Archivio della Categoria 'Lettere inviate e ricevute'

Treia – Resoconto del Capodanno Cinese celebrato il 17 febbraio 2018

Sabato 17 febbraio 2018, abbiamo fatto una piccola riunione al Circolo Vegetariano, con una dozzina di amici e simpatizzanti, per descrivere le qualità dell’anno del Cane di Terra, appena iniziato, e per ricordare il martire Giordano Bruno. Questo era anche il giorno prima della mia partenza per il ritorno a Spilamberto. La data precisa del Capodanno cinese comunque era il 16, ma essendo di venerdì si sa che tutti lavorano o hanno impegni vari. Avevamo poi saputo che lo stesso giorno, a Macerata, si sarebbe tenuto un evento anche lì, sul Capodanno cinese (che alcuni avevano interpretato come “Carnevale cinese”), con sfilate di mascheroni e forse musiche e balli, come fanno già da qualche anno.

Eh si, perché Macerata, con i suoi illustri Ricci e Tucci è una culla dello studio della civiltà cinese. Ma a noi interessava più fare un incontro per presentare le conoscenze di Paolo, acquisite in vari decenni di studio, per evidenziare, tra l’altro, che l’oroscopo cinese è un oroscopo che si basa su quello che succede sulla Terra, senza state a guardare il cielo e le costellazioni, a differenza dell’oroscopo occidentale. La struttura circolare dell’oroscopo cinese, basato sull’anno lunare di tredici lune nuove, e con 12 archetipi (animali) che si ripetono, corroborati dai 5 elementi, si ripete in un ciclo che ogni 60 anni ricomincia.

E così chi ha compiuto i 60 anni, col bagaglio di esperienza messo assieme, possiamo intraprendere l’ultimo tratto della vita con una consapevolezza maggiore, avendo la possibilità così di vivere finalmente una vita piena e senza troppi intoppi. Io ci sono ormai vicina, speriamo bene, ci confido! Errori ne fanno tutti nella vita e così anch’io ho fatto i miei, spero che mi siano serviti da lezione per il futuro.

Diversi amici vecchi e nuovi ci hanno raggiunto, tra cui: Orietta, Petra, Simonetta, Danizete, Donatello, Daniela, Nunzio, Vincenzo, Margherita, un medico bolognese di cui non ricordo il nome, Fabio e Bruno ed hanno ascoltato con me le parole di Paolo, sempre più evocative di mondi lontani ma vicini. Fernando ci ha raggiunto per la pizza che era in programma a seguire. Usciti dalla pizzeria abbiamo poi avuto la bella sorpresa di incontrare Valeria con Lucilla e il suo papà.

Per me è stata una serata veramente piacevole. Anche mentre tornavamo verso la piazza c’erano tante persone in giro ed anche tante automobili (!) e Treia, tutta illuminata, mi è sembrata più bella del solito.

Arrivederci alla prossima!

Caterina Regazzi

Album fotografico: https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10214538260480727&set=ms.c.eJxNyLkRwEAMA7GOPCseT0~%3B~%3BjTmzhRCBwve0Lmnc8cQ3AXhYwxGusycbt~%3B5J3JRqjUJU9p5JqucFG~_cY9A~-~-.bps.a.10214538266840886&type=3&theater

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MANIFESTO ALLA NAZIONE COLOMBIANA – di Camilo Torres Restrepo

Nel 52° anniversario della morte in combattimento di Padre CAMILO TORRES abbiamo ritenuto opportuno pubblicare il suo MANIFESTO ALLA NAZIONE COLOMBIANA o PROCLAMA -

Colombiani!
Da molto tempo i poveri della nostra Patria attendono il grido di battaglia per gettarsi nella lotta finale contro il Capitale nordamericano e multinazionale, le banche e le oligarchie agrarie -
E’ chiaro che a questo punto, il nostro Popolo non crede più a chi ha il potere, non crede più alla f a r s a e l e t t o r a l e….-

Non esiste più una via legalitaria per risolvere i nostri problemi… non resta altro che l a l o t t a
a r m a t a…. la lotta delle Classi Popolari deve trasformarsi in Lotta Nazionale….-
Il nostro Popolo è disposto anche a offrire la vita, per dare ai figli una casa in cui riposare e il cibo quotidiano, ma, sopratutto per rendere la nostra cara Patria non più schiava di Washington e di Wall Street….-
Dico al popolo che non l’ ho mai tradito, ho parlato sulle piazze di ogni città, di ogni ” p u e b l o ” , ho chiamato i lavoratori dei campi e delle miniere a unirsi e a organizzarsi per la costituzione del Fronte Popolare-
Chiunque è un patriota( e poco importa quale sia l’ ideologia…siamo RIVOLUZIONARI e pensiamo che tra noi possano convivere i cattolici come i comunisti, i socialisti come i democratici- cristiani e i nazionalisti popolari, ma anche quei poveri che votano per i due p a r t i t i – f a r s a, e cioè la base conservatrice e quella liberale) sia pronto per la guerra, affinché possano sorgere i capi-guerriglia….-

Stiamo sempre all’ erta: Scambiamoci le opinioni e le strategie…raccogliamo, se necessario con le armi e le munizioni, le nostre provviste…-

La lotta è prolungata e i colpi ai nostri oppressori, ancorché piccoli devono essere sicuri….-
Proviamo, mettiamoli alla prova, di fronte agli avversari coloro, che tra chiacchere su chiacchere in riunioni, nei salotti, nei cineclubs, nei bistrò affermano di essere dei rivoluzionari….-

Agisci senza sosta ma con pazienza….la guerra sarà lunga e ciascuno di noi dovrà agire.-
Ciò che importa sopratutto è che la Rivoluzione ci trovi già preparati al momento dell’ ora X…-
Abbiamo cominciato e la strada, ripetiamo, sarà lunga…ma non cì’ è altra strada per la nostra Rivoluzione…-
Uniamoci, fino alla morte per unire e organizzare la Classe del nostro Popolo.-
Siamo decisi ad andare fino in fondo….non è più un’ illusione la presa del potere….-
Lottare fino alla morte vuol dire VINCERE !…

RIVOLUZIONE FINO ALLA VITTORIA -

Padre Camilo Torres Restrepo – PRESENTE!

Nato nel 1929 e caduto in combattimento il 15/ 2/ 1966 sulle montagne colombiane nelle file dell’ E. L. N. (Excercito de Liberacìon Nacional ) -

Traduz. di J. C. Donoso

“…il dovere di ogni rivoluzionario è di fare la rivoluzione…” Com. CARLOS -

Articolo collegato: http://www.marx21.it/index.php/internazionale/america-latina-e-caraibi/28767-america-latina-unione-europea-e-ingerenza

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Basta figli, meglio la partita di pallone – Italiani in via di estinzione… per carenza di riproduzione

L’articolo che vi propongo non richiede particolari commenti. In Italia mancano totalmente serie politiche di sostegno alle famiglie e la responsabilità è indubitabilmente dei politicanti privi di qualsiasi senso dello stato e lungimiranza. Basti citare il fatto che in Germania a tutte le famiglie quando nasce un figlio viene concesso un sostegno economico fino alla maggiore età, che se non venisse utilizzato consentirebbe di accumulare circa 50mila euro, coi quali si garantirebbe l’accesso agli studi universitari e qualche anno di respiro nella ricerca di un lavoro. Evito di citare quanto fanno altri paesi europei per non destare ulteriore sofferenza nei lettori italici. Claudio Martinotti Doria

Italia, è emergenza demografica

Nascite ai minimi storici nel 2017, italiani sempre più vecchi. I recenti dati Istat fotografano un bilancio della popolazione alquanto allarmante. Che futuro vi può essere senza bambini? Italia, è emergenza demografica.

Sarebbero 100 mila in meno gli italiani rispetto all’anno precedente, secondo i dati rilevati dall’Istat è stato battuto un nuovo record storico per il crollo delle nascite, un 2% in meno in confronto al 2Al di là degli articoli apparsi sui giornali in seguito al rapporto sui dati di quest’anno, accompagnati dai corrispettivi annunci politici in campagna elettorale, la crisi demografica non sembra occupare un posto centrale nelle priorità della classe politica. Effettivamente le conseguenze di quest’emergenza si produrranno nel medio lungo periodo, perciò, secondo le regole del gioco elettorale, il problema può anche attendere.

Gli italiani non fanno più figli, perché? Che futuro può esserci senza nascite e che cosa rischia il Paese senza affrontare quest’emergenza? La politica passerà mai ai fatti in questo senso?

Sputnik Italia ha raggiunto per un’intervista Gian Carlo Blangiardo, professore di demografia all’Università di Milano-Bicocca.

— Secondo i recenti dati ISTAT gli italiani sono sempre più anziani. Nel 2017 si è registrato un crollo delle nascite, un ennesimo record negativo. Professore Blangiardo, possiamo parlare di una vera e propria emergenza demografica?

— Assolutamente sì. Siamo abituati a parlare di crisi economica e dell’importanza di uscire dal tunnel. Abbiamo dimenticato che nello stesso tempo in cui la crisi economica c’è stata ed è forse finita, si è sviluppata un’altra crisi, ancora più rilevante, quella demografica.

I dati dell’altro giorno ci hanno segnalato che effettivamente esiste un grosso problema. Se non ci sarà in tempi rapidi un’inversione di tendenza rischiamo di trovarci di fronte a dei cambiamenti, che poi saranno estremamente difficili da gestire e modificheranno la stessa qualità di vita della popolazione.

— Spesso si sente dire che i giovani non vogliano più creare famiglia e che lo stile di vita sia cambiato. Probabilmente mancano anche le possibilità. Quali sono i motivi per i quali non si fanno più figli?

— In realtà c’è uno scollamento fra ciò che si vorrebbe e ciò che si fa. Di fatto il modello ideale dei due figli per donna è abbastanza ricorrente. In fondo le coppie vorrebbero avere due figli, poi in realtà ne hanno 1,3, molto spesso quindi uno solo, perché è una corsa ad ostacoli. Si parte con l’idea, si incomincia tardi perché si creano le coppie tardi, perché c’era da studiare, trovare un lavoro e via dicendo. Il primo figlio arriva spesso quando l’età è un po’più avanzata rispetto al passato e i tempi per il secondo restano in sospeso, perché ci si rende conto che va gestito questo bambino. Non vi sono grandi aiuti a disposizione spesso, si scoprono inoltre tutti i problemi che nascono nell’essere genitori. Questo fa sì che il gioco sia a rinvio, spesso l’età avanza e poi non si realizza più i propri progetti.
— Spesso il problema è la mancanza di stabilità e l’assenza di un lavoro. Fattori che fanno paura per affrontare questo importante passo, non crede?

— Certamente, ci sono aspetti economici di corso diretto, spesso vi sono situazioni che in qualche modo creano incertezza nella capacità di sostenere il peso di una famiglia con figli. Una volta c’era più capacità e propensione a rischiare indipendentemente dall’avere o meno delle garanzie. Oggi si è più propensi a fare il passo solo se vi sono le condizioni per poterlo fare. Questo porta al gioco del rinvio che, di fatto, poi è una rinuncia.

— È una crisi molto spesso ignorata e sottovalutata dai politici, è d’accordo?

— Sì, è una crisi sottovalutata anche dai mezzi di comunicazione. Al di là delle giornate come queste, in cui arriva il comunicato e poi tutti si lanciano a dire più o meno le stesse cose fino al prossimo comunicato, la cosa finisce lì.

Per quanto il tema sia importante e le conseguenze siano tutt’altro che trascurabili, i politici quando c’è l’occasione di questi giorni prendono posizioni, poi ognuno torna a fare quello che vuole. Non c’è la voglia di essere coerenti a certe posizioni e magari pagare il prezzo corrispondente. Siccome la coperta è corta, è chiaro che se si tira da una parte in qualche modo si scontenta qualcun altro.
Quindi per il politico, che ha le elezioni fra un mese o fra un anno, diventa un problema. La demografia produce i propri effetti quando si pagano interventi a medio lungo periodo, mentre la scelta politica e il confronto elettorale è nel breve periodo, questo è il vero problema che blocca la componente politica.

— A parole i politici rievocano questo problema, anche se non troppo spesso. Quando si arriva ai fatti tutti se ne dimenticano. Bisognerebbe investire più risorse per la famiglia, no?

— Le do un’indicazione. Pensi che esiste il volume “Rapporto sulla popolazione in Italia” della casa editrici Treccani nel quale ci sono le stesse problematiche uscite in questi giorni. La differenza è che questo volume è uscito nel 1980 e aveva come prefazione un intervento dell’allora presidente del Consiglio dei Ministri Francesco Cossiga. Nel 1980 molti di questi fenomeni, come l’invecchiamento e la diminuzione della fecondità, erano già stati evocati. Allora fra l’altro non si parlava ancora del problema dell’immigrazione. Quanti passi sono stati fatti in avanti dalla politica su una situazione ben nota?

— Quale futuro ci può essere senza giovani e soprattutto senza bambini? Quanto può durare questa situazione?

— Il grande problema del futuro è che in assenza di un ricambio generazionale ci troviamo con una quantità consistente di popolazione da assistere, tantissimi vecchi. Nel 2060 ci sarà almeno un milione e mezzo di persone con almeno 90 anni, oggi sono 700 mila. Tutti i discorsi della sanità e delle pensioni verranno assolutamente esasperati. A fronte di tutto questo la popolazione produttiva in seguito alla caduta della natalità sarà minore rispetto ad oggi.
Avremo meno lavoratori produttori e molti più soggetti da sostenere e mantenere. Chiaramente è un grosso problema che fa saltare certi equilibri. Non è fantascienza, ma la realtà con la quale saremo inevitabilmente costretti a confrontarci. Anche chi credeva che l’immigrazione avrebbe sistemato tutto magicamente, si sta rendendo conto che non è così. Gli stessi stranieri nel 2017 hanno fatto meno figli rispetto all’anno prima. Anche la popolazione straniera sta adattandosi a quello che è il modello riproduttivo italiano.

— Speriamo che arrivino risorse e fatti concreti per evitare conseguenze drastiche.

— Ci vuole qualcuno che si prenda la briga di assumersi la responsabilità di decidere e di continuare su questa strada coerentemente alle decisioni prese. Bisogna garantire delle forme di aiuto secondo un certo modello che dia una mano alle famiglie a fare il proprio mestiere, quello di far nascere i bambini e di educarli. È un processo che deve avvenire con coerenza e con la garanzia di continuità nel tempo. Non puoi dare il bonus bebè un anno, fra l’altro non è una grande misura, e poi l’anno prossimo dimezzarlo o toglierlo. È una scemenza.

Tatiana Santi per Sputnik Italia

Fonte: https://it.sputniknews.com/opinioni/201802115637250-Italia-emergenza-demografia-nascite-popolazione/

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Siria. Agli USA piace uccidere gli innocenti

Tutti hanno letto dell’assalto criminale ai combattenti delle Forze di difesa popolari presi di mira da aerei ed artiglieria statunitensi mentre si spostavano tra i villaggi Qusham e Tabiyah, a nord-est di Dayr al-Zur. Alcuni media occidentali affermavano che oltre 100 “truppe del regime pro-Assad” furono uccise dagli yankee nobili e amanti della democrazia. Non è vero. Il numero effettivo di combattenti uccisi nel convoglio diretto a nord è di circa 22, coi civili che rappresentano la maggior parte delle vittime. I civili erano accompagnati dalle PDC per motivi di sicurezza, mentre rientravano a case. Gli Stati Uniti li hanno bombardati uccidendo oltre 100 tra uomini, donne e bambini. Bello show, zio Sam. Questo è il più grande esercito del mondo, un esercito che ha ucciso più civili afghani di qualsiasi altro conquistatore nella storia; un esercito che ha bombardato oltre un milione di civili vietnamiti; un esercito che fornisce agli scimpanzé sauditi tutti gli ordigni di cui hanno bisogno per sterminare la nazione più povera del mondo arabo, lo Yemen.

I sionisti ci sono ricascati. Sorvolando il Libano, hanno scatenato una raffica di missili su Jamaraya, dove l’Esercito arabo siriano ha una struttura di ricerca e sviluppo militare. Questa volta, la maggior parte dei missili fu intercettata e distrutta dal sistema di difesa aerea Pantsir che difende l’area di Damasco. Possiamo anche confermare che un aviogetto da combattimento F-16 biposto fu distrutto schiantandosi nella Galilea settentrionale. Si ritiene che i piloti si siano espulsi pochi secondi prima che il missile S-300 centrasse il loro aereo. In verità, i piloti avevano solo pochi secondi e decisero giustamente di abbandonarlo. Uno dei piloti è in gravi condizioni critiche. Ci sono alcune domande sul perché dell’attacco a Jamaraya. Non è il primo senza prove di invii militari dall’Iran ad Hezbollah. E c’era poco o niente che l’EAS facesse per provocare tale attacco.

Il Ministero della Difesa della Siria sostiene che l’attacco era volto a sostenere i terroristi. Ma ecco cosa dicono le mie fonti:
Negli ultimi 5 giorni, l’Esercito arabo siriano al comando del Generale Suhayl “Tigre” al-Hasan liberava 1500 km quadrati di territorio nella sacca che si estendeva da sud-est di Qanasir presso Aleppo ad ovest di Sinjar presso Idlib fino ad al-San, presso Hama. Questo era il territorio di Jabhat al-Nusra. Gran parte delle armi utilizzate dall’EAS in queste battaglie erano droni armati che decollavano da basi aeree come Shayrat. Oltre a ciò, l’EAS aveva anche liberato dallo SIIL Qasr bin Wardan e al-Musitiba l’8 febbraio 2018. Il 9, l’EAS travolse al-Nusra e SIIL liberando 30 villaggi a nord di Hama. Questo tipo d’impeto sorprese i pianificatori sionisti dei terroristi che via radio urlavano alla strage di ratti terroristici nel nord-ovest della Siria. I sionisti dovevano fare qualcosa. S’inventarono il racconto palesemente falso del drone “iraniano” che violava lo spazio aereo sionista dichiarando un “anormale tipo d’aggressione”. Per smussare l’efficacia dei droni armati, l’aeronautica sionista effettuava diverse missioni volte a distruggere le aree in cui i droni erano depositati, assemblati e posizionati.

Secondo le mie fonti, i sionisti pensavano di avere un corridoio libero in Libano e di poter impunemente sparare i missili sulle basi aeree in Siria. Alcuni bombardieri sionisti volarono addirittura sulla Siria meridionale, dove i loro piloti, se necessario, potevano eiettarsi sul territorio dei terroristi amici. L’Alto Comando siriano aveva già ottenuto il via libero dal Presidente Michel Aoun del Libano ad abbattere gli aerei sionisti che sorvolavano lo spazio aereo libanese. Quando un F-16S sorvolò il Libano del Sud e fu rilevato dal radar, un S-300 lo centrò quasi uccidendo l’equipaggio dei due ratti. L’aereo, a causa della rotta e della quota, si schiantò nella Palestina occupata, in Galilea, vicino alla città di Um al-Fahm. Oltre a questo, gli aerei sionisti sorvolarono Huran in Siria, lanciando missili contro le basi dell’EAS, ma quasi tutti furono intercettati e distrutti prima che potessero raggiungere gli obiettivi. Un altro bombardiere sorvolò il Libano per attaccare Jamaraya, a nord-ovest di Damasco, ma non riusciva a bombardare le aree circostanti la città. La mia fonte, Munzir, scrive che un altro aviogetto sionista veniva colpito da missili della difesa aerea sparati dalla 22.ma Brigata, a 3 km a nord del lago Utiba. La notizia di questo attacco è ancora da confermare.

Dovrebbe essere ovvio che il gioco è cambiato. Tony Gratrex mi aveva inviato diversi articoli su come lo Stato dell’apartheid sionista e gli Stati Uniti abbiano adottato una nuova strategia con la stessa logica del logorio. Il piano ora, secondo un articolo di Tony, è impedire che la Siria possa ricostruirsi negandole l’accesso alle infrastrutture del petrolio e del gas. Questa è una delle ragioni per cui gli Stati Uniti hanno colpito le PDC a Dayr al-Zur l’8 febbraio 2018, a mezzanotte, uccidendo quei civili. Evidentemente, i loro alleati delle SDF hanno accettato di permettere al governo siriano di rilevare i giacimenti di petrolio di Dayr al-Zur. Gli Stati Uniti non lo vogliono. È qui che gli Stati Uniti sono appesi ai mulini a vento.

Ziad Fadil – Syrian Perspective

Traduzione di Alessandro Lattanzio

(Fonte: https://aurorasito.wordpress.com/2018/02/12/sionismo-terrorismo-e-desiderio-di-morte-della-cia/)

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Minacce Usa al Venezuela mentre la serva Colombia prepara la guerra per procura

PREMESSA: “Mentre il presidente colombiano Juan Manuel Santos ordina di chiudere la frontiera con il Venezuela e muove 3.000 militari nell’area, e mentre il capo del comando Sud degli Stati uniti, Kurt Tidd, rende nota la presenza di forze militari del suo paese nella regione del Tumaco, in Colombia per incontri con l’esercito colombiano volti a “contrastare le minacce alla sicurezza”, in questo scenario insomma da guerra per procura, è opportuno leggere l’articolo (che ho tradotto in italiano) del giornalista venezuelano Eleazar Díaz Rangel” (Marinella Correggia)

L’aggressione al Venezuela. E’ imminente l’invasione militare dalla Colombia?

Mai prima d’ora il pericolo di un’aggressione militare al Venezuela è stato così vicino; una possibilità reale della politica attuale di Washington, anche se ricordiamo altre epoche di tensioni, avvertimenti e sanzioni contro l’economia del paese, a partire dal maggio 2001 quando, poco dopo l’arrivo di Hugo Chávez al governo, un funzionario dell’intelligence militare scoprì il Plan Balboa – in Spagna, prove di invasione militare da parte di Stati uniti e Nato -, fino al presidente Barack Obama che nel 2015 considerava il nostro paese “una minaccia inusuale e straordinaria” per la sicurezza degli Stati uniti e la loro politica estera.

Perché questa mia conclusione? Prima di tutto, per la presenza di Trump alla guida degli Usa, con l’appoggio dei settori più reazionari e imprevedibili della politica di quel paese, capaci di creare crisi importanti simultaneamente in Venezuela e nella penisola coreana. E non è solo la presenza di Trump, ma le sue parole, le sue minacce concrete.

Queste condizioni, ovviamente, in sé non sarebbero sufficienti a confermare la gravità della situazione. Ma nella regione si sono verificati cambiamenti importanti. Non possiamo più contare su Lula o Dilma in Brasile, né sui Kirchner in Argentina, e in Ecuador non c’è più Correa. Sono assenze non da poco per lo sviluppo dei piani di Washington nei confronti del Venezuela. Aggiungiamo la creazione del gruppo di Lima come strumento che segue fedelmente le linee tracciate dagli Stati uniti nella loro ossessione contro il nostro paese.

E, come se non bastasse, la politica dell’Unione europea segue pedissequamente come non mai le azioni e decisioni di Washington nei confronti del Venezuela. E certamente vari paesi della regione obbediranno all’ordine recente di non riconoscere i risultati delle elezioni che si terranno il 22 aprile. Non è da scartare l’ipotesi che, a certe condizioni, si approfitti della nuova correlazione di forze in seno all’Organizzazione degli Stati americani per sancire la rottura delle relazioni con il Venezuela, come fecero a suo tempo con Cuba.
Sul piano militare, il comando Sud continua a essere un fattore fondamentale in ogni azione, insieme al riordinamento delle sete basi miliari in Colombia, controllate dagli Stati uniti; e in particolare quella di Palanquero. Aggiungiamo la recente decisione del governo di Panamá di autorizzare a partire da luglio l’arrivo di 415 militari dell’aviazione Usa!

Davanti a un panorama così guerrafondaio, è da immaginare che i falchi che guidano la politica estera di Washington siano arrivati alla conclusione che il momento propizio è arrivato; ma poi di certo sono subentrati i dubbi. Per esempio, quale sarebbe la reazione dei popoli latinoamericani, e anche altrove nel mondo? Fin dove si potrebbe spingere l’impegno della Cina sancito nell’accordo di “sicurezza e difesa” firmato di recente con il Venezuela? E la Russia? E i cubani, cosa farebbero? E i paesi dell’Alba, che da un mese sono riuniti in permanenza? Sulla base di queste domande, chi può garantire il successo di un’invasione militare?

L’unione civico-militare per la prima volta si è espressa anche in esercitazioni congiunte, e il popolo in precedenza non aveva la capacità di organizzazione e la coscienza nazionale alla quale è giunto. Gli Usa considereranno una fanfaronata l’avvertimento di Diosdado Cabello: si sa in quali condizioni arriveranno i soldati di Washington ma non si sa in quali condizioni se ne andranno?

In questo contesto, il comportamento del presidente Usa è così ossessivo che, anche qualora l’invasione militare fosse scartata, l’aggressione continuerebbe, con il rafforzamento delle misure economiche e finanziarie che già si stanno applicando, con l’aggiunta dell’embargo sul petrolio; il tutto con il sostegno dei media, come Ap, Reuters, Afp, Efe, e dei telegiornali di mezzo mondo, il solito circo mediatico nel quale dominano le menzogne e le notizie prive di fondamento, insieme all’occultamento della verità.

Qualunque politica Trump applicherà rispetto al Venezuela, abbiamo a disposizione un’unica risposta: resistere, affrontare le minacce nella maniera più organizzata possibile e consapevoli che, dall’interno, una minoranza appoggerà l’aggressione e alzerà il telefono per ricevere l’ordine di non andare a votare e di disconoscere il risultato del voto.

Eleazar Díaz Rangel

(Fonte: http://www.ultimasnoticias.com.ve/noticias/opinion-mini-site/eleazar-diaz-rangel-las-agresiones-a-venezuela/)

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