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Rapportarsi con il cibo e la “cucina meditata” di Franca Oberti

Franca Oberti

Caro Paolo, ti mando un testo che ho spedito l’estate scorsa ad un concorso a Bologna. Si tratta del “Gruppo di lettura San Vitale”, magaari lo conosci o lo conosce Caterina. So che sono principalmente donne e già alcuni anni or sono mi avevano premiata.
Il tema era “Le donne nella storia del cibo”. Anche quest’anno sono stata premiata con l’inserimento del testo in un’antologia che sarà consegnata giovedì 18 dicembre 2014 alle 16 alla Sala Cappella Farnese di Palazzo d’Accursio, in piazza Maggiore 6 a Bologna.
Purtroppo ho già dovuto comunicare che non ci sarò. Speravo in qualche amica della zona, una in particolare, ma non mi ha ancora risposto e so che doveva subire un piccolo intervento. Se avete conoscenze in loco, andate pure a mio nome, sarei felice che qualcuno potesse ascoltare i vari interventi che mi sembrano corposi e interessanti… Questo il programma: Bologna. Donne e cibo – Scrive Maria Rosa Damiani: “Giovedì 18 dicembre 2014, ore 16:00. Antologia e premiazione: Le donne nella storia del cibo. Sala Cappella Farnese Palazzo d’Accursio Piazza Maggiore, 6 – Bologna. Info. 339.2048416″

F.O.

…………

IL CIBO, UN RAPPORTO SINGOLARE
Una decina d’anni fa, iniziai un percorso di consapevolezza sul cibo.
Ero già sulla via – più o meno come quella di Damasco… – perché da tempo mi interessavo di medicina complementare, ma l’impatto con la realtà alimentare fu l’ultimo ad arrivare. Dopo tante informazioni acquisite, dopo esperimenti su me stessa, dopo letture di ogni genere, su diete di ogni tipo, pubblicai un libro sulla “cucina meditata”, più per imprimere ciò che avevo imparato, che per la gioia degli altri che mi avrebbero letto; il libro aveva questo incipit:

“Ci fu un tempo in cui vivevo per mangiare; compravo riviste di cucina, sperimentavo nuove ricette e riportavo su un quaderno ogni ‘ricetta della nonna’ sulla quale potevo mettere le mani. Non badavo agli ingredienti, al fatto che fossero grassi o magri, alle possibili conseguenze sul fisico; mi piacevano i piatti elaborati, ricchi di grassi; mi cimentavo in portate a lunga cottura; utilizzavo pentole di coccio e, quando ne avevo l’occasione, il forno a legna. Acquistavo carni ricche di calorie, usavo burro e altri grassi condimenti; mi piaceva il sapore del dado nei brasati, negli arrosti e in aggiunta alle minestre. Cucinavo per la famiglia e per gli amici; proponevo piatti delle nostre tradizioni, ma anche esperimenti culinari nei quali mi lanciavo con grande fantasia. Riutilizzavo gli avanzi, ne facevo polpette, intingoli e tortini salati, paste al forno con aggiunte di besciamelle, prosciutto, formaggio. Compravo pezzi enormi di parmigiano reggiano e formaggette intere che sparivano in pochi giorni. Quando andavo in montagna cercavo di rifornirmi di salamini nostrani, coppe, lardo… “

Il fulmine sulla via di Damasco arrivò quando mi resi conto che tutto quel bendidio si accumulava sui fianchi, sulle cosce, sulla pancia di mio marito, sui miei figli, sul colesterolo e sulla pressione arteriosa. Non ero ancora consapevole, provenivo da altra cultura, quella del benessere conquistato nel dopoguerra, dell’ostentazione del grasso, perché era indice di ricchezza. Quando ero bambina non si conosceva la parola “anoressia” ; non avevo ancora assimilato frasi ippocratiche che mi potessero segnalare l’errore.
Credevo fosse normale abbuffarsi; il rutto dopo il pasto abbondante era una costante tra i nostri vecchi, una sorta di ringraziamento alla cuoca; il mangiare era una normale azione quotidiana, a orari stabiliti, dettata da convenzioni o cercata per necessità.
Sentivo parlare di “fame”, che poteva durare giorni e mesi, soprattutto nei racconti del nonno sulla guerra, ma non ho mai ben capito di cosa si trattasse.
Fin dalla prima infanzia, dovevo, ogni tanto, eseguire analisi mediche, per questioni di salute, perciò capivo bene cosa significasse digiunare per poche ore, ma solo per poche ore; mi disturbava, non era piacevole, ma si limitava a quel breve spazio di tempo. Gli uomini della mia famiglia non scendevano sotto i cento chili e spesso, mio nonno, inforcando l’ultimo boccone di una cena sostanziosa, soleva dire: “ciütosto che roba avansa, creppa pansa” (tr.:piuttosto che cibo avanzato, crepi la pancia). Mi è stato inculcato a proverbi il rispetto per il cibo e, di conseguenza, era proibito fare avanzi nel piatto; mio padre mi ammoniva dicendo: “Anche Gesù è sceso da cavallo per una briciola di pane che gli era caduta”; per anni ho cercato questo brano del Vangelo, ma non l’ho mai trovato, forse era una sua interpretazione, ma sono cresciuta con questa frase che mi risuonava ogni volta che avanzavo un boccone e ancora oggi non l’ho dimenticata.
Ora ho imparato a mettere nel piatto porzioni minori, ma una volta c’era soddisfazione persino nel riempire i piatti fino all’orlo… chissà! Una sorta di rivalsa.
Ho manipolato cibo per tutta la vita, in ruoli diversi, dal produttore al consumatore.
Mio padre non si era mai rassegnato alla vita di città, dove svolgevamo l’attività di famiglia: un bar, latteria, pasticceria, e per un breve periodo, anche una panetteria e salumeria; non voleva staccarsi dalle sue radici contadine. Spesso cercava di trasportare gli usi agricoli nel nostro giardino, creando non poco imbarazzo tra i professionisti che abitavano ai piani superiori.
Galline, conigli, piccioni, un’oca, tortore dal collare, non si risparmiava nulla, salvo poi regalarli perché, dopo essere diventato loro amico, non aveva il coraggio di ucciderli per mangiarli. Quando gli orari del suo lavoro si fecero più umani, cominciò a trasferire le sue velleità contadine nella casa di montagna, suo paese d’origine. Lì si sbizzarriva a concimare, zappare, seminare tutto quello che reperiva sui cataloghi di agricoltura, e quando, in primavera, gli si chiedeva cosa avesse seminato quella domenica, lui tagliava corto, rispondendo: “minestrone”.
In quegli anni arrivavano a casa, la sera della domenica, cassette di verdure raccolte all’ultimo minuto, che si dovevano ripulire, lavare e conservare per la settimana. A fine stagione arrivavano le mele, la frutta dell’autunno, le castagne da pelare e far bollire, le nocciole da rompere, le noci e qualche volta comparivano le nespole che si dovevano sistemare nelle cassette con la paglia o fieno, per lasciarle maturare; arrivavano erbette, verze, cicoria.
Ovviamente oltre la mamma ero arruolata anch’io, poi dopo la sua dipartita, toccò sempre e solo a me curare la produzione perché se ne facesse buon uso.
Mio fratello, più giovane, uomo, era naturalmente esentato. La donna di casa ero rimasta io e da allora ho sempre avuto questo ruolo. Allora mi pesava, ora è un compito automatico; il lavoro quasi meccanico mi consente di pensare, di comporre racconti e poesie; in fondo è sempre un contatto con la natura, una natura generosa che ci consente di vivere dignitosamente.
Nel locale che gestiva la mia famiglia, si dovevano recuperare pacchi di biscotti in scadenza, latte del giorno prima, formaggini che sarebbero andati a male se non usati in quei giorni; facevamo colazione con le brioche rafferme. Difficilmente sceglievamo il cibo che volevamo; era, piuttosto, un’attenta selezione di ciò che gli altri avevano lasciato.
Non erano anni difficili, economicamente, ma questo era parte della nostra educazione al risparmio. Nessuno si lamentava e qualche volta andavamo in altri negozi a cercare ciò che ci “stuzzicava”, come premio, invece che come necessità. Eppure, quel rispetto per il cibo, che ho imparato così bene, è diventato, nel tempo, una sorta di “prigione”. Sono ancora legata a orari e pasti, a piatti della tradizione e cene luculliane. Pur sapendo bene quali danni può causare l’eccesso di cibo, a volte si tratta semplicemente di ostentazione del piatto ricercato, della ricerca di cibo insolito e pregiato, o nel dimostrare altre abilità.
E così, nei primi anni di matrimonio, mio marito ed io, tenevamo i ritagli di giornale dei piatti insoliti, compravamo il lardo di colonnata e quando ci capitava di andare in altre regioni d’Italia, prima del mercato globale, si cercavano le specialità del luogo, da portare a casa e gustare con gli amici.
Da bambina, in vacanza dai nonni, imparai a fare il pane e ancora oggi è una mia passione: infilare le mani in chili di farina, vederla trasformarsi alle mie manipolazioni, mi da una soddisfazione che ho provato, in ugual misura, solo quando manipolavo i miei figli da piccoli, quando dipendevano solo da me; nel fasciarli e sfasciarli, preparare loro i biberon inventando mescolanze di biscotti e latte, fare il bagnetto e poi ungerli in ogni piccola parte di quel corpicino tenero che talvolta, mi veniva voglia di “mangiare”. Davo loro sonori baci sul culetto, trattenendo il desiderio di dare morsi, e loro emettevano gridolini di piacere.
Quello che abbiamo ingurgitato nel dopo guerra, credo non sia nemmeno possibile classificarlo. I nostri genitori dovevano rifarsi del lungo periodo della guerra, delle “borse nere”, della fame attanagliante nelle città e della ricerca nei campi di poche radici per chi viveva in campagna, preda dei saccheggi continui dei soldati. Il pane nero, dopo la guerra, non lo potevano più vedere, eppure era una fonte incomparabile di nutrienti integri, ma ancora non si sapeva e si preferiva il pane bianchissimo, nel quale, si seppe poi, qualcuno metteva persino polvere finissima di marmo per renderlo ancora più bianco e più pesante per la bilancia. Quali errori involontari si commisero in quegli anni di ritrovato benessere!
Negli anni della mia giovinezza era ancora presto per parlare di cibo bio, e quella terra, di cui erano piene le foglie dell’insalata, e quelle lumachine che trovavamo, erano indice di cibo sano, al contrario dell’impeccabilità di oggi nell’acquisto di cespi perfetti, pomodori che sembrano finti e non marciscono nemmeno. Le mele più commercializzate di certe valli, sono indigeste quasi a tutti, ma tant’è, il vederle belle e lucide, attira ancora e pochi hanno capito che acquistano la “mela di Biancaneve”.
Mio marito, di recente, si è riscoperto contadino.
Anche lui affonda le sue radici nella terra e il suo ritorno alla zappa non mi ha stupito più di tanto. La sua educazione, però, non si è formata tra i campi coltivati ed era consuetudine, in quegli anni, di allontanare i figli dalla terra, per consentire loro un futuro migliore. Mio suocero, finché è vissuto, nella casa di campagna, si occupava di un piccolo orto; noi lo trovavamo vangato, seminato, rigoglioso; a noi toccava la parte migliore: la raccolta di quello che ci piaceva. Ora non ha più nessuno con cui confrontarsi, nessuno che gli dia consigli, ma ci sono giornali specializzati e gli piace fare sperimentazioni. Il suo frutteto è un’allegra mescolanza di varietà e di innesti e se riusciamo a tenere a bada i caprioli, un piccolo raccolto autunnale ci consente frutta imperfetta, ma ottima e digeribile. Cerchiamo di convivere con la natura e lasciamo che si nutra di una parte del nostro lavoro, in fondo ci gratifica sempre tanto e glielo dobbiamo.
La mia preparazione in Naturopatia e poi in “cucina naturale”, mi ha consentito, di recente, di trasferire ad altri le mie conoscenze attraverso piccoli corsi che spesso mi vengono richiesti. Iniziai ben prima del “boom” culinario di questi ultimi anni e ora, lo confesso, mi sto disinteressando, perché penso che quando tutto è di tutti, la confusione tra ciò che è vero e ciò che è inventato per creare consensi, fa perdere la qualità e subentra la mediocrità.
Non mi hanno stupito le recenti indicazioni di tanti medici, a partire da oncologi famosi, era solo una questione di tempo e ci sarebbero arrivati anche loro. Quello che mi preoccupa è l’insegnamento della medicina, che non ha cambiato una virgola sui tanti schemi preimpostati; ad oggi i nuovi medici non riescono ad accettare nuovi paradigmi ed abbandonare certe forme mentali. La chimica, senza l’alchimia della natura provoca solo danni. Ma ancora non siamo arrivati a comprendere quanto il cibo sia da considerare, proprio in termini di cura della salute; non abbiamo ancora la coscienza che, in fondo, è un complemento per la sopravvivenza. Abbiamo perso l’intuito, l’olfatto, il gusto, ci vengono propinati cibi manipolati con composti chimici che imitano questo o quel sapore e accentuano a tal punto gli aromi, da rendere poi impossibile percepire il tenero e delicato sapore o profumo naturale. Sconvolto il ciclo alimentare dai supermercati che acquistano al mercato globale, non sappiamo più a quale stagione appartengano le verdure che consumiamo ogni giorno e ci troviamo a mangiare pomodori in inverno e cavolfiori d’estate, creando, anche in questo modo, fastidiose patologie e intolleranze.
Ora fioriscono libri di cucina, trasmissioni televisive, marmellate mediatiche che mi stanno nauseando, sì, nel vero senso della parola. Quello che mi indispone di più, però, è l’aria saputella di tante persone, conoscenti, che fino a 10 o 20 anni fa mi prendevano in giro. Dovrei essere felice che anche loro abbiano raggiunto finalmente la consapevolezza, ma talvolta mi è difficile, anche perché alcuni stanno andando oltre, verso una scelta di cibo selezionata all’inverosimile, tanto da sballare tutti i criteri di evoluzione dell’uomo. Non è normale cessare di punto in bianco il consumo di carne; nel nostro DNA le modificazioni avvengono lentamente e il rischio di diventare anemici, soprattutto se donna ancora fertile, è concreto. C’è la corsa al saccheggio selvaggio in tante parti del mondo per vendere questo o quel prodotto, con l’illusione che inghiottendo velocemente una manciata di bacche secche, si possa ottenere la soluzione a tutti i mali. Salvo poi, dopo analisi e ricerche varie, si scopra che quelle bacche possono essere paragonate alle nostre umili corniole che ora marciscono nei boschi abbandonati. Inoltre, tante di quelle erbe che tentano di spacciarci come elisir di lunga vita, e che provengono da altri continenti, hanno le stesse proprietà di umili piantine che falciamo come erbacce nei nostri giardini. Si crede che il sale estratto nelle grotte ymalaiane sia puro, ma ormai cosa c’è di puro su questa Terra? Basti pensare alle acque, che si trasformano in nuvole e piogge in pochi giorni; basti ricordare come l’inquinamento di Chernobyl ha viaggiato per tutto il mondo ai primi venticelli. Sarebbe opportuno approfondire meglio la conoscenza della natura che ci circonda. I ritmi quotidiani sono sempre più veloci e feroci, questo fa sì che subentrino integralismi ed estremismi anche nella cura e nell’uso dei cibi. Basterebbe riflettere un po’ di più, senza arrivare all’altro estremismo, quello del “cibo lento” e trasformarci così in tanti Luculli. Basterebbe osservarsi mentre si mangia, masticare a lungo, “meditare” sul sapore che il nostro palato corroso può percepire, sapere quali reazioni ha provocato un alimento in noi; invece talvolta non sappiamo nemmeno cosa abbiamo ingurgitato durante il pasto precedente. In fondo siamo unici, irripetibili, forse con un po’ più di fiducia nelle nostre intuizioni potremmo trovare il giusto stile alimentare, forse anche mangiando un po’ di meno e cominciando a seguire il ciclo delle stagioni, potremmo poi evitare di trovarci con l’acidità di stomaco, la pancia gonfia e le tante intolleranze che fioriscono ogni anno in maniera esponenziale. La natura stessa ci può rispondere, ma non la ascoltiamo più; ci suggerisce sempre quello che è meglio per noi: un odore sgradevole, un sapore sospetto, il tocco di un alimento che dà ripugnanza, sono tra i tanti campanelli che non ascoltiamo più. Guardiamo la data di scadenza e pensiamo di aver assolto ai nostri compiti.
Il cibo è una delle tre importanti energie che ci sostengono in questa vita, ma sembra che questo “piccolo particolare” interessi poco, ormai. Meglio il piatto pronto, pollo allo spiedo, saccocci veloci, confezioni di plastica che, ci dicono, si possono scaldare, tutto pronto, confezionato, cotto, precotto, condito, colorito e colorato.
E l’uomo moderno, ma soprattutto la donna, la madre di famiglia, lentamente dimenticano che essi stessi sono parte di questa Terra, di questa natura che abbiamo snaturato.

Franca Oberti

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Russia Today, Assange… ed altre verità (opposte)

Russia Today

La scorsa settimana, mentre ero a Londra, sono andata a far visita a Julian Assange presso l’ambasciata ecuadoregna. Abbiamo parlato in modo confidenziale ovviamente, perciò non renderò pubbliche troppe cose, ma diffonderò solo ciò che Julian ha insistito che divulgassi. Prima è troppo tardi.
Assange ha condiviso un illuminante racconto su una stazione televisiva curda che è stata chiusa in Danimarca. La storia, come molte altre – dai cablogrammi diplomatici con commenti non diplomatici a centinaia di crimini di guerra non indagati in Irak – è giunta alla sua attenzione mediante una fuga di notizie.
C’era una volta in Danimarca una rete televisiva curda. Altrettanto felicemente avrebbe potuto essere altrove, ma al canale erano interdetti mercati più adeguati. La stazione, Roj TV, si rivolgeva ai Curdi turchi, e ciò rendeva le autorità turche molto arrabbiate.
Funzionari turchi fecero pressioni sulla Danimarca loro alleata nella NATO affinché chiudesse il canale televisivo con qualche scusa plausibile. Ma la Danimarca era riluttante, dicendo che varie ispezioni non avevano riscontrato alcuna incitazione al terrorismo e non c’erano ragioni per chiuderla. Cose simili non si facevano là; dopotutto, la Danimarca è una democrazia.
La “democrazia” non ha prevalso a lungo. Solo fino al momento in cui il Principe di Danimarca Primo Ministro Rasmussen decideva di diventare Segretario Generale della NATO. Ma la Turchia insorse e bloccò la sua candidatura! Sì, riguardo la televisione curda circa la quale la Danimarca era così ostinata. Allora i pezzi grossi si riunirono e decisero che il canale che rappresentava un faro per una intera nazione non fosse un prezzo alto da pagare per una così importante posizione in una tanto importante organizzazione. E hanno cercato di tirar fuori un po’ di estremismo, dannata democrazia. Ancora non riuscivano a trovare alcuna evidenza di ciò, ma sputarono qualche altra spiacevolezza. Wikileaks possiede un cablo nel quale il Presidente USA Barack Obama stesso sollecita i suoi alleati a pensare di risolvere la questione della televisione curda “creativamente”, in modo tale che le nazioni civilizzate non siano accusate di sopprimere la libertà di parola. E così fecero.
“La stessa cosa è in programma per voi”, mi ha detto Julian. Sfortunatamente, ho pochi dubbi che egli sia nel giusto. Ero appena ritornata da Londra quando la Camera dei Rappresentanti statunitense approvava a grande maggioranza una risoluzione che, tra le altre cose, impegnava i funzionari USA in Europa a “valutare l’influenza politica, economica e culturale dei mezzi di informazione russi e finanziati dalla Russia e a coordinarsi con i governi ospitanti circa le adeguate contromosse.”
In altre parole, gli Stati Uniti spingerebbero l’Europa a sbatterci fuori. E ciò che sta già succedendo. Negli anni scorsi abbiamo assistito a una serie di tendenze meno che gradite…

Margarita Simonyan, capo redattore di RT

(Fonte: https://byebyeunclesam.wordpress.com/2014/12/15/russia-today-come-roj-tv/#more-11553)

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Italia – Una rivolta è possibile….

rivolta

Allo stato attuale tutto lascia presagire un pessimo futuro per gli Italiani.
Sono troppi gli avvenimenti quotidiani di protesta sociale registrati in più occasioni in alcune città italiane, anche del Nord, dove fino a qualche tempo fa regnava il benessere e una classe politica decente che si preoccupava con particolare interesse dello sviluppo economico del territorio e di amministrare nel migliore dei modi, fornendo servizi adeguati alle necessità di cittadini. Sono anche troppi gli scandali legati alla politica o meglio alla “mala politica” che si è integrata o almeno è scesa a patti con le associazioni per delinquere, al fine di gestire in maniera più efficiente ed efficace i loschi affari che nulla hanno a che fare con la buona e trasparente gestione della cosa pubblica.
I recenti fatti di Roma hanno reso in maniera molto chiara l’idea di come nel retroscena, noti politici e finanzieri, gestivano un apparato parallelo alla c.d. buona gestione amministrativa, per portare a termine invece sporchi interessi personali. Anche in Calabria la situazione non si discosta molto dall’ormai palesato cliché della contiguità tra politica e associazioni per delinquere. Le ultime azioni di polizia hanno reso evidenti i rapporti di compiacenza tra alcuni Consiglieri regionali e le organizzazioni malavitose.
Alla luce degli ultimi avvenimenti di cronaca, sembrerebbe che tutta l’Italia sia interessata da fenomeni di mala politica. Mentre il premier Matteo Renzi continua a dichiarare durante le sue dislessiche oratorie, recitate durante le visite lampo nelle varie città d’Italia: “L’Italia ce la farà”, ma puntualmente è sempre accolto con fischi e uova. Sono troppi i disoccupati; sono troppe le aziende che chiudono ogni giorno; sono troppe e troppo alte le tasse da pagare agli Enti locali e sono troppo bassi i salari per sopravvivere. Non c’è proporzione tra gli stipendi medio – bassi e il costo della vita. Le uscite in una famiglia media di quattro persone superano notevolmente le entrate, pertanto, si sbilancia notevolmente l’economia domestica, generando così anche la crisi economica della famiglia che porta all’indebitamento troppo spesso con gli strozzini, con la drammatica conseguenza dell’insolvenza, causa di numerosi suicidi quotidiani.
Gli italiani iniziano a sentire e subire il peso sempre maggiore della crisi economica e allo stesso tempo rimangono basiti nell’apprendere le varie notizie a riguardo di come sono depauperate le risorse pubbliche. Mentre la casta politico-affaristica si arricchisce sempre di più illegalmente, rubando i soldi allo Stato, il Governo cerca di compensare le perdite aumentando ulteriormente le tasse. Appare come una demo-dittatura fiscale quella adottata negli ultimi anni dal Governo. Una prepotenza fiscale che sta portando gli italiani all’esasperazione e, si sa che spesso l’esasperazione sociale porta alla rivoluzione!

Fonte: blastingnews.com
Fonte secondaria: Irib

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Attenti al renzie – Appello a Rosy Bindi, Pierluigi Bersani, Stefano Fassina, Gianni Cuperlo e Pippo Civati

il pericolo renzie

Carissimi Rosy, Pierluigi, Stefano, Gianni e Pippo,

una sinistra impresentabile e priva di memoria di sé, senza pudore, sta abdicando ai diktat del “piano Gelli”, propinati con l’ausilio della più inquietante macchietta-marchetta della politica degli ultimi vent’anni: Matteo Renzi, uomo-schermo dell’ormai più che ventennale padrino della politica, padrone occulto di una classe dirigente sempre più promiscua di italieni https://www.youtube.com/watch?v=TZ26VaGC7gc, impegnato nelle ultime ore a pontificare persino su diritti di prelazione nella scelta del nuovo capo dello stato, forte di un curriculum giudiziario da far impallidire i peggiori gangster di tutti i tempi!

Guardatevi bene attorno: esistono praterie di voti allo sbando, ovverosia alla ricerca disperata di una collocazione decente. Non potete abdicare anche voi! E tanto meno giustificarvi o limitarvi al galateo della disciplina di partito. Non fare una scelta di campo netta in questo momento è un suicidio e, peggio ancora, il segno di una complicità indecente della quale dovrete rendere conto alle generazioni di persone per bene che tradite.

Questa gentaccia mediaticamente assurta a classe salvatrice, anziché abbattere i costi della politica, magari dimezzando numero di parlamentari e relativi sontuosi compensi, sottratti alle casse dello Stato, ha pensato bene che il Senato delle autonomie possa rappresentare la svolta risanatrice. Un Senato non eletto dai cittadini, ma direttamente dal manipolo di delinquenti, sempre più pingue, che infesta, lungo tutto stivale, istituzioni e enti locali!

Anziché tamponare le emorragie imprenditoriali e finanziarie, illegali e immorali, che ci vedono decrescere in un mondo sempre più preda di schiavismi e usurpazioni, mette mano ai diritti acquisiti e sanciti dalla Costituzione – col beneplacito di plurindagati e plurinquisiti Padri Prostituenti.

Anziché perseguire i delinquenti corruttori e fraudolenti con leggi e provvedimenti seri e adeguati alla gravità degli scandali planetari che si inseguono dal nord al sud e dal sud al nord, col comune denominatore della mala vita organizzata che ne fa da filo conduttore, perseguono i più deboli con privazioni di servizi e malversazioni tributarie, goffamente camuffate dietro sigle che si moltiplicano nel grottesco e malcelato tentativo di nascondere la truffa nel calderone degli acronimi incomprensibili.

Anziché rendere ai cittadini il dovere di servizio nella conoscenza e informazione, pur essa pagata profumatamente con i soldi pubblici e dei contribuenti, si accaparrano e sfruttano ignobilmente maleodoranti testate di propaganda dell’etere e della carta stampata!

Voi non potete stare a guardare. Pena il rendervi complici e altrettanto colpevoli!
Voi non potete stare a guardare. E’ più odiosa l’inazione dei buoni che l’azione dei cattivi!!
Voi non potete stare a guardare. C’è un mondo che aspetta giustizia, che non potete ignorare!!!

Con speranza e fiducia

www.adriacola.altervista.com

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South Stream abbandonato… e l’Europa ci rimette (per far contenti gli USA)

south stream abbandonato

Il 3 dicembre 2014, il Presidente Vladimir Putin annunciava che la Russia era costretta ad abbandonare la costruzione del gasdotto South Stream, che doveva rifornire i Balcani e l’Europa centrale. La decisione era conseguenza della continua ostruzione dell’Unione europea, con Bruxelles che costringeva la Bulgaria a rifiutare il transito del gasdotto South Stream nel suo territorio. Il ruolo dell’Ucraina come Paese di transito è finito, i russi useranno i gasdotti in Ucraina solo per la quantità necessaria per il suo consumo interno. Gazprom consente all’UE di rifornirsi di gas da due sole linee della rete dei gasdotti Druzhba: North Stream e Blue Stream.

Il gasdotto North Stream trasporta il gas dalla Russia alla Germania attraverso il Mar Baltico, aggirando Polonia e Paesi baltici. È costato 7,5 miliardi dollari e fu commissionato nel novembre 2011. Blue Stream, lungo 1213 km, passa sul fondo del Mar Nero e rifornisce la Turchia dal 2003. Gli Stati dell’Europa centrale e sud-orientale, sulla direzione strategica del gasdotto ucraino della rete dei gasdotti Druzhba (che chiuderà) compreranno gas russo alla frontiera dell’Unione europea, cioè in Turchia, Paese che non aderisce all’UE. Slovacchia, Repubblica ceca, Austria, Ungheria, Serbia, Montenegro, Bosnia, Macedonia, Croazia, Slovenia, Italia, Moldova, Romania e Bulgaria sono in questa situazione. E’ interessante notare che nei primi mesi del 2009, il Presidente Vladimir Putin propose al presidente romeno Traian Basescu di consentire la costruzione del gasdotto South Stream sul territorio rumeno, cioè la via più breve dal Mar Nero all’Ungheria. Allo stesso tempo, Putin lanciò una proposta: “Ho un’altra offerta per la Romania, un’offerta difficile da rifiutare. Che propongo al presidente Basescu. Siamo pronti a vendere direttamente a Romgaz tutto il gas russo necessario all’Ucraina per un anno, che poi rivenderà all’Ucraina. È una buona offerta, no?”

A causa del rifiuto del presidente Traian Basescu, l’Europa centrale e orientale ne sopportano le conseguenze ad oggi. Finora, la Romania riceveva il gasdotto russo che attraversa il sud-est dell’Ucraina, nello snodo di Isaccea, provincia di Tulcea. E la Repubblica di Moldavia, che dipende al 100% dal gas russo, veniva rifornita dal gasdotto ucraino attraverso una connessione in Transnistria. Ora riceverà il gas da Turchia e Bulgaria, e avrà bisogno di un collegamento con la Romania che a sua volta riceverà il gas russo dalla Bulgaria. In questo contesto, i cittadini moldavi si trovano con una situazione complicata dal voto parlamentare del 30 novembre 2014. Il paradosso sta nel fatto che il loro voto ha permesso a tre partiti europeisti (contro la Russia) al potere (PDLM, DPM, PL) di formare la nuova maggioranza parlamentare che non lascia possibilità di una fornitura alla Moldova di gas russo. La compagnia Eustrema, operatore del gasdotto della Slovacchia, ha detto di voler costruire un oleodotto dalla Slovacchia al confine bulgaro-turco per soddisfare il fabbisogno di gas russo, come deciso da Bruxelles. Nei termini più ottimistici, ciò significa una spesa aggiuntiva di 750 milioni di euro, la metà della rete, tenendo conto delle linee esistenti. Il resto sarà costruito in Romania e Bulgaria. I lavori di costruzione richiederanno almeno tre anni.

La Russia ortodossa incoraggiò nel XIX secolo i movimenti politici per la liberazione dei popoli ortodossi dei Balcani sotto il dominio ottomano. La guerra russo-turca (1877-1878) permise l’indipendenza di Romania, Serbia, Montenegro e l’autonomia della Bulgaria (sotto la protezione della Russia). Grazie ai governi degli Stati del Sud-Est Europa, completamente asserviti agli interessi di Bruxelles, nel 2015 questi Paesi torneranno sotto il dominio turco con la dipendenza energetica. E i popoli di questi Paesi non hanno idea di ciò che hanno perso facendosi usare dall’UE per colpire la Russia.

Valentin Vasilescu, Reseau International
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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