Archivio della Categoria 'Lettere inviate e ricevute'

PD e M5S – Ci sono primarie e primarie… ma è sempre la solita sòla

Il sistema delle primarie non aiuta la democrazia, aiuta solo le lobbies e le mafie. L’ultima riprova l’abbiamo avuta con le primarie telematiche grilline in cui 31.000 persone, un terzo di quelle titolate al voto, hanno impalmato di maio come candidato alla presidenza del consiglio alle prossime elezioni politiche. Insomma una minoranza “oligarchica” ha deciso chi deve andare a comandare, se il m5s risultasse vincitore, cosa sempre più improbabile vista la delusione crescente da parte dei simpatizzanti.

Di maio è stato già paragonato a tsipras, la porta aperta alla usurocrazia mondialista. Soprattutto dopo essersi rimangiato tutte le precedenti dichiarazioni in merito alla posizione del movimento riguardo alla UE, alle banche, alla NATO, etc. “Chi dice di combattere la dittatura dall’interno è già complice”. Disse Salvador Allende.

Insomma di maio si prefigura come un nuovo renzie, un bambinone nullafacente pescato dal cappello di chi veramente “conta”. Ed anche i 5 stelluti meno ingenui, quei due terzi che non hanno partecipato alle primarie telematiche, hanno già iniziato a capirlo e si interrogano con sconforto sul come l’illusione di un cambiamento in meglio stia trasformandosi in una ulteriore caduta nel peggio. Ma si sa che al peggio non c’è mai fine, ed è diventato sempre più evidente negli ultimi anni, da quando cioè sono state stravolte le regole elettorali: prima la scomparsa del proporzionale, poi alla scomparsa delle preferenze, poi all’istituzione del premio di maggioranza ed infine al sistema delle primarie. Le primarie, una scopiazzatura del sistema USA, furono iniziate dal pd, in forma aperta a tutti, e successivamente imitate dai 5 stelli in forma riservata ai titolati e notabili.

Ma, nello stesso PD, del rischio delle primarie aperte già nel 2013 ne parlò Ugo Sposetti: “«Anche un delinquente. Anche un evasore fiscale, un truffatore, un violentatore di minorenni. Con queste regole può votare il primo che passa. Tutti possono votare: con due euro e con queste regole anche persone di questo tipo se lo possono permettere. Sono le regole che sono sbagliate. Un congresso, un confronto si deve avere con una base certa, definita tre mesi prima che inizi il congresso. Non puoi essere lì la mattina. È la degenerazione della politica italiana, la degenerazione degli apparati. Se ci fossero stati gli apparati, queste cose non sarebbero successe».

Purtroppo il male delle primarie aperte è anche maggiore di quanto previsto dal tesoriere liquidatore del compianto PCI, infatti abbiamo visto che renzie, un perfetto incapace scelto dalle banche, è potuto assurgere a capo del governo con le “preferenze” indicate ai gazebo, dove hanno votato extracomunitari pagati dalle lobbies, amici del berlusca, disgraziati del sottogoverno ed umanità varia da corte dei miracoli. I risultati li abbiamo visti: mai la deblacle della democrazia e dei diritti fu più disastrosa da quando al timone è stato posto il “rottamatore”.

Ora il renzie ha perso molto smalto e il pd è in caduta libera, continuano a sostenerlo solo quelli che ci campano sopra e dentro. Da qui la necessità di un nuovo “change”. Et voilà, per abituare il popolo al potere dei pochi, ecco che arrivano le primarie del m5s che con soli 31.000 voti consacrano il prossimo incapace, ma ubbidiente ai dettami, a governare l’Italia.

Ma consoliamoci, potrebbe andare anche peggio, potrebbe ritornare in tolda il “caimano”. Per questo prevedo che il numero degli astensionisti alle prossime elezioni sarà in aumento vertiginoso.

Peccato, la democrazia è morta, a causa di una “mutazione” della democrazia. Siamo alla repubblica dei filosofi, descritta da Platone, in cui sbarazzarsi di ogni parvenza di volontà popolare.

Paolo D’Arpini

Articoli in sintonia:

http://www.circolovegetarianocalcata.it/2017/09/23/previsioni-post-elettorali-su-un-prossimo-ipotetico-governo/

http://paolodarpini.blogspot.it/2016/04/per-aspera-ad-astra-e-genesi-di-un.html

http://paolodarpini.blogspot.it/2017/06/grillo-e-le-5-stelle-cadenti-concluso.html

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Le ragioni del rilancio dell’ultra destra in Europa

Il processo di unificazione europea in corso è l’attuazione di un piano imperialistico dell’oligarchia statunitense elaborato dalla CIA per dominare meglio e più semplicemente l’Europa attraverso un super-Stato comunitario centralistico, autocratico, burocratico, non democratico e sganciato dagli interessi della gente europea. Questo piano si nasconde dietro un europeismo sentimentale e infantile inculcato da scuola, mass media e istituzioni.

La BCE è in mano a uomini della Goldman Sachs, la quale ha persino posto alcuni di loro a capo dei governi e dei ministeri economici di alcuni paesi, dopo averne destabilizzato le finanze (vedi il Goldman Sachs Papademos in Grecia, imposto in sostituzione di Papandreou che aveva ardito parlare di un possibile referendum popolare sull’euro nel suo paese).

La grande finanza anglosassone ha scelto e sta usando lo Stato più forte dell’Europa occidentale, ossia la Germania, come stato vassallo per sottomettere gli altri stati al suo disegno di accentramento

Washington, anche attraverso i suoi fiduciari nei governi europei – creando focolai di tensione come ha fatto in Ucraina e piantando basi missilistiche sempre più vicine a Mosca – ha cercato di spingere i Paesi comunitari alla conflittualità e alla non collaborazione con la Russia, col malcelato scopo di aumentare le divisioni in Europa e indebolirla, legandola al contempo maggiormente a sé e alle sue forniture militari.

Tutte queste cose vengono spiegate lucidamente da diversi politologi anche americani, come il professor Paul Craig Roberts, il quale in diversi scritti accessibili nel web, cita documenti governativi dove si spiega che il piano di unificazione europea dovrà essere portato avanti surrettiziamente, senza che la gente capisca, riforma dopo riforma, infilando le varie nazioni in posizioni sempre più squilibrate, fino a che gli europei si trovino a un punto tale che sia praticamente impossibile tornare indietro e siano costretti a lasciarsi portare sempre più avanti verso l’obiettivo designato.

Quando si rileva che
in Italia gli indigenti, nell’arco di cinque anni, sono passati da 1,5 a 4 milioni,
si stanno formando masse di milioni di immigrati, esodati e disoccupati
si preparano milioni di futuri pensionati che non avranno una rendita pensionistica sufficiente a vivere
il numero delle aziende italiane passate a mani cinesi, indiane….,
quando si rilevano tutte queste cose si dovrebbe capire il volto della società che stanno costruendo: un corpo sociale largamente nelle mani dell’oligarchia dominante, sempre più passivo, remissivo e politicamente inattivo.

( a cura di Adriano Colafrancesco)

(*) tratto da Oltre l’agonia di Marco Della Luna – Arianna Editrice

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Previsioni post elettorali su un prossimo ipotetico “governo” pentastellato

Come è noto, il Presidente della Repubblica non ha alcun obbligo di dare l’incarico di primo ministro ad un rappresentante del partito di maggioranza parlamentare.
Non fosse così, non sarebbero mai esistiti i govermi Spadolini, Craxi, Monti (quest’ultimo addirittura non rappresentava alcun partito).
Dunque, a conclusione delle prossime elezioni politiche, qualora vinte da m5s, Mattarella non avrà alcun obbligo di affidare a un pentastellato l’incarico di formare il nuovo governo.
Ma supponiamo anche che lo faccia.
A quel punto m5s è vincolato alla sua martellante propaganda di non alleanza con altri.
Presenta un governo monocolore e chiede la fiducia.
Gli altri partiti non hanno alcun obbligo di dargliela, e considerando i mutui pessimi rapporti (visto proprio il rifiuto perenne di alleanze dei 5s) non c’è alcun motivo che insedino il governo.
Quindi, mancata la fiducia, all’incaricato 5s non rimane che rimettere l’incarico al Presidente, che lo assegnerà a qualcun altro.
Detto in breve, proprio grazie alla propria strategia sbagliata, perfino vincendo le elezioni, la possibilità che m5s governi è pressoché nulla.
A quel punto, non rimarrà che continuare a fare opposizione, cosa lecitissima, ma, stante l’isolamento, accadrà solo qualche volta di riuscire a bocciare qualche legge tramite una convergenza momentanea dei voti di altri partiti, e niente di più.
Cioè avremo una replica della morente legislatura in atto.
In politica “Solo io” può essere utile propagandisticamente, ma è controfunzionale e fallimentare al momento delle decisioni legisalative.
In parlamento contano i numeri, e come se contano: se li hai governi, se non li hai stai in un angolo.
Chi non ne ha abbastanza da solo, o si allea con altri italiani, o fallisce.

Vincenzo Zamboni

Post Scriptum:

1) In politica per governare devi arrivare ad avere il 50% + 1 : o lo hai da solo, o ti unisci a qualcun altro per ottenerlo.
2) Per governare devi avere gli strumenti di azione.
Se monetariamente hai solo l’euro e devi rispettare i vincoli EU, puoi solo spostare i soldi da un cassetto a un altro, cioè puoi dare a qualcuno rubando a qualcun altro, non hai alternative.
Se non emetti moneta sei inchiodato.

Chiunque PUO’ cambiare strategia, quando vi scopra degli errori.
Se vogliono, i 5s sono in tempo a rimediare.
Se no, conducono la loro opposizione in un vicolo cieco.

……………………………

Mio commentino: “Riporto all’attenzione il mio articolo sulla genesi e caduta del m5s – http://paolodarpini.blogspot.it/2017/06/grillo-e-le-5-stelle-cadenti-concluso.html -”

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Risolvere il problema del Debito Pubblico abrogando la famigerata Legge Amato

La notizia è di quelle che tv e giornali “politicamente corretti” hanno relegato tra le brevi: poche parole in chiusura dei telegiornali, o poche righe a mo’ di tappabuchi nelle pagine economiche. A luglio il debito pubblico italiano ha toccato il nuovo record di 2.300 miliardi di euro. Poca cosa: a occhio e croce, 5 milioni di miliardi delle vecchie lire.

Naturalmente, nessun commento del conte Gentiloni, nessun proclama del Vispo Tereso, come per uno stellare zero-virgola in più del lavoro precario. Ma non è questo che sgomenta. Si comprende benissimo che il governo e il PD (alacremente impegnati a suicidarsi) facciano finta di niente. É uno dei vecchi mezzucci dei politicanti di mezza tacca, quello di ignorare le notizie scomode. Ma queste non sono semplici notizie scomode. Sono piuttosto la certificazione (di fonte Bankitalia) del fatto che l’economia nazionale del nostro paese si avvii al crollo totale, come la Grecia e peggio della Grecia.

Il fatto è, come ho detto e ripetuto (vedi “Social” del 17 gennaio 2014, del 19 settembre 2014, del 24 luglio 2015) che il debito pubblico italiano – e non solo quello italiano – è fisiologicamente destinato a crescere ogni anno, a fare registrare un nuovo record ogni anno, fino al punto – e ci siamo già – da renderlo matematicamente inestinguibile.

Perché tutto ciò? Non soltanto perché il nostro debito ha raggiunto una dimensione superiore a quella del PIL, cioè di quanto l’intero paese produce nell’arco di un anno (e il debito italiano viaggia già attorno al 140% del PIL). Non soltanto per questo, dicevo. Ma anche perché non può materialmente diminuire, perché i soldi per estinguerlo non ci sono, e quindi il debito continuerà a generare interessi passivi. O, meglio, i soldi ci sono, ma del tutto fuori dalla nostra economia, dal nostro paese, dalla nostra portata: li ha chi li crea, cioè le banche, la finanza internazionale, i “mercati”. Noi – lo Stato italiano – abbiamo rinunciato al diritto-dovere di creare la nostra moneta, privatizzando la Banca d’Italia ed affidandoci adesso alla banca “centrale” (cioè privata) europea.

Ne discende che, ove – del tutto teoricamente – potessimo arrivare a restituire il denaro che abbiamo ricevuto in prestito (cioè il capitale iniziale), mai e poi mai saremmo in grado di restituire il debito complessivo (capitale più interessi), perché tale somma semplicemente non esiste, non è e non potrà mai essere nelle nostre disponibilità. Non esistono soldi “nostri”, al di là di quelli generati dalle vecchie lire del periodo statalista. Ogni altro centesimo che serve al nostro Stato (anche per pagare gli interessi) dobbiamo farcelo prestare dai “mercati”.

È evidente, quindi, che la privatizzazione del sistema di emissione porta, come logica e sola conseguenza possibile, alla crescita continua del debito pubblico degli Stati (non solo dell’Italia, naturalmente): fino al punto di consegnare ai “privati” – a pochi sceltissimi finanzieri privati – tutta l’economia reale di intere nazioni. È quello che comincia a realizzarsi in Grecia: dove, dopo essersi pappate industrie pubbliche e private, i “creditori” hanno preteso la costituzione di un “fondo di garanzia”, dove sono stati o saranno “versati” il Partenone, il Pireo, le isole dell’Egeo e tutto quanto suscettibile di creare ricchezza reale.

In Italia siamo un po’ più indietro rispetto alla Grecia: hanno iniziato col prendersi la nostra industria pubblica, poi le nostre più prestigiose aziende private, fino alle squadre di calcio. Non siamo ancora al “fondo di garanzia”, ma già si comincia a parlare di cosa potremmo metterci dentro. In molti – già da tempo – hanno messo gli occhi sulla nostra riserva aurea (la terza al mondo, dopo USA e Germania), mentre qualche marpione americano pensa già al Colosseo o all’isola di Capri. I tedeschi, invece, rosicano perché molti italiani possiedono la casa in cui abitano, e in più d’una occasione hanno adombrato la possibilità che il debito pubblico dell’Italia possa essere “assistito” dalle case dei suoi abitanti. Attenzione. Sono solamente ipotesi, ma è questa la direzione verso cui marciamo.

E – per inciso – il problema non è solo nostro o della Grecia. Gli USA hanno un debito pubblico pari al 120% del PIL, il Giappone è addirittura al 200%. Il cappio della finanza usuraia non vuole soffocare solo noi, ma tutti gli Stati nazionali.

È un meccanismo inarrestabile? Assolutamente no. Gli Stati possono benissimo riappropriarsi della facoltà di creare le rispettive monete nazionali. Facoltà che nel tempo hanno ceduto allegramente alle banche private. Gli Stati Uniti lo hanno fatto nel 1913 (Federal Reserve Act), l’Italia nel 1990 (Legge Amato).

Lasciando stare l’America (cavoli loro), per noi sarebbe relativamente semplice trovare un rimedio. Basterebbe abrogare la Legge Amato e ripristinare la precedente normativa sugli istituti di credito di diritto pubblico e sulle banche di interesse nazionale. Normativa varata nel 1936 e che ha retto benissimo fino al 1990, quando – fateci caso – le cose cominciarono ad andare male in Italia.

Michele Rallo – ralmiche@gmail.com

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Mediterraneo, tremila anni dopo…

“L’economia greca è a pezzi. Le ribellioni interne scuotono Libia, Siria ed Egitto, con guerrieri stranieri che fomentano le fiamme. La Turchia ha paura di essere coinvolta, così come Israele. La Giordania è piena di rifugiati. L’Iran è minaccioso, mentre l’Iraq è in subbuglio”.

Questo è l’incipit geniale che l’autore Eric Cline, storico ed archeologo docente alla The George Washington University (GWU), ha inserito nel suo ultimo libro. Che sembrerebbe descrivere la situazione odierna del Mediterraneo orientale ed asiatica, e invece si riferisce a oltre 3000 anni fa, quando per circostanze che la storiografia deve ancora scoprire, ci furono notevoli mutamenti (stravolgimenti) politici ed economici. Cicli e ricicli storici.

Gli imperi e il mondo «globalizzato» del Mediterraneo orientale crollarono all’improvviso tremila anni fa: in un libro una storia che sembra attuale

L’idea che la Storia ritorni o si ripeta in cicli sempre uguali è sempre stata una delle speculazioni più affascinanti dell’uomo, perché nega una delle apparenti verità che ci mette davanti l’evidenza: lo scorrere inesorabile e univoco del tempo. Senza arrivare a teorie così radicali come l’eterno ritorno di Polibio – e tanti altri dopo di lui – gli storici amano trovare le analogie tra il passato che studiano e il presente in cui vivono.

Così, l’archeologo e divulgatore statunitense Eric H. Cline apre il suo recente libro 1177 B.C.: The Year Civilization Collapsed (Princeton University Press, 2014; edizione italiana 1177 a.C.: Il collasso della civiltà, Bollati Boringhieri, 2014) con queste parole: «L’economia greca è a pezzi. Le ribellioni interne scuotono Libia, Siria ed Egitto, con guerrieri stranieri che fomentano le fiamme. La Turchia ha paura di essere coinvolta, così come Israele. La Giordania è piena di rifugiati. L’Iran è minaccioso, mentre l’Iraq è in subbuglio».

Cline descrive il mondo del Mediterrane orientale della tarda Età del bronzo e il modo, per molti aspetti misterioso, in cui arrivò a una fine improvvisa

Cline non parla dell’Europa di oggi, ma della fine del tredicesimo secolo avanti Cristo, circa tremiladuecento anni fa. Nel suo affascinante libro, descrive in base alle ricerche archeologiche più recenti il mondo del Mediterraneo orientale della tarda Età del bronzo e il modo, per molti aspetti misterioso, in cui arrivò a una fine improvvisa e brutale, intorno alla data indicata nel titolo.

Nei tre secoli precedenti, spiega Cline, più o meno a partire dal 1500 a.C., l’area dell’Egeo, del Mediterraneo orientale e del Vicino Oriente era unita da una rete di scambi commerciali e diplomatici la cui ampiezza e complessità è spesso impressionante.

C’erano le grandi potenze – l’Egitto dei faraoni, l’impero ittita, l’Assiria – e un grande numero di stati più piccoli, ciascuno con la propria lingua e cultura, creati da popoli come i babilonesi, i minoici, i ciprioti, i mitanni, i cananei. I grandi imperi stringevano tra loro alleanze con i matrimoni e si scambiavano doni e lettere, mentre i regni più piccoli cercavano di mantenere la benevolenza dei potenti.

Abbiamo, ad esempio, una lettera del re di Ugarit (sulla costa siriana) in cui questi scrive al faraone Merneptah (1213-1203 a.C.) per chiedere di mandargli uno scultore per una statua… dello stesso faraone, da piazzare di fronte a un tempio dedicato a Baal. Il faraone declinò la lusinghiera richiesta, forse perché, arrivato al trono a sessant’anni, non era più così interessato a simili adulazioni; ma mandò un’intera nave di beni di lusso – abiti, tessuti, ebano – a Ugarit.

C’era allo stesso tempo una lingua franca usata nella diplomazia, l’accadico, e rotte commerciali internazionali che solcavano il Mediterraneo: oggetti con inscritto il nome del faraone sono stati trovati a Creta, a Rodi e nella Grecia continentale. Nei grandi palazzi regali venivano accumulate ricchezze, stipulati trattati e promulgate leggi.

C’era perfino una risorsa fondamentale con una zona di produzione ben definita – lo stagno – la cui «importanza strategica» è stata paragonata dagli studiosi a quella del petrolio oggi. Ancora più sorprendente è il fatto che le miniere si trovassero per lo più dall’Afghanistan nordorientale e percorressero via terra tutta la lunga strada fino a Babilonia, e di lì ai grandi regni di tutta l’area, fino a Cipro e a Micene.

Per questo scenario, Cline non ha paura di usare più volte il termine «globalizzazione», anche se l’estensione strettamente geografica del termine può sembrare esagerata. Ma le dinamiche di allora presentano analogie difficili da nascondere.

Il re ittita scrisse a Ugarit chiedendo grano e concludendo la sua lettera in toni drammatici: «È una questione di vita o di morte!»

Prendiamo, ad esempio, quelli che oggi chiameremmo “aiuti internazionali”: un’iscrizione del faraone Merneptah, il rifiutatore di statue di poco sopra, afferma che egli «fece sì che il grano venisse portato via con le navi, per tenere viva questa terra di Hatti», un riferimento al regno ittita. Le cose laggiù non dovevano andare molto bene, perché più o meno nello stesso periodo il re ittita scrisse anche a Ugarit chiedendo grano e concludendo la sua lettera in toni drammatici: «È una questione di vita o di morte!».

Dal libro di Cline, studiare la civilizzazione di tremila anni fa appare, da un lato, un esercizio certosino di cavare il molto dal poco. Campagne di scavi pluridecennali hanno permesso di capire che una città era stata distrutta da un terremoto o da una guerra, ad esempio rinvenendo punte di freccia conficcate nei muri. Dall’altro, il numero di cose che non conosciamo per nulla, e probabilmente non conosceremo mai, è un invito al dubbio sistematico.

Prendiamo, ad esempio, la questione dei Popoli del Mare e della stessa fine dell’Età del bronzo. In sostanza, nell’arco di pochi decenni, quasi tutte le cosmopolite e interconnesse civiltà mediterranee nella tarda Età del bronzo scomparvero. I commerci si fermarono, le città furono abbandonate o distrutte, perfino la scrittura cuneiforme sparì per lasciare spazio, di lì a qualche tempo, alle scritture alfabetiche.

I libri scolastici danno solitamente la colpa della fine dell’Età del bronzo ai Popoli del Mare. Ma furono davvero loro?

L’Età del bronzo scivolò in almeno un secolo di buio, da cui riemersero lentamente altri popoli e altre strutture sociali – la cosiddetta Età del ferro. Come poté succedere? I libri di storia scolastici danno solitamente la colpa ai Popoli del Mare. Questi sono citati solo in una serie di iscrizioni e documenti egizi, con un’unica menzione conosciuta lontano dalla terra dei Faraoni. Le cronache egizie li descrivono come gruppi di invasori dai nomi sfuggenti, che sembrerebbero indicare un’origine nelle isole di Sicilia e Sardegna e in altre zone non meglio identificate.

Questi, per motivi sconosciuti, avrebbero avviato una serie di guerre dalla Turchia all’Egitto, muovendosi via mare e via terra, e distruggendo in una cinquantina d’anni decine e decine di città da Pylos, sulla costa occidentale greca, a Gaza in Palestina, milletrecento chilometri a sudest. Molte città, come la capitale ittita di Hattusa, nella Turchia centrale, o Ugarit sulla costa dell’odierna Siria, non sarebbero più state popolate per centinaia e centinaia di anni.

Dei grandi imperi, solo l’Egitto sopravvisse – anche se a caro prezzo. Dovette rinunciare al controllo degli ampi territori che corrispondono all’odierna Siria occidentale e Israele, per cui cento anni prima aveva combattuto l’epica battaglia di Qadesh, la prima che possiamo ricostruire fase per fase.

Ma furono davvero i Popoli del Mare i colpevoli del disastro? I testimoni degli eventi storici, come insegna Marc Bloch, non forniscono sempre i resoconti più affidabili. Gli storici greci Erodoto e Tucidide, nel quinto secolo a. C., pensavano piuttosto che l’Età del bronzo in Grecia – dominata dai Micenei – fosse stata portata a una fine brutale dai Dori, invasori provenienti dal nord. Le ricerche successive hanno stabilito che i Dori arrivarono in realtà molto più tardi e che non ci fu una vera e propria invasione.

La verità è che, purtroppo, non abbiamo sufficienti elementi per risolvere il problema. Nel Vicino Oriente, gli archeologi hanno scoperto che, in effetti, moltissime città in tutta l’area furono svuotate degli abitanti e distrutte tra la fine del tredicesimo e l’inizio del dodicesimo secolo a.C., ma le prove che si sia trattato di invasioni di popoli stranieri sono quasi sempre scarse. Una ricostruzione alternativa, sostenuta da diversi studiosi, parla invece di un processo lento e graduale.

Almeno in alcuni casi, gli insediamenti abbandonati nella Siria e nell’Israele di oggi furono ripopolati da intere famiglie di persone provenienti da lontano, probabilmente da aree intorno al mar Egeo. Analizzando una per una le ipotesi portate avanti dagli studiosi, Cline è portato a concludere che la «fine della civiltà» al termine dell’Età del bronzo sia stata il risultato di una “tempesta perfetta”, dovuta a fattori tanto umani quanto ambientali. Il combinato disposto, cioè, di eventi negativi come una serie di devastanti terremoti (individuati dagli archeosismologi tra il 1225 e il 1175 a.C.), alcune carestie, forse indotte da un improvviso cambiamento climatico, ondate migratorie e forse ribellioni.

Di ciascuna di queste cause possibili, dai Popoli del Mare alle catastrofi ambientali, abbiamo qualche indizio non definitivo e infinite discussioni tra gli esperti. Di certo, la civiltà del Mediterraneo attraversò un cambiamento repentino e per molti secoli non si riprese. Guardando alle notizie di questi giorni e mesi, il libro di Cline ci descrive un’altra volta in cui la Storia ha trasformato all’improvviso il nostro mare interno, da incontro unico di civiltà e culture a frontiera minacciosa.

Giovanni Zagni

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