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L’Europa ha un solo nemico: gli stati uniti d’america

taci, il nemico ti ascolta...

Quando è nato l’imperialismo americano? Gli storici sono concordi nell’indicare una data: il 1823, quando l’allora Presidente degli Stati Uniti d’America, James Monroe, affermò solennemente la “dottrina” che da lui prese il nome. In verità, la cosiddetta Dottrina di Monroe fu di fatto un documento di politica estera – dal sapore chiaramente intimidatorio – diretto ai governi europei, diffidati dall’ingerire nelle questioni delle Americhe (del Nord e del Sud); questioni che il governo di Washington pretendeva essere di propria esclusiva competenza. Nel tempo, le veline della propaganda a stelle e strisce hanno ammantato di nobili ideali anticolonialisti la Dottrina di Monroe.

Ma, in realtà, si trattava solo di una manifestazione di prepotenza, diretta principalmente a sostituire lo storico colonialismo europeo nell’America Latina con il nuovo colonialismo yankee, certamente più predatorio e – nonostante le apparenze – più liberticida del precedente. L’Europa accettò quel diktat senza fiatare (pur essendosi in piena epoca colonialista), e così gli Stati Uniti furono lasciati liberi di sottrarre il Texas al Messico, di instaurare un protettorato di fatto nell’America Centrale e Caraibica, e di installare nell’America del Sud tutta una serie di governi-fantoccio, civili o militari che fossero. Da allora e fino ai nostri giorni, i pochi oppositori realmente pericolosi sono stati abbattuti da provvidenziali golpe (come l’argentino Peròn) o strangolati dagli embargo (come il cubano Fidel Castro). Ma quel che non veniva compreso dall’Europa dell’Ottocento (e stendiamo un pietoso velo sull’Europa di oggi) era che, alla pretesa di incontrastata supremazia USA sul Continente americano, non faceva riscontro un parallelo disinteresse per le vicende del Vecchio Continente. Anzi, una volta ricostituito lo storico legame di sostanziale complicità con la madrepatria coloniale (l’Inghilterra) gli Stati Uniti presero ad ingerire sempre più pesantemente – per interposta nazione – negli affari europei.

L’obiettivo primario della politica americana era – ed è tutt’ora – la possibilità di accedere liberamente al ricco mercato europeo, inondandolo con la mole della loro produzione agricola, dei loro manufatti industriali e – non ultimo – dei loro capitali. Quando, accampando una propaganda “ideologica” smaccatamente bugiarda, gli USA decisero di intervenire nella Prima Guerra Mondiale – e quindi di interferire violentemente negli equilibri europei – un Presidente sommamente arrogante come Woodrow Wilson ebbe l’impudenza di esplicitare questo progetto, enunciandolo a chiare lettere nel 3° dei sui famosi “Quattordici Punti”: «Soppressione, fino al limite estremo del possibile, di tutte le barriere economiche, e creazione di condizioni di parità nei riguardi degli scambi commerciali fra tutti i paesi che aderiranno alla pace e si uniranno per il mantenimento di essa.»

Era una chiara richiesta di ciò che ai nostri giorni si chiama “globalizzazione”; e che, oggi come ieri, ha il solo scopo di favorire sfacciatamente l’economia americana a detrimento di quella europea. Allora l’operazione non riuscì, perché tutte le nazioni europee – pur continuando a litigare fra loro – furono concordi nel non offrire il collo alla mannaia del boia. Tuttavia, le ingiustizie di Versailles e degli altri trattati di pace furono propedeutiche allo scoppio di una nuova guerra mondiale. E, ancora una volta, gli Stati Uniti intervennero a gamba tesa nelle cose europee, determinando con la loro potenza economica pure l’esito del nuovo conflitto. Tuttavia, neanche questa volta Washington riuscì ad imporre le sue regole al mondo intero.

E vennero perciò gli anni della “guerra fredda”, una sorta di terzo conflitto mondiale (ancorché non dichiarato) con il quale gli USA misero alle corde e poi definitivamente sconfissero lo scomodo alleato della guerra precedente, la Russia sovietica. A partire dall’ultimo scorcio del secolo scorso, infine – una volta rimasta l’unica superpotenza militare del pianeta – l’America ha iniziato la battaglia finale per la conquista dell’Europa. E lo ha fatto, anche questa volta, con falsa riluttanza, mandando avanti certi suoi alleati mediorientali o, talora, le strane “fondazioni” di alcuni iperattivi filantropi miliardari. È questo sottobosco che ha teorizzato, ispirato, armato e finanziato le “rivoluzioni colorate” americaniste ai margini dell’ex impero sovietico (Serbia 2000, Georgia 2003, Ukraina 2004, Kirghizistan 2005) e poi le “primavere arabe” del 2010-2011 (Tunisia, Libia, Egitto, Siria, eccetera) con il loro brutale sèguito di guerre civili, terrorismi, fondamentalismi, stragi e torture. Ultima espressione di questa infernale mistura è un assai misterioso ISIS, il simil-Stato cui è stato assegnato il còmpito di minacciare l’Islam sciita (Iran, Iraq, Siria, Libano, eccetera) e – attraverso una escrescenza libica – l’Europa meridionale. Nulla di tutto questo, naturalmente, trapela dai documenti ufficiali.

Anzi, apparentemente gli Stati Uniti d’America continuano a svolgere il ruolo di grandi alleati e di grandi protettori dell’Europa. Ma, stranamente, hanno impiegato tutta la loro potenza militare solo contro i regimi arabi laici che non nuocevano ai nostri interessi (dall’Iraq di Saddam Hussein alla Libia di Gheddafi), mentre hanno riservato soltanto punture di spillo contro l’ISIS mediorientale, e neanche quelle contro l’ISIS libico. C’è poi il capitolo – pure questo misteriosissimo – dell’invasione africana (camuffata da migrazione “spontanea”) che minaccia i confini dell’Europa. Si tuona contro gli scafisti, contro i mercanti di uomini che lucrano sull’ultimo tratto di viaggio dei migranti; ma nulla si dice e, tanto meno, si fa contro coloro che – nei paesi d’origine – propagandano la migrazione verso l’Europa e organizzano le carovane che attraversano mezza Africa prima di raggiungere l’ultima tappa in Libia o in Marocco. Come mai? Forse perché, se si andasse alla ricerca degli originari input della migrazione clandestina, si potrebbe scoprire che il primo anello della catena non è africano ma – chessò – americano? Anche qui, le mie sono soltanto opinioni, per di più “eretiche”.

Ma non posso fare a meno di osservare come tante tessere comincino a trovare una loro collocazione all’interno di un vasto mosaico che va componendosi: la nascita di un terrorismo islamico dall’inconfondibile puzzo di petrolio, le avanguardie di una migrazione africana dagli effetti imprevedibili, l’agitarsi di israeliani e sauditi per frantumare gli Stati medioorientali (Iraq, Siria, Libano), la sanguinosa provocazione ukraina che potrebbe sfociare in un conflitto armato, e – ultimo non ultimo – l’aggressione della globalizzazione finanziaria contro gli equilibri economico-sociali del pianeta.Al centro di questo mosaico, l’Europa. Tutto intorno, una gigantesca operazione militar-finanziaria che mira a destabilizzare il Vecchio Continente, a precipitarlo nel caos, a isolarlo dai suoi potenziali alleati dell’est e ad esporlo agli attacchi dei suoi nemici del sud. Ogni tanto, qualche “voce dal sen fuggita” lascia trasparire l’ostilità dell’establishment statunitense nei confronti dell’Europa. Come i ripetuti attacchi al nostro ormai smantellato sistema sociale; un sistema che – pur se ridotto all’osso – conserverebbe ancora pericolose tracce di “socialismo”.

O come i pressanti inviti ad aprire i nostri confini all’immigrazione, più di quanto non siano già spalancati. Naturalmente, queste reprimenda non provengono ufficialmente dal governo americano, ma da centri di potere, fondazioni, comitati, think-tank, lobby finanziarie e organismi in un modo o nell’altro vicini all’intelligence; per tacere, ovviamente, di quegli autorevoli quotidiani che “fanno opinione” e che, spesso e volentieri, svolgono il ruolo di portavoce ufficiosi della politica americana “che conta”. Prendete il più autorevole di tutti, il “New York Times”, un giornalone che il è modello massimo da cui traggono ispirazione i valvassori del giornalismo politico di casa nostra. Ecco la sua ricetta per risolvere il problema dell’immigrazione clandestina: «smantellare la Fortezza Europea, aprire strade legali all’immigrazione». Gli americani, però, hanno costruito un muro anti-immigrati alto 4 metri, che corre lungo tutto il confine col Messico. Ma torniamo al nocciolo della questione: agli americani non è mai andato giù che l’Europa si difendesse, che si facesse “fortezza”. A loro serve un’Europa “aperta”, indifesa, buonista e citrulla, magari a tal punto rincoglionita da non accorgersi di chi, dietro le quinte, manovri per asservirla ai propri scopi.

On. Michele Rallo

ralmiche@gmail.com
www.europaorientale.net

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Coretto di guerra dei “democratici” europei… – Ovvero: La falsa sinistra e la falsa opposizione alle guerre NATO:

coretto dei guerrafondai democratici

L’ uscita dalla Nato era nel programma di Syriza del 2012. Nel programma pre-elettorale di Salonicco, settembre 2014, tutte le questioni militari e di politica estera sono state accantonate.

Il nuovo governo è formato da una alleanza tra Syriza e Anel, partito di destra , che ha ottenuto il ministero della Difesa. Il ruolo di Anel è di garanzia per i settori dell’esercito e delle polizia che in Grecia hanno storicamente rapporti assai intensi con la destra politica più estremista.

Il ministro degli esteri che era presente al vertice Nato proviene dal Psok di Papandreu. Anche lui ha il ruolo di coprire il governo di Syriza “a destra”.

Anel è un partito conservatore ed ha molti legami con la Chiesa ortodossa. Si spiega così la politica estera di Syriza dialogante con la Russia. Ma sulle altissime spese militari e sull’appartenenza alla Nato Syriza è completamente silenzioso, atteggiamento che a noi italiani ricorda quello di Rifondazione nel governo Prodi.

E’ per questo motivo che Tsipras dovrebbe essere attaccato con forza per la sua reticenza sulla politica estera, perché non è solo un opportunismo greco ma è un opportunismo che la sinistra europea ripete sistematicamente ogni volta che entra nell’ orbita governativa.

E ci sarebbero sponde in Grecia per attaccare Siryza su questo versante. Il KKE, Partito Comunista ha almeno il 5% dei voti (cito a memoria) e c’è anche una sinistra “antagonista” dentro e fuori Siryza.

E dopo Bertinotti e Tsipras il prossimo turno potrebbe essere di Podemos che domenica ha preso molti voti in elezioni locali di cui la stampa italiana non ha parlato per niente. Ma El Pais titolava la prima sul successo delle liste appoggiate da Podemos.

Comitato No Nato

……………………

Nota aggiunta:

Sulla scena di Tsipras che cantava (insieme a Ferrero, sob!) “Bella Ciao”, non mi ero fatto troppe illusioni. Ma che il suo ministro degli Esteri (il panzone nel video, Nikolaos Kotzias) cantasse “We are the world, we are the children“, (ola compresa) al vertice Nato, dopo tutto quello che questa organizzazione criminale sta combinando – sopratutto in questi giorni – francamente, non me lo sarei mai aspettato.
Francesco Santoianni (da una mail di Marinella Correggia)

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La politica del cambiamento ha bisogna di “carne fresca”

una nuova sinistra?

“Una sinistra non può nascere dal riciclaggio di personaggi come Ferrero o Landini o Vendola o Civati. Bisogna che costoro si mettano il cuore in pace e lasciare fare altri, assecondare nuove forze.”

Scrivo queste cose da molti anni, mi confronto quando possibile con le persone, ma resto sempre sorpreso dal fatto che esista una minoranza molto restia a leggere la realtà.

Credo che dipenda da due fattori:
1) ignoranza – chi è ignorante immagina che alcuni altri siano irraggiungibili – non è così, anche il vecchio medico non è un dio, ma conosce un po’ di cose in croce…
2) invidia – siccome si ritiene inferiore ad alcuni pretende che si debbano sentire inferiori tutti   E siccome non sa giudicare, castiga chiunque non sia “baciato dal signore”

Esiste poi qualcosa di peggiore in Italia, ed è la mancanza di un pensiero di sinistra forte, moderno. Il comunismo dei comunisti del dopoguerra ha plagiato la gente con verità false, la DC ha cavalcato questa oscenità convincendo le persone che il giusto era lontano dalla bandiera rossa. Fatto sta che mentre i paesi scandinavi hanno sviluppato una cultura socialdemocratica eccellente, noi abbiamo permesso alle forze più conservatrici e ottuse dell’occidente di controllare completamente la nostra società.
E’ raro trovare in occidente un paese con una casta medioevale come abbiamo noi italiani ! Ed essa è il frutto di questo malcostume, radicato da secoli, a partire dal Vaticano.

In realtà, invece, ci sono centinaia di migliaia di giovani capaci e preparati, che guiderebbero il paese molto meglio di questi mangia pane a tradimento, che non sanno fare altro che tessere la tela dei loro privilegi e quella dei loto amici. Le pensioni d’oro da una parte e gli esodati dall’altra sono la dimostrazione, nero su bianco, del lerciume dei loro animi.

Giorgio Mauri

Post Scriptum
Viene interpretata come rabbia quella che per chi non ha qualità politiche è normale modo di affrontare l’esistenza. Probabilmente un Messner risulterebbe ancora più insopportabile. Il fatto è però un altro: ci sono moltissimi esseri viventi che hanno energia e voglia di fare, ce ne sono tanti che invece amano chiacchierare, possibilmente in poltrona, dandosi un atteggiamento da intellettuale profondo e capace. Costoro, come diceva l’insegnante di matematica di Einstein, vengono presi in castagna come e quando si vuole. Non è rabbia, è l’altra faccia della medaglia, quella che chi sta dall’altra parte si ostina a criticare anzi che conviverci ed amare, come poi, all’atto pratico, richiedono per la propria.

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Rome & You: anglicizzazione trans/identitaria – “Non sei a Roma ma a “Rome”, non sei Tu ma “You”

anglicizzazione trans-identitaria

Di solito, non voglio involgermi negli affari italiani, dato che non sono italiano, però francese. Tuttavia, questa volta, mi sembra che ho il diritto di reagire, perché il nuovo slogan de Roma è proprio concepito per i stranieri che vengono a Roma; per piacergli, si dice, per dargli un’immagine più moderna della sua capitale.

« È un orrore », mi hanno detto alcuni amici innamorati di Roma quando gliene ho parlato ; « un orrore e un errore », e anche : « non è la Roma che amano, la quale non si dice mai in inglese ».

Mi dirà : « certo, però lei è uno straniero che parla un po’ italiano, mentre la maggior parte dei turisti ha bisogno del inglese quando viene a Roma. »

È vero, ma questo argomento non basta. In effetti, molti viaggiatori vogliono sentire la realtà del paese dove vanno, e dunque vogliono udire e leggere la lingua locale, anche se non la conoscono e se, dopo avere detto « buongiorno, signore », è necessario parlargli in un’altra lingua.

Così il slogan « Rome & You » non ci sembra necessario, però strano. Dà un’immagine diversa della Roma che ci piace, e sopratutto un’immagine falsa, sebbene sia concepito per dare, al contrario, un’immagine cool. Che idea ! Roma non è e non sarà mai una destinazione cool. Lei è troppo cara e troppo culturale. La sua storia è proprio ciò che attira i turisti. Perché dovrete cambiare questo ?

È anche pericoloso. Quest’inglese inutile e quest’immagine cool servono a fare somigliare Roma a tutte le altre destinazioni turistiche del mondo. Ciò che è proprio Roma non apparisce più. Come se tutte le citta’ dovessero essere parchi di divertimenti, dove la gente cercherebbe solo il fun. Come se noialtri, i turisti, fossimo dei bambini. O come se i turisti che sono così fossero più importanti e rispettabili dagli altri.

D’altronde ce ne sono davvero, dei turisti che cominciano la loro giornata con un english breakfast, che vengono a Roma perché si deve « fare » Roma, e che finiscono la notte in un night club. Però non posso credere che siano la maggior parte dei turisti, o che siano più importanti.

Al contrario. I turisti che amano e conoscono l’Italia, dove tornano spesso, sono proprio quelli che la aiutano a risplendere nel mondo. Scrivono su Roma, ne parlano ai suoi amici, ma ci sarebbe un rischio che lo facessero un po’ meno se Roma fosse Rome.

Purtroppo, questo slogan disprezza tutti gli stranieri che amano Roma, che fanno degli sforzi per parlare un po’ l’italiano, che rispettano gli italiani e la loro lingua. Favorisca invece i pigri. È concepito per loro, soltanto per loro – come si l’Italia fosse colonizzata.

Si può anche ricordare che la lingua del turismo non è l’inglese, ma la lingua del turista. E che l’inglese non è « la » lingua internazionale, sebbene molte persone lo pensino ; ci sono moltissime lingue nel mondo, tra le quale l’italiano, che non è meno bella o precisa.

Così ha fatto un errore, il sindaco de Roma, un errore che non dispiace solo a alcuni fasciste italiani, ma anche a molti stranieri che, invece, vogliono lottare contro il fascismo del monolinguismo.

Tutto ciò, finalmente, non è tanto strano : il sindaco ha sopratutto fatto l’errore di ascoltare uno di quei specialista della communicazione che credono che l’inglese è la lingua interzionale e che tutti gli stranieri vogliono parlarlo sempre. Però non aiuta Roma, almeno che la vostra capitale voglia diventare il new Disneyland.

Pierre Brasseur – (http://www.eraonlus.org/)

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Mosca, la sfilata del bene – Glorificata la pace nel 70° anniversario della vittoria sul nazismo

Putin in marcia il 9 maggio 2015

Qualcosa di straordinario non solo ha avuto luogo in Russia ma potrebbe avvicinare il nostro turbato mondo con un passo importante alla pace e allontanarlo dall’incombente nuova guerra mondiale. Di tutte le cose improbabili, ciò che è accaduto è stata la commemorazione nazionale russa dei 27, forse 30 milioni, di cittadini sovietici mai tornati dalla seconda guerra mondiale. Eppure, ciò che può essere descritto solo come spirituale, gli eventi del 9 Maggio, Giorno della Vittoria sul nazismo, svoltisi in tutta la Russia, ha trasceso il mero giorno della memoria del 70° anniversario della fine della seconda guerra mondiale nel 1945. E’ stato possibile vedervi emergere lo spirito degli eventi attuali, diverso da tutto ciò che l’autore abbia mai visto prima.
La manifestazione è stata straordinaria sotto ogni aspetto. C’era la sensazione, in tutti i partecipanti, di plasmare la storia in modo ineffabile. Non era il solito 9 Maggio per illustrare la forza militare della Russia. Sì, era caratterizzato dalla parata dei mezzi militari più avanzati della Russia, tra cui gli impressionanti nuovi carri armati T-14 Armata, i sistemi antimissile S-400 e gli avanzati jet da combattimento Sukhoj Su-35. E’ stato davvero impressionante vederli. La parte militare della manifestazione ha anche visto per la prima volta i soldati d’élite dell’Esercito di Liberazione Popolare della Cina marciare in formazione con i soldati russi, che di per sé dovrebbe far rabbrividire i falchi neoconservatori di UE e Washington, se avessero una spina dorsale da far rabbrividire. L’alleanza tra le due grandi potenze eurasiatiche, Russia e Cina, evolve a velocità fulminea in una nuova che cambierà la dinamica economica del nostro mondo da debito, depressione e guerre a crescente prosperità generale e sviluppo, se saremo abbastanza seri da contribuirvi. Durante la visita, il presidente cinese Xi oltre ad onorare in modo ben visibile la manifestazione della Vittoria russa e il suo significato per la Cina, ha incontrato separatamente Vladimir Putin e deciso che l’emergente Nuova Via della Seta del grande programma ferroviario ad alta velocità della Cina s’integrerà nella pianificazione e in altri aspetti dell’Unione economica eurasiatica formata da Russia, Bielorussia, Kazakistan e Armenia con diversi possibili candidati in attesa. Se può sembrare un passo ovvio, non era affatto certo finora. I due grandi Paesi eurasiatici ora hanno cementato gli enormi accordi su petrolio e gas, commerciali e di cooperazione militare, volti ad integrare pienamente le infrastrutture economiche. In seguito all’incontro con Xi, Putin ha detto alla stampa, “L’integrazione dei progetti eurasiatici Unione economica e Via della Seta significa raggiunge un nuovo livello di collaborazione implicante uno spazio economico comune continentale”. Il peggior incubo geopolitico di Zbigniew Brzezinski si compie, grazie alla stupida e miope strategia geopolitica di Brzezinski e della fazione guerrafondaia di Washington che ha chiarito a Pechino e Mosca che la loro unica speranza di sviluppo nazionale e libertà dai dettami dell’unica superpotenza Washington-Wall Street sia costruire un spazio monetario ed economico indipendente dal mondo del dollaro.

La sfilata del Bene
Ma la parte più straordinaria delle manifestazioni della lunga giornata, non è stato lo spettacolo del materiale militare in un momento in cui la NATO non solo fa tintinnare le sciabole contro la Russia, ma interviene militarmente in Ucraina per trascinare la Russia in una sorta guerra. Qual che è stato straordinario il 9 Maggio, alla Parata del Giorno della Vittoria, era la marcia del ricordo dei cittadini, un corteo simbolico conosciuto come marcia del Reggimento Immortale, una processione dalle strade di Mosca alla famosa e molto bella Piazza Rossa. La piazza, contrariamente alla credenza di molti occidentali, non si chiama così dal “Rosso” del bolscevichi, ma per opera dello zar Aleksej Mikhajlovich di metà 17° secolo, usando una parola russa che ora significa rosso. La parate del Reggimento Immortale avrebbe interessato dodici milioni di russi in tutta la Russia, contemporaneamente da Vladivostock a San Pietroburgo, passando per Sebastopoli nell’attuale Crimea russa. In un clima di rispetto e quiete, circa trecentomila russi, la maggior parte con foto o ritratti dei familiari mai tornati dalla guerra, camminavano nella bella e soleggiata giornata di primavera nel centro di Mosca, nella Piazza Rossa dove si trova la residenza del presidente, il famoso Cremlino. Vedere i volti di migliaia e migliaia di russi ordinari camminare, l’ottimismo sul loro futuro dai loro volti raggianti, giovani e anziani, veterani della Grande Guerra Patriottica, come è nota ai russi, hanno spinto l’autore a piangere in silenzio. Ciò che trasmettevano sorrisi e occhi di migliaia di manifestanti non era uno sguardo al passato, al dolore per gli orrori di quella guerra. Piuttosto, ciò che vidi così chiaramente nel corteo era il gesto di amorevole rispetto e gratitudine per coloro che diedero la vita affinché la Russia di oggi rinasca nuovamente, guardando al futuro e al centro dell’unica alternativa alla dittatura mondiale del Dominio a spettro totale del Pentagono e del sistema del dollaro che strangola con debito e frode. L’intera nazione russa emanava la sensazione di essere nel giusto e vittoriosa. Pochi popoli lo sono nell’odierno mondo. Quando le telecamere si avvicinarono al Presidente Vladimir Putin, anch’egli nella marcia, camminava libero tra migliaia di cittadini, con una foto del defunto padre che aveva combattuto in guerra e gravemente ferito nel 1942. Putin era circondato non da limousine blindate come ogni presidente degli Stati Uniti dall’assassinio di Kennedy, nel 1963, sempre che abbiano il coraggio di avvicinarsi a una folla. C’erano tre o quattro persone della sicurezza presidenziale vicino Putin, ma migliaia di russi ordinari a portata di mano di uno dei più influenti leader del mondo attuale. Non appariva alcun clima di paura.

Le mie lacrime
Le mie lacrime vedendo i manifestanti silenziosi e Putin tra loro, sono la reazione inconscia di ciò che, a pensarci bene, era comprendere personalmente quanto oggi sia remota una qualsiasi cosa del genere nel mio Paese, gli Stati Uniti d’America, dalla marcia commemorativa in pace e serenità. Non ci sono state marce della “vittoria” dopo che le truppe USA hanno distrutto l’Iraq; l’Afghanistan o la Libia. Gli statunitensi oggi non hanno altro che guerre di morte e distruzione da commemorare e veterani che ritornano con traumi e avvelenamenti da radiazioni ignorati dal proprio governo. La trasformazione degli USA è avvenuta nei 70 anni dalla fine della guerra, una guerra in cui noi statunitensi e i russi, l’Unione Sovietica naturalmente, combatterono assieme per sconfiggere Hitler e il Terzo Reich. Oggi il governo degli Stati Uniti è schierato con i neo-nazisti in Ucraina per provocare la Russia. Ho riflettuto su quanto i miei connazionali siano cambiati in questi pochi decenni. Dalla nazione più prospera del mondo, centro di invenzione, innovazione, tecnologia, benessere, nel giro di settant’anni è riuscita a farsi rovinare da un branco di stupidi e ricchissimi oligarchi come Rockefeller, Gates, Buffett e loro accoliti della dinastia Bush. Tali oligarchi narcisisti non badano per nulla alla grandezza del popolo statunitense, ma lo vedono come mera base da cui realizzare il loro malato sogno di dominio mondiale. E lasciamo che ciò accada.

Vi svelo un segreto che ho scoperto di recente. Gli oligarchi statunitensi non sono onnipotenti; non sono certo i nuovi Illuminati come certuni cercano di convincerci. Non sono onniscienti. La fanno franca con i loro crimini perché glielo permettiamo. Siamo ipnotizzati dalla loro aura di potere. Eppure se accusassimo i vertici chiaramente e apertamente, “Questi stupidi aspiranti imperatori non hanno vestiti!”, il loro potere evaporerebbe come zucchero filato nell’acqua calda. Ciò li terrorizza. Ecco perché impiegano le Forze Armate degli Stati Uniti in Texas per organizzare esercitazioni contro i cittadini degli Stati Uniti; perché stracciano Costituzione e Carta dei Diritti dall’11 settembre; perché hanno creato il Department of Homeland Security e cercano di spaventare i cittadini per vaccinarli sull’Ebola o altro; perché cercano disperatamente di controllare la libera espressione delle idee politiche su Internet. Ora, quando rifletto sul vero stato degli USA oggi rispetto alla Russia, piango. Oggi l’economia degli Stati Uniti è in rovina, “globalizzata” dalle aziende mondiali di Fortune 500 e dalle banche di Wall Street. La loro industria affidata a Cina, Messico, e anche Russia negli ultimi 25 anni. L’investimento nella formazione dei nostri giovani è diventato uno scherzo politicamente corretto di cattivo gusto. Gli studenti universitari devono sprofondare nei debiti con le banche private, 1000 miliardi di dollari oggi, per avere un pezzo di carta chiamato laurea con cui cercare lavori inesistenti. Il governo di Washington è un bugiardo compulsivo che mente sul vero stato dell’economia da quando Lyndon Johnson, durante la guerra del Vietnam, ordinò ai dipartimenti Commercio e Lavoro di falsificare i dati per nascondere la stagnazione economica interna. Le conseguenze, seguite da tutti i presidenti, è che viviamo in un mondo fiabesco i cui i media mainstream ci dicono che siamo nel “sesto anno di ripresa economica” e abbiamo una mera disoccupazione del 5,4%. La realtà è che oltre il 23% degli statunitensi oggi è disoccupato, ma con accorti trucchi scompaiono dalle statistiche. Circa 93 milioni di statunitensi non hanno un lavoro regolare. Non è colpa di Obama o Bush, Clinton, Bush, Reagan o Jimmy Carter. E’ colpa nostra perché eravamo passivi; gli abbiamo dato il potere perché non crediamo in noi. Lasciamo ai miliardari decidere per noi chi sarà il nostro Presidente e Congresso, perché non crediamo di esserne degni. Per lo stesso motivo, i russi oggi, tra le sanzioni occidentali della brutale guerra economica e finanziaria e con una guerra della NATO in Ucraina che ha creato oltre un milione di profughi ucraini russofoni in Russia, fuggiti al sicuro nonostante la demonizzazione dei media occidentali del loro Paese, trasudano nuovo ottimismo sul loro futuro. Ciò che rende Vladimir Putin così straordinariamente popolare, con un’approvazione oltre l’83%, è che agisce sapendo di rappresentare l’anima russa secondo cui il popolo è buono, è corretto, è giusto, come lo è la stragrande maggioranza dei russi oggi. Ciò era nettamente visibile sui volti dei manifestanti del 9 Maggio 2015.

Si poteva sentire ciò che Putin sul podio dell’oratore sentiva quando guardava all’immensa folla. Era chiaro quando il Ministro della Difesa Shojgu, buddista russo-mongolo di Tuva, con rispetto e umiltà fece il segno della croce ortodossa a capo chino mentre passava attraverso la Torre del Salvatore del Cremlino affiancandosi a Putin. Come Viktor Baranets, noto giornalista russo ha detto: “In quel momento ho sentito che con il suo semplice gesto Shojgu ha sollevato tutta la Russia. C’era tanta bontà, speranza, nostro senso russo del sacro in quel gesto“. La leggendaria Anima russa si era manifestata il 9 Maggio ed è viva e vegeta, grazie. E perciò che ho pianto il 9 Maggio, guardando centinaia di migliaia di russi pacifici attraversare la loro capitale, la città che ha sconfitto gli eserciti di Napoleone e di Hitler. Mi ha commosso profondamente guardarli camminare lentamente e liberamente nella Piazza Rossa accanto alla residenza del loro Presidente, mentre la Casa Bianca di Washington è circondata da barriere di cemento, filo spinato e guardie armate. Lo si vedeva negli occhi dei russi per strada: sapevano che erano nel bene. Non buoni perché i loro padri o nonni erano morti sconfiggendo il nazismo. Lo erano perché erano orgogliosi di essere russi, fieri del loro Paese dopo tutte le devastazioni degli ultimi decenni, dell’ultimo saccheggio sostenuto dagli Stati Uniti durante la Shock Therapy di Harvard negli anni ’90, nell’epoca di Eltsin. Ho pianto essendo profondamente commosso da ciò che ho visto in questi russi ordinari e per quello che vedo distrutto nel mio Paese. Noi statunitensi abbiamo perso il senso del giusto e forse anche di esserlo di nuovo. Abbiamo accettato il male, uccidiamo in tutto il mondo, odiamo noi stessi e i nostri vicini, abbiamo paura, viviamo in un clima di guerra razziale e siamo disprezzati per tutto ciò nel mondo. Ci sentiamo tutt’altro che bene con noi stessi, perché siamo in una sorta d’ipnosi indotta da tali oligarchi narcisisti. L’ipnosi, tuttavia, può essere cancellata nelle giuste circostanze. Dobbiamo solo volerlo.

Poscritto:
L’ultima volta che piansi per un evento pubblico fu nel novembre 1989 quando cadde il Muro di Berlino e i tedeschi di est e ovest ballarono insieme sul simbolo della divisione della Guerra Fredda tra Est e Ovest, con l’Ode alla gioia di Beethoven che risuonava. Il cancelliere tedesco fece un discorso al Bundestag proponendo l’idea di una ferrovia ad alta velocità che collegasse Berlino a Mosca. Ma la Germania non era abbastanza forte, libera da sensi di colpa della guerra, da respingere la pressione di Washington. L’architetto di quella visione, Alfred Herrhausen, fu assassinato dalla ‘Frazione Armata Rossa’ di Langley, Virginia. La Russia fu deliberatamente gettata nel caos dalla terapia d’urto del FMI e dalla criminale famiglia Eltsin. Oggi il mondo ha una nuova, molto più bella possibilità di realizzare il sogno di Herrhausen, questa volta con Russia, Cina e d Eurasia. Ecco cos’era così bello nella Parata del 9 Maggio 2015.

F. William Engdahl * New Eastern Outlook 13/05/2015

* F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica dalla Princeton University è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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