponderatezza la difficile scelta di entrare nel Centro clandestino nel (n)PCI, decidendo anche di sposarsi ma di rinunciare a costruire una famiglia “tradizionale”, rinunciando ad avere rapporti alla luce del sole con famiglia, amici e compagni di lotta, abiurano alla loro scelta dopo soli 7 mesi con motivazioni generiche e aleatorie, adducendo come scusante unica e principale l’inadeguatezza del compagno Ulisse a formare altri dirigenti del (n)PCI e di comportarsi da dittatore, allora non ci dobbiamo meravigliare o inalberarci con le masse popolari e con i lavoratori se non trovano la linea e se girano a vuoto da decenni cercando dei riferimenti politici”.

Concludiamo con l’augurio che Angelo trovi la forza per risollevarsi (come ha saputo fare in passato) dalla china disastrosa che ha preso e che lui e Chiara sappiano dare, dalla posizione in cui si sono messi, il loro contributo alla lotta per fare dell’Italia un nuovo paese socialista. Per questo consigliamo a entrambi e a tutti coloro che vogliono comprendere più a fondo le difficoltà della rivoluzione socialista in un paese imperialista di studiare gli articoli “L’autocritica di un dirigente del (nuovo) Partito comunista italiano” pubblicato su La Voce n. 46 – marzo 2014 e “Sei caduto a terra. Hai ora due nemici da combattere dentro di te” pubblicato su La Voce n. 47- luglio 2014 e di leggere il libro La mia vita con Lenin appena pubblicato dalle Edizioni Rapporti Sociali e da RedStarrPress: in quest’ultimo Naredza Krupskaia mostra bene che i comunisti degni di questo nome devono passare dal mettere al centro “quanto io faccio (ho fatto) per il Partito” al mettere al centro “cosa posso fare di più e meglio per la causa della rivoluzione socialista e del comunismo”.

Avanti nella lotta per formare comunisti di tipo nuovo!

Partito dei Comitati di Appoggio alla Resistenza – per il Comunismo (CARC)
Via Tanaro, 7 – 20128 Milano – Tel/Fax 02.26306454
e-mail: carc@riseup.net – sito: www.carc.it
Direzione Nazionale

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Mio commentino: “Si capisce subito in che direzione stiamo andando, con il bis-Conte, sui giornali di sistema sperticate lodi al governo PD-M5S, con abbassamento dello spread, fiducia dei mercati, lodi dall’Europa e dagli USA, soddisfazione di tutti i vecchi politici di mestiere, finta lotta di piazza dei destri auto-estromessisi, insomma tutto lascia capire che l’Italia, come al solito, si è calata le braghe… Che Dio ci assista…” (P.D’A.)

Commento di Pasquino: “La statura da Statista, diventato or è “bisConte” della Gloria beve al fonte e per noi:… che Dio ci assista!”

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