Archivio della Categoria 'Lettere inviate e ricevute'

Economia sostenibile e produzione del denaro possibile…

Alcuni di voi non sapranno che attualmente non è lo Stato a emettere la carta moneta ma sono delle banche private, sia pur denominate Banca d’Italia od attualmente BCE, che si sono appropriate del diritto di emettere carta moneta per conto dello Stato, il quale a sua volta ripaga questo debito con l’emissione di Buoni del Tesoro che vengono posti in vendita dalle banche stesse guadagnandoci ulteriormente. Perciò capirete che per risolvere il problema del debito pubblico e degli interessi pagati e restituire allo Stato la sua dignità ed autonomia finanziaria è assolutamente necessario che l’emissione cartacea del denaro ritorni allo Stato. Inoltre siccome attualmente non c’è più alcuna trasferibilità fra la moneta ed il suo equivalente in oro ciò significa che -di fatto- il denaro che circola è semplice carta colorata e che in qualsiasi momento il suo valore convenzionale può scomparire del tutto.

Ma l’argomento che vorremmo trattare è veramente complesso e richiede alcune spiegazioni ed analisi preliminari, perciò iniziamo il discorso con l’analisi di alcune condizioni che hanno portato la nostra Repubblica all’attuale stato di cose.
Il problema è vasto e va affrontato con lungimiranza e con spirito di “comprensione”.

Chi ha detto che i gestori dell’economia finanziaria devono comandare su tutti gli altri? NESSUNO! E’ un sopruso accettato passivamente da una popolazione [europea] senza alcuna dignità. Chi ha stabilito che la BCE deve essere privata? Nessuno. E’ un sopruso. Non solo: Qualora noi e noi soli, italiani, decidessimo di nazionalizzare la Banca d’Italia, potremmo farlo perché, per il principio liberista, nessuno ci può impedire di trasformare l’assetto interno di un Ente che è uno degli azionisti della BCE. Banca d’Italia, ancorché pubblica, cioè di proprietà del Popolo italiano, sarebbe una normale azionista della banca centrale Europea.

E’ forse Draghi a controllare la BCE? O i finanzieri internazionali che controllano le Banche Centrali, a partire dalla FED sino alla BCE?

A questo punto non siamo in condizione di poter predire come andranno le cose. Di certo il gioco è pesante. E costellato di omicidi: Alfred Herrausen e Detlev Rowedder, due funzionari economici tedeschi che si opponevano alla sistemazione in senso privatistico della BCE, non manchi a questo elenco anche Wim Duisberg, annegato in una piscina (ex governatore della BCE). Senza dimenticare i morti dell’altra sponda, gli americani Jeffry Picower e i due Kennedy nonché i nostri Aldo Moro e …. Borsellino.

La realtà che stiamo vivendo è del tutto falsa.

Paolo D’Arpini

Articolo collegato: https://www.terranuova.it/Blog/Riconoscersi-in-cio-che-e/Economia-ecologica-signoraggio-debito-pubblico-tasse

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Precarietà ed imposte. Arriva “l’Ariometro”


(Foto di Gustavo Piccinini – Calcata, recita in piazza)

Ricordo tanti anni fa, quando Calcata era ancora Calcata ed io ero un giovane attore di belle speranze, il tema passatista di una delle prime commedie recitate in piazza dal sapore premonitore. Il titolo l’ho dimenticato ma l’argomento era quello della burocrazia e delle tasse che strozzano ogni iniziativa e costringono l’uomo ad elemosinare il suo pane. Un villico che voleva farsi un pollaio per sé e la famiglia, in un ipotetico medioevo, si recava dal ciambellano tributario per la necessaria autorizzazione ma la domanda veniva respinta per mancanza dei bolli. Ed il villico: “ma no, ma no i polli ci sono e anca le galline…”. Al che visto che il pollaio era già stato posto in atto il buon ciambellano comminava l’inevitabile multa al contadino per non aver ottemperato alle norme “impositive” del reame…

Quelli erano anni in cui il comunismo ancora resisteva a Cuba, in Russia ed in tutti i paesi dell’est Europa ma la propaganda democristiana spiegava al volgo che “che i comunisti non sono democratici, fanno votare solo per liste prescritte, e inoltre non consentono la proprietà privata, un povero cristo non può possedere nemmeno la casa in cui abita…”. Per non parlare poi delle storie trucide di bambini cucinati a fuoco lento…

Poi il comunismo cadde. Finalmente tutti liberi e padroni della propria esistenza? Macché, macché… dopo qualche anno di sesso droga e rock and roll ecco che la democrazia occidentale mostra la sua vera faccia.

Le elezioni libere con le preferenze sono state abolite, si vota solo per i partiti con liste bloccate, con la scusa della “governabilità” si concede il premio di maggioranza che consente ad una minoranza di governare. Per non parlare poi della proprietà. Questa parola resta solo nel vocabolario ma di fatto è abolita (almeno per i singoli, continua ad esistere solo per le banche e le multinazionali). I risparmi custoditi in banca possono essere sequestrati in qualsiasi momento senza avviso alcuno, tutti i servizi sono a pagamento, le pensioni per i lavoratori scompaiono, il lavoro è “liberalizzato” (ovvero reso precario e sottopagato)… ecc.

Ma in questo momento di “crisi” il governo per mantenersi al potere ha bisogno di ulteriori tassazioni (per l’acquisto di armi e per il pagamento di penali). Da qui l’idea di aprire le porte ad una nuova categoria di burocrati: gli inventori/estensori di nuove tasse. Ed i risultati già si vedono. E’ stato scoperto un nuovo filone lasciato sinora vuoto dai burocrati. Considerando che tutti i beni tassabili: acqua, terra, casa, cibo, carburanti, etc. sono già abbondantemente gravati da imposte dirette ed indirette, l’unico bene tassabile rimasto “libero” è l’aria. Si prevede quindi che il buon governo “del cambiamento” provvederà ad ottemperare a questa carenza strutturale.

Allo studio un “ariometro” per calcolare il costo di ogni respiro da imporre ai cittadini italiani. Ovviamente sono già pronte misure coercitive di pagamento e per i morosi è prevista l’ammenda finale eufemisticamente chiamata “ultimo respiro”. Gli evasori sono quindi avvisati!

Paolo D’Arpini

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Integrazione di Daniele Reale:

“Stipendi ridicoli e case in affitto: ecco il futuro dei giovani italiani che si adattano a tutto.
I meravigliosi anni 90 sono finiti, nonostante si tenti in tutti i modi di riesumarli per dare una scossa di vitalità e gioia ad un Paese in piena decadenza sia economica che morale.
I lavori di oggi ti permettono di aprire un mutuo per acquistare l’auto dei tuoi sogni a rate, di andare tutti i pomeriggi al bar a bere l’aperitivo o di acquistare un capo firmato al mese, ma non ti permettono più di essere autosufficiente al 100%, di costruirti una vera e propria casa.
Oggi i giovani italiani sembrano condannati all’affitto o, a chi va meglio, di vivere ancora a casa dei suoi genitori, potendo così mettere i soldi da parte per un domani.

Oggi le menti spietate del Dio Denaro hanno progettato svariati corsi di specializzazione, tant’è che anche per pulire i cessi oggi serve un diploma, un master, un’attestato… mentre ieri i nostri vecchi non studiati guidavano camion, muletti, autobus, carriarmati senza tante rotture di scatole.

E poi ci sono gli stage, i contratti di apprendistato, vere e proprie perle del sfruttamento legalizzato, e tutta questa gran rottura di scatole per guadagnare, quando va bene, 1200 euro al mese…
E ti chiedono pure di andare al sabato a lavorare, mentre come un asino ti mettono la carota legata ad un filo penzolante dal loro bastone con scritto “straordinari”, e la gente spreca felice il proprio Tempo per quei 100 euro in più in busta paga alla fine del mese.
Oggi la gente preferisce lavorare perché a casa non saprebbe cosa fare. La verità è che vi hanno annullato la creatività!
Ve l’hanno rubata e non ve ne siete neppure accorti.

E i giovani d’oggi non sembrano neppure preoccupati per gli stipendi ridicoli che ricevono, non calcolano che con 1200 euro si ti puoi permettere abiti, telefoni e play station, ma una casa no, e non sembrano neppure preoccupati del fatto che saranno schiavi praticamente a vita, fino a 75 anni, sempre se lo stile di vita moderno permette di arrivare a tale età.”

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Crollo ponti e segreti di stato – Lettera aperta a Giuseppe Conte

Crediamo che sia giunto il momento di scoperchiare la vicenda delle concessioni autostradali e dei piani economici secretati.

Il crollo del Ponte Morandi di Genova pone la questione delle manutenzioni in capo a concessionari spesso inadempienti o dediti alla remunerazione degli azionisti o peggio al prolungamento delle rendite. È questo che chiediamo al ministro Toninelli, abbia il coraggio di rendere pubblici tutti i contratti a partire da quello dell’A10. Ministro smentisca che dietro a manutenzioni sempre in ritardo, o a interventi sempre rinviati, non ci sia il ricatto dei contratti di concessione segreti che magari pongono in capo all’amministrazione pubblica gli interventi rilevanti come sul ponte Morandi.

Presidente Giuseppe Conte materializzi quello che dal 2016 chiede l’autorità sulle autostrade, tolga l’ignobile segreto posto dal governo D’Alema sulla privatizzazione delle infrastrutture IRI, ci dimostri di essere il presidente del governo del cambiamento. Danilo Toninelli pubblichi sul sito del ministero delle infrastrutture tutte le concessioni in essere sulle autostrade italiane.

Massimo M. Follesa – Portavoce ovestVI Com.Ven.Pedemontana Alternativa

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In memoria di Samir Amin…


Samir Amin è morto…

Il grande economista franco egiziano è spirato a Parigi il 12 agosto. Soffriva di tumore al polmone.
Nato al Cairo 86 anni fa da madre francese e padre egiziano, nel 1952 ottenne a Parigi la laurea in Scienze Politiche, nel 1956 quella in Statistica e infine nel 1957 la laurea in Economia.

Incontrai Samir in due occasioni. La prima fu al Social Forum Europeo di Parigi, nel 2003. Facemmo insieme buona parte della manifestazione di chiusura parlando a lungo. Ebbe modo di esprimermi diverse perplessità sul “movimento” nonostante l’appariscente riuscita del Forum. Ci rincontrammo di lì a non molto a Milano, dove presentammo in tandem due nostri libri pubblicati da Punto Rosso.

Il pensiero di Samir Amin non è descrivibile in poche righe e nemmeno in poche pagine. Si formò nel crogiolo delle lotte d’indipendenza nazionale in Africa nel dopoguerra, quando si parlava di “Paesi in via di sviluppo”, uno sviluppo poi mortificato dalla rapina finanziaria coordinata dal Fondo Monetario Internazionale quando i capitali mondiali iniziarono a essere reclamati non dallo sviluppo (qualsiasi cosa voglia dire) ma dallo stomaco senza fondo della finanziarizzazione.

La deriva del marxismo elaborato nei centri capitalistici, ovvero quello che io considero l’ibridamento e intorbidimento di alcune categorie di origine marxista con quelle che accompagnano i piani globalisti-finanziari, lo portarono a prendere le distanze da ciò che riteneva un “marxismo eurocentrico”. Fu per questo tacciato di “terzomondismo”, alla pari di uno studioso che ha avuto molti contatti con Samir, ovvero il nostro Giovanni Arrighi.
Entrambi sono stati invece maestri nella ricerca continua dell’applicazione dell’insegnamento marxista ai mutamenti globali della realtà e nel mettere in guardia dalle formulazioni libresche, economicistiche, antistoriche e iper-concettuali.
Samir Amin affermò una volta che il capitalismo coincideva con la storia stessa del capitalismo. Al di là della sua storia non poteva esistere nessun concetto di “capitalismo” (o di “capitale”).
E’ un’affermazione da non dimenticare mai (se si vuole fare qualcosa di diverso che non essere un intellettuale marxista).

Il suo supposto “terzomondismo” era invece un realistico richiamo alla necessità dei paesi della periferia di sottrarsi dall’abbraccio mortale di una globalizzazione che lungi dall’essere il dispiegamento di quanto Marx aveva (avrebbe) previsto, era una riconfigurazione del capitalismo globale ad uso e consumo di un Occidente in crisi, declinante e quindi sempre più aggressivo.

Da questa constatazione nasce il suo concetto di “delinking”. Se si rileggono i suoi scritti e i suoi libri, non è difficile notare che il delinking suggerito da Samir Amin ha molti aspetti in comune con la necessità di ritornare alla sovranità nazionale che acquista sempre più consensi anche nei Paesi del centro capitalistico storico.
Le ottiche progettuali spesso sono molto distinte da chi oggi rivendica un ritorno a questa sovranità, dato che l’ottica di Samir Amin era marxista e socialista, ma i problemi affrontati non sono invece molto diversi. Questo è ovviamente un problema, politico e sovente valoriale, ma non ha alcun senso fare finta che non ci sia.
Questa affermazione può fare storcere il naso a chi ragiona in termini non politici ma ideologico-identitaristi. Non me ne stupisco. Samir Amin non è stato un teorico e un attivista conosciuto e quando è stato conosciuto spesso non è stato amato o persino non è stato capito. La stessa sorte di Andre Gunder Frank e di Giovanni Arrighi, pensatori simili a lui per ampiezza di visione e preparazione.
Io suggerisco invece con tutto il cuore di leggerli o rileggerli e cercare di capirli. Forse si avrà un’idea meno mitica della crisi, delle difficoltà che stiamo vivendo e dei compiti che ci aspettano.

La morte di Samir Amin è la perdita di un grande pensatore e di un uomo gentile.

Pier Pagliani

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Commento di Vincenzo Brandi: “Sottoscrivo completamente le considerazioni di Piero sulla morte ed il pensiero di Samir Amin. In particolare quando ricorda l’affermazione di Amin secondo cui il capitalismo non va esaminato astrattamente ma con riferimento sempre alla storia stessa del capitalismo, cioè a come si è concretamente sviluppato. Altrimenti si rischia di fare solo dell’ideologia, come capita ormai da tempo al marxismo “eurocentrico”…”

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Commento integrazione di Fulvio Grimaldi:

“In merito ai giusti tributi riservati al grande marxista Samir Amin, che mi regalò alcune perle di saggezza arabo-marxista in un caffè del Cairo, in vacanza da Parigi, mi sembra giusto evitare il vezzo italiano per cui del morto non va detto mai niente di critico. Ecco, per esempio, una citazione di Samir che rappresenta superficialità e supponenza spesso rilevabili nei marxisti duri e puri e che Marx avrebbe redarguito, un giudizio abnorme su uno dei più grandi combattenti per l’unità e il riscatto arabi e africani e colui che al suo popolo aveva dato il più alto livello di vita dell’intero continente. Macchia nera e giudizio non circum-navigabile.

Gheddafi non è stato altro che un pulcinella di cui il vuoto di pensiero trova il suo riflesso nel suo famoso “Libro verde”. Operando in una società ancora arcaica, Gheddafi ha potuto permettersi di tenere in successione discorsi – privi di portata reale – “nazionalisti e socialisti”, per poi orientarli il giorno dopo verso il “liberismo”. Ha fatto questo “per fare piacere agli Occidentali”!, come se la scelta del liberismo non producesse effetti sulla società. Tuttavia, ne ha prodotti, e molto banalmente, per la maggior parte ha aggravato i problemi sociali.

E sarebbe per questi meriti occidentali che l’Occidente avrebbe squartato lui e raso al suolo il suo paese? Aggiungerei, sempre sullo sfondo di un marxismo da comunista iperteorico e poco pragmatico, la sua avversione, dopo un’iniziale adesione, al panarabismo, forza motrice strategica del risveglio di una grande nazione e per questo aggredita con tutti i mezzi dall’imperialismo; il sostegno al recente intervento colonialista francese in Mali e in tutta la regione del Sahel, giustificato con l’intento di evitare che la colonizzazione e la rapina dei beni minerari fossero compiute da Usa, UK e Germania; l’ambiguità poco lucida, per un attentissimo studioso delle tecniche provocatorie dell’imperialismo, sugli attentati dell’11 settembre, sì, secondo lui, sfruttati dagli Usa per guerre d’aggressione, ma compiuti dagli immaginari dirottatori di Bin Laden mentre Cia e Mossad si sarebbero limitati a lasciar fare; l’accredito di altri attentati, come Charlie Hebdo o Bataclan, a radicali jihadisti ed estemisti locali per costringere la Francia a mollare il Sud della Libia; la scelta maoista, legittima, accompagnata dalla feroce critica, ingiustificata, a un presunto espansionismo sovietico; l’appassionata adesione ai movimenti dei Forum Sociali di Porto Alegre, con gli esiti che conosciamo; il passaggio dal maoismo spinto alla difesa dell’attuale modello cinese, definito con l’ossimoro “socialismo di mercato”, alternativa alla globalizzazione neoliberista.

Avendo capito benissimo come l’accumulazione capitalista e il mondialismo si stavano concentrando sulla spoliazione dei paesi dalle ricche risorse attraverso lo sradicamento delle loro popolazioni e sulla destabilizzazione degli Stati nazionali (sparò a zero contro i secessionisti catalani), la sua autorevole voce avrebbe potuto con forza e chiarezza denunciare l’operazione migranti e i suoi manutengoli Ong.

Mi pare giusto accompagnare ricordi e apprezzamenti con riserve riguardanti questi e altri punti, giusto per non indurre chi si fida a fare l’eterno errore dei fideisti di accettare tutto tout court. Sempre meglio distinguere, no? Del resto, “nessuno è perfetto”, come si conclude in “A qualcuno piace caldo”. (Fulvio Grimaldi)

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Nicaragua punta di diamante per l’attuazione della rivoluzione socialista…

In questi giorni abbiamo in America Latina due vittorie da festeggiare e da far conoscere alle masse popolari del nostro paese, a incoraggiamento per la lotta che esse devono condurre: quella in Venezuela contro il tentativo di colpo di Stato dello scorso 4 agosto e quella contro il tentativo di “cambio di regime” in Nicaragua protrattosi da aprile a luglio 2018.

Da metà aprile 2018 l’imperialismo USA con i suoi complici e agenti locali hanno investito il Nicaragua con una campagna di attentati, rivolte, devastazioni e disordini con l’obiettivo di far dimettere il governo di Daniel Ortega e Rosario Murillo, alla testa del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN) che nel novembre 2016 con più del 72 % dei voti espressi ha vinto per la terza volta consecutiva le elezioni presidenziali.

È stato un tentativo di colpo di Stato come quello che è loro riuscito in Honduras nel 2009 contro il presidente Manuel Zelaya, in Paraguay contro il presidente Fernando Lugo nel 2012 e in Brasile contro la presidente Dilma Roussef nel 2016.

Ma in Nicaragua il loro tentativo di “rivoluzione colorata” e di “cambio di regime” è fallito. Fattore importante è stato che il FSLN è erede di una lunga lotta rivoluzionaria di liberazione nazionale condotta contro i fantocci dell’imperialismo USA e culminata il 19 luglio 1979 con la cacciata di Somoza da parte delle forze armate rivoluzionarie del FSLN che tenne il governo del paese fino al 1990. In quell’anno il FSLN aveva dovuto cedere il governo dopo dieci anni di una guerra di logoramento finanziata e spalleggiata dagli USA. Ma con le elezioni presidenziali della fine del 2006 e sulla base di un accordo con la Chiesa Cattolica e l’associazione della borghesia locale (COSEP), ha preso nuovamente in mano il governo che è stato confermato dalle successive elezioni del 2011 e del 2016 e ha saputo resistere con fermezza e successo al tentativo di colpo di Stato di quest’anno. Il tentativo è stato apertamente appoggiato dagli infidi alleati del FSLN, il COSEP e gran parte della Conferenza Episcopale Cattolica e ha causato quasi 200 morti, migliaia di feriti e grandi danni materiali in strutture pubbliche e private di 23 (su 153) municipi del paese, tra cui Managua e altre importanti città, ma alla fine è fallito. La campagna di attentati, devastazioni e disordini si è esaurita alla fine di luglio e i sandinisti hanno festeggiato con grande partecipazione di masse popolari il 39° anniversario della cacciata di Somoza.

Con il Comunicato CC 12/2018 abbiamo 1. chiamato le masse popolari del nostro paese a festeggiare la vittoria del 4 agosto assieme con le forze progressiste bolivariane del Venezuela che hanno sventato il tentativo dell’imperialismo USA e dei suoi complici e agenti, di decapitare con un attentato il governo del Presidente Maduro, 2. sfidato il “governo del cambiamento” M5S-Lega a schierarsi a fianco del governo bolivariano del Venezuela contro la Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti europei, USA e sionisti responsabile del corso catastrofico delle cose per porre fine al quale il 4 marzo scorso M5S e Lega hanno avuto ampio mandato elettorale, 3. illustrato gli insegnamenti che dalla lotta in corso in Venezuela dobbiamo trarre noi italiani per la lotta che stiamo conducendo.

La vittoria ottenuta in Nicaragua dal FSLN capeggiato dal Daniel Ortega e Rosario Murillo è non meno importante della vittoria ottenuta in Venezuela dal Fronte Patriottico capeggiato da Nicolas Maduro. Queste vittorie confermano che anche in America Latina la Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti europei, USA e sionisti deve ricorrere a misure sempre più arrischiate per far proseguire il corso catastrofico delle cose che essa ha imposto al mondo dopo che ne ha preso nuovamente in mano la direzione a causa dell’esaurimento (negli anni ’70 del secolo scorso) della prima ondata della rivoluzione proletaria.

Il sistema politico che negli ultimi 40 anni ha servito i gruppi imperialisti della CI è in crisi in ogni paese imperialista e incontra difficoltà crescenti in tutto il mondo. Per loro natura i gruppi imperialisti non possono cambiare il corso delle cose: ognuno di essi deve continuare a tutti i costi ad aumentare la massa di denaro di cui dispone. Per questo devono devastare la terra, lanciarsi in grandi opere senza altra ragion d’essere che il loro arricchimento (in Italia vanno dalla TAV della Val di Susa al TAP della costa orientale della penisola), far produrre alle aziende sempre più cose inutili e dannose purché si vendano bene, licenziare i lavoratori di cui non hanno bisogno e far lavorare di più quelli che tengono, trasferire aziende dove far produrre gli costa di meno, cacciare milioni di persone dalla loro terra per farvi piantagioni, miniere e grandi opere e costringerli a emigrare, moltiplicare guerre civili, colpi di Stato e aggressioni, diffondere fame, miseria e abbrutimento. Ma in ogni paese l’insofferenza e l’indignazione delle grandi masse cresceranno sempre di più finché troveranno nei comunisti una direzione capace di guidarle a emanciparsi definitivamente dalla CI e a cambiare il corso delle cose: l’instaurazione del socialismo è non solo possibile ma anche necessaria.

La svolta nella politica mondiale è un fatto: è finita l’epoca segnata dall’avvento al potere di Margaret Thatcher in Gran Bretagna (1979) e Ronald Reagan negli USA (1981) e in Italia dal “divorzio” tra la Banca d’Italia e il governo della Repubblica Pontificia (1981) tacitamente imbastito da Aurelio Ciampi e Beniamino Andreatta con la complice benedizione di Enrico Berlinguer. Oggi quanto all’Italia sta a noi comunisti individuare le condizioni che questa svolta presenta nel nostro paese per far avanzare la rivoluzione socialista e giovarcene. La rivoluzione socialista è una guerra popolare rivoluzionaria promossa e diretta dai comunisti che culminerà nell’instaurazione del socialismo. I comunisti non stanno ad aspettare che la rivoluzione socialista scoppi. La storia del secolo scorso ha dimostrato che la rivoluzione socialista non scoppia. I comunisti si danno i mezzi per essere all’altezza del loro ruolo di promotori della rivoluzione socialista.

Rafforziamo il movimento comunista cosciente e organizzato!

Nuovo Partito Comunista Italiano – nuovopci@riseup.net

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