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Cina. Come passare dalla guerra fredda all’economia ecologica (saltando l’opzione guerra calda)…

Durante la Guerra Fredda e la lotta che mise Unione Sovietica e Cina da una parte e l’imperialismo, guidato da Washington, dall’altro, i rivoluzionari erano soliti caratterizzare il conflitto come guerra di classe tra due sistemi sociali inconciliabili. Da una parte c’era il campo socialista, basato su proprietà socializzata, pianificazione economica dei bisogni umani e monopolio del governo sul commercio estero. Dall’altro c’era il capitalismo, un sistema di produzione a scopo di lucro. Che i due sistemi fossero inconciliabili era il fondo del conflitto soprannominato Guerra Fredda. Alla luce dell’attuale acuto conflitto economico, diplomatico, politico e militare tra imperialismo USA e Repubblica popolare cinese (RPC), è tempo di rilanciare i concetti applicati durante l’apice della guerra fredda. Certo, è necessario apportare modifiche a queste formulazioni rispetto al socialismo in Cina, con il suo mix di capitalismo controllato e socialismo guidato. Tuttavia, il conflitto tra capitalismo imperialista, guidato da Washington, Wall Street e Pentagono, e il sistema economico socialista cinese, con l’industria di proprietà statale e la guida economica pianificata, diventa molto più acuto e l’imperialismo diventa apertamente ostile. L’impegno di lunga data dell’imperialismo USA a rovesciare il socialismo in Cina, nonostante il capitalismo cinese, fu nascosto sotto frasi zuccherose borghesi sui cosiddetti “interessi comuni” e “collaborazione economica”. Ma questo tipo di discorsi sta per finire.

La prima campagna di Washington per rovesciare la Cina – 1949-1975
Questa lotta è in corso dal 1949, quando l’Armata Rossa cinese cacciò il fantoccio dei nordamericani Chiang Kai-shek e il suo esercito nazionalista dalla terraferma, mentre si ritirava a Taiwan sotto la protezione del Pentagono. Il conflitto continuò durante la guerra di Corea, quando il generale Douglas MacArthur e l’alto comando degli Stati Uniti portarono le truppe statunitensi al confine cinese e minacciarono la guerra atomica. Solo la sconfitta dell’esercito statunitense da parte dell’eroico popolo coreano, sotto la guida di Kim Il Sung, coll’aiuto dell’Armata Rossa cinese, fermò l’invasione statunitense della Cina. La lotta proseguì con la guerra degli Stati Uniti contro il Vietnam, il cui obiettivo strategico era rovesciare il governo socialista del Vietnam del nord e arrivare al confine con la Cina per completare l’accerchiamento militare della RPC. Solo gli sforzi storici del popolo vietnamita sotto la guida di Ho Chi Minh fermarono il Pentagono.
I piani del Pentagono per la conquista militare fallirono

Con l’ascesa di Deng Xiaoping e l’apertura della Cina agli investimenti esteri, a partire dal dicembre 1978, Wall Street iniziò a rivalutare la sua strategia. La classe dirigente nordamericana iniziò a trarre vantaggio dall’apertura della Cina agli investimenti esteri, nonché dal permesso all’azione del capitalismo privato, che poteva arricchire le società statunitensi col massiccio mercato cinese e allo stesso tempo penetrare l’economia cinese con un visione a lungo raggio sul rovesciamento del socialismo. Le multinazionali statunitensi avviarono operazioni in Cina, assumendo milioni di lavoratori cinesi con basso salario, riversatisi nelle città costiere dalle aree rurali. Queste operazioni facevano parte di uno sforzo più ampio dei capitalisti statunitensi per istituire catene di approvvigionamento globali dal basso salario che integrassero l’economia cinese nel mercato capitalista mondiale. La recente brusca svolta degli Stati Uniti volta a spezzare questa integrazione dell’economia cinese, compresa la caccia alle streghe contro gli scienziati cinesi e il comportamento aggressivo della Marina degli Stati Uniti nel Mar Cinese Meridionale (chiamato il Mare Orientale dal Vietnam), è l’ammissione che la fase economica del tentativo nordamericano di attuare la controrivoluzione in Cina è fallita. La Cina è ora un contrappeso crescente a Washington in economia internazionale, alta tecnologia, diplomazia e potenza militare regionale nel Pacifico, che il Pentagono ha sempre considerato un “lago americano” governato dalla Settima flotta.

L’attacco a Huawei
Un esempio drammatico degli antagonismi in via di sviluppo è il modo con cui gli Stati Uniti fecero arrestare in Canada Meng Wanzhou, vicepresidente e direttrice finanziaria di Huawei Technologies, per presunte violazioni delle sanzioni statunitensi contro l’Iran, esempio scandaloso d’imperialismo extraterritoriale. L’amministrazione Trump impose anche sanzioni contro Huawei, il più grande fornitore al mondo di sistemi operativi ad alta tecnologia. Huawei ha 180000 dipendenti ed è il secondo produttore di telefoni cellulari al mondo dopo la sudcoreana Samsung. Le sanzioni fanno parte della campagna statunitense volta a soffocare lo sviluppo cinese dell’ultima versione della tecnologia di trasmissione dati nota come quinta generazione o 5G. L’amministrazione Trump impediva alle società statunitensi di vendere materiali di consumo a Huawei, che utilizzava il sistema operativo Android di Google per le sue apparecchiature e Microsoft per i suoi prodotti laptop, entrambe società statunitensi. Huawei contesta il divieto degli Stati Uniti in tribunale. Nel frattempo, come piano di riserva nel caso in cui Washington vieti qualsiasi accesso ad Android e Microsoft, Huawei aveva discretamente passato anni a costruire un proprio sistema operativo. Huawei ha sviluppato il suo sistema operativo alternativo dopo che nel 2012 Washington scoprì che Huawei e ZTE, altro produttore cinese di telefoni cellulari, violavano la “sicurezza nazionale” degli Stati Uniti. ZTE fu costretta a chiudere per quattro mesi. (South Asia Morning Post, 24 marzo). Ma il conflitto non riguarda solo Huawei e ZTE.

Nuova “paura rossa” a Washington
Il New York Times del 20 luglio pubblicava un articolo in prima pagina intitolato “The New Red Scare in Washington”. Alcuni estratti danno il tenore: “In una sala da ballo di fronte al Campidoglio, un improbabile gruppo di falchi militari, crociati populisti, combattenti per la libertà dei musulmani cinesi e seguaci del Falun Gong si riuniva per avvertire chiunque ascoltasse che la Cina rappresenta una minaccia esistenziale per gli Stati Uniti che non finirà fin quando il Partito comunista non sarà rovesciato. Se gli avvertimenti suonano direttamente da Guerra Fredda, lo sono. Il Committee on the Present Danger, un gruppo ormai defunto che fece campagna contro i pericoli dell’Unione Sovietica negli anni ’70 e ’80, è stato recentemente ripreso coll’aiuto di Stephen K. Bannon, ex-capo stratega del presidente, per mettere in guardia contro il pericoli della Cina. Una volta respinti come xenofobi ed elementi marginali, i membri del gruppo trovano le loro opinioni sempre più abbracciate nella Washington del presidente Trump, dove scetticismo e diffidenza nei confronti della Cina hanno preso piede. La paura della Cina si è diffusa in tutto il governo, dalla Casa Bianca al Congresso alle agenzie federali…” L’amministrazione Trump apriva la guerra dei dazi contro la RPC, imponendo un dazio del 25 percento sulle esportazioni cinesi per un valore di 250 miliardi di dollari e minacciandone altri da 300 miliardi. Ma c’è molto di più nella campagna di Washington oltre i dazi. Funzionari di FBI e Consiglio di sicurezza nazionale conducevano una caccia alle streghe, continua l’articolo del Times, “in particolare nelle università e negli istituti di ricerca. Funzionari di FBI e Consiglio di sicurezza nazionale venivano inviati alle università della Ivy League per avvertire gli amministratori di essere vigili contro gli studenti cinesi… ” Secondo il Times, si teme che questa caccia alle streghe “alimenti una nuova paura rossa, alimentando discriminazione nei confronti di studenti, scienziati e aziende con legami con la Cina e rischiando il collasso di una relazione commerciale traballante ma profondamente intrecciata tra le due maggiori economie del mondo”. (New York Times, 20 luglio)

L’FBI criminalizza la ricerca sul cancro
Secondo un importante articolo del Bloomberg News del 13 giugno, “Modi di lavoro a lungo incoraggiati dal NIH [National Institutes of Health] e da molti istituti di ricerca, in particolare MD Anderson [un importante centro di cura del cancro e istituto di ricerca a Houston], ora sono quasi criminalizzati, con agenti dell’FBI che leggono e-mail private, fermano scienziati cinesi negli aeroporti e visitano le case delle persone per chiedere della loro lealtà. “Xifeng Wu, indagata dall’FBI, entrò nel MD Anderson mentre era nella scuola di specializzazione e acquisì fama per aver creato diverse cosiddette coorti di studio con dati raccolti da centinaia di migliaia di pazienti in Asia e Stati Uniti. Le coorti, che combinano le storie dei pazienti con biomarcatori personali come caratteristiche del DNA e descrizioni delle cure, risultati e persino abitudini di vita, sono una miniera d’oro per i ricercatori. “Fu bollata come agente doppio oncologico”. L’accusa di fondo contro gli scienziati cinesi negli Stati Uniti è che la loro ricerca può portare a medicine o cure brevettabili, che a loro volta possono essere vendute con enormi profitti. L’articolo di Bloomberg continuava: “Negli ultimi decenni, la ricerca sul cancro è sempre più globalizzata, con scienziati da tutto il mondo che raccolgono dati e idee per studiare insieme una malattia che uccide quasi 10 milioni di persone all’anno. Le collaborazioni internazionali sono parte intrinseca del programma Moonshot del National Cancer Institute degli Stati Uniti, il blitz da 1 miliardo di dollari del governo per raddoppiare il ritmo delle scoperte terapeutiche entro il 2022. Una delle parole chiave del programma è: “Il cancro non conosce confini”. “Tranne, si scopre, i confini della Cina. A gennaio, Wu, pluripremiata epidemiologa e cittadina naturalizzata nordamericana, si dimise in silenzio come direttrice del Center for Public Health and Translational Genomics presso il MD Anderson Cancer Center dell’Università del Texas dopo un’indagine di tre mesi sui suoi legami professionali in Cina . Le dimissioni di Wu e le partenze negli ultimi mesi di altri tre importanti scienziati cino-americani dal MD Anderson di Houston, derivano da una spinta dell’amministrazione Trump a contrastare l’influenza cinese negli istituti di ricerca statunitensi… L’effetto collaterale, tuttavia, è ostacolare la scienza di base, la ricerca alla base delle nuove cure mediche. Tutto è mercificato nella guerra fredda economica con la Cina, compresa la lotta per trovare una cura per il cancro”. Grande sorpresa. Una epidemiologa cinese di fama mondiale, che cerca una cura per il cancro, collaborava con scienziati in Cina!

Alla ricerca di “riformatori” e controrivoluzione
Per decenni il Partito Comunista Cinese ha avuto cambi di leadership ogni cinque anni. Questi cambiamenti furono stabili e gestiti in modo pacifico. Con ogni passaggio, i cosiddetti “esperti della Cina” nel dipartimento di Stato, nei think tank di Washington e nelle università statunitensi previdero l’arrivo al potere di una nuova ala “riformista” che approfondisse le riforme capitaliste e gettasse le basi per una eventuale piena controrivoluzione capitalista su vasta scala. A dire il vero, c’era una costante erosione delle istituzioni socialiste cinesi. La “ciotola di riso di ferro” garantita a vita ai lavoratori cinesi fu eliminata nelle imprese private. Numerose fabbriche e imprese statali furono vendute a scapito dei lavoratori e nelle aree rurali la terra fu decollettivizzata. Uno dei più grandi contrattempi del socialismo in Cina, che ha davvero rallegrò il cuore dei profeti della controrivoluzione, fu la decisione della direzione del PCC di Jiang Xemin di consentire ai capitalisti di entrare nel Partito Comunista Cinese nel 2001. Come scrisse allora il New York Times, “Questa decisione solleva la possibilità che i comunisti cooptino i capitalisti, o che i capitalisti cooptino il partito”. (New York Times, 13 agosto 2001) È l’ultima parte che la classe capitalista attende con ansia e vi s’impegna fervidamente da quasi quattro decenni. Ma, a conti fatti, questa acquisizione capitalistica non si materializzò. Il socialismo cinese, nonostante l’invasione capitalista nell’economia, si è dimostrato molto più durevole di quanto Washington abbia mai immaginato. E, sotto la guida di Xi Jinping, la controrivoluzione sembra sempre più lontana. Non è che Xi Jinping sia diventato un internazionalista rivoluzionario e un campione del controllo proletario. Ma è evidente che lo status della Cina nel mondo è completamente collegato alla pianificazione sociale ed economica.

La pianificazione e le imprese statali cinesi superarono la crisi del capitalismo mondiale 2007-2009
Senza una pianificazione statale nell’economia, la Cina avrebbe potuto essere trascinata dalla crisi economica del 2007-2009 nel mondo capitalista. Nel giugno 2013 questo autore scrisse l’articolo “Il marxismo e il carattere sociale della Cina”. Ecco alcuni estratti: “Più di 20 milioni di lavoratori cinesi hanno perso il lavoro in brevissimo tempo. Quindi cosa ha fatto il governo cinese?” L’articolo cita Nicholas Lardy, esperto borghese del prestigioso Peterson Institute for International Economics e per nulla amico della Cina. (L’articolo completo di Lardy può essere trovato in “Sostenere la crescita economica della Cina dopo la crisi finanziaria globale”, Posizioni Kindle 664-666, Peterson Institute for International Economics). Lardy descrisse come “i consumi in Cina sono effettivamente cresciuti durante la crisi del 2008-2009, i salari sono aumentati e il governo ha creato abbastanza posti di lavoro per compensare i licenziamenti causati dalla crisi globale”, sottolineava l’autore. Lardy proseguiva: “In un anno in cui l’espansione del PIL [in Cina] è stata la più lenta in quasi un decennio, come potrebbe la crescita dei consumi nel 2009 essere stata così forte in termini relativi? Come è potuto accadere in un momento in cui l’occupazione nelle industrie orientate all’esportazione stava crollando, con un’indagine condotta dal Ministero dell’Agricoltura che riportava la perdita di 20 milioni di posti di lavoro nei centri di produzione delle esportazioni lungo la costa sud-orientale, in particolare nella provincia del Guangdong? La crescita relativamente forte dei consumi nel 2009 è spiegata da diversi fattori. In primo luogo, il boom degli investimenti, in particolare nelle attività di costruzione, sembra aver generato un’occupazione aggiuntiva sufficiente a compensare una parte molto ampia delle perdite dei posti di lavoro nel settore delle esportazioni. Per l’intero anno l’economia cinese ha creato 11,02 milioni di posti di lavoro nelle aree urbane, quasi in linea con gli 11,13 milioni di posti di lavoro urbani creati nel 2008. In secondo luogo, mentre la crescita dell’occupazione ha leggermente rallentato, i salari hanno continuato ad aumentare. In termini nominali, i salari nel settore formale sono aumentati del 12 percento, alcuni punti percentuali in meno rispetto alla media dei cinque anni precedenti (National Bureau of Statistics of China 2010f, 131). In termini reali, l’incremento è stato di quasi il 13 percento. In terzo luogo, il governo ha proseguito i suoi programmi di aumento dei pagamenti a coloro che percepivano pensioni e aumentava i pagamenti trasferiti ai residenti a basso reddito della Cina. I pagamenti pensionistici mensili per i pensionati delle imprese sono aumentati di 120 RMB, ovvero il 10 percento, nel gennaio 2009, sostanzialmente più dell’aumento del 5,9 percento dei prezzi al consumo nel 2008. Ciò ha aumentato i pagamenti totali ai pensionati di circa 75 miliardi di RMB. Il Ministero degli Affari Civili ha aumentato di un terzo i pagamenti di trasferimento a circa 70 milioni di cittadini cinesi col reddito più basso, per un aumento di 20 miliardi di RMB nel 2009 (Ministero degli Affari Civili 2010)”. Lardy inoltre spiegava che il Ministero delle Ferrovie aveva introdotto otto piani specifici, da completare nel 2020, da attuare nella crisi. Secondo Lardy, la Banca mondiale lo definiva “forse il più grande programma unico pianificato di investimento per ferrovia passeggeri che ci sia mai stato in un Paese”. Inoltre, tra gli altri progressi furono intrapresi progetti di rete ad alta tensione.

Le strutture socialiste hanno impedito il collasso
Quindi il reddito aumentava, i consumi aumentavano e la disoccupazione fu superata dalla Cina, tutto mentre il mondo capitalista era ancora impantanato in disoccupazione di massa, austerità, recessione, stagnazione, crescita lenta e aumento della povertà, e lo è ancora in larga misura. L’inversione degli effetti della crisi in Cina è il risultato diretto della pianificazione nazionale, delle imprese statali, delle banche statali e delle decisioni politiche del Partito comunista cinese. Ci fu una crisi in Cina, causata dalla crisi capitalistica mondiale. La domanda era quale principio avrebbe prevalso di fronte alla disoccupazione di massa: il principio razionale e umano della pianificazione o lo spietato mercato capitalista. In Cina il principio di pianificazione, l’elemento consapevole, ha avuto la precedenza sull’anarchia della produzione determinata dalle leggi del mercato e del valore del lavoro dei Paesi capitalisti.
Il socialismo e la posizione della Cina nel mondo
La Cina ha tolto centinaia di milioni di persone dalla povertà. Secondo un rapporto delle Nazioni Unite, la sola Cina è responsabile del declino globale della povertà. Le università cinesi hanno laureato milioni di ingegneri, scienziati e tecnici; il suo sistema istruttivo ha permesso a milioni di contadini di entrare nel mondo moderno.
Prodotto in Cina dal 2025

Nel 2015 Xi Jingping e la leadership del PCC presentarono l’equivalente di un piano decennale per portare la Cina a un livello superiore in tecnologia e produttività nella lotta per modernizzare il Paese. Xi annunciava una politica industriale a lungo raggio sostenuta da centinaia di miliardi di dollari in investimenti sia statali che privati per rilanciare la Cina. È chiamato Made in China 2025 o MIC25. È un progetto ambizioso che richiede coordinamento e partecipazione locale, regionale e nazionale. Il Mercator Institute for Economics (MERICS) è uno dei think tank tedeschi più autorevoli sulla Cina. Scrisse un importante rapporto sul MIC25 il 7 febbraio. Secondo MERICS, “Il programma MIC25 resterà e, proprio come gli obiettivi del PIL del passato, rappresenta gli ordini di marcia ufficiali del PCC per un ambizioso aggiornamento industriale. Le economie capitaliste del mondo dovranno affrontare questa offensiva strategica. “I tavoli hanno già iniziato a girare: oggi la Cina accelera in molte tecnologie emergenti e osserva il mondo che cerca di tenere il passo”. Il rapporto MERICS continuava: “La Cina ha fatto progressi in settori quali l’IT di prossima generazione (aziende come Huawei e ZTE sono destinate a conquistare il dominio globale nella diffusione delle reti 5G), ferrovie ad alta velocità e elettricità a trasmissione ad altissima tensione. Più di 530 parchi industriali manifatturieri intelligenti sono sorti in Cina. Molti si concentrano su big data (21 percento), nuovi materiali (17 percento) e cloud computing (13 percento). Di recente, la produzione ecologica e la creazione di una “Internet industriale” venivano particolarmente enfatizzate nei documenti politici, alla base della visione del Presidente Xi Jinping per creare una “civiltà ecologica” che prosperi nello sviluppo sostenibile. “La Cina ha anche conquistato una posizione forte in settori quali intelligenza artificiale (AI), nuova energia e veicoli intelligenti… “Le imprese statali cinesi (SOE) continuano a svolgere un ruolo fondamentale nello sviluppo di industrie strategiche e apparecchiature ad alta tecnologia associate al MIC25. Nelle cosiddette industrie chiave come telecomunicazioni, costruzioni navali, aviazione e ferrovie ad alta velocità, le SOE hanno ancora una quota di entrate dell’83 percento circa. Ciò che il governo cinese ha identificato come industrie pilastro (ad esempio elettronica, produzione di apparecchiature o automobilistico) ammonta al 45 percento”.

La rottura del rapporto USA-Cina è inevitabile
La guerra dei dazi tra Stati Uniti e Cina va avanti e indietro. Potrebbe o no risolto per ora o finire in un compromesso. È improbabile che le provocazioni del Pentagono nel Mar Cinese Meridionale e nel Pacifico si plachino. La caccia alle streghe contro gli scienziati cinesi guadagna slancio. Gli Stati Uniti hanno appena stanziato 2,2 miliardi di dollari per armi a Taiwan. Il consigliere per la sicurezza nazionale e il falco belluino John Bolton recentemente viaggiava a Taiwan. Il presidente di Taiwan, Tsai Ing-wen, fece sosta negli Stati Uniti sulla via per i Caraibi e ne prevedeva un’altra al ritorno. Tali misure indicano la fine del riavvicinamento tra Pechino e Washington. Questa rottura tra le due potenze non è solo opera di Donald Trump. Deriva dalla crescente paura delle sezioni predominanti della classe dominante nordamericana che la scommessa intrapresa nel tentativo di rovesciare il socialismo cinese dall’interno è fallita, così come anche la precedente aggressione militare del 1949-1975.

L’alta tecnologia è la chiave per il futuro
Sin dalla fine del 18° secolo, la classe capitalista nordamericana ha sempre desiderato il mercato cinese. I giganteschi monopoli capitalisti approfittarono di accordi congiunti, salari bassi, esportazioni a basso costo e super-profitti quando la Cina “si aprì” alla fine degli anni ’70. Ma più forte diventa il nucleo socialista della RPC, maggiore è il suo peso nel mondo e, soprattutto, più forte diventa la Cina tecnologicamente, più Wall Street teme per il suo dominio economico e più il Pentagono teme per il suo dominio militare. L’esempio del soffocamento della collaborazione internazionale nella ricerca sul cancro è una dimostrazione di come la cooperazione globale sia essenziale non solo per curare le malattie, ma anche per lo sviluppo della società. È necessaria una cooperazione internazionale per invertire il disastro climatico causato dalla proprietà privata. Nulla di tutto ciò può essere realizzato nell’ambito della proprietà privata e del sistema di profitto. Solo la distruzione del capitalismo può portare alla liberazione dell’umanità. Il marxismo afferma che la società avanza attraverso lo sviluppo delle forze produttive dal comunismo primario alla schiavitù, al feudalesimo e al capitalismo. Marx scrisse: “La macina a mano ti dà la società col signore feudale; la società del mulino a vapore il capitalista industriale”. (“La povertà della filosofia”, 1847) E ora la rivoluzione dell’alta tecnologia pone le basi del socialismo internazionale. La borghesia sa che la società che può far avanzare la tecnologia al massimo grado trionferà plasmando il futuro. Questo è il motivo per cui l’imperialismo, guidato dagli Stati Uniti, ha imposto il più stretto blocco sul flusso tecnologico verso l’Unione Sovietica, così come a blocco orientale e Cina. Ciò fu opera del COCOM, organizzazione informale de i Paesi imperialisti, creata nel 1949 a Parigi. Gli obiettivi principali erano l’URSS e i Paesi socialisti più industrializzati, come la Repubblica democratica tedesca, la Repubblica ceca, ecc. Furono redatti elenchi dettagliati di circa 1500 articoli tecnologici ai quali era vietato l’esportazione in questi Paesi. Marx spiegò che le relazioni socialiste sviluppate dipendono dall’alto grado della produttività del lavoro e dalla conseguente abbondanza disponibile per la popolazione, nella sua “Critica del programma Gotha” del 1875. Tuttavia, come notato da Lenin, la catena dell’imperialismo si spezzò nell’anello debole in Russia, cioè, la rivoluzione ebbe successo nel Paese capitalista più povero e arretrato. Il risultato fu che un sistema sociale avanzato fu istituito su una base materiale insufficiente. Ciò diede origine a molte, molte contraddizioni. I Paesi che i rivoluzionari chiamavano correttamente socialisti in realtà aspiravano davvero al socialismo. Le loro rivoluzioni gettarono le basi del socialismo. Ma blocco imperialista, guerra e sovversione non gli permisero mai di sviluppare liberamente i loro sistemi sociali. Il grande balzo in avanti della tecnologia in Cina oggi può aumentare la produttività del lavoro e rafforzare le basi socialiste. È questo grande balzo in avanti che alimenta la “nuova guerra fredda” con la Cina e la vera minaccia della guerra calda.

Fred Goldstein, Workers

Traduzione di Alessandro Lattanzio

(Fonte: https://www.workers.org/2019/08/14/the-new-cold-war-against-china/)

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INTEGRITY INITIATIVE, ESPAÑOLES TRABAJANDO PARA EL M-15 Y M-16

Ante scriptum di Ireo Bono: “Ringrazio J.E. per questo articolo, a mio parere molto interessante, di Tita Barahona del ‘Canarias Semanal’ che porta una conferma a ciò che già sappiamo, con una denuncia molto precisa, con nomi e cognomi, su un servizio segreto di propaganda antirussa (Integraty Initiative)che comprende giornalisti, accademici, politici, militari, per la promozione di una nuova guerra fredda con la Russia. E’ lecito pensare che una tale rete sia diffusa in tutta l’Europa e , vista la narrazione dei principali giornali italiani su quanto accade in Europa e nel mondo, questa rete esiste certamente in Italia.” (Ireo Bono) 

Ojos para la Paz – Dicen que hay mal vendidos, que hay mala gente a patadas por este mundo. Es el caso del llamado “Integrity Initiative”, un apéndice de loe servicios secretos británicos, M-15 y M-16, que se creó en España bajo la paranoia ….¡de combatir a Rusia!. Y aquí los tenemos: NICOLÁS DE PEDRO, BORJA LAS HERAS, Y QUIQUE BADÍA MASSONI, tres perlas que deben cobrar demasiado dinero para dedicarse a trabajar para un mafioso gobierno extranjero.

¿QUÉ ES EL “INTEGRITY INITIATIVE”?
http://canarias-semanal.org/art/25792/integrity-initiative-un-servicio-secreto-de-propaganda-antirusa-para-la-promocion-de-una-nueva-guerra-fria?fbclid=IwAR2auH0j3-4U08bZPQZ8U_Hn_Zsl6vBXn6FZcKyRtl1sQ3YQi4gqDasc1vE
UN SERVICIO SECRETO DE PROPAGANDA ANTIRUSA PARA LA PROMOCIÓN DE UNA NUEVA GUERRA FRÍA.
INTERFIRIÓ EN EL GOBIERNO ESPAÑOL PARA IMPEDIR EL NOMBRAMIENTO DE PEDRO BAÑOS COMO RESPONSABLE DEL DEPARTAMENTO DE SEGURIDAD NACIONAL DE LA PRESIDENCIA DEL GOBIERNO. DE “INTEGRITY” NADA DE NADA.
HAY QUE DESENMASCARARLOS
(Canarias Semanal)
Este servicio secreto internacional, con sede en el Reino Unido, posee plena capacidad para interferir en la política española
Gracias a la filtración de sus documentos internos, conocemos los objetivos, los integrantes, las operaciones encubiertas y las fuentes de financiación de este instrumento de propaganda anti-Rusia llamado Integrity Initiative, que funciona bajo el paraguas del think tank británico Institute for Statecraft. Los mismos documentos han revelado cómo influyó este servicio secreto en el nombramiento del director del Departamento de Seguridad Nacional de la Presidencia del Gobierno de España. Pero nada de esto fue noticia en los grandes medios.
Por TITA BARAHONA(*) PARA CANARIAS SEMANAL
Hace siglo y medio, Marx y Engels señalaban que el Estado es el consejo de administración que rige los intereses colectivos de la clase burguesa. Esto es hoy quizás más evidente que nunca, como lo es que la concentración de capital y la amplitud de la miseria han alcanzado niveles sin precedentes. Las grandes corporaciones financieras y empresariales mantienen estrechos lazos con los gobiernos de los Estados, que las protegen, subvencionan y les facilitan importantes mercados. Una de las manifestaciones de esta alianza es lo que en Estados Unidos es denominado “complejo militar-industrial”, en el que confluyen compañías privadas – de armamento, entre otras -, fuerzas armadas y policiales, servicios de inteligencia y una densa nube de burocracia. Este complejo opera dentro y fuera de las fronteras nacionales, y ahora también en el ciber-espacio, lo que se llama “guerra híbrida”. La propia reproducción y el crecimiento de esta gigantesca maquinaria exige el mantenimiento de un mundo bi-polar en permanente enfrentamiento.
Después de la II Guerra Mundial, fue la Guerra Fría entre los países del centro capitalista (liderados por Estados Unidos) y la URSS lo que justificó la carrera de armamentos. Desaparecida ésta, se buscó un nuevo enemigo en el terrorismo islamista. Al mismo tiempo avanzaban a paso veloz y firme las llamadas potencias emergentes, especialmente China y Rusia. Estos dos países, con economías capitalistas que también cuentan con un importante complejo militar-industrial, son los que “Occidente” (léase sobre todo la OTAN) señala ahora como principales amenazas justificativas del aumento del gasto en Defensa. Pese a la indudable mayor importancia de China como competidor económico, es la más cercana Rusia la elegida para presidir el podio de la rivalidad, no sólo por su apoyo a los Estados que figuran en la lista negra de la Casa Blanca, sino también porque, desde el punto de vista político-ideológico, su reciente pasado soviético facilita la reconstrucción de una nueva atmósfera de Guerra Fría, en la que armar, a la vez, un eficaz instrumento de control social.
Las “fuerzas del mal” habitan en el Kremlin
En los últimos años y sobre todo en los países anglófonos, se viene esparciendo en todas direcciones el eslogan de que Rusia es una amenaza a la seguridad de Occidente y a sus “valores” democráticos (más falsos que moneda de madera). En Estados Unidos, este eslogan ha dado pie a una histérica campaña anti-rusa aliñada con teorías conspirativas de todo tipo, en las que participan tanto republicanos como demócratas. Ya la derrota de Hillary Clinton frente a Donald Trump lo atribuyó la oligarquía demócrata a la “interferencia” del presidente ruso, Vladimir Putin. A partir de ahí, los medios corporativos se dedicaron a señalar a Moscú como responsable de un sinnúmero de desgracias nacionales, como informamos en otro lugar. 1 Hasta el reciente, alegado suicidio del millonario pedófilo Jeffrey Epstein, algunos locutores de la cadena “progre” MSNBC lo han atribuido a la injerencia de Putin -que no es, dicho sea de paso, santo de nuestra devoción, ni lo creemos en posesión de dones sobrenaturales-. Según la versión oficial, para operar estas maldades, el Kremlin se vale de la “desinformación” o “noticias falsas” que difunde en las redes sociales y otros sitios de Internet, aparte de sus cadenas RT y Sputnik.
La rusofobia creó su opuesto, la rusofilia; porque ya el asunto se ponía en términos de esas polarizaciones o dicotomías planas características de la ideología dominante. Así, toda persona, grupo o institución que cuestione cualquier aspecto de la política económica, social o exterior del Imperio occidental, es sistemáticamente etiquetado de pro-ruso. Posee el mismo carácter y finalidad que la etiqueta anti-semita, que automáticamente recae sobre quienes critican al Estado de Israel. En Reino Unido, el establishment conservador acusa al líder laborista Jeremy Corbyn de ser anti-semita además de un “tonto útil de Putin”. Al parlamentario escocés, Neil Findlay, por protestar la visita oficial del político de extrema derecha ucraniano, Andriy Prubiy, -fundador de dos partidos neo-nazis- se le dijo que estaba transmitiendo “el mensaje del Kremlin”.2 El Washington Post llegó a publicar una lista negra de medios (todos críticos con la política exterior estadounidense) acusados de trabajar para el Kremlin. Y los gigantes tecnológicos como Facebook, que junto a Google y Amazon ya forman parte del complejo militar-industrial de Occidente, aplicaron algoritmos para arrinconar a estos medios en los buscadores. 3
Integrity Initiative: desinformación para combatir la desinformación
En toda esta propaganda anti-Rusia tiene mucho que ver el complejo militar-industrial británico, incluidos sus servicios secretos M-15 y M-16. Lo prueban los documentos de uno de sus órganos, el llamado Integrity Initiative, que fueron filtrados en 2018, supuestamente por Anonymous Europa. 4 Este órgano funciona como un servicio secreto que tiene en nómina a periodistas, académicos, políticos y militares en cada uno de los Estados donde tiene instaladas sus células (“clusters”). Estos son, aparte del Reino Unido, España, Francia, Alemania, Italia, Grecia, Países Bajos, Lituania, Noruega, Serbia, Montenegro, y se están formando otras en EEUU, Canadá y más países de la Europa del Este.
Según sus documentos, Integrity Initiative tiene por finalidad “ofrecer una respuesta coordinada de Occidente a la desinformación de Rusia y otros elementos de la guerra híbrida”. Pone, además, especial interés en influir la opinión pública dentro de Rusia y otros espacios ruso-parlantes. En realidad, se trata de presentar al gobierno ruso como una amenaza a la seguridad mundial, especialmente a la europea, con el fin de crear un ambiente de neo-guerra fría que genere aceptación social al incremento del gasto de Defensa y la permanencia/integración en la OTAN.
Integrity Initiative se creó en 2015. Su fundador fue Chris Donnelly, ex-consejo de Margaret Thatcher entre otros políticos británicos, asistido por funcionarios de la OTAN. Se financia en gran medida con dinero público, ya que recibe fondos del British Foreign and Commonwealth Office, la propia OTAN, el Ministerio de Defensa de Lituania, el Departamento de Estado de EEUU, Facebook y la Fundación Smith Richardson, relacionada con think tanks militaristas como el American Enterprise Institute y el Institute for the Study of War, e implicada en el diseño de la “guerra contra el terror” tras los antentados del 11-S. Las células que se están creando en Estados Unidos son promocionadas por conocidas figuras de extrema derecha como Gorka Sebastian, declarado admirador de la orden proto-fascista húngara, Vitezi Rend, que colaboró con la Alemania nazi durante la ocupación de Hungría.5
Integrity Initiative funciona bajo el paraguas de un think tank con sede en Inglaterra pero registrado en Escocia, llamado Institute for Statecraft, hasta ahora totalmente desconocido. Se dedica a buscar -y si no la encuentra, a fabricar- para su publicación “evidencia” de la interferencia rusa en los asuntos europeos. Para ello tiene un departamento de investigación en el que se estudia cómo llevar a cabo de forma efectiva campañas de desinformación online. Otra de sus tácticas es organizar eventos públicos, como la conferencia celebrada recientemente en EEUU bajo el título “Cold War Then and Now?” (¿Guerra Fría Entonces y Ahora?), que contó con la asistencia de militares británicos, oficiales de la OTAN y nacionalistas urcranianos. Una tercera táctica es coordinar campañas de desinformación online para impedir que se nombre a personas etiquetadas como “pro-Kremlin” para cargos importantes, como han logrado hacer recientemente en España.
La célula española de Integrity Initiative interfiere en nombramientos de alto nivel. Interferir para combatir la interferencia. Cuando Pedro Sánchez se estrenaba como presidente del gobierno español, el 7 de junio de 2018, pensó en el coronel Pedro Baños para dirigir el Departamento de Seguridad Nacional del Gabinete de la Presidencia del Gobierno. Baños es parte de esa minoría de militares y políticos que se opone a la provocación militar y las sanciones contra Rusia, postura que comparte con sectores de las clases dirigentes de Alemania y Francia. Esto encendió las alarmas en Integrity Initiative, que vio en el coronel español una amenaza a los intereses del Reino Unido y un obstáculo a la campaña anti-Rusia.
Siempre según los documentos filtrados, a medio día del referido 7 de junio, la célula española de Integrity Initiative se entera -por soplos procedentes del PSOE- de que “una conocida voz pro-Kremlin, Pedro Baños, va a ser oficialmente nombrado el día 9 director del Departamento de Seguridad Nacional.” Entonces se pone en marcha un operativo coordinado entre las células española y británica, que incluye “[preparar] un dossier para llevarlo a los principales medios. El grupo mientras tanto inicia una campaña en Twitter (…) intentando impedir el nombramiento”. 6

LA CÉLULA ESPAÑOLA está liderada por NICOLÁS DE PEDRO, miembro del Institute for Statecraft y otros think tanks como la Organización para la Seguridad y la Cooperación en Europa (OSCE), para la que hizo misiones de observación electoral en Rusia, Kirguistán, Ucrania y Tayikistán, y de la Fundación Elcano. De Pedro escribe en El País y otros medios españoles sobre temas de Asia. Junto a él está BORJA LASHERAS, que también trabajó para la OSCE, pero en Bosnia-Herzegovina y Albania, y ha sido director de la sede madrileña del Consejo Europeo de Relaciones Exteriores. El tercero es QUIQUE BADÍA MASSONI, periodista catalán, ex-redactor de Vice News y asociado a la revista El Temps. 9 Los tres son escritores conocidos por sus posturas anti-rusas.
El 7 de junio a las 15:45, según los papeles filtrados, “El jefe del grupo español contacta con el británico, que activa la red para generar apoyo internacional a la campaña por Twitter. El grupo británico crea un grupo de WhatsApp (…) para coordinar la reacción en Twitter, obtiene contactos en esta red para extender la preocupación y alentar a la gente a que retuitee este material. Se publica material escrito por el director del grupo español Niko de Pedro en la versión española de StopFake, que también es retuiteado por figuras influyentes”. StopFake es la página web asociada a Integrity Initiative, traducida a varios idiomas, cuya responsable para España es Alina Mosendz, integrante de la célula serbia. 10
Este grupo envía asimismo su “dossier” a El País, uno de los incluidos en la lista de los “medios amigos”, y a El Mundo. Ambos publican artículos acusando al coronel Baños de “simpatía con Rusia”. El País da como prueba de ello su “presencia regular” en RT y Sputnik, medios financiados por la administración Putin -como la BBC lo está por la de Boris Johnson. Los documentos continúan registrando que, hacia las 19:45, apenas ocho horas después del inicio de la operación, “la campaña había hecho bastante ruido en Twitter (…) Los contactos en el Partido Socialista confirmaron que esta información llegó al Primer Ministro. Algunos diplomáticos españoles también expresaron su preocupación. Al final, tanto el Partido Popular como Ciudadanos pidieron a Sánchez que parara el nombramiento”. Se había logrado el objetivo: al día siguiente Sánchez nombraba a Miguel Ángel Ballesteros director general del Departamento de Seguridad Nacional. 11
La campaña contra Baños es un claro ejemplo de las maniobras internas de los servicios de Inteligencia en colaboración con periodistas y académicos “independientes”, a los que benévolamente podemos calificar como liberales pro-OTAN. Los mismos que acusan a Rusia de interferir en los asuntos internos de las naciones europeas están interfiriendo para impedir que los gobiernos electos nombren a determinados cargos cuando ello entra en conflicto con sus intereses. Y usan las redes sociales de la misma manera que acusan al Kremlin de hacerlo.
En este contexto se entiende que, el año pasado, El País emprendiera una campaña paranoica sobre el conflicto de Cataluña, que según sus periodistas “independientes” no fue provocada por la respuesta represiva del gobierno del Partido Popular, sino por Moscú y sus “noticias falsas”. Citaba como fuentes, nada casualmente, a “especialistas” del Instituto Elcano y el Consejo Europeo de Relaciones Exteriores. Como hemos visto, los papeles filtrados demuestran que algunos integrantes de estos organismos pertenecen a su vez a la célula de Integrity Intiative en España. El Instituto Elcano tuvo, además, a una de las figuras más destacadas, Mira Milosevich-Juaristi, declarando en el Parlamento que Rusia estaba promoviendo noticias falsas en relación a Cataluña, aunque no aportó ninguna prueba. 12
Integrity Initiative tenía una página web, cuyo contenido borró cuando se enteró de la filtración de sus documentos internos, y cerró su cuenta de Twitter. Ahora en la web sólo hay una nota en la que se avisa de que están “pendientes de una investigación en el robo de datos del Institute for Statecraft y su programa, the Integrity Initiative. Los hallazgos iniciales indican que el robo fue parte de una campaña para socavar el trabajo de Integrity Initiative en investigar, publicar y contrarrestar la amenaza a las democracias europeas de la desinformación y la guerra híbrida. La página será relanzada en breve (…) Estamos ocupados en rastrear tanto la fuente del hackeo como el uso que se ha dado a nuestros datos -algunos genuinos, algunos falsos-”. 13 Les han destapado, pero seguirán operando.
A las clases trabajadoras no nos conviene tomar partido en estos enfrentamientos entre oligarquías capitalistas. Esté quien esté de huésped en la Moncloa, la Casa Blanca, Downing Street o el Kremlin, sólo podemos esperar más miseria. Pero es importante estar informados y alertas de cómo se nos intenta manipular alimentando el miedo a supuestas amenazas interiores y exteriores. Mientras siguen destruyendo nuestros derechos sociales y laborales, pretenden convencernos de que es mejor derivar el grueso de las plusvalías y los impuestos que nos extraen al complejo militar-industrial (como se hace ya en Estados Unidos), que no sólo mata a seres inocentes afuera, sino también reprime, cada vez con más saña, adentro, a quienes luchamos contra la explotación y la injusticia.

Tita Barahona – http://www.ojosparalapaz.com/

(*) Tita Barahona es miembo de la redacción de Canarias Semanal

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“Tribù indiane. Capitale e proletari nella storia del Nord America” di Giorgio Stern – Recensione

Qualche tempo addietro, verso la metà di luglio del 2019, ricevetti una email da Giorgio Stern in cui mi chiedeva un indirizzo postale per farmi pervenire il suo libro “Tribù indiane. Capitale e proletari nella storia del Nord America” (Zambon Editore), in quel periodo mi trovavo in Emilia, a casa di Caterina, e nel giro di pochi giorni ricevetti il volume. Conoscevo solo di nome Giorgio Stern e la sorpresa nel ricevere questo dono inaspettato fu tanta. Ma in fondo non c’era poi da meravigliarsi, poiché sia lui che io facciamo parte della lista No-Nato e quindi dal punto di vista “politico” già condividiamo diverse opinioni.

La curiosità solleticata dal come ero venuto in possesso del libro mi spinse immediatamente alla lettura, anche perché delle vicissitudini e delle sofferenze degli indiani d’America avevo iniziato ad interessarmi dai tempi di “Soldato blu” un film epico e drammatico che per primo modificava l’approccio verso l’epopea del “selvaggio West” (pellicola del 1970, diretto da Ralph Nelson e ispirato al romanzo storico di Theodore V. Olsen, Arrow in the Sun, a sua volta ispirato ai reali eventi del massacro di Sand Creek del 1864. Si tratta di uno dei primi film western a schierarsi dalla parte degli Indiani d’America).

L’epopea e la tragedia del popolo dalla pellerossa sono descritte in dettaglio nel libro “Tribù indiane” di Stern ed è subito chiaro sin dalla prefazione dell’autore, in cui è detto: “Quanto qui brevemente esposto riassume un capitolo di storia determinante nei suoi sviluppi successivi, facilmente documentabile per l’accesso alle fonti e per i numerosi studi editi negli stessi Stati Uniti, spesso disatteso o snaturato dai mezzi di diffusione di massa e dagli storici di professione”.

Insomma si tratta, come diremmo oggi, di un “libro verità” in cui i vari aspetti ed eventi che portarono allo sterminio, da parte dei “civili yankee” di una popolazione indiana stimata attorno ai 14 milioni di persone ed oggi ridotta a poche centinaia di migliaia. Un olocausto tremendo perpetrato non tanto per motivi “ideologici” quanto per motivi di rapina.

Il “selvaggio west” del popolo dalla pelle rossa è stato così descritto da un esponente Sioux, Standing Bear, nel 1890: “Noi non abbiamo mai considerato le grandi pianure, la distesa delle colline e i tumultuosi torrenti fiancheggiati da folti cespugli, come qualcosa di “selvaggio”. Solo per l’uomo bianco la natura era un “mondo selvaggio”, e solo per lui la terra era “infestata” da animali selvaggi e da gente “selvaggia”: Per noi tutto era famigliare e domestico. La terra ci ricopriva di doni ed eravamo circondati dalle benedizioni del Grande Mistero. Solo quando l’uomo peloso venuto dall’est con la sua brutale frenesia rovesciò ingiustizie, su di noi e sulle cose che amavamo, questo mondo divenne “selvaggio”. Quando gli stessi animali della foresta cominciarono a fuggire davanti ai suoi passi, ebbe inizio per noi l’epoca del “Selvaggio West”.

Già da queste parole potei capire e dare una giusta collocazione agli eventi storici contenuti e particolareggiatamente descritti nel libro di Stern. Gli imbrogli, le nequizie, le stragi, la diffusione volontaria del vaiolo e dell’acqua di fuoco, lo sterminio gratuito dei bisonti, il continuo restringimento entro piccole riserve desertiche, l’espropriazione delle stesse ove facesse comodo alla costruzione di reti ferroviarie o allo sfruttamento di risorse minerarie. Insomma la riduzione in schiavitù e la quasi estinzione di un popolo nobile e generoso. Questo fecero i fautori della democrazia e della religione cristiana e giudea che ancora osano mettere sulla loro monete e sui loro simboli: “In God we trust”.
Quale Dio?, mi chiedo, forse trattasi di Mammona, se non peggio. E ciò viene evidenziato anche nel capitolo relativo all’affermarsi del primo capitalismo bancario, finanziario e industriale e conseguente sfruttamento delle masse popolari di immigrati affamati ed oppressi.

Leggendo le tristi vicende occorse ai lavoratori bianchi “di serie b” trucidati durante gli scioperi e costretti ad orari sfibranti per soddisfare la sete di denaro dei padroni, nonché alle mistificazioni portate a scusante dell’eccidio del popolo pellerossa, libero e pulito, è più facile oggi comprendere la frenesia di dominio e di sfruttamento dimostrato da questi “uomini bianchi pelosi” nei confronti di ogni altra nazione del mondo. Gli sterminatori “religiosi e democratici” che affermano “In God we trust” ma solo per giustificare ruberie e distruzioni, allora come ora!

L’emozione provata scorrendo i vari nitidi capitoli del libro mi ha impedito una lettura continuata, ho dovuto riporre il volume più volte, per non soccombere alla rabbia ed alla frustrazione. Insomma ho impiegato quasi un mese a completare la lettura di un testo di appena 160 pagine.

“Tribù indiane” si conclude con le vicende attuali di un ultimo eroe indiano perseguitato dai “democratici e religiosi”, Leonard Peltier, tutt’ora imprigionato senza giusta causa ma solo per punirlo del suo amore e rispetto verso la sua gente e verso le tradizioni ancestrali.

Che dire di più? Termino con le parole della mia compagna, Caterina Regazzi, che a sua volta avendo preso in mano il libro di Giorgio Stern gli scrisse: “Gentile Sig. Stern, sto anch’io leggendo il suo libro su “Tribù indiane…” e lo sto trovando veramente esaustivo , interessante e illuminante su tanti aspetti non certo edificanti della storia degli Stati Uniti d’America. Credo che meriti di essere diffuso e conosciuto…. Cordiali saluti!”

Paolo D’Arpini

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Hong Kong fa parte della Cina! – “Yankee go home”

I media corporativi hanno utilizzato le recenti proteste di Hong Kong per attaccare e diffamare la Repubblica popolare cinese e il ruolo dominante del Partito comunista cinese col pretesto di difendere i diritti umani. Senza conoscere la storia, così come tutti i modi con cui i super ricchi nordamericani e il loro governo a Washington attuano la politica estera degli Stati Uniti, è impossibile comprendere le forze dietro le proteste a Hong Kong, una città che l’impero inglese sequestrò nel 1842 e restituì solo nel 1997. La dichiarazione dell’International Action Center affronta questi problemi.

L’imperialismo USA è il peggior nemico dei popoli del mondo che lottano per un futuro con dignità, sovranità e diritti umani completi. Wall Street e il capitale finanziario mantengono il loro dominio con la minaccia di oltre 800 basi militari straniere, portaerei, colpi di Stato, omicidi mirati, attacchi di droni e sanzioni per affamare da imporre a oltre 30 Paesi nel mondo. Wall Street utilizza anche il soft power del National Endowment for Democracy (NED) per finanziare migliaia di organizzazioni non governative, partiti politici reazionari e alleanze con dittatori corrotti in tutto il mondo. Aiuti ed interventi statunitensi non hanno mai protetto i diritti umani o la democrazia. Le recenti proteste di massa contro una proposta di modifica delle leggi sull’estradizione avevano scosso Hong Kong. È risposta naturale di tutte le forze progressiste a radunarsi con le manifestazioni di massa. Ma è dovere dei rivoluzionari guardare in profondità, chiedersi quali forze ci siano dietro un movimento e chi ne trae beneficio.

La Gran Bretagna rubò Hong Kong alla Cina alla fine della prima guerra dell’oppio nel 1842. Attraverso le guerre dell’oppio, i militari di Gran Bretagna e statunitensi imposero il commercio dell’oppio, i trattati ineguali e l’occupazione. Cento anni di saccheggi imperialisti impoverirono completamente e sottosvilupparono la Cina. La vittoria della rivoluzione cinese nel 1949 cambiò radicalmente la Cina iniziando a costruire il socialismo. Ma per 30 anni, dal 1949 al 1979, la Cina fu completamente isolata, bloccata e sanzionata da Stati Uniti e Paesi imperialisti occidentali. Nel 1979, a seguito della “riforma e apertura” avviata da Deng Xiaoping, la Cina fece concessioni alle riforme di mercato capitaliste. Ciò alla fine diede alla Cina accesso ad alcune tecnologie e capitali dal mondo industrializzato, ma fu un accordo col diavolo, rafforzando la classe capitalista in Cina. La colonia inglese di Hong Kong fu restituita alla Cina nel 1997 in base al principio “un Paese, due sistemi” che preservava gran parte del sistema giudiziario/amministrativo coloniale inglese dell’ex colonia. Hong Kong è un centro del capitale finanziaria mondiale. È profondamente ostile alle misure sociali che hanno tolto centinaia di milioni di persone nella Cina continentale dall’estrema povertà e fornito elevati standard di assistenza sanitaria, istruzione e infrastrutture moderne. Il capitale finanziario ha fatto forti passi in avanti in Cina. Hong Kong è la base operativa dell’occidente, incoraggiando la crescita di una classe capitalista in Cina che minaccia le basi del socialismo. Oggi la Cina è una società profondamente contraddittoria, caratterizzata dalla lotta tra una classe capitalista rinata e le aspirazioni di lavoratori e contadini cinesi a mantenere ed espandere l’economia pianificata. È nel contesto di questa lotta, così come il crescente accerchiamento militare e la guerra commerciale USA contro la Cina, che le attuali proteste di Hong Kong vanno comprese. Le forze del capitale finanziario di Hong Kong e i loro alleati negli Stati Uniti e in Europa vogliono allontanare Hong Kong dalla Cina in modo che funga da avamposto economico e politico nella regione. Ciò significa limitare il più possibile l’integrazione legale e politica con la Cina. A tal fine gli Stati Uniti danno ampio sostegno politico, finanziario e mediatico alle proteste. Il vocabolario della protesta è disponibile sia a sinistra che a destra. Attraverso la NED gli Stati Uniti finanziano tentativi di colpo di Stato, spesso coinvolgendo una componente di protesta di massa in Honduras, Nicaragua, Venezuela, Haiti, Ucraina e Siria. Ogni movimento può coinvolgere molti progressisti ben intenzionati, spesso con legittime rimostranze i cui interessi non sono quelli dei capi del movimento.

Molte organizzazioni del Fronte dei diritti umani civili, la coalizione dietro le recenti proteste, ricevono o hanno ricevuto finanziamenti dal NED, organizzazione del soft power finanziata dagli Stati Uniti che distribuisce denaro nell’interesse dell’imperialismo USA. Queste includono l’Istituto di Hong Kong per la gestione delle risorse umane, la Confederazione dei sindacati di Hong Kong, l’Associazione dei giornalisti di Hong Kong, il Partito civico, il Partito laburista e il Partito democratico. Oltre 37000 ONG, con decine di migliaia di personale, sono registrate a Hong Kong, ricevono finanziamenti da Stati Uniti e Europa. Martin Lee, fondatore del Partito Democratico del Fronte dei diritti umani civili, incontrò il segretario di Stato nordamericano Mike Pompeo durante le proteste. Pompeo espresse sostegno alle proteste durante l’incontro. Se le proteste effettivamente scontano un fine progressista, non sarebbero supportate dalla leadership reazionaria dell’imperialismo USA, la stessa forza che tenta il colpo di stato in Venezuela, minaccia la Corea popolare e cerca la guerra con l’Iran.

Il sistema giudiziario/legale indipendente di Hong Kong è una reliquia del colonialismo inglese. In alcun’altra parte del mondo una città ha leggi di estradizione indipendenti, con autorità al di sopra di quella di un Paese sovrano. Nonostante decenni di finanziamenti occidentali, Hong Kong ha un tasso di povertà del 20 percento (23,1 percento per i bambini) rispetto a meno dell’1 percento nella Cina continentale. Negli ultimi 20 anni la povertà a Hong Kong è rimasta elevata mentre la Cina continentale ha tolto milioni di persone dalla povertà. Le recenti proteste, proprio come le proteste “Occupy Central” ad Hong Kong nel 2014, non hanno posto questo problema. Le proteste erano dirette alla leadership connessa con la Cina continentale, mentre ignorano le banche collegate agli Stati Uniti e i capitalisti ultraricchi di Hong Kong che chiaramente non mostrano alcun interesse ad affrontare la povertà o altri bisogni disperati.

Gli Stati Uniti affermano di preoccuparsi della libertà di parola e delle estradizioni motivate politicamente, mentre perseguono in modo aggressivo l’estradizione di Julian Assange per aver denunciato i crimini dell’imperialismo USA. I media corporativi di Stati Uniti ed Europa riferivano con entusiasmo delle proteste di Hong Kong, in netto contrasto con la scarsa e spesso critica copertura delle proteste di massa a Gaza, Honduras, Sudan, Yemen, Francia o il recente sciopero generale in Brasile. Tale differenza rivela le forze dietro le proteste, su chi trarrà beneficio da esse. L’imperialismo nordamericano ha una lunga storia di “rivoluzioni colorate” in cui le proteste dalla patina progressista, persino rivoluzionaria, venivano usate come copertura per un’agenda reazionaria e filoUSA. Le forze capitali della finanza mondiale a Hong Kong sono alleate dell’imperialismo USA e si oppongono alla proprietà socialista e alla leadership della Cina del Partito Comunista Cinese.

Già le mani dalla Cina!
Hong Kong fa parte della Cina!

Fonte: https://www.workers.org/2019/06/30/u-s-role-in-hong-kong-protests/

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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USA: “Excusatio non petita, accusatio manifesta…” – Pronti a sparare contro Russia e Cina, per primi!

Ci viene detto che il ritiro degli Stati Uniti dal Trattato sulle forze nucleari a raggio intermedio (INF), firmato nel 1987 tra Stati Uniti e Unione Sovietica, si basava su affermazioni secondo cui la Russia l’avrebbe violato. Mentre continuiamo ad aspettare che Washington fornisca prove di tali affermazioni, gli Stati Uniti ammettevano di aver già iniziato a sviluppare missili che violavano il trattato. Un articolo di Defense One del febbraio 2018, intitolato “Il Pentagono conferma che sviluppa un missile da crociera nucleare per contrastare quello russo”, ammise che: “L’esercito nordamericano sviluppa un missile da crociera a raggio intermedio lanciato da terra per contrastare un’arma russa simile il cui dispiegamento viola il trattato di controllo degli armamenti tra Mosca e Washington, secondo funzionari statunitensi.

I funzionari riconoscevano che il missile nordamericano ancora in fase di sviluppo, se dispiegato, violerà il Trattato sulle forze nucleari a raggio intermedio”. Proprio come fecero gli Stati Uniti quando abbandonarono unilateralmente il Trattato sui missili antibalistici del 1972 nel 2002, l’obiettivo è accusare la Russia con provocazioni, altrimenti indifendibili, contro Mosca. Ad esempio, dopo che gli Stati Uniti abbandonarono il Trattato ABM nel 2002, gli Stati Uniti schierarono sistemi antimissile in Europa. Ma se la Russia è il problema, perché gli Stati Uniti iniziavano a schierare missili simili in Asia? L’obiettivo di Washington di bloccare i concorrenti ovunque è al centro di queste violazioni di trattato seriali, non di qualche “violazione” da parte di Mosca.

Che gli Stati Uniti abbiano sviluppato missili che avrebbero senza dubbio violato il Trattato INF prima di accusare la Russia di tali violazioni, è un indicazione delle vere intenzioni di Washington. Un altro è il fatto che Washington si affretta a circondare la Cina con sistemi missilistici difensivi e offensivi. La Cina non firmò né il Trattato ABM né il Trattato INF. I suoi missili sono schierati rigorosamente nel proprio territorio senza che Pechino abbia in programma di dispiegarli altrove. L’unica minaccia che pongono è a qualsiasi nazione decida di entrare in guerra con la Cina, nel o presso il territorio cinese. Il comportamento di Washington col Trattato INF indica che sua intenzione era violarlo, creando la stessa precaria crisi in Asia che il trattato cercava di impedire in Europa. Il New York Times nel suo articolo, “Gli Stati Uniti pongono fine al trattato sui missili della guerra fredda coll’obiettivo di contrastare la Cina”, spiegava: “Gli Stati Uniti hanno posto fine a un importante trattato della guerra fredda, l’accordo sulle forze nucleari intermedie, e già programmano di testare una nuova classe di missili entro la fine dell’estate. Ma è improbabile che i nuovi missili vengano schierati per contrastare l’altra potenza nucleare del trattato, la Russia, che gli Stati Uniti accusavano da anni in violazione dell’accordo.

Invece, i primi schieramenti saranno probabilmente destinati a contrastare la Cina, che ha un imponente arsenale missilistico ed è ora vista come rivale strategico a lungo termine e molto più formidabile della Russia. Le mosse di Washington suscitano preoccupazione per il fatto che potrebbero precipitare una nuova corsa agli armamenti, soprattutto perché l’unico importante trattato di controllo degli armamenti con la Russia, molto più grande chiamato New START, appare estinguersi, difficilmente rinnovato quando scadrà tra meno di due anni”. Qui, il NYT ammetteva che, nonostante Washington affermi che Mosca violasse il Trattato INF, le stesse azioni indicavano che era Washington ben intenzionata a violarlo, non solo per minacciare la Russia, ma anche la Cina. Dopo mesi di accusa alla Russia di aver minato il Trattato INF, lo stesso NYT rivelava che fu Washington a trarne vantaggio, e in particolare contro la Cina: “… l’amministrazione ha sostenuto che la Cina è uno dei motivi per cui Trump ha deciso di uscire dal trattato INF. La maggior parte degli esperti ora valuta che la Cina abbia l’arsenale missilistico convenzionale più avanzato al mondo, basato nel continente. Quando il trattato entrò in vigore nel 1987, la flotta missilistica cinese fu giudicata talmente rudimentale da non essere nemmeno considerata”. La prospettiva che gli Stati Uniti firmino un nuovo trattato con Russia o Cina (o entrambi) è inesistente. L’articolo di NYT riportava che: “Funzionari cinesi hanno anche ostacolato qualsiasi tentativo di limitare i missili con un nuovo trattato, sostenendo che gli arsenali nucleari di Stati Uniti e Russia sono molto più grandi e letali”. Il NYT non menzionava l’altro, e forse fattore più importante che impedisce a Pechino di firmare qualsiasi trattato con Washington, che ha già dimostrato categoricamente di essere inaffidabile. Ha appena abbandonato il Trattato INF con la scusa di bugie deliberate contro la Russia mentre Washington da sempre sviluppava missili che prevedeva di dispiegare in tutto il mondo contro Russia e Cina.

Mentre la Guerra Fredda è ricordata come periodo precario, era un momento in cui accordi come i trattati ABM e INF non erano solo possibili, ma erano firmati e per la maggior parte seguiti dalle due potenze globali che potevano concordare un equilibrio inquieto globale preferibile alla guerra (nucleare o no) tra i due. Durante la Guerra Fredda, Washington credeva non solo di mantenere quell’equilibrio di potere, ma infine di rovesciarlo a suo favore, risultando nell’egemonia globale. Il crollo dell’Unione Sovietica e l’invasione nordamericana dell’Iraq sembravano certamente provare che tale mentalità fosse giusta. Ma la finestra si stava già chiudendo sulla creazione di un ordine internazionale indiscusso guidato dagli Stati Uniti. Oggi Russia, Cina e numerose altre potenze regionali e globali emergenti hanno quasi assicurato che l’egemonia degli Stati Uniti non sia più un obiettivo geopolitico praticabile. La fiducia che ha permesso agli Stati Uniti di firmare trattati precedenti e di rispettarli insieme ai sovietici non esiste più. Oggi viviamo in un mondo in cui gli Stati Uniti sono un enorme pericolo per la pace e la sicurezza globali. L’incapacità dei trattati di resistere, possibili durante i tempi tesi della guerra fredda, ci porta in un territorio inesplorato e pericoloso.

Solo il tempo dirà se Mosca e Pechino troveranno altri meccanismi per evitare una corsa agli armamenti pericolosa e dispendiosa poiché gli Stati Uniti testardi non solo si rifiutano di andarsene, ma insistono nel portare armi incredibilmente pericolose che distruggeranno non gli Stati Uniti ma le nazioni di Europa ed Asia orientale, se la disperazione di Washington dovesse progredire ulteriormente, nonostante il suo potere globale in via di estinzione.

Gunnar Ulson, analista e autore geopolitico di New York.

Fonte: http://landdestroyer.blogspot.com/2019/08/us-leaves-inf-because-russia-but-points.html
Traduzione di Alessandro Lattanzio

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Scrive Marco Bracci a commento dell’articolo: “Trattati, violazione di trattati, ripensamenti, modifiche, nuovi trattati…. secondo me è tutta una manfrina, in attesa che tutto sia pronto per il grande botto. A proposito, proprio ieri ho utilizzato il grande svincolo sulla Livorno-Genova appena aperto a pro di Campo Derby, la base americana, a 500 metri dal suo ingresso. A cosa serve, visto che è a 5 km dall’inizio dell’autostrada e a 5 dallo svincolo di Pisa Aeroporto? Solo a una cosa, a rendere più agevoli e veloci i movimenti di forze armate dal campo al porto di Livorno e all’aeroporto di Pisa, in vista di possibili utilizzi anche oltre frontiera. Quindi, tornando all’inizio, questi trattati servono solo a tenere la gente tranquilla, mentre altrove si trama, più o meno sottobanco, per raggiungere lo scopo: la 3a guerra mondiale, e, quando tutto sarà pronto, provocare il “casus belli”. Fra più o meno 10 anni, dopo che sarà avvenuta la ripresa economica mondiale come non se ne è mai viste nella storia umana. Ripresa che è alle porte, infatti il suo inizio sarà nelle prossime settimane o, al massimo, entro l’anno. Cordiali saluti, Marco Bracci”

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