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NATO – Obiettivo finale: guerra atomica, cominciando dall’Europa

Lunario Paolo D'Arpini 30 luglio 2014

Nato, offensiva globale

Niente ferie, ma superlavoro estivo alla Nato. È in preparazione il
Summit dei capi di stato e di governo che, il 4-5 settembre a Newport
nel Galles, fisserà le linee dell’«adattamento strategico» in funzione
anti-Russia. Come già annunciato dal generale Usa Philip Breedlove ,
Comandante supremo alleato in Europa, esso «costerà denaro, tempo e
sforzo». I lavori sono già iniziati.

In Ucraina, mentre la Nato intensifica l’addestramento delle forze
armate di Kiev, finanziate da Washington con 33 milioni di dollari, si
stanno riattivando tre aeroporti militari nella regione meridionale,
utilizzabili dai cacciabombardieri dell’Alleanza. In Polonia si è appena
svolta una esercitazione di parà statunitensi, polacchi ed estoni,
lanciati da C-130J arrivati dalla base tedesca di Ramstein. In Ungheria,
Romania, Bulgaria e Lituania sono in corso varie operazioni militari
Nato, con aerei radar AWACs, caccia F-16e navi da guerra nel Mar Nero.

In Georgia, dove si è recata una delegazione dell’Assemblea parlamentare
Nato per accelerare il suo ingresso nell’Alleanza, le truppe rientrate
dall’Afghanistan vengono riaddestrate da istruttori Usa per operare nel
Caucaso. In Azerbaigian, Tagikistan e Armenia vengono addestrate forze
scelte perché operino sotto comando Nato, nel cui quartier generale sono
già presenti ufficiali di questi paesi. In Afghanistan la Nato sta
riconvertendo la guerra, trasformandola in una serie di «operazioni
coperte».

L’«Organizzazione del Trattato del Nord-Atlantico», dopo essersi estesa
all’Europa orientale (fin dentro il territorio dell’ex Urss) e all’Asia
centrale, punta ora su altre regioni.

In Medio Oriente la Nato, senza apparire ufficialmente, conduce
attraverso forze infiltrate una operazione militare coperta contro la
Siria e si prepara ad altre operazioni, come dimostra lo spostamento a
Izmir (Turchia) del Landcom, il comando di tutte le forze terrestri
dell’Alleanza.

In Africa, dopo aver demolito con la guerra la Libia nel 2011, la Nato
ha stipulato nel maggio scorso ad Addis Abeba un accordo che potenzia
l’assistenza militare fornita all’Unione africana, in particolare per
la formazione e l’addestramendo delle brigate della African Standby
Force, cui fornisce anche «pianificazione e trasporto aeronavale». Ha
così voce determinante sulle decisioni relative a dove e come
impiegarle. Un altro suo strumento è l’operazione «anti-pirateria» Ocean
Shield,nelle acque dell’Oceano Indiano e del Golfo di Aden
strategicamente importanti.

All’operazione, condotta di concerto col Comando Africa degli Stati
uniti, partecipano navi da guerra italiane anche con il compito di
stringere relazioni con le forze armate dei paesi rivieraschi: a tale
scopo il cacciatorpediniere lanciamissili Mimbelli ha fatto scalo a Dar
Es Salaam in Tanzania dal 13 al 17 luglio.

In America Latina, la Nato ha stipulato nel 2013 un «Accordo sulla
sicurezza» con la Colombia che, già impegnata in programmi militari
dell’Alleanza, ne può divenire presto partner. In tale quadro il Comando
meridionale Usa sta tenendo in Colombia una esercitazione di forze
speciali sud e nord-americane, con la partecipazione di 700 commandos.

Nel Pacifico è in corso la Rimpac 2014, la maggiore esercitazione
marittima del mondo, in funzione anti-Cina e anti-Russia: vi
partecipano, sotto comando Usa, 25000 militari di 22 paesi con 55 navi e
200 aerei da guerra. La Nato è presente con le marine di Usa, Canada,
Gran Bretagna, Francia, Olanda e Norvegia, più Italia, Germania e
Danimarca come osservatori. L’«Organizzazione del Trattato del
Nord-Atlantico» si è estesa al Pacifico.

Manlio Dinucci
(il manifesto, 29 luglio 2014)

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TAMAR e LEVIATHAN – I latini si chiedevano “cui prodest?”… e Gaza significa “gas”

sion uber alles

Già nel 2010 avevamo annunciato la strategia israeliana (e le vere ragioni dell’attacco contro la Siria) adesso confermata dalla carneficina contro la Palestina, con il recondito scopo di togliere di mezzo ogni concorrente ed appropriarsi del gas e del petrolio scoperti nelle acque del Mediterraneo orientale (da Egitto a Gaza sino a Grecia e Turchia, passando per Libano e Siria”.

Facciamo un passo indietro….

Mediterraneo del sud est. Nel cui sottosuolo si celano ricchezze ancora sconosciute (a noi, ma conosciute a chi sa e vuole appropriarsene per intero..). È ormai chiaro che un giacimento di petrolio e di gas si trova nelle acque del Levante mediterraneo, ed è costituito da più sacche che coprono l’est mediterraneo dal delta del Nilo alla Grecia. Questa scoperta, se ben utilizzata, promette a Israele l’indipendenza energetica per i prossimi cento anni e sta facendo da detonatore a una serie di conflitti che prima affioravano periodicamente e che adesso aumentano di intensità e fino a rendersi permanenti. Ad una situazione politica complicatissima da tre quarti di secolo,dalla nascita di Israele per intenderci, la sorte è andata a versarci sopra una quantità immane di petrolio e gas.

Esiste una Convenzione delle Nazioni Unite del 1982 sul diritto del mare che stabilisce i criteri di attribuzione delle risorse sottomarine , ma sia Israele che gli Stati Uniti rifiutarono a suo tempo di firmarlo. Il giacimento si trova nel mare condiviso da Grecia, Turchia, Cipro, Israele, Siria e Libano (a non voler conteggiare la Palestina che con la sua striscia di Gaza può avanzare anch’essa dei diritti).

Cambia completamente la situazione geopolitica del Golfo Persico e del Mediterraneo. I gasdotti e gli oleodotti Nabucco e Southstream, si rivelano investimenti rischiosi dal punto di vista del profitto. La Russia dovrà in futuro puntare più sul mercato asiatico (India e Cina) per i suoi idrocarburi che sull’Europa mediterranea (come si è visto chiaramente dai fatti susseguenti la crisi Ucraina).

Israele che è lo scopritore dei due primi giacimenti TAMAR (2009) e LEVIATHAN (2010) avanza pretese egemoniche sul tutto, ma anche gli altri stati adiacenti sostengono che il mare sul giacimento è anche loro.

Conviene comunque affidarsi a una cronistoria.

Tutto comincia nel 2009 con la scoperta di un giacimento, chiamato poi TAMAR (dattero in arabo e in yiddish) da parte della Noble Energy , partner texano di Israele nella ricerca sottomarina. Il ritrovamento è situato a circa 80 Km a ovest di Haifa. Coi suoi 238 miliardi di metri cubi di gas naturale di eccellente qualità, TAMAR cambio la prospettiva energetica di Israele che fino a quel momento aveva una striminzita previsione di riserve a tre anni più un rifornimento infido dal gasdotto (40% del fabbisogno) egiziano che l’autorità egiziana del Petrolio ha appena disdettato accusando i contraenti di corruzione e di ribasso anomalo dei prezzi. La scoperta – sempre della Noble Energy – l’anno successivo del nuovo giacimento LEVIATHAN che ha ridotto TAMAR a una pozzanghera, ha complicato enormemente il problema, prima solo Israelo-libanese, coinvolgendo tutti i paesi affacciati sul mediterraneo orientale: Egitto, Palestina, Siria, Grecia, Turchia e perfino Puglia e Sicilia.

A questo punto entra in ballo l’USGS ( United States Geological Survey) che presenta le sue stime su LEVIATHAN. ”Le risorse petrolifere e di gas del Bacino del Levante sono stimate a 1,68 miliardi di barili e 3450 miliardi di metri cubi di gas. Inoltre, sulla base di studi e perforazioni, l’USGS ha stimato ”le riserve non ancora scoperte del Bacino del Nilo in termini di petrolio e di gas, a 1,76 miliardi di barili e a 6850 miliardi di metri cubi di gas naturale”. Il totale delle riserve del mediterraneo orientale assommerebbe a 9700 miliardi di metri cubi di gas e a 3,4 miliardi di barili (calcoli per difetto).

Ora, in chiave geopolitica, si potrebbe cercare di “supporre” come mai certe cose stanno avvenendo nelle nazioni prospicienti il mediterraneo orientale… Altro detto famoso di un latinista dei tempi recenti è “..a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca”. Allora vediamo che l’Egitto è sotto giunta militare, la Palestina è praticamente cancellata, il Libano diviso e minacciato, la Siria aggredita da bande terroristiche (ben pagate da chi sappiamo), Cipro messa a tacere per i debiti, La Grecia svenduta ed in ginocchio, l’Italia commissariata e sotto ricatto…. Dei paesi che si affacciano sul giacimento di gas resta in piedi la Turchia, fedele alleata USA-israeliana nonché zona di confine con la Russia (quindi da tener buona).

Ovviamente su tutti impera l’accaparratore supremo: Israele!

Paolo D’Arpini

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Le pretese dell’Ucraina e l’altra verità russa….

Lunario Paolo D'Arpini 15 luglio 2014

Stampa e Tv disegnano il quadro di un’Ucraina povera ma democratica che si
dibatterebbe nelle grinfie dell’orso russo che, dopo avere strappato la
penisola di Crimea, se la vorrebbe mangiare tutta. Ma la storia dei rapporti
tra Russia e Ucraina è tutt’altro che lineare. E l’Europa sembra avere
dimenticato storia, geografia e politica.

L’Europa non è certo nata in chiave antiamericana ma, date le dimensioni e il
numero degli abitanti, almeno come grande mercato autonomo e con una moneta
forse concorrenziale; e per alcuni anni questo è stata. Ma da qualche tempo ha
sottolineato in modo sbalorditivo un ruolo che una volta si sarebbe detto
“atlantico”. Non più sotto il vessillo anticomunista, il comunismo essendo
scomparso da un pezzo, ma antirusso.

Qualche anno fa, Immanuel Wallerstein mi diceva che, spento ogni scontro
ideologico, le nuove guerre sarebbero state commerciali. E quale altro senso
dare al conflitto in corso a Kiev? Esso sembra avere per oggetto l’identità
nazionale dell’Ucraina. Eccezion fatta per il manifesto, tutta la stampa e le
tv disegnano il quadro di un’Ucraina povera ma democratica che si dibatterebbe
nelle grinfie dell’orso russo; il quale le ha già strappato la penisola di
Crimea e se la vorrebbe mangiare tutta. Manca poco che la Russia non sia
definita un nuovo terzo Reich. In occasione del settantesimo anniversario dello
sbarco in Normandia, il presidente francese Hollande è stato accusato di aver
invitato alle celebrazioni anche Putin – come se la battaglia di Stalingrado
non avesse permesso agli Stati Uniti il medesimo sbarco, distraendo dal Nord
Europa il grosso della Wehrmacht – nello stesso tempo invitando niente meno che
dei reparti tedeschi a partecipare alla rievocazione del primo paracadutaggio
alleato sul villaggio di Sainte-Mère-l’Eglise.

Da qualche giorno poi sappiamo che gli Stati Uniti, neppure il presidente
Obama, ma il suo ex rivale Mc Cain – hanno ammonito la Bulgaria, la Serbia e
gli altri paesi coinvolti in un progetto di gasdotto per trasportare il gas
russo in Europa (con un tracciato che evitava l’Ucraina, perché cattiva
pagatrice) a chiudere i cantieri in corso, preferendo un nuovo tragitto
attraverso l’Ucraina a quello diretto per l’Europa occidentale. Stupore e
modeste proteste di Bruxelles, convinta che si tratti di una minaccia
simbolica. Che tuttavia va inserita nel quadro di un cambiamento delle
esportazioni Usa, ormai indirizzate al commercio del gas di scisto, per altro
non ancora avviato.

L’Europa teme dalla Russia rappresaglie per avere applaudito all’abbattimento
del presidente ucraino filorusso Yanukovic da parte delle forze (piazza Maidan)
che sono ora al governo a Kiev. Ma la storia dei rapporti tra Russia e Ucraina
è tutt’altro che lineare. Il principato di Kiev è stato la prima forma del
futuro impero russo, annesso da Caterina II alla Russia verso la metà del XVIII
secolo, stabilendo in Crimea la sua più forte base navale. La sua cultura, il
suo sviluppo e i suoi personaggi, da Gogol a Berdiaev, sono stati fra i
protagonisti della letteratura russa del XIX secolo. L’intera letteratura russa
resta segnata dalla guerra fra Russia, Inghilterra e Francia, che hanno cercato
di mettervi le zampe sopra: si pensi soltanto a Tolstoi e alla topografia delle
relative capitali ricche di viali e arterie che la commemorano (Sebastopoli).
Ma il paese, che all’origine era stato percorso, come l’Italia, da una
moltitudine di etnie, dagli Sciti in poi, ha stentato a unificarsi come
nazione, distinguendosi per lotte efferate e non solo ideali fra diversi
nazionalismi, spesso di destra.

Il culmine è stato nella prima e seconda guerra mondiale: nella prima sotto la
presidenza di Petliura, nazionalista di destra, quando l’Ucraina è stata l’
ultimo rifugio dei generali “bianchi” Denikin e Wrangel, con lo scontro fra lui
e la repubblica sovietica di Karkov. Solo con la vittoria definitiva dell’Urss
si è consolidata la Repubblica sovietica nata a Karkov, destinata a diventare
negli anni trenta il centro dell’industrializzazione. Industrializzazione
sviluppatasi esclusivamente all’est (il bacino del Donbass, capoluogo Karkov),
mentre l’ovest del paese restava per lo più agricolo (capoluogo Kiev, come di
tutta la repubblica); e questo rimane alla base del contenzioso fra le due
parti del paese. Nella seconda guerra mondiale, poi, l’occupazione tedesca ha
incontrato il favore di una parte del panorama politico ucraino, un’eredità
evidentemente ancora viva nei recenti fatti di piazza Maidan: il partito
esplicitamente nazista circola ancora e non è l’ultima delle ragioni per cui il
paese resta diviso fra la zona orientale e quella occidentale. Nel secondo
dopoguerra, Kruscev dette all’Ucraina piena autonomia amministrativa, Crimea
compresa, senza alcuna conseguenza politicamente rilevante perché restava un
processo interno all’Unione Sovietica.

È soltanto dal 1991 e dal crollo dell’Urss che, anche su pressione polacca e
lituana, il governo dell’Ucraina guarda all’Europa (e alla Nato) e incrementa
lo scontro con la sua parte orientale. Sembra impossibile che in occidente non
si sia considerato che l’Unione Sovietica non era solo una formula giuridica:
scioglierla d’imperio e dall’alto, come è avvenuto nel 1991, significava creare
una serie di situazioni critiche sia nelle culture che nei rapporti economici
che attraversavano tutto quel vasto territorio. Da allora, Kiev non ha nascosto
di puntare a un’unificazione etnica e linguistica anche forzosa delle due aree,
fino a interdire l’uso della lingua russa agli abitanti dell’est cui era
abituale.

L’Europa e la Nato non hanno mancato di appoggiare le politiche di Kiev, e poi
l’insurrezione contro il presidente Yanukovic assai corrotto, costretto a
tagliare la corda in Russia. Ma la zona orientale non lo rimpiange certo: non
tollera il governo di Kiev e la sua complicità con la Nato, ma non perché abbia
nostalgia di questo personaggio. Si è rivoltata contro la politica passata e
recente di Kiev che ha tentato perfino di impedire l’uso della lingua russa,
usata dalla maggioranza della popolazione all’est. L’Europa e la Nato,
appoggiate da Polonia e Lituania, affermano che non si tratta di un vero e
spontaneo sbocco nazionalista, ma di una ingerenza diretta della Russia, e così
dicono stampa e televisione italiana.

Non c’è dubbio che la Russia abbia voluto il ritorno della Crimea nel suo
grembo, ma la proposta dell’est di andare a una federazione con l’ovest,
garantendo l’autonomia di tutte e due le parti, è stata bocciata da Kiev e dal
governo degli insorti. La decisione di votare in un referendum all’est contro
Kiev è stata presa non da Putin, messo in imbarazzo, ma dalla popolazione dell’
est che ha votato in questo senso al 98%. Non si tratta di un processo regolare
(non accetteremmo che l’Alto Adige votasse una delle prossime domeniche la sua
appartenenza all’Austria, senza alcun precedente negoziato diplomatico), ma non
è stato neppure una manovra russa come l’Europa tutta ha sostenuto.

È sorprendente che perfino il poco che resta delle sinistre europee abbia
sposato questa tesi e che in Italia le riserve di Alexis Tsipras sulle
politiche di Bruxelles non abbiano alcuna eco. C’è perfino chi evoca in modo
irresponsabile azioni armate contro Mosca. La deriva dei conflitti, anche
militari, e non solo in Ucraina, rischia di segnare sempre di più un’Europa che
ha dimenticato storia, geografia e politica.

Rossana Rossanda

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Testimonianze dalla Palestina – “Provo vergogna di essere ebreo!” – “Basta con struzzi e coccodrilli”

Rabbino Mijael Even David: ” Il giorno che ho provato vergogna di essere ebreo”.

Mijael Even David, rabbino, ripudia e condanna la brutalità delle
pratiche politiche sioniste. Ripudia e denuncia l’assassinio del
giovane Muhammad Abu Jdeir, che è stato rapito, torturato e bruciato
vivo dai coloni israeliani:

“Oggi, noi, ci siamo uniti ai roghi dell’Inquisizione. Bruciamo le
persone di una diversa fede e diciamo che è il nostro Dio a
chiedercelo. Oggi, ci uniamo alle orde dei cosacchi con l’odio
selvaggio e assassino senza vedere altro che, il fatto, di essere
diversi. Oggi, ci uniamo agli assassini nazisti, uccidendo un bambino
brutalmente per la sua razza ed etnia.
Oggi non siamo più il popolo eletto, perché non fummo scelti per
questo. Abbiamo bisogno, forse, di altri duemila anni di Esilio, per
ricordare ciò che dovremmo essere. Oggi, perdiamo qualsiasi
superiorità morale, che pensavamo di possedere. Siamo esattamente come
quelli. Anche noi siamo degli assassini. Tutti noi. Coloro che hanno
bruciato, gridato “ morte agli arabi”, dichiarato che la Torah ci
chiede di uccidere, assassinare e vendicare. Coloro che hanno visto
tutto questo e non hanno fatto niente, coloro che domani nulla
faranno.
Soprattutto chi cerca di mettersi a posto le coscienze con i confronti
“ però noi non festeggiamo gli omicidi”, “ a noi, non ci insegnano a
scuola a odiare”, “ noi non consideriamo eroi i terroristi”. Dio
l’Altissimo, però non è su di loro è su di noi. E’ su la perdita di
noi stessi, del fallimento come nazione. Abbiamo ovviamente fallito.
In futuro, quando studieranno le leggende sulla distruzione della
nostra società, del nostro Stato, essi leggeranno “ Per l’omicidio, il
fuoco, il brutale assassinio di Muhammad Abu Jdeir, il nostro Tempio
fu distrutto, la nostra Terra divenne desolata e fummo esiliati tra le
Nazioni”.
” La pace non è mai stata così lontana. Mai come adesso mi sono
vergognato di essere israeliano. Mai avevo provato vergogna come ora
di essere ebreo”.

http://negratinta.com/rabino-mijael-even-david-el-dia-que-me-avergonce-de-ser-judio/

……………………….

Basta con struzzi e coccodrilli – Da Gaza al mondo, parla un gruppo di cooperanti italiani in Palestina

Basta con chi fa finta di non vedere. Basta con chi pensa che una
partita di pallone sia più importante di un’intera popolazione inerme
sotto le bombe… Basta con chi dà del terrorista a un’intera popolazione
senza mai aver voluto ascoltare le voci di Gaza. Basta con giornalisti
che scrivono articoli comodamente seduti da casa o dalle redazioni a
Roma e Milano. Basta con l’equidistanza a tutti i costi. Basta con le
condanne bipartisan e con le parole misurate.
Siamo operatori umanitari e condanniamo la violenza verso i civili, SEMPRE.
Per questo non possiamo restare silenti dinanzi ad un attacco armato
indiscriminato verso una popolazione che non ha rifugi, posti sicuri o
possibilità di fuga. Una popolazione strangolata economicamente e
assediata fisicamente, rinchiusa in una prigione a cielo aperto.
Non possiamo far finta di nulla. Noi Gaza la conosciamo perché ci
lavoriamo, perché la viviamo e lì abbiamo imparato cos’è la
sofferenza, ma anche la resistenza. E non parliamo di lancio di razzi:
per i circa due milioni di persone che risiedono a Gaza, che vivono da
48 anni sotto occupazione dimenticate dal mondo, che piangono morti
che sono sempre e solo numeri, che subiscono interessi politici sempre
più importanti della vita umana… resistere è essere capaci,
nonostante tutto, di andare avanti.
Gaza ci ha insegnato semplicemente la dignità umana.
Siamo qui e ci sentiamo inermi e, ancora una volta, esterrefatti
perché continuiamo a leggere articoli di giornale che a nostro avviso
non rispecchiano la realtà. Non raccontano lo squilibrio tra una forza
occupante e una popolazione occupata. Enfatizzano la paura israeliana
dei razzi lanciati da Gaza, che condanniamo ma che, fortunatamente,
non hanno procurato morti, e riducono a semplici numeri le oltre 90
vite spezzate a causa dei bombardamenti Israeliani in meno di tre
giorni.

Tutto ciò che scriviamo non è frutto di opinioni personali o giudizi
morali; è sancito e ribadito dai principi del diritto internazionale e
del diritto umanitario internazionale, che muovono il nostro operato
ogni giorno.

Riteniamo inaccettabile che la risposta all’omicidio dei 3 coloni,
avvenuto in circostanze ancora ignote, sia l’indiscriminata punizione
di una popolazione civile indifesa: il diritto umanitario vieta le
punizioni collettive – definite crimini di guerra dalla IV Convenzione
di Ginevra (art. 33).

Israele ha addossato la responsabilità a Hamas, attaccando
immediatamente la Striscia, causando la risposta dei gruppi
palestinesi con il lancio di missili su Israele. Il governo israeliano
sostiene di voler colpire gli esponenti di Hamas e le sue strutture
militari. E’ davanti agli occhi di tutti che ad essere colpiti finora
sono soprattutto bambini e donne. Basta con lo scrivere che Israele
reagisce ai missili da Gaza, la verità per chi vuol vederla è lì sotto
gli occhi di tutti, e i numeri, se non interpretati con slealtà, sono
chiari.

Dall’8 luglio, inizio dell’operazione militare “Protective Edge”,
Israele ha bombardando 950 volte la Striscia, distruggendo
deliberatamente oltre 120 case, (violando l’articolo 52 del Protocollo
aggiuntivo I del 77 della convenzione di Ginevra), uccidendo 93
persone (inclusi 30 minori 16 donne,15 anziani e 1 giornalista)
ferendo oltre 600 persone, di cui 50 in condizioni molto gravi.
Oltre 900 persone sono rimaste senza casa, 7 moschee, 25 edifici
pubblici, 25 cooperative agricole, 7 centri educativi sono stati
distrutti e 1 ospedale, 3 ambulanze, 10 scuole e 6 sport club
danneggiati.

Dall’altro lato, il lancio di razzi da Gaza, secondo il Magen David
Adom (servizio emergenza nazionale israeliano), ha causato 123 feriti
di cui: 1 ferito grave; 2 moderati; 19 leggeri; 101 persone che
soffrono di shock traumatico.

Di fronte a questi numeri ci sembra impietosa la non obiettiva
copertura di gran parte della stampa internazionale e nazionale,
dell’attacco israeliano verso la Striscia di Gaza. Per questo
riteniamo necessario prendere posizione e ribadire la necessità di
riportare l’informazione, sullo scenario militare in corso, alle
dovute proprorzioni.

Ci appelliamo infine ai responsabili politici in causa e a quanti
possano agire da mediatori, affinchè le operazioni militari cessino
immediatamente e perché si ponga fine all’assedio nella Striscia di
Gaza.

Siamo un gruppo di cooperanti che vive e lavora in Palestina. Tutto
ciò che scriviamo è verificato da testimonianze sul campo e da fonti
di agenzie internazionali. Per maggiori informazioni scrivete a:

cooperantipalestina@inventati.org

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USA (intelligence) – Legalizzare le droghe, l’ultimo ritrovato della finanza usuraia per fare affari e rimbambire la gente

Un amico che va spesso in USA poche settimane fa mi disse che là avvertiva qualcosa di strisciante, legato al malcontento popolare, mi disse… ‘per mantenere gli usurai di Wall Street, drenano a chi si fa il mazzo e hanno trasformato intere generazione di persone istruite in friggitori di patatine… hanno reintrodotto uno schiavismo soft… e ora la gente, che è armata, inizia ad aprire gli occhi’

Mi sono ricordata queste sue parole a proposito del malcontento strisciante nel leggere questa notizia che segue, dal Giornale, qualcosa inizia a scappare fuori mano alla finanza apolide sionista, e hanno fatto liberalizzare le droghe… ultimo assalto alla sanità mentale della gente, prima che il popolo americano che non li conosceva arrivi a svegliarsi, a identificarli e a distruggerli o cacciarli come ha sempre fatto la Vecchia Europa…

Una volta avvelenavano le acque (le presunte ‘tubature di piombo’ a Roma sotto Claudio e Nerone, che avrebbero fatto impazzire la gente… tutte palle, gli archeologi hanno dimostrato che i tubi degli acquedotti romani erano in ferro, quindi ‘qualcuno’ di saturnino ( piombo= saturno ) che voleva creare casino buttava qualcosa- tipo carogne di animali o veleni vari- nelle falde acquifere… da cui le purghe contro di LORO travestiti da ‘cristiani’ che Claudio, Nerone, Domiziano, fino ad arrivare a Diocleziano, Costantino e gli Imperatori d’ Oriente, applicarono a fasi alterne facendo leggi restrittivissime contro la LORO possibilità di movimento… )

Ora, dall’inquinamento degli acquedotti, passano a diffondere le droghe prima che la rabbia esploda tra la gente messa a food stamps… siamo vicinissimi alla LORO fine e NON hanno Arca in cui andare… i russi li tengono nel mirino, i cinesi non li vogliono, e gli europei sono resilienti

Ora che gli USA, dopo essere stati USAti per le loro guerre di Sion, non riescono più a vincere, li vogliono distruggere prima che gli americani distruggano loro che li hanno espropriati della loro nazione… spero che vada così e che il LORO destino sia quello del GOLEM… essere distrutti dagli americani che hanno corrotto, prima che mandino in pezzi l’America col suo popolo

Notizie di cronaca spicciola:
Colorado, i biscottini alla marijuana vanno a ruba pure tra i bimbi – IlGiornale.it

Danni allo sviluppo cerebrale degli adolescenti, calo del quoziente intellettivo medio e nei casi più gravi schizofrenia. È quanto rischia di succedere, e in parte sta già succedendo, nello Stato americano del Colorado, dove il commercio e la detenzione di marijuana dal primo gennaio sono libere da ogni vincolo.

Medici e psichiatri hanno lanciato l’allarme, il rischio è che un’intera generazione di giovani vada letteralmente in fumo. La legalizzazione della cannabis si sta dimostrando un affare d’oro per i produttori locali e per lo stesso Colorado, che impone su questo business un elevato prelievo fiscale. Che gli investitori pagano senza batter ciglio vista l’esplosione della domanda.

Peter Williams, un coltivatore locale di cannabis, sta facendo letteralmente una fortuna. Interpellato dal quotidiano britannico Daily Mail, dichiara candidamente che in base al volume di vendite giornaliere a fine anno potrebbe raggiungere un introito di circa 25 milioni di dollari. Il signor Williams ha sviluppato una tecnica di coltivazione particolarmente sofisticata e ha concluso accordi sia con Chicago che con Las Vegas, nell’eventualità che il commercio libero della cannabis sbarchi anche lì.

Per il Daily Mail il suo negozio è un “McDonald’s della marijuana”, con tanto di guardie armate per garantire l’ordine. Nella sola Denver, la città più popolosa, ci sono 200 punti vendita, altri 100 nel resto dello Stato. Che grazie alla marijuana sta registrando entrate fiscali da record, e chiude un occhio sugli effetti devastanti che tale commercio può avere sulla popolazione.

In vendita non si trova solo erba da fumo, ma anche alimenti e bevande “corrette” alla marijuana. E gli episodi tragici dall’inizio dell’anno non mancano. Come il diciannovenne che si è lanciato dal balcone dopo aver mangiato un biscotto alla cannabis, o la casalinga che chiama la polizia perché il marito è in preda alle allucinazioni dopo aver bevuto una bibita “corretta”. La polizia purtroppo non ha fatto in tempo, e il marito allucinato ha sparato in testa alla moglie davanti ai loro tre figli.

Il pericolo più grave sono proprio alimenti e bevande alla marijuana, in libera vendita e poco distinguibili dai prodotti standard. In particolare le barrette al cioccolato possono provocare stati di allucinazione per via della dose decisamente forte. Il rischio che questi alimenti vengano consumati da minori è elevatissimo, e nello Stato si sono registrati in questi mesi diversi ricoveri di bambini in preda al panico, con stati di ansia e allucinazioni, dopo aver consumato prodotti alla cannabis. Diversi minori portano la marijuana anche a scuola, con i rivenditori che usano per attrarli con la pubblicità anche personaggi dei cartoni come i “Flintstones”.

Ai cartelli della droga colombiana non pare vero di poter liberamente coltivare erba negli Stati Uniti e si preparano allo sbarco, pronti a fare del Colorado la loro base per l’export. E anche gli alberghi di Denver si sono adeguati al clima: dai 21 anni in poi si ha diritto alla dose di benvenuto direttamente in camera e ad un pratico vaporizzatore.

Le autorità locali, mentre incassano soldi a palate grazie alle imposte, sembrano anche rendersi conto che la situazione sta sfuggendo di mano e rischia di avere conseguenze catastrofiche. L’amministrazione di Denver ha deciso di investire i soldi delle maxi-entrate fiscali in programmi specifici per l’educazione dei minori sui rischi delle droghe. Un tentativo, o più probabilmente lacrime di coccodrillo.

Mata Hari

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