Archivio della Categoria 'Lettere inviate e ricevute'

Il rito del pane… di Franca Oberti

“Gesù spezzò il pane… “.
Fin da piccola ho sentito queste parole nella mia famiglia. Per mio padre stavano a significare la condivisione, proprio come ce la racconta il Vangelo. Eppure lui non aveva studiato tanto, ma aveva memorizzato l’essenziale degli insegnamenti di Gesù; ogni tanto si lanciava nelle sue libere interpretazioni; per esempio, per farmi capire che il pane non andava sprecato, mi ripeteva: “Gesù è sceso da cavallo per una briciola di pane!”, quando si sa che Gesù cavalcava solo asinelli.
Il pane è sempre stato alla base della mia alimentazione e tramandato nelle sue diverse forme e preparazioni.
Cresciuta in città, era indispensabile fornirsi ai forni: negozi un tempo chiamati “Panetteria”, oppure “Panificio”, dove si faceva solo quello, almeno fino a pochi anni dopo la guerra. Il pane era categoricamente bianchissimo, per esorcizzare il pane nero delle tessere annonarie e del recupero di ogni possibile alimento per non morire di fame. In quel bianchissimo qualcuno sospettava una manipolazione, l’aggiunta di polvere di marmo, per sbiancarlo e renderlo più pesante. L’informazione correva piano negli anni ’60 e forse, il timore di essere scoperti, fece rinsavire i panettieri fraudolenti.
A Genova si trovava la pagnotta chiamata “Carnera”, da adulta pensai fosse dedicata al famoso pugile, ma non ne sono sicura. C’erano i panini all’olio e le piccole pagnottelle con tanta mollica, ma noi avevamo la focaccia! Ed era la nostra colazione preferita, addirittura intinta nel caffè latte: solo un genovese può capirne la bontà.
Negli anni si cominciarono a preparare pani sempre diversi, anche per accontentare gli immigrati da altre regioni. I panifici diventarono anche pasticcerie e spesso allargavano le licenze con i generi alimentari, diventando il punto di riferimento di tanti muratori, operai e ragazzi che, entravano nel negozio e ne uscivano con un ricco panino al prosciutto da addentare allegramente per strada.
La mia conoscenza del pane andava a ritroso nel tempo quando d’estate stavo dai nonni. In quegli anni nelle campagne del nostro Appennino tutti si facevano il pane in casa.
Non c’erano forni comuni, come capita ancora oggi in certe località e soprattutto dal centro Italia in giù. Nei nostri paesini di montagna ognuno si era costruito il suo forno a legna. Una cupola di mattoni pieni, ricoperti poi da sabbia, cenere e rifiniti in sasso, con delle piccole tettoie di tegole per poter lavorare all’imboccatura del forno senza bagnarsi in caso di pioggia.
La nonna teneva nel sacco della farina il crescente (in dialetto: llvado). Una pagnottella che si metteva a parte nel momento in cui si preparavano le micche per farle lievitare prima della cottura.
Il venerdì mattina cominciava il rito del pane.
La nonna pescava dal sacco di farina il crescente, lo scrollava dalla farina e lo poneva in una ciotola coperto d’acqua appena tiepida. Rimaneva a bagno tutto il giorno. Alla sera si allestiva la grande tavola con le sponde (una volta c’era anche una madia, poi scomparsa, forse per raggiunti limiti d’età), la nonna la grattava bene con una spatola apposita per togliere i residui precedenti; poi la puliva con uno straccio umido e la asciugava bene con un panno asciutto.
La vedevo lavarsi le mani con cura e poi preparava una piccola fontana di farina.
Nel cratere della farina, poneva il crescente ammollata che raccoglieva dall’acqua della ciotola e cominciava a lavorarlo con la mano sinistra; se asciugava troppo, con la destra vuotava un po’ di acqua della ciotola e continuava l’impasto fino a farne una pagnottella.
Nei nostri forni di montagna era previsto il posto per 12 o 14 micche di pane, l’equivalente di circa 6 chili di farina. Ogni pagnotta pesava circa mezzo chilo; poi si doveva calcolare il crescente e in estate la nonna metteva sempre un po’ di farina in più per noi bambine.
Il crescente lavorato e impastato era pronto per essere lasciato a riposo fino al sabato mattina.
Si copriva con altra farina e poi ancora con strofinacci candidi, usati solo per il pane settimanale.
Da bambina mi piaceva alzarmi insieme alla nonna e starle intorno per infilare le mani nell’impasto insieme a lei; ma lei mi anticipava quasi sempre, forse non voleva impicci, ma non aveva il coraggio di dirmelo.
Per quel mese sopportava noi nipoti e non ci sgridava mai.
Al crescente, con aggiunta di acqua tiepida (“devi poterci tenere la mano, sennò cuoce la farina prima del tempo…” mi diceva la nonna), piano piano si aggiungeva la farina necessaria per le dodici micche canoniche.
Bellissimo era vedere quel grande ammasso diventare sempre più voluminoso e poi sempre più liscio e setato. La nonna mi consentiva di infilarci le manine ben lavate e mi faceva vedere come bisognava “rmenarlo”. Era un lavoro lento, sistematico, lungo la misura della tavola, e poi diventava una biscia che si doveva arrotolare e ricominciare da capo. Dopo circa un’ora di quel lavoro svolto con consapevolezza, e magari chiacchierando con me, la nonna prendeva un lungo coltello e separava le dodici micche per vedere se la lievitazione era arrivata al punto giusto. Nel taglio della pasta comparivano tanti “occhi” e su tutto il biscione si vedevano piccole bolle che crescevano: era stato impastato al punto giusto!
La zia aiutava la nonna a preparare una lunga asse, coperta di lenzuola pulite e ad ogni micca che la nonna lavorava singolarmente, dopo averla arrotolata come una specie di banana, la zia predisponeva lo spazio e il lenzuolo veniva piegato in modo da tenere separate le micche tra loro, per non farle attaccare e poterle maneggiare ancora singolarmente.
Finito ogni singolo impasto, tutto veniva coperto per bene e lasciato lievitare da una a due ore, a seconda della temperatura esterna. A volte era necessario tenere le braci nella stufa, perché le mattinate estive in montagna sono piuttosto fresche.
Intanto si preparava il forno. Fuori dalla casa, dovevamo attraversare un piccolo piazzale; quando pioveva si doveva fare tutto di corsa per non far bagnare la legna e non bagnarci noi stesse. Nel tempo della lievitazione, il forno si scaldava; prima fascine di faggio, fatte girare all’interno con un bastone dalla nonna, che sembrava trasformarsi in una strega con tanto di scopone e fazzoletto nero in testa.
Quando la brace era pronta, si introducevano legni un po’ più grossi e il lavoro di distribuzione del calore continuava, perché ogni parte della cupola in mattoni doveva scaldarsi in modo uguale.
I mattoni diventavano rossi, poi neri e infine bianchi. Si doveva stare attenti a non scaldarlo troppo in fretta perché sennò faceva bruciare il pane, né troppo lentamente perché non si scaldava abbastanza per cuocerlo. Poi, prima di mettere il pane, si usava uno spazzolone fatto con rami di sambuco; si doveva pulire velocemente per non farlo raffreddare e tutta la brace si portava all’esterno dell’imboccatura.
L’arte del calore nel forno si sta perdendo; ora si usano quelli prefabbricati e si acquistano anche le coordinate per costruzione e uso.
Sono fortunata, perché con mio marito, abbiamo appreso sia l’arte del pane che quella dello scaldare il forno e ancora oggi, pur non avendo più l’entusiasmo né le forze, ci piacerebbe tanto continuare questo rito.
Occorrono tempi lunghi, volontà, rispetto per le tradizioni, e occorre anche aver avuto il tramando diretto di queste conoscenze, perché i tanti libri che ormai vengono pubblicati sul pane e le tante istruzioni di architetti e impresari edili sulla costruzione dei forni, non hanno nulla a che vedere con certi riti antichi, vissuti, amati e testimoniati oralmente.
Infornare il pane era bellissimo; mi rammarico di non aver potuto avere gli strumenti di oggi e poter fotografare la mia nonna che con maestria prendeva le pagnotte gonfie e tiepide e le appoggiava sulla pala e poi dentro, una dopo l’altra senza mai farle sgonfiare, con la delicatezza di una mamma che maneggia il suo bambino appena nato.
La porta del forno veniva chiusa e la brace, tolta in precedenza, si metteva davanti al coperchio per non far uscire subito tutto il calore.
I primi venti minuti erano fondamentali, dal profumo si capiva se cuoceva bene o se stava bruciando. In quei minuti si dovevano prendere decisioni importanti perché il risultato fosse ottimale.
Solo una volta veniva aperto; le pagnotte, dorate e con la crosta già fatta, venivano agitate un po’, perché fossero ben staccate dal fondo del forno, poi con un sorriso la nonna richiudeva il forno e preparava il “chissolo” per noi bambine, una prelibatezza che lei si permetteva solo in estate e solo per noi: una specie di focaccetta spalmata di burro e zucchero che era la tredicesima pagnotta e veniva infornata per ultima.
Ora il pane è diventato pericoloso per la salute, eppure tutti lo comprano e magari lo sprecano anche.
Il problema non sta nel pane, ovviamente, ma nelle modificazioni dei grani e nella separazione dei vari nutrienti per poter sfruttare il chicco in tutti i suoi componenti.
Le tante allergie al glutine arrivano solo dallo squallido intervento dell’uomo ingordo di benessere e per un’economia mondiale che sta portando tutto il nostro patrimonio agricolo alla deriva.
Occorre tornare all’uso della farina macinata al momento, integra, completa di ogni componente per consentire l’assimilazione del pane ai nostri corpi maltrattati. Per poter fare ancora il pane in casa, sono costretta all’uso della cucina elettrica; non mi entusiasma, ma questo mi consente di preparare il crescente (oggi lo chiamano “pasta madre”), usare farine selezionate, lavorare tanto la pasta per consentire agli acidi dannosi di evaporare e per avere così l’essenza del pane vero, il cibo primordiale, l’alimento alla base della nostra cultura e tradizione.

Franca Oberti

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Post Scriptum dell’autrice: “Caro Paolo, con mio rammarico anche quest’anno dovrò rinunciare a farvi visita in occasione della Festa dei Precursori. Ho letto il bel racconto di Michele Meomartino * e un po’ vi invidierò per quello che avete programmato sul pane. Per questo ti ho mandato il mio racconto e se ti farà piacere fare un confronto col racconto di Michele che mi pare abbia tutt’altra procedura. Vi auguro di rinnovare il successo degli altri anni e in attesa (ahimè… sempre) di avere l’occasione di conoscerci di persona, un caro saluto a te e Caterina…”

* Articolo menzionato: http://retedellereti.blogspot.it/2018/04/treia-28-aprile-2018-cera-una-volta-il.html

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Ronciglione, 30 aprile 2018 – Brindisi augurale per il 124° anniversario dell’apertura della ferrovia Roma-Capranica-Sutri-Viterbo e della tratta Capranica-Sutri-Ronciglione

Nei giorni 29 e 30 aprile 2018 ricade il 124° anniversario della apertura, da parte della allora Società Italiana per le strade ferrate del Mediterraneo, della linea ferroviaria Roma-CapranicaSutri – Viterbo e della tratta CapranicaSutri- Ronciglione.

Le elezioni politiche e regionali hanno purtroppo allontanato il momento che ritenevamo imminente di rivedere correre i treni sulla tratta di linea della Ferrovia dei DUE MARI, la CapranicaSutri Orte apribile con poca spesa.

La nostra però è una lotta alla quale da tempo ci siamo dedicati, in considerazione che il suo esito positivo determina il riequilibrio del territorio viterbese e lo sviluppo economico di tutto il Centro Italia.

Anche quest’anno, in occasione del 124° anniversario della apertura della Roma-CapranicaSutri-Viterbo e della tratta CapranicaSutri-Ronciglione, desideriamo invitare tutti coloro che hanno contribuito a far comprendere l’importanza della Ferrovia DEI DUE MARI, al brindisi augurante la sua riapertura, che si terrà lunedì 30 aprile 2018 alle ore 20,30 presso la Terrazza sul Rio in Ronciglione via Garibaldi, 41.

Dalla Terrazza sul Rio è possibile ammirare il borgo tufaceo di Ronciglione, il Vallone del Rio Vicano e lo stupendo Ponte, unico al mondo per la sua fattura, della ferrovia Civitavecchia Orte.

Dopo il brindisi augurale è prevista la cena di finanziamento presso lo stesso locale. Si chiede conferma di partecipazione entro il 28 aprile 2018 telefonando al 3683065221 o inviando email al comitato.civitavecchia.orte@gmail.com

Raimondo Chiricozzi

COMITATO PER LA RIAPERTURA DELLA FERROVIA CIVITAVECCHIA CAPRANICASUTRI ORTE comitato.civitavecchia.orte@gmail.com tel 3683065221

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L’ignavia non prevarrà! – La storia dell’autista ubriaco e dei passeggeri complici per quieto vivere

L’autista ubriaco alla guida di un pullmino scolastico, vomitando frasi tipo “volere è potere!”, “siate assetati e folli!”, ha imboccato l’autostrada contromano. A bordo ci sono i bambini e qualche genitore.

Uno di loro inveisce contro il disgraziato: “Così andiamo a schiantarci, stai mettendo in pericolo la vita dei nostri figli”!

Un altro si inserisce mettendolo a tacere: “Non gridare, imbecille, che spaventi i nostri figlioletti: hanno bisogno di stare sereni e di godersi la pace del viaggio, e verrebbero turbati dal tuo inconsulto allarmismo!”

Si tratta di un amico dell’autista, un suo aiutante in prova, quindi di un sottoposto interessato.

Quale è la reazione degli altri genitori?

Prendono la parte del reggicoda subalterno, si uniscono a lui nella protesta contro chi, disturbando il manovratore, attenterebbe alla tranquillità dei bambini.

Noi che guardiamo le cose dal di fuori possiamo chiederci con un certo distacco: chi è che ha veramente a cuore le sorti dei propri figli (e di se stesso, en passant)? L’allarmista o il falso e ricattato “pompiere”, che,guarda caso, dipende dall’ubriaco per il futuro del proprio lavoro?

E chi è più condannabile, il complice a libro paga oppure i sonnamuoli del quieto vivere, quelli che si affidano acriticamente alle autorità alla guida, quelli che per vigliaccheria non vogliono guardare in faccia la realtà?

Diceva Martin Luther King: “Non ho paura della cattiveria dei malvagi, bensì del silenzio degli onesti”. Intendendo dire i falsi onesti, quelli che rispettano la legge solo per vigliaccheria, non per amore della giustizia, ma per paura della punizione, o dell’impopolarità, del consenso superficiale e conformistico di quei vicini che rifuggono dalla dura analisi della realtà.

Chi ha preso vera consapevolezza di un pericolo non deve lasciarsi mettere la mordacchia, farsi tacitare dalle rimostranze infastidite di coloro che preferiscono lo stato di letargia perché aborrono la fatica di pensare e di decidere.

Quando denunciamo che coltivare minaccia climatica e minaccia nucleare è come procedere contro senso dobbiamo farlo per amore dei nostri figli.

Non siamo noi a portare scompiglio, disordine, e rischio; ma chi sta operando assurdamente nel disprezzo di ogni regola e di ogni limite.

Bisogna essere pronti alla disobbedienza civile se non siamo ascoltati: prendere, che so, l’iniziativa di tirare il freno a mano per bloccare la corsa verso la rovina; ed affrontare la inevitabile, successiva discussione con i recalcitranti, fiduciosi, come il reverendo che abbiamo citato, che il coraggio, alla fine, sia in grado di svegliare la paura sovrastandola.

disarmo@peacelink.it

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“Gli Ignavi sono i primi che si incontrano nella Divina Commedia. Questi sono descritti in maniera particolarmente spregevole, poiché in vita non agirono mai, né nel bene né nel male. Non osarono mai avere un’idea propria, e si adeguarono sempre alla legge del più forte. Per questi motivi Dante li disprezza enormemente. Essi sono talmente inutili che nemmeno l’Inferno li ha voluti. Gli ignavi sono condannati per l’eternità a seguire un’insegna che vortica velocissima per tutto l’Antinferno. Nel frattempo, sono punti da vespe e da mosconi, e il loro sangue, misto alle lacrime viene raccolto da fastidiosi vermi. Il contrappasso è chiaro: così come in vita non seguirono nessuna bandiera, essi sono adesso costretti a seguire un’inutile insegna. Inoltre, così come in vita non furono mai stimolati a prendere posizione, sono adesso continuamente stimolati da fastidiosi insetti. Dante definisce gli ignavi come coloro che mai non fur vivi…” (Marcia Teophilo)

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Di chi è il debito? – “Le isole del tesoro”

“Ai piani più alti dell’economia statunitense l’abitudine di occultare una parte del proprio patrimonio dietro il paravento di società offshore non è più un’eccezione, ma la norma” ha scritto il premio Nobel Paul Krugman nella sua rubrica del New York Times.
Nicholas Shaxson nel volume “LE ISOLE DEL TESORO” edito in Italia da Feltrinelli nel 2012 (come forse ricordi, te lo consigliai) ha fatto questa affermazione:
“L’offshore non è soltanto un luogo, un’idea, un modo di fare le cose o un’arma della finanza, è anche un “processo”: una corsa al ribasso in cui le leggi, i regolamenti, gli annessi e i connessi della democrazia vengono progressivamente degradati”.
L’8% della RICCHEZZA MONDIALE TOTALE – 6000 miliardi di euro – sono imboscati nei paradisi fiscali. I tre quarti (4500 miliardi) non sono soggetti a tassazione.
Leona Helmsley, moglie del re degli immobiliaristi statunitensi, ha dichiarato:
“Le tasse sono per i poveri”.
Ma – negli USA – se ti beccano c’è poco da piagnucolare: l’hanno rinchiusa in prigione per evasione fiscale e deve pagare l’affitto per la cella che la ospita.
Nicholas, il nostro esperto di paradisi fiscali, ha scritto:
“Il sistema offshore è un progetto delle élite ricche e potenti che vogliono godere dei benefici offerti dalla società senza pagarne il costo” e ha concluso:”E’ IL MEZZO PIU’ POTENTE CHE SIA MAI ESISTITO PER TRASFERIRE RICCHEZZE DAI POVERI AI RICCHI”.
E’ grazie anche a questo sistema che l’1% (il più ricco) possiede quanto il 99% del resto del mondo.
130 mila ricconi sono in grado di investire almeno 30 milioni di dollari singolarmente e le GRANDI AZIENDE MULTINAZIONALI sono “I CROCIATI DEL LIBERISMO” che scelgono di pagare le tasse nel Paese dove le aliquote sono più basse.
Organizzazione Mondiale del Commercio, Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale sono I TRE CAVALIERI DELLA FAME.
A fronte di ciò, come se la cavano gli STATI? Rimane loro qualche risparmio da gestire dopo aver tassato i “non ricchi”? HANNO DEBITI COLOSSALI!!
A fine 2017: Italia 2400, Giappone 10.600, Usa 18.000 miliardi di dollari.
Il totale del debito pubblico e di quello privato mondiale ammontava a 164.000 miliardi di dollari.
Mediamente quindi un abitante della Terra (tra debito pubblico e debito privato) ha un debito di 23 mila dollari.
70.000 Paperoni (i super ricchi) possiedono quanto i restanti abitanti del globo.
Poiché 5 miliardi di loro hanno solo gli occhi per piangere, il debito è tuo e di altri 1.999.929.999.
La numerosa compagnia dovrebbe consentirti di dormire tranquillo con un debito di 85 mila dollari.
Se – per colpa mia – non dovessi riuscirci e la tua compagna ti chiedesse il perché, potresti rispondere:”Sai cara che abbiamo un debito di 170 mila dollari?”. E se lei proseguisse:”Non ti viene in mente qualcosa per aspettare che suoni la sveglia?”.
Ti consiglio di rispondere:”Vorrei scoprire cosa voleva dire il Caroli la settimana scorsa”. “Buonanotte!”.

Luigi Caroli

Ultimissima:
ogni giorno cento milioni di euro lasciano l’Italia per i paradisi fiscali mentre i nostri debiti … aumentano.

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Coordinamento per la Democrazia Costituzionale

L’ultima assemblea nazionale dei Comitati territoriali del 24 marzo 2018 ha deciso un rilancio della nostra iniziativa che ha al centro tre leggi di iniziativa popolare. Non tutti i Comitati territoriali sono impegnati nello stesso modo. In particolare avvertiamo difficolta’ nel far comprendere esattamente le ragioni di questa importante campagna, naturalmente fermo restando il diritto di critica.

Ci riferiamo in particolare al valore politico che ha questa raccolta di firme per arrivare alla presentazione delle tre leggi di iniziativa popolare. Non possiamo non sottolineare i rischi che potrebbero derivare dal mancato raggiungimento dell’obiettivo di 50.000 firme valide per poterle presentare al Senato e di conseguenza ottenere l’incardinamento delle tre proposte di legge e il conseguente esame da parte del Senato entro 3 mesi dalla loro presentazione, con il risultato importante di portare all’attenzione del mondo politico e dell’opinione pubblica questi argomenti.

Il risultato elettorale del 4 marzo per responsabilità, ormai largamente riconosciuta, della legge elettorale concordata tra Pd, Forza Italia e Lega (rosatellum) ha creato come risultato uno stallo politico difficilmente risolvibile perchè è sbagliato in senso tecnico affermare che ci sono due vincitori. Anzitutto non possono esistere due vincitori ma anche se ci fosse un vincitore si vedrebbe dal fatto che dispone della maggioranza parlamentare, che invece oggi come sappiamo non esiste. Semmai due partiti come M5S e Lega hanno avuto buoni risultati pur senza arrivare alla maggioranza. Questo è all’origine dello stallo politico attuale che vedrà probabilmente il Presidente della Repubblica costretto a prendere una sua iniziativa per sbloccare la situazione. Il risultato elettorale ha visto un traino dei collegi uninominali attraverso il maggioritario che ha dato un premio di maggioranza implicito al Movimento 5 Stelle e al Centrodestra. In questo modo è stata indebolita la capacità di dare rappresentanza parlamentare al paese reale e nello stesso tempo dando una rappresentazione tendenzialmente forzata del paese.

La nostra proposta di legge elettorale discende direttamente dai due fondamenti su cui lavoriamo da tempo: scelta diretta degli eletti da parte degli elettori, rappresentanza parlamentare proporzionale al voto degli elettori. Questi due fondamenti sono le chiavi per comprendere la nostra proposta di legge che chiede 50.000 firme valide di sostegno per rimettere in discussione il rosatellum, prima che il precipitare della situazione politica serva a giustificare ulteriori pasticci e scelte sbagliate, come negli ultimi anni è accaduto piu’ volte.

Abbiamo scelto di ribaltare le modalità di elezione dei parlamentari senza scrivere un testo totalmente nuovo ma sufficiente a capovolgere il senso di quello con cui abbiamo votato il 4 marzo.

Si potrebbe anche ricordare che la legge elettorale dovrebbe essere approvata a una adeguata distanza temporale dal voto proprio per evitare che il nuovo testo venga condizionato da convenienze di parte.

Per questo insistiamo per sviluppare il nostro impegno qui ed ora e vi chiediamo di sviluppare il massimo impegno.

Anche le altre due proposte di legge di iniziativa popolare sono di straordinaria attualità.

La proposta di legge costituzionale per ripristinare l’articolo 81 della Costituzione modificato nel 2012 dal governo Monti e dalla maggioranza su cui si reggeva è la conferma della nostra volontà di non sottostare al fatto compiuto attraverso quella modifica della Costituzione, che addirittura va oltre quanto chiedevano le politiche di austerità europee, purtroppo approvata con una maggioranza parlamentare superiore ai due terzi che ha reso così impossibile il referendum abrogativo. La nostra proposta di legge si propone di rimettere in discussione quello che si cerca di fare passare come un fatto compiuto immodificabile e nello stesso tempo ribadisce e rilancia il valore costituzionale del diritti fondamentali delle persone che la modifica dell’art. 81, che vogliamo sopprimere, subordina all’equilibrio dei conti pubblici.

Non c’è dubbio inoltre che la nostra iniziativa è particolarmente importante oggi in vista di appuntamenti politici e istituzionali di notevole rilievo per il futuro dell’Europa ed e’ un’occasione per rimettere in discussione le politiche di austerità, anche in vista delle prossime elezioni europee del 2019.

La terza proposta di legge di iniziativa popolare riguarda la scuola, non è promossa direttamente da noi ma da noi appoggiata pienamente. Quindi va considerata una nostra iniziativa a pieno titolo. Non ci stancheremo mai di ribadire che il mondo della scuola – in particolare insegnanti, studenti, genitori – ha subito un grave torto con la legge fatta approvare ad ogni costo dal governo Renzi, esprimendo una soluzione gerarchica inaccettabile dei problemi della scuola, dimostrando sordita’ di fronte alle istanze del più grande ed unitario movimento della scuola degli ultimi decenni. E’ stata una grave rottura che ha ferito le aspettative del mondo della scuola, che purtroppo ha visto svanire la possibilità di arrivare al referendum abrogativo della legge voluta dal governo Renzi. La proposta di legge iniziativa popolare che ha il nostro pieno appoggio vuole cercare di invertire la tendenza e ridare una speranza al mondo della scuola. Ci sono certamente nella proposta di legge passaggi complessi e tuttavia occorre comprendere che c’è nel mondo della scuola una comprensibile e condivisibile ansia di andare alle radici degli errori che hanno portato alla crisi attuale del sistema scolastico, che risalgono anche a prima del governo Renzi.

Rimettere al centro la scuola in questo momento a noi sembra una scelta giusta e condivisibile. Quindi vogliamo sottolineare che la priorita’ politica e’ aiutare il mondo della scuola a riprendere fiducia e forza anche con il successo della raccolta delle firme per arrivare alla presentazione della proposta di legge di iniziativa popolare.

Mauro Beschi ha sottolineato alcuni giorni fa che ci sono occasioni importanti nei prossimi giorni per dare un significativo impulso alla raccolta delle firme.

Ci riferiamo in particolare al 25 aprile e al 1′ maggio, occasioni di incontri e manifestazioni che possono consentirci di arrivare nel modo migliore alla verifica dei risultati ottenuti con la raccolta delle firme, appuntamento che abbiamo previsto nella prima metà di maggio.

Vogliamo in conclusione sottolineare il valore politico delle tre proposte di legge di iniziativa popolare. Possono esserci, come e’ ovvio, aspetti che potevano essere affrontati diversamente, ma sarebbe un errore fare di questi un ostacolo al contributo di tutti alla riuscita di questa importante iniziativa. L’unica di un movimento unitario e plurale di cittadini che e’ in campo oggi. Quindi invitiamo a guardare la sostanza politica, la spinta che queste iniziative vogliono imprimere e non possiamo farcela senza il contributo corale di tutti.

Il nostro sito www.coordinamentodemocraziacostituzionale.it vi puo’ fornire quanto e’ necessario per organizzare la raccolta delle firme, dal pdf per stampare i moduli, alle indicazioni per la loro vidimazione, di come raccogliere e autenticare le firme. Suggeriamo inoltre di depositare presso tutti i Comuni i moduli per raccogliere le firme, in accordo con le segreterie comunali, in modo da consentire ai cittadini di firmare presso di loro, ovviamente provvedendo al loro ritiro completi di vidimazione e certificati in tempo utile per la consegna.

Vi chiediamo un impegno forte per arrivare nel modo migliore a questa verifica. Cordiali saluti.

Coordinamento per la democrazia costituzionale: segreteria.comitatoperilno@gmail.com
Domenico Gallo Alfiero Grandi

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