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Treia – Forum del lavoro bioregionale sostenibile, 23 aprile 2016

Il Comitato Treia Comunità Ideale, in collaborazione con l’Onlus A Sud di Roma, la CGIL di Macerata, l’Onlus La Talea ed il Circolo Vegetariano VV.TT. di Treia, con il patrocinio morale del Comune e della Proloco di Treia della Regione Marche e della Provincia di Macerata, organizza un “Forum del lavoro bioregionale sostenibile” che si svolge il 23 aprile 2016 nel Comune di Treia.

Si comincia la mattina del 23 aprile 2016, per i visitatori che vengono da fuori, ci sarà una visita storico-archeologica dei monumenti e musei di Treia, con accompagnamento dell’archeologo Enzo Catani e della Proloco di Treia. Il pomeriggio, con inizio alle ore 16, si tiene la Tavola Rotonda sul lavoro bioregionale alternativo e sostenibile, nella Sala Consiliare del Comune. Lo spunto per iniziare il discorso è la presentazione del libro, curato da Marica Di Pierri: “Riconversione un’utopia concreta” con idee proposte e prospettive per una conversione ecologica e sociale dell’economia, in chiave locale. Seguiranno diversi interventi di approfondimento: Simona De Introna (Segretaria FP CGIL Macerata), Stefano Panzarasa (Educazione ambientale del Parco dei Monti Lucretili), Caterina Regazzi (Rete Bioregionale Italiana), Adriano Spoletini (La Talea Onlus), Marinella Correggia (Ecologia domestica e prevenzione), Luigino Quarchioni (Legambiente Marche), Claudio Cagnolato (Microorganismi effettivi). La discussione, moderata dalla poetessa Lucia Nardi, sarà arricchita da esibizioni di musica popolare (Luciano Carletti), poesie ed immagini storiche delle varie attività lavorative svolte a Treia negli anni passati (FotoCineClub). E si concluderà con una visita alla Pinacoteca Comunale ed un piccolo rinfresco di specialità bioregionali.

Più tardi, verso le ore 21, si tiene al Circolo vegetariano di Treia la celebrazione della Luna Piena di aprile (Wesak Acquariano) con il gruppo bhajan “Aria di Stelle” ed il solista anglo-indiano Upahar Anand.

La manifestazione è libera ed aperta a tutti. Per info e prenotazioni: Paolo D’Arpini treiacomunitaideale@gmail.com – Tel. 0733/216293

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Soccombere al degrado sociale ed umano o prepararsi ad affrontarlo?

Le varie nazioni europee hanno dimostrato, dopo i recenti attentati, la loro totale incapacità di affrontare l’emergenza terroristica che si profila all’orizzonte, mancando completamente di “intelligence” e di forze idonee a contrastare le violenze ed i rovesciamenti delle strutture democratiche istituzionali.

Mentre l’immigrazione illegale di giovani e robusti e ben nutriti profughi “economici” (o religiosi), soprattutto provenienti dalla Libia, o dal nord-Africa in generale, verso l’Italia, prosegue seguendo una escalation matematica che ormai si dimostra una invasione vera e propria, i vertici politici e soprattutto le forze interne di pubblica sicurezza risultano inidonee ad affrontare una qualsiasi “emergenza”.

Tempo fa predissi che l’Italia è destinata alla frammentazione, né più né meno come all’inizio del basso medio evo. Piccoli poteri regionali sostituiranno lo Stato. Poteri che non sempre saranno rappresentativi del popolo italiano. A macchia di leopardo si costituiranno piccoli “ducati” indipendenti come sta già avvenendo, ad esempio, per quelle regioni dominate da mafia, ndrangheta, camorra ed altre associazioni. Alcune città saranno islamizzate, altre si circonderanno di nuove mura difensive per ostacolare l’islamizzazione, le basi NATO si attrezzeranno a proteggere i proprio territori, etc. etc. insomma l’Italia scomparirà in quanto tale divenendo una sorta di terra di nessuno a fare da cuscinetto fra l’Europa del nord e il mondo islamico.

Certo anche i paesi nordici avranno di che pentirsi della loro politica aggressiva, da un lato, nei confronti dei paesi islamici sconvolti da guerre finalizzate alla rapina coloniale, e dall’altro dalla totale impossibilità di attuare politiche “integrative” (non accette da chi dovrebbe essere integrato). Ma già vediamo che alcuni stati europei si stanno attrezzando a chiudere le frontiere all’immigrazione forzata in modo tale che la principale “vittima” dei flussi migratori sarà l’Italia.

Eppure non è detto che sia impossibile creare una “integrazione” ed una collaborazione anche fra membri di culture e razze diverse. Siamo tutti esseri umani e non c’è alcuna differenza fra un nero, un bianco ed un giallo. Il problema subentra quando una certa comunità vuole far prevalere la sua “cultura” o “religione” o “idea politica” e cerca di imporla in un modo o nell’altro agli altri. Ricordo, durante i miei viaggi in Africa od in vari paesi dell’Asia, che se ci si relaziona su un piano esclusivamente umano con gli altri non c’è nessuna difficoltà a dialogare e condividere emozioni e bisogni. L’amore è possibile quando ci si apre, se ci si chiude vince l’egoismo e l’ignoranza. Può definirsi egoismo o ignoranza “cristiana” o “maomettana”, della squadra di calcio o del colore della pelle…

Ma cosa possiamo fare se l’opponente che manifesta quell’egoismo, che sia un banchiere ricchissimo, un industriale, un re, un papa, un mullah, od un “poveretto” che cerca di farsi largo nella società, arraffando quel che può, pur di ottenere almeno i galloni da “caporale”? Possiamo difenderci o dobbiamo semplicemente soccombere, dobbiamo porgere l’altra guancia o dobbiamo armarci ad armi pari? Sinceramente non lo so, non ho una ricetta precisa, forse dipende dalle situazioni e dalle condizioni in cui ci si trova.

Parlavo oggi con Caterina, la mia compagna, della necessità di mantenere una rete di relazioni simbiotiche con i nostri affini, con le persone con le quali condividiamo valori e intelligenza. Di fatto è esattamente quel che sta avvenendo in tutti gli ambiti della nostra comunità umana: i delinquenti e gli arroganti si uniscono per fini di potere e prevaricazione e gli umili ed i consapevoli incontrano i loro simili, al fine di non disperdersi e di mantenere una civiltà “bioregionale e spirituale” (una civiltà della Vita in generale).

Paolo D’Arpini

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https://circolovegetarianotreia.wordpress.com/2016/04/09/chi-sono-i-precursori-il-perche-della-festa-che-si-tiene-a-treia-dal-24-al-25-aprile-2016/

http://paolodarpini.blogspot.it/2016/01/musulmani-per-sempre-lintegrazione-e.html

https://circolovegetarianotreia.wordpress.com/2015/10/02/dallinvoluzione-allevoluzione/

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Presentazione del Forum del Lavoro Bioregionale Sostenibile – Treia, 23 aprile 2016

Il Comitato civico “Treia Comunità Ideale” organizza a Treia il “Forum del lavoro bioregionale sostenibile – Laboratorio sociale, economico e culturale”, che si tiene il 23 aprile 2016, dalle ore 16 alle 19.30, nella Sala Consiliare del Comune. Alla manifestazione, libera ed aperta a tutti, collaborano: CGIL di Macerata, Talea Onlus, A Sud Onlus, Legambiente Marche, Rete Bioregionale Italiana e Circolo Vegetariano VV.TT.

L’evento, preceduto dal saluto del sindaco Franco Capponi, inizia con la presentazione del libro “Riconversione un’utopia concreta. Idee proposte e prospettive per una conversione ecologica e sociale dell’economia” di Marica di Pierri, che sarà presente.

Seguirà un dibattito per approfondire il discorso ed inserirlo nel contesto locale, fornendo una chiave di attuazione per un progetto di ecologizzazione del lavoro e dell’economia. Il dibattito si svolge con la moderazione di Lucia Nardi. Intervengono: Simona De Introna, Stefano Panzarasa, Caterina Regazzi, Adriano Spoletini, Marinella Correggia, Luigino Quarchioni, Claudio Cagnolato. Il discorso sarà allietato da poesie recitate da Maurizio Angeletti, musiche all’organetto di Luciano Carletti, esposizione di immagini a cura del Fotocineclub Il Mulino e termina con una visita alla adiacente Pinacoteca Comunale ed un piccolo rinfresco bioregionale.

La giornata comprende la visita ai monumenti di Treia, condotta dall’archeologo Enzo Catani, appuntamento alle ore 10.00, nella Chiesa di San Filippo, in Piazza della Repubblica.
La sera alle ore 21.00 si terrà una sessione di canti, a cura di Aria di Stelle, per festeggiare la Luna Piena in Toro, presso il Circolo Vegetariano VV.TT. di Treia.

Info. Paolo D’Arpini – Tel. 0733/216293 treiacomunitaideale@gmail.com

Il Forum del Lavoro Bioregionale Sostenibile ha ottenuto il Patrocinio Morale di: Regione Marche, Provincia di Macerata, Comune e Proloco di Treia.

Link: http://www.comune.treia.mc.it/eventi-cms/forum-del-lavoro-bioregionale-sostenibile/

…………………..

I giorni successivi, il 24 e 25 aprile 2016, il discorso continua in forma di “Festa dei Precursori” che si tiene sempre a Treia a cura del Circolo Vegetariano VV.TT. – Programma: http://www.comune.treia.mc.it/eventi-cms/festa-dei-precursori-2016/

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Le ragioni del No – Referendum Costituzionale e Legge elettorale del governo Renzi

Relazione del Prof. Alessandro Pace a Cosmopolitica 20/2/2016 Roma (Testo integrale)

Violazione degli artt. 1 e 48 della Costituzione
Il Governo Renzi, con il d.d.l. cost. AC n. 2613-B, già approvato nella prima delle due deliberazioni richieste per le leggi di revisione costituzionale, si propone di modificare le disposizioni costituzionali contenute nei titoli I, II, III, V, VI della Parte II della Costituzione e nelle disposizioni finali. Ebbene, poiché tali modifiche sono svariate – come si desume dalla stessa intitolazione della legge («Superamento del bicameralismo paritario e revisione del Titolo V della Parte seconda della Costituzione») – una volta che tale legge fosse sottoposta a referendum, coercirebbe la libertà di voto degli elettori (art. 48 Cost.) e violerebbe, nel contempo, la proclamazione della sovranità popolare «nelle forme e nei limiti della Costituzione» (art. 1 comma 2 Cost.), in quanto, trattandosi di una legge dal contenuto disomogeneo, l’elettore potrebbe esprimere, sull’intero testo, solo un sì o solo un no ancorché le scelte da compiere sono almeno due: la modifica dell’attuale forma di governo (e cioè il rafforzamento del Governo a spese del Parlamento, con un Senato ridotto ad una larva) e la modifica della forma di Stato(essendo rafforzata la posizione dello Stato centrale nei confronti delle Regioni).
Il che evidenzia l’illegittimità costituzionale che caratterizza il d.d.l. cost. AC n. 2613-B, perché viola, come già detto, gli artt. 1 e 48 Cost. Un vizio che non contraddistingueva invece la c.d. riforma della Costituzione proposta dal Governo Letta (d.d.l. cost. n. 813 AS), naufragata strada facendo, il cui art. 4 comma 2 prevedeva appunto che «Ciascun progetto di legge è omogeneo e autonomo dal punto di vista del contenuto e coerente dal punto di vista sistematico».
Ciò sta a significare che la scelta del Governo in favore di una legge costituzionale dal contenuto disomogeneo, è stata consapevole. Il Governo ha infatti inteso sfruttare le diffuse critiche, anche tecniche, sul mal funzionamento della riforma costituzionale dell’ordinamento regionale introdotta dalla legge cost. n. 3 del 2001, per indurre gli elettori a votare Sì, con la conseguenza che il voto sarebbe contestualmente favorevole alle modifiche della forma di governo: obiettivo prioritario del Governo Renzi.
Violazione dell’art. 138 della Costituzione
Il 29 dicembre 2015, nella conferenza di fine anno, Matteo Renzi si è formalmente impegnato a dimettersi da Presidente del Consiglio dei ministri qualora prevalesse il No nel referendum confermativo. Nell’impegnarsi a dimettersi in caso di sconfitta, Renzi ha però inequivocabilmente ammesso che la paternità della riforma costituzionale è stata del Governo. Non invece del Parlamento, il che risponde alla semplice, ma ovvia, ragione istituzionale di non coinvolgere nell’indirizzo politico di maggioranza il procedimento di revisione costituzionale, che si pone ad un livello ben più alto della politica quotidiana: un livello al quale anche le opposizioni devono poter avere voce in capitolo.
Scriveva infatti Piero Calamandrei nel 1947: «Quando l’assemblea discuterà pubblicamente la nuova Costituzione, i banchi del governo dovranno essere vuoti; estraneo del pari deve rimanere il governo alla formulazione del progetto, se si vuole che questo scaturisca interamente dalla libera determinazione dell’assemblea sovrana»[1].
Un principio – quello dell’estraneità del governo alle revisioni costituzionali – che è funzionale ad un regime parlamentare come il nostro, che è stato rispettato per 47 anni, fino al tentativo di riforma costituzionale Berlusconi (2005), che prevedeva il così detto “premierato assoluto” bocciato dal referendum del 2006; seguito dal tentativo di riforma costituzionale del governo Letta (2013), che pretendeva, con un “crono-programma” alla mano, di derogare alle norme inderogabili dell’art. 138 Cost.; infine dalla riforma costituzionale Renzi. Né può dirsi che questa riforma fosse legittimata da quei due precedenti, perché l’una fu bocciata dal popolo, l’altra naufragò strada facendo.
Che la riforma Renzi, come le due precedenti, costituisca il contenuto di un atto di indirizzo politico di maggioranza in contrasto coi principi testé ricordati, è confermato dai cinque accadimenti che qui di seguito ricorderò. I quali pertanto non costituiscono delle discrepanze procedurali. Essi sono invece perfettamente funzionali all’indirizzo governativo incostituzionalmente impresso al procedimento di revisione costituzionale.
Primo. La presentazione di un disegno di legge costituzionale per la revisione della Costituzione, ancorché non presente nel programma elettorale del PD, era esplicitamente previsto nel programma del Governo Renzi. Esso pertanto costituiva anche formalmente un atto di indirizzo politico di maggioranza.
Secondo. Immediata conseguenza di quella premessa fu la rimozione d’autorità, nel luglio 2014, dalla Commissione Affari costituzionali del Senato in sede referente, di due parlamentari (i senatori Mauro e Mineo), i quali, insieme ad altri 14 senatori, avevano invocato il rispetto della libertà di coscienza per ciò che attiene alle modifiche della Costituzione.
Terzo. In sede di prima lettura del d.d.l. cost. n. 2613 la sen. Finocchiaro assunse le funzioni di relatore di maggioranza e il sen. Calderoli le funzioni di relatore di minoranza. In sede di terza lettura (d.d.l. cost. n. 2613-B), mentre le funzioni di relatore di maggioranza della sen. Finocchiaro le vennero confermate, le funzioni di relatore di minoranza non vennero assegnate, col pretesto della fine del c.d. patto del Nazzareno (B. Caravita), laddove la procedura di revisione costituzionale avrebbe dovuto essere insensibile alle vicende politiche (P. Calamandrei).
Quarto. Nella seduta del 1° ottobre 2015 venne messo in votazione l’emendamento (n. 1.203) a firma dei senatori Cociancich e Luciano Rossi[2], strutturato in modo tale da precludere tutta una serie di votazioni che avrebbero richiesto il voto segreto, con notevoli rischi per il Governo e per la maggioranza. Una specie di super-canguro nel procedimento di revisione costituzionale!
Quinto. Come dirò anche nel prosieguo, il “futuro” art. 57 Cost. presenta un’insanabile contraddittorietà interna, addirittura risibile in un testo solenne come la Costiuzione. Prevede infatti due commi tra loro antitetici. Per uscire da questa contraddizione, si suggerì da più parti, e anche autorevolmente (E.Cheli), di seguire il parere della Giunta del Regolamento della Camera dei deputati, Pres. Napolitano, del 5 maggio 1993, reso nel corso della modifica dell’art. 68 Cost., nel quale era stato correttamente osservato, «in considerazione dell’atipicità del procedimento di revisione costituzionale», che fosse ammissibile l’emendamento soppressivo di un comma già favorevolmente votato dai due rami del Parlamento (caso analogo all’attuale).
Ciò nondimeno la Presidente Finocchiaro, nella seduta del 2 ottobre 2015, senza andare troppo per il sottile, non considerò affatto tale precedente sulla base di un duplice, specioso argomento: 1) che la riaffermazione dell’eleggibilità diretta del Senato avrebbe altresì implicato la titolarità del rapporto fiduciario col Governo; 2) che l’ammissibilità dell’emendamento soppressivo dell’art. 2 comma 2 d.d.l. n. 1429-B sarebbe stato preclusivo dell’intera riforma.
Argomenti entrambi inesatti. Quanto al primo, la sola elettività diretta non implica la titolarità del rapporto fiduciario, Nel sistema parlamentare il rapporto fiduciario lega bensì il Governo a una Camera eletta dal popolo, ma in quanto essa sia titolare dell’indirizzo politico generale. Per contro, nel d.d.l. Renzi-Boschi, il Senato non è titolare dell’indirizzo politico generale. Conseguentemente l’estensione ad esso del rapporto fiduciario col Governo costituirebbe il frutto di una scelta discrezionale del legislatore costituzionale, e non la conseguenza di un principio costituzionale.
Quanto al secondo argomento, l’approvazione dell’emendamento soppressivo del comma 2 avrebbe implicato la sola conseguenza della riconferma dell’elettività diretta del Senato, non il naufragio dell’intera riforma.
Gli accadimenti storico-politici che hanno determinato la curvatura del procedimento di revisione costituzionale a fini di indirizzo politico di maggioranza
Gli accadimenti che hanno di fatto incostituzionalmente determinato l’utilizzo del procedimento di revisione costituzionale a fini di indirizzo politico di maggioranza sono due: da un lato la sent. n. 1 del 2014 con la quale la Corte costituzionale dichiarò l’incostituzionalità del Porcellum sulla base del quale la XVII legislatura era stata costituita; dall’altro l’inosservanza, da parte del Governo e della maggioranza parlamentare, dei limiti temporali che tale sentenza imponeva al legislatore.
Mi spiego meglio. La Corte, pur dichiarando l’incostituzionalità del Porcellum, consentì espressamente alle Camere di continuare ad operare e a legiferare, non però in forza della legge elettorale dichiarata incostituzionale, bensì grazie a un principio fondamentale del nostro ordinamento conosciuto come il «principio di continuità dello Stato». La Corte richiamò due esempi di applicazione di tale principio: la prorogatio dei poteri delle Camere, a seguito delle nuove elezioni, finché non vengano convocate le nuove (art. 61 Cost.); la possibilità delle Camere sciolte di essere appositamente convocate per la conversione in legge di decreti legge (art. 77 comma 2 Cost.). Ebbene, in entrambe tali ipotesi, il «principio fondamentale della continuità dello Stato» incontra limiti di tempo assai brevi, non più di tre mesi!
Pertanto, ammesso pure che le nuove elezioni non potessero essere indette nei primi mesi del 2014 perché lo scioglimento delle Camere avrebbe portato alle stelle lo spread nei confronti delBund tedesco, è però evidente l’azzardo istituzionale, da parte del Premier Renzi e dell’allora Presidente Napolitano, di iniziare una revisione costituzionale di così ampia portata nonostante la dichiarazione d’incostituzionalità del Porcellum, e quindi con un Parlamento delegittimato quanto meno politicamente, se non anche giuridicamente, con parlamentari non eletti ma “nominati” grazie al Porcellum, insicuri di essere rieletti e perciò ricattabili ed esposti alla mercé del migliore offerente. Il che è dimostrato dal record, nella XVII legislatura, di passaggi da un gruppo parlamentare all’altro «con 325 migrazioni tra Camera e Senato in poco più di due anni e mezzo, per un totale di 246 parlamentari coinvolti»[3].
Di questa situazione di fatto, priva di chiarezza istituzionale e politica, l’attuale Presidente del Consiglio ha approfittato, abilmente e spregiudicatamente, con indubbio tempismo e col favore dell’allora Presidente della Repubblica, mettendo immediatamente in cantiere sia la riforma costituzionale sia il c.d. Italicum, la combinazione dei quali conduce alle distorsioni costituzionali ed istituzionali che ho precedentemente elencato.
Nel merito della riforma. L’Italicum come “perno” della riforma costituzionale
È a tutti noto che la ratio della dichiarazione d’incostituzionalità della legge n. 270 del 2005 era stata individuata dalla Corte costituzionale nella «eccessiva divaricazione tra la compressione dell’organo di rappresentanza politica (…) e la volontà dei cittadini espressa attraverso il voto». Avrebbe quindi dovuto essere intuitivo all’allora Presidente della Repubblica e al Presidente del Consiglio Renzi che un Parlamento nel quale perdurava la «eccessiva sovra-rappresentazione della lista di maggioranza relativa» (quello eletto per la XVII legislatura repubblicana) non poteva considerarsi legittimato a procedere a revisioni costituzionali, come ribadirò nel prosieguo di questo mio intervento.
Ma non solo le norme del Porcellum sono state sostanzialmente riprodotte nell’Italicum, in forza del quale una lista, in sede di ballottaggio, col 20 o 25 per cento dei voti, potrebbe, grazie al premio di maggioranza, conseguire la maggioranza dei seggi, in contrasto con la sentenza n. 1 del 2014 della Corte costituzionale.
C’è di più. Grazie all’Italicum il rapporto tra legge costituzionale e legge elettorale è stato invertito costituendone il “perno”. È infatti l’Italicum, approvato per primo, ad individuare il vero obiettivo del combinato “legge costituzionale – legge elettorale”, e cioè «verticalizzare il potere e gestirlo senza ostacoli e limiti da parte di nessuno, cittadini compresi» (L. Carlassare).
Le finalità accentratrici della riforma Renzi quanto alla forma di governo e alla forma di Stato
Le finalità accentratrici del disegno istituzionale sotteso alla riforma Renzi sono indiscutibili.
Nei rapporti tra Stato e Regioni di diritto comune (non però nei rapporti con le Regioni di diritto speciale, garantiti da specifiche leggi costituzionali) prevede una netta inversione di tendenza rispetto alla legge cost. n. 3 del 2001. Viene abolita la legislazione concorrente. Sono ricondotte alla competenza esclusiva dello Stato svariate materie in effetti troppo generosamente (o distrattamente) attribuite alla competenza regionale concorrente (ordinamento delle comunicazioni, grandi reti di trasporto, produzione e distribuzione nazionale dell’energia, coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario ecc.). Viene tuttavia venga fatta salva la potestà dello Stato di delegarne alle Regioni l’esercizio. Viene altresì introdotta la clausola di supremazia statale (ribattezzata “clausola vampiro”: A. D’Atena) in forza della quale una legge dello Stato può intervenire in materia non riservata allo Stato, «quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica ovvero la tutela dell’interesse nazionale» (futuro art. 117 comma 4). Come acutamente sottolineato, ci si allontana dal modello “solidale” che, con tutte le sue imperfezioni, caratterizzava la riforma del 2001 e ci si avvicina al modello “competitivo” (G. Azzariti). Il che implica una modifica della forma di Stato.
Quanto invece alla forma di governo, la titolarità del rapporto fiduciario col Governo è attribuita alla sola Camera dei deputati. La quale esercita, collettivamente col Senato[4], la funzione di revisione costituzionale e la funzione legislativa in un numero limitato di importanti materie ed esercita in esclusiva la funzione legislativa nelle restanti materie, con intervento eventuale del Senato, talvolta non paritario rafforzato, talaltra non paritario con esame obbligatorio (per le leggi di bilancio e rendiconto consuntivo)[5]. Elegge, praticamente da sola, nel Parlamento in seduta comune, sia il Presidente della Repubblica, sia un terzo dei componenti del CSM, rendendo quindi irrilevante il voto dei 100 senatori (mentre, altrettanto irrazionalmente, elegge solo tre giudici costituzionali).
Come è ammesso dagli stessi sostenitori della riforma, il combinato della riforma Renzi-Boschi e dell’Italicum determina il «rafforzamento della colloc6azione del Presidente del Consiglio nel circuito istituzionale» (B. Caravita). E ciò per due ragioni. In primo luogo, grazie all’indiscussa primazia che viene riconosciuta al Governo nel procedimento legislativo, essendogli tra l’altro concesso di richiedere alla Camera dei deputati di deliberare, entro cinque giorni, che «un disegno di legge indicato come essenziale per l’attuazione del programma di governo sia iscritto con priorità all’ordine del giorno e sottoposto alla pronuncia definitiva della Camera entro settanta giorni dalla deliberazione».
In secondo luogo, grazie al cumulo, nella stessa persona, delle cariche di Presidente del Consiglio dei ministri e di Segretario nazionale del partito di maggioranza, il che consente al Premier di influire sulle organizzazioni periferiche di partito e quindi sui consigli regionali e, transitivamente, sulle decisioni del Senato. Si pensi all’elezione di due giudici costituzionali di competenza del Senato, con conseguente abrogazione implicita dell’art. 3 l. cost. n. 2 del 1967, che prevedeva che i giudici costituzionali venissero eletti a maggioranza di due terzi o, tutt’al più, di tre quinti dal Parlamento in seduta comune!
Le molte criticità del futuro Senato. Violazione del principio costituzionale dell’elettività diretta del Senato come forma di esercizio della sovranità popolare
I maggiori problemi li suscita però il Senato, quanto alla fonte di legittimazione e alla composizione, se non anche per le attribuzioni.
Il futuro Senato sarebbe costituito da 100 senatori, cinque nominati dal Presidente della Repubblica e 95 eletti dai consigli regionali e dai consigli provinciali di Trento e Bolzano, nella persona di 74 consiglieri regionali e di 21 sindaci di comuni capoluogo: 21 collegi elettorali composti da poche decine di eletta di persone (in genere da 30 a 50 componenti, con le eccezioni del Molise, 20, della Lombardia, 80, e della Sicilia, 70) per un totale complessivo di circa ottocento elettori.
Ciò premesso, l’enunciato costituzionale secondo il quale «Il Senato della Repubblica rappresenta le istituzioni territoriali…»[6] è stato autorevolmente qualificato come una “bestemmia”, alla luce della teoria della rappresentanza politica. In uno Stato non federale, il rappresentante è infatti il Parlamento e il rappresentato è “tutto il popolo” e non le istituzioni territoriali (M. Dogliani).
Inoltre, essendo i senatori eletti dai consigli regionali e provinciali, ma non “direttamente” dal popolo è stata contestata la legittimità costituzionale del “futuro” art. 57 commi 2 e 5 Cost., il quale, come già ricordato in precedenza[7], da un lato che prevede che i senatori siano eletti dai consigli regionali (comma 2) e dall’altro dispone che l’elezione dovrà avvenire «in conformità alle scelte degli elettori» (comma 5). La si è contestata, in forza del principio della sovranità popolare (L. Carlassare, A. Pace) sulla base della stessa giurisprudenza costituzionale, richiamando, sul punto, due importanti pronunce: la notissima sent. n. 1146 del 1988, nella quale si statuì che i «principi supremi della Costituzione» – tra i quali la Corte ha ripetutamente incluso la proclamazione della sovranità popolare (art. 1 Cost.) – non possono essere contraddetti nemmeno da una legge costituzionale; e la non meno nota sent. n. 1 del 2014 (dichiarativa dell’incostituzionalità del Porcellum), nella quale la Corte, nell’interpretare l’art. 1 comma 2 Cost., ha affermato che «la volontà dei cittadini, espressa attraverso il voto (…), costituisce il principale strumento della volontà popolare» (cons. in dir. § 3) e che, attraverso «la rappresentatività dell’assemblea parlamentare…si esprime la sovranità popolare» (cons. in dir., § 4).
Da parte di parlamentari della maggioranza e di studiosi anche autorevoli (ad es. A. D’Atena) si è invece sostenuto che l’elezione indiretta da parte dei consigli regionali rinverrebbe dei precedenti in diritto comparato. Il che non è esatto né con riferimento al modello francese, né a quello tedesco, né infine a quello austriaco.
In primo luogo non si tratta però di un’elezione indiretta perché i Consigli regionali e i due Consigli provinciali eleggono i senatori jure proprio, e non come “grandi elettori”. Ciò invece accade in Francia, dove i 44.600.000 elettori francesi eleggono specificamente i 150 mila grandi elettori che a loro volta eleggeranno i 340 senatori. I cittadini italiani eleggono i consigli regionali, punto e basta. Non si tratta quindi di un’elezione di secondo grado come quella francese o come quella delle elezioni presidenziali statunitensi (L. Elia).
Né è esatto il paragone col sistema tedesco perché nel Bundesrat sono presenti, a proprio titolo, i Governi dei sedici Länder – preesistenti alla stessa Legge fondamentale tedesca (1949) e addirittura alla stessa Costituzione imperiale del 1871 – che, per il tramite di loro rappresentanti, hanno a disposizione, a seconda dell’importanza del Land, da un minimo di tre ad un massimo di sei voti per ogni deliberazione. Per cui, non si tratta quindi di elezione indiretta.
E nemmeno si potrebbe sostenere che il modello italiano si ispiri al Bundesrat austriaco, i cui membri non sono eletti dai cittadini ma dalle assemblee dei Länder (art. 35 Cost. austriaca). A parte le critiche mosse al sistema austriaco proprio per la carente legittimazione delle assemblee dei Länder (H. Schäffer, R. Bin, F. Palermo), è risolutiva la differenza intercorrente tra la proclamazione della sovranità popolare dell’art. 1 comma 2 della nostra Costituzione secondo quale «la volontà dei cittadini espressa attraverso il voto (…) costituisce il principale strumento della volontà popolare», e la proclamazione dell’art. 1 della Cost. austriaca («L’Austria è una Repubblica democratica. Il suo diritto emana sal popolo»), che non impone, nemmeno implicitamente, l’elettività diretta degli organi legislativi.
Ho già accennato come la versione definitiva del “futuro” art. 57 Cost. (di cui all’art. 2 d.d.l. n. 2613-B) preveda due commi tra loro antitetici, uno che prevede che i senatori saranno eletti dai consigli regionali (comma 2), l’altro secondo il quale tale elezione dovrà avvenire «in conformità alle scelte degli elettori» (comma 5). Il che non sfugge però alla seguente alternativa: o l’elezione da parte del Consigli regionali, per quanto riguarda i 74 senatori, sarà meramente riproduttiva della volontà degli elettori e sarà quindi inutile; oppure se ne distaccherà, e in tal caso viola l’art. 1 Cost. per le ragioni anzidette.
Poiché però la «conformità alle scelte degli elettori» è imposta dal “futuro” art. 57 comma 5 Cost. soltanto per l’elezione dei senatori-consiglieri e non per l’elezione dei senatori-sindaci, ne segue che almeno l’elezione dei senatori-sindaci è priva del lambiccato correttivo previsto dal comma 5, per cui la violazione dell’art. 1 Cost. è comunque, sotto questo profilo, insanabile. Né si può ipotizzare che la legge bicamerale prevista dal comma 6 del “futuro” art. 57 – che dovrebbe «regolare le modalità di attribuzione dei seggi e di elezione dei membri del Senato della Repubblica» – possa rendere identico ciò che tutt’al più sarebbe «conforme alle scelte degli elettori».
Il che implica che, una volta entrata in vigore la riforma costituzionale Renzi-Boschi, qualsiasi cittadino – nel corso di un giudizio nel quale si pretenda dalla controparte l’applicazione di una legge approvata sia dalla che dal Senato (c.d. legge bicamerale) – potrebbe eccepirne l’illegittimità costituzionale “derivata” dall’incostituzionalità del “nuovo” art. 57 commi 2 e 5 Cost., per contrasto col citato art. 1 comma 2 Cost.
Irrazionalità della composizione del Senato
Si è già osservato come l’eccessiva differenza numerica dei seggi che compongono la Camera e il Senato è tale da rendere irrilevante la presenza dei senatori nelle riunioni del Parlamento in seduta comune quando si tratti di eleggere il Presidente della Repubblica e i componenti del CSM.
Ebbene, anziché ridurre i componenti di entrambe le Camere – come si era da più parti suggerito facendo scendere la Camera a 400/500 componenti e il Senato a 200 – si è invece diminuito esclusivamente il numero dei senatori.
I cui 100 componenti, continueranno, oltre tutto, a svolgere part-time la funzione di consigliere regionale o di sindaco, con l’ovvia conseguenza, che svolgeranno male sia la funzione di consigliere regionale (o di sindaco), sia quella di senatore, con spreco, e non risparmio, di pubblico denaro come invece sbandierato dal Presidente del Consiglio e dalla ministra delle riforme.
E ciò senza voler ulteriormente considerare che il compito di valutare «le politiche pubbliche e l’attività delle pubbliche amministrazioni e verifica l’impatto delle politiche dell’Unione europea sui territori».
Altrettanto discutibile è la nomina presidenziale dei cinque senatori. E ciò per due motivi: 1) i cinque senatori, essendo nominati dal Presidente della Repubblica per sette anni – come lo stesso Capo dello Stato -, potrebbero subirne l’influenza; 2) è paradossale che cinque illustre personalità “che hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario” vadano ad esercitare il loro alto magistero culturale in un organo che rappresenta esclusivamente le istituzioni territoriali (“futuro” art. 55 Cost.).

Conclusioni
In definitiva il d.d.l Renzi privilegia la governabilità sulla rappresentatività; elimina i contro-poteri esterni alla Camera senza compensarli con contropoteri interni; riduce il potere d’iniziativa legislativa del Parlamento a vantaggio di quella del Governo; prevede almeno sette tipi diversi di votazione delle leggi ordinarie con conseguenze pregiudizievoli per la funzionalità delle Camere; nega, come già detto, l’elettività diretta del Senato ancorché gli ribadisca contraddittoriamente la spettanza della funzione legislativa e di revisione costituzionale; sottodimensiona irrazionalmente la composizione del Senato rendendo irrilevante il voto dei senatori nelle riunioni del Parlamento in seduta comune; pregiudica il corretto adempimento delle funzioni senatoriali, divenute part-time delle funzioni dei consiglieri regionali e dei sindaci.
Mi fermo qui, ma potrei continuare ancora a lungo: dall’esclusione del Senato nella deliberazione dello stato di guerra (leggi: l’invio all’estero delle missioni militari) ai difficili raccordi del Senato delle autonomie con lo Stato, con le stesse Regioni (i governatori stanno là e non a Palazzo Madama!) e infine con l’Unione europea (A. Manzella).

Prof. Alessandro Pace

[1] P. Calamandrei, Come nasce la nuova Costituzione, ne Il Ponte, 1947, 1ss.
[2] «Al comma 1, capoverso «articolo 55 della Costituzione», sostituire il quinto comma con il seguente: «5. Il Senato della Repubblica rappresenta le istituzioni territoriali ed esercita funzioni di raccordo tra lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica. Concorre all’esercizio della funzione legislativa nei casi e secondo le modalità stabiliti dalla Costituzione, nonché all’esercizio delle funzioni di raccordo tra lo Stato, gli altri enti costitutivi della Repubblica e l’Unione europea. Partecipa alle decisioni dirette alla formazione e all’attuazione degli atti normativi e delle politiche dell’Unione europea. Valuta le politiche pubbliche e l’attività delle pubbliche amministrazioni e verifica l’impatto delle politiche dell’Unione europea sui territori. Concorre ad esprimere pareri sulle nomine di competenza del Governo nei casi previsti dalla legge e a verificare l’attuazione delle leggi dello Stato».
[3] V. il Fatto Quotidiano, 3.1.15, p. 4; Trasformismo in Parlamento in Repubblica.it, 4.1.16; S. Settis, Metamorfosi del deputato, ne L’Espresso, n. 1 del 7.1.16, p. 59; Il puzzle dei cambi di partito ne il Corriere della sera, 7.1.16, p. 12 s.
[4] Revisione della Costituzione e altre leggi costituzionali. Tutela delle minoranze linguistiche. Referendum popolari e altre forme di consultazione. Legge elettorale del Senato. Ordinamento, legislazione elettorale, organi di governo e funzioni fondamentali di comuni e città metropolitane: forme associative dei comuni. Legge che stabilisce le norme generali per la partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche UE. Ineleggibilità ed incompatibilità dei senatori. Ratifica dei trattati sull’appartenenza dell’Italia all’UE. Ordinamento di Roma capitale. Attribuzione alle Regioni di forme particolari di autonomia. Legge che disciplina la partecipazione delle Regioni alle decisioni dirette alla formazione del diritto europeo e all’attuazione degli accordi internazionali e degli atti dell’UE. Legge che disciplina i casi e le forme in cui la Regione può concludere accordi con Stati e intese con enti territoriali di altri Stati. Principi generali per l’attribuzione del patrimonio a comuni, città metropolitane e Regioni. Potere sostitutivo del Governo e casi di esclusione dei titolari di organi di governo regionali e locali dalle funzioni in caso di grave dissesto finanziario dell’ente. Principi fondamentali per il sistema di elezione e i casi di ineleggibilità e di incompatibilità del Presidente, degli assessori e consiglieri regionali, nonché per promuovere l’equilibrio tra donne e uomini nella rappresentanza: durata degli organi elettivi regionali; emolumenti degli organi regionali nel limite dell’importo di quelli attribuiti ai sindaci dei Comuni capoluogo. Distacco dei comuni da una Regione ed aggregazione ad un’altra.
[5] I procedimenti legislativi previsti dal d.d.l. Renzi-Boschi sarebbero più d’uno, se si segue la ripartizione suggerita da Gaetano Azzariti, in base ai diversi iter di volta in volta seguito: procedimento bicamerale paritario (art. 70 comma 1), monocamerale con intervento eventuale del Senato (art. 70 comma 2), non paritario rafforzato (art. 70 comma 4), non paritario con esame obbligatorio per le leggi di bilancio e rendiconto consuntivo (artt. 70 comma 5 e 81 comma 4), disegni di legge a “data certa” (art. 72 comma 7), conversione dei decreti legge (art. 77 commi 2 e 3), leggi di revisione costituzionale (art. 138). A questi sette distinti procedimenti di formazione può aggiungersi quello “speciale” relativo all’approvazione delle leggi elettorali che prevede la possibilità di un controllo preventivo da parte della Corte costituzionale (art. 73 comma 2) e quello nel quale il Senato può, con deliberazione adottata a maggioranza assoluta, “richiedere” alla Camera di procedere all’esame di un disegno di legge (art. 71).
[6] «Il Senato della Repubblica «rappresenta le istituzioni territoriali ed esercita funzioni di raccordo tra lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica. Concorre all’esercizio della funzione legislativa nei casi e secondo le modalità stabiliti dalla Costituzione, nonché all’esercizio delle funzioni di raccordo tra lo Stato, gli altri enti costitutivi della Repubblica e l’Unione europea. Partecipa alle decisioni dirette alla formazione e all’attuazione degli atti normativi e delle politiche dell’Unione europea. Valuta le politiche pubbliche e l’attività delle pubbliche amministrazioni e verifica l’impatto delle politiche dell’Unione europea sui territori. Concorre ad esprimere pareri sulle nomine di competenza del Governo nei casi previsti dalla legge e a verificare l’attuazione delle leggi dello Stato» (futuro art. 55 comma 5).
[7] V. supra il § 2, in fine.

Fonte: http://coordinamentodemocraziacostituzionale.net/2016/02/21/le-insuperabili-criticita-della-riforma-costituzionale-renzi/

Video in sintonia: https://www.radioradicale.it/scheda/464333/il-no-al-referendm-sulla-riforma-costituzionale-altiero-grandi-massimo-villone-ed

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Commento di Peppe Sini: “La riforma costituzionale che una Camera dei Deputati dimezzata ha approvato per quanto in suo potere in via definitiva, diciamolo chiaro, è un golpe. Che fa strame di fondamentali elementi della Costituzione repubblicana del nostro paese, e che porta a compimento una nuova tappa dell’attività eversiva dei gruppi dominanti che alla repubblica democratica intende sostituire un regime autoritario. Per respingere questo golpe resta adesso il referendum di ottobre. Lì sarà il popolo italiano – il corpo elettorale per esso – ad esprimere il suo consenso o la sua opposizione a questo degrado; ad asservirsi vieppiù o a resistere. Nel referendum di ottobre occorre votare “no” al golpe del rottamatore…”

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COME SI DISTRUGGE – O SI SALVA – UNA DELLE PIU’ IMPORTANTI AGRICOLTURE EUROPEE

“Todo pasa y todo queda, …pero lo nuestro es pasar, pasar haciendo caminos, …. caminante, no hay camino se hace camino al andar. …se oy la voz de un poeta gritar” (Antonio Machado)

L’industria agroalimentare è il secondo settore manifatturiero nazionale: produce il 13% dell’intero fatturato del settore manifatturiero italiano, per un ammontare di 132 miliardi di euro nel 2013, occupa 405.000 addetti, e ha esportato nel 2013 per un valore di 27,4 miliardi di euro. In Italia il processo di produzione e distribuzione di prodotti agroalimentari coinvolge il 13,2% degli occupati della nostra economia. Il settore agroalimentare italiano 4 (composto da aziende agricole, imprese di trasformazione alimentare, grossisti, grandi superfici distributive, piccoli negozi al dettaglio ed operatori della ristorazione) rappresenta l’8,7% del PIL (ossia 119 miliardi di euro). 4 agroalimentare, sistema. L’insieme delle attività di produzione agricola, trasformazione industriale, distribuzione e consumo di prodotti alimentari. A sua volta, tale insieme fa parte di un sistema più esteso, denominato agroindustriale, in cui a valle della produzione agricola si situano le attività di trasformazione dei prodotti agricoli, mentre a monte operano le industrie che forniscono mezzi tecnici (macchine agricole, prodotti chimici ecc.) e le istituzioni che erogano servizi. L’insieme di questi processi viene indicato anche con l’espressione “agribusiness” Nel sistema agroalimentare tende a decrescere la componente agricola, mentre assume un peso sempre maggiore il settore distributivo. http://www.treccani.it/enciclopedia/sistema-agroalimentare/ 10 | P a g e Se si considera anche l’indotto generato (vale a dire servizi essenziali quali trasporto, packaging, logistica, energia, mezzi strumentali, servizi di comunicazione e promozione), il settore agroalimentare arriva a rappresentare fino al 13,9% del PIL italiano, in tendenziale crescita dal 2008 ad oggi. Il settore agroalimentare ha un rilevanza socio-economica tale da essere considerato un asset strategico per l’economia del nostro Paese. (fonte: Business Analysis- UBI Banca). “…Le dimensioni aziendali del settore in Italia sono minori di quelle rilevate nei principali Paesi europei. La debolezza strutturale derivante da dimensioni molto ridotte trova riflesso nel fatto che le imprese dell’industria alimentare si appropriano di una quota bassa del valore aggiunto prodotto dall’intera filiera agroalimentare. Nel 2011 (ultimo dato disponibile) fatto 100 il valore totale del valore aggiunto prodotto dall’intera filiera agroalimentare, la quota relativa all’industria alimentare era pari solo al 10,3%. Inoltre questa quota è diminuita nel 2011 (ultimo dato disponibile) rispetto al livello registrato nel 2008 ed è molto probabile che si sia verificato un calo ulteriore nel corso degli ultimi tre anni…” (Fonte: Settore Alimentari & Bevande Business Analysis) Le analisi presentate dalle industrie alimentari, mescolando quelle artigianali di piccolissima dimensione con le grandissime, fanno continuo riferimento allo strapotere della GDO. Sarebbe interessante vedere se le grandi industrie alimentari subiscono lo stesso taglio del valore a favore della GDO.

E’ ipotizzabile che la grande industria – che indica comunque nel calo della domanda il suo maggior problema – e la GDO abbiano reagito esattamente alla stessa maniere: tagliando i prezzi pagati al cancello delle aziende agricole per compensare il calo dei consumi alimentari. Comunque, nell’analisi di UBI Bank sopra citata si sostiene che “… La quota di valore aggiunto delle imprese italiane dell’industria alimentare e delle bevande è molto inferiore a quella delle imprese tedesche e francesi…” Sempre nei documenti “Settore Alimentari & Bevande – Business Analysis” citato si sostiene che “…per le imprese del settore di dimensioni maggiori la finanza non costituisce in genere un ostacolo per lo sviluppo dei piani aziendali. Esse dispongono di risorse sufficienti per finanziare sia i programmi di investimento per l’internazionalizzazione che per l’eventuale crescita per linee esterne. In molti casi, infatti, le imprese maggiori del settore godono di un’elevata capacità di generazione di liquidità che potrebbe consentire di aumentare i livelli di indebitamento rispetto a quelli correnti, sempre allo scopo di finanziare i programmi di espansione, sia organici che per linee esterne…”. Sono queste imprese che vedono la loro espansione proiettata sui mercati internazionali, espansione limitata solo dagli alti costi d’ingresso (marketing, standard dei prodotti, etc) nei mercati globali (cfr. Dichiarazione di M. Renzi per il sostegno all’export agroalimentare) mentre le imprese di piccole dimensioni, “che hanno nel mercato interno il loro mercato di ferimento”, debbono lottare per mantenere le quote di mercato di cui possono godere. La tabella che segue illustra la situazione di quello che statisticamente è considerato il settore agroalimentare. 11 | P a g e Fonte: Roberto Gismondi – Marcello D’Orazio – Alfredo Cirianni (ISTAT, 2015) 12 | P a g e Fonte: Roberto Gismondi – Marcello D’Orazio – Alfredo Cirianni (ISTAT, 2015) Non confondere capre e cavoli. L’enorme eterogeneità delle industrie alimentare e, ancor più, dell’insieme delle attività industriali compresi in questo settore non rende facile la comprensione delle strategie dell’industria agroalimentare poiché il peso specifico delle singole impresa determina il loro potere di mercato, compreso il mercato delle politiche pubbliche. Metteremo in evidenza le imprese di grade dimensione, quelle con oltre 250 addetti, perché queste hanno un dominio sul comparto e strategie specifiche. Distribuzione delle imprese agroalimentari con più di 250 addetti. Come si vede nella mappa che segue queste sono concentrate solo in alcune regioni italiane. Ed anche la concentrazione delle Unità Locali di lavoro segue lo stesso tipo di concentrazione. 13 | P a g e Fonte: ISTAT, Elaborazioni: Territori Digitali. NB: la localizzazione in queste mappe è georeferenziata 14 | P a g e Fonte: ISTAT, Elaborazioni: Territori Digitali 15 | P a g e Fonte: ISTAT, Elaborazioni: Territori Digitali 16 | P a g e Non sorprende di certo, come ben mostrato dalle mappa precedenti, che anche gli addetti siano concentrati in pochissime regioni. Sorprende la totale assenza di imprese con oltre 250 addetti in grandi regioni agricole come la Puglia, la Sicilia, la Calabria. Imprese con oltre 250 addetti REGIONI UNITA’ ADDETTI PIEMONTE 11 6.777 LOMBARDIA 54 12.761 VENETO 16 5.572 EMILIA ROMAGNA 47 8.984 Le schematiche grafiche presentate poco sopra confermano (fonte: ISTAT, censimento industria 2011) l’ enorme concentrazione delle imprese agroalimentari di grande dimensione in due regioni , Lombardia ed Emilia Romagna, dove inoltre si sono concentrati i premi PAC negli ultimi 50 anni. Il legame diretto tra PAC e sostegno allo sviluppo dell’agrobussiness non ha certo bisogno di altre prove. Entrando nel dettaglio dei singoli comparti più rilevanti di questo settore industriale.

Chi sono le grandi imprese agroalimentari italiane? Il fatturato delle principali 20 imprese alimentari presenti in Italia. Anno 2011 (Fonte: elaborazioni su dati Mediobanca, da : http://www.biotekengineering.com/company/il-fatturato-delleprincipali-imprese-alimentari-in-italia-anno-2011/ Le principali imprese alimentari presenti in Italia – 2011 Fatturato (milioni di euro) Var. % 2011/10 Occupati Attività prevalente 1 Veronesi Holding* 1 2. 579 11,2 7 043 mangimi e carni 2 Ferrero Spa(gruppo Ferrero) 2. 502 7,0 5 938 dolciario 3 Barilla G. e R. Fratelli Spa (gruppo Barilla Holding) 2. 301 2,4 4 210 pasta 4 Gesco Consorzio Cooperativo Scarl (gruppo Amadori) 1. 269 12,5 545 carni 5 Nestlè Italiana Spa (gruppo Nestlè Italiana) 1 .237 10,4 3 407 dolciario 6 Coca Cola Hbc Italia Srl 1. 148 0,2 3 098 bevande analcoliche 7 BIG Srl (Gruppo Lactalis Italia) 1. 094 4,9 1 115 lattiero-caseario 8 Luigi Lavazza Spa (gruppo Luigi Lavazza) 1. 078 9,5 1 606 caffè 22 | P a g e 9 Kraft Foods Italia Spa (gruppo Kraft Foods Italia Intellectual Property) 970 21,7 392 lattiero -caseario 10 Egidio Galbani Spa (gruppo Lactalis Italia) 895 7,2 1 841 lattiero -caseario 11 Parmalat Spa (gruppo Parmalat) 821 0,1 1 630 lattiero -caseario 12 Granarolo Spa (gruppo Granarolo) 787 3,3 1 179 lattiero -caseario 13 SanPellegrino Spa 2 (gruppo SanPellegrino) 707 1,9 1 547 bevande analcoliche 14 Conserve Italia Scrl (gruppo Conserve Italia) 652 -0,9 1 984 conserve vegetali 15 Heineken Italia Spa 638 3,1 926 birra 16 Acqua Minerale San Benedetto Spa (gruppo Zoppas Finanziaria) 615 8,5 1 070 acque minerali 17 Carapelli Firenze Spa 588 -3,1 314 oli e grassi 18 Bolton Alimentari Spa (gruppo Bolton Alimentari; ex Trinity) 558 5,4 625 conserve ittiche 19 Davide Campari Milano Spa (gruppo Davide Campari) 545 10,4 637 bevande alcoliche 23 | P a g e 20 Bunge Italia – Spa 530 -21,7 190 oli e grassi L’industria alimentare europea Le grandi “imprese italiane” esistono in un contesto particolare, quello europeo.

Vale la pena di ricordare ancora una volta che “..il mercato interno dell’Unione europea, rappresenta la più grande area commerciale di prodotti alimentari al mondo, con circa 500 milioni di persone e una spesa per consumi alimentari delle famiglie che superano i 1.000 miliardi di euro, in cui molti paesi hanno ancora livelli di consumi alimentari delle famiglie superiori al 20% del totale. I processi di crescita demografica e l’urbanizzazione, ancora in atto in molti paesi, alimentano e sostengono la domanda alimentare europea, in cui un ruolo rilevante è giocato dai prodotti trasformati…” (AAVV) Scrive il prof. R. Fanfani, (5 Febbraio 2015): “Il sistema agroalimentare italiano è integrato e gioca un ruolo importante a livello europeo, dove lo accomunano da decenni un Mercato comune agricolo, attuato attraverso la Politica agricola comune (PAC) e più recentemente, a partire dal 1992, la realizzazione del Mercato unico, …” . Il complesso di queste componenti, che a livello europeo viene considerato l’ambito della “bioeconomia”, viene stimato (2011) in poco meno di 400 miliardi dell’agricoltura (compresa pesca e foreste) e oltre 1.000 miliardi per l’industria alimentare, mentre la distribuzione nel complesso supera i 2.200 miliardi di euro. L’importanza in termini di valore aggiunto, delle diverse componenti della catena alimentare cambia sostanzialmente di poco inferiore a 660 miliardi di euro, di cui poco più di 200 miliardi, sia per l’agricoltura che per l’industria alimentare, mentre la distribuzione al dettaglio supera i 150 miliardi, contro poco più di 90 miliardi della distribuzione all’ingrosso. I livelli occupazionali raggiungono i 24 milioni di attivi, in cui predominano i quasi 12 milioni del settore agricolo, contro i 4,2 milioni dell’industria alimentare ed i 6 milioni della distribuzione al dettaglio. ..” Il prof Fanfani mette in evidenza un elemento molto rilevante, “ … I livelli di produttività delle diverse componenti della bioeconomia risultano però profondamente diversi in termini di valore aggiunto per addetto, ma anche per i livelli di fatturato per impresa….”, emerge quindi la polarizzazione tra giganti dell’agroalimentare “le grandi imprese (oltre 250 addetti) caratterizza l’industria alimentare europea, con oltre il 50% del valore aggiunto ed il 35% dell’occupazione totale e la presenza di multinazionali…”, e miriadi di PMI. Elemento questo non trascurabile perché potrebbe favorire una riconversione verso il basso attraverso una strategia di collaborazione tra movimento contadino, sindacato operaio e PMI che, di norma hanno un carattere non accentrato. Infatti, scrive sempre il prof. Fanfani “…A livello europeo l’industria alimentare e delle bevande si caratterizza per la presenza rilevante delle piccole e medie imprese che contribuiscono a oltre il 51% del fatturato e quasi il 65% dell’occupazione totale. La struttura delle PIM europee si caratterizza per una grande frammentazione per quanto riguarda le diverse tipologie presenti, ma anche per un diverso grado di produttività e contributo alla realtà l’industria alimentare e delle bevande europea. Infatti, in termini numerici prevalgono le “micro imprese” (con meno di 10 occupati, pari al 79% del totale ), ma la cui rilevanza in termini economici scende a poco più dell’8% del fatturato e valore aggiunto, anche se rappresentato il 16% dell’occupazione…”. Resto convinto che questa struttura delle imprese agroalimentari europee, ma anche italiane, possa essere un’opportunità’ per l’economia contadina.

Il mito dell’ export come motore dell’ agricoltura italiana Organizzazioni professionali e di produttori, politici e responsabili governativi, istituti specializzati hanno costruito nel tempo, in particolare in periodo di crisi dei consumi alimentari interni, un immaginario unanime per sostenere il “made in italy” e le fortune salvifiche dell’export agroalimentare come via di uscita dalla crisi agricola e non solo. Si legge sul Rapporto “AgrOsserva” dell’ Osservatorio Ismea-Unioncamere sulla congiuntura dell’agroalimentare italiano (2015, II trimestre) : “…Dall’export ancora una spinta decisiva per l’agroalimentare italiano. Ma i consumi delle famiglie, dopo un avvio d’anno positivo, cedono il passo (-0,2%)… la debolezza della domanda interna sta avendo marcati riflessi sull’industria alimentare, le cui vendite dipendono per tre quarti ancora dal mercato domestico….Ancora sostenute dal deprezzamento dell’euro, le esportazioni dei prodotti agroalimentari italiani migliorano invece la perfomance già positiva dei mesi precedenti, con un solido più 7,1% nei primi 5 mesi dell’anno….

Da segnalare il contributo particolarmente positivo dell’agricoltura che avanza all’estero dell’11,8% a fronte di un incremento più contenuto dell’industria alimentare (+6%)…” Questi dati sono riferiti, però, al confronto con il 2014 che si era chiuso con un meno 1,65% sul 2013 per l’export del settore primario (in cui il settore primario per uso alimentare riportava un meno 1,54 %) e con un più 0,69 per le importazioni ma con un più 1,63% per l’importazione di prodotti per uso alimentare del settore primario. Per l’industria agroalimentare, il 2014 si era chiuso con un più 2,89% sul 2013 per l’export, mentre le importazione avevano realizzato una crescita del 4,38% sul 2013 (Federalimentare Servizi srl )

L’industria agroalimentare italiana ha molte caratteristiche, decantate dalla mitologia del made in Italy, tra cui quella di essere effettivamente poco “italiana”. Sulle 114 grandi Industrie alimentari, delle bevande e del tabacco (con oltre 250 addetti, cfr. mappe presentate precedentemente) nel nostro paese (ISTAT, 2015), 27 sono a controllo estero (“multinazionali”) e 87 sono a controllo nazionale. Le multinazionali nell’agroalimentare, pur rappresentando solo lo 0,3% dell’imprese (183 in totale, comprese quelle di dimensione più ridotta), realizzano il 14 % del fatturato totale, il 14,2% del valore, il 17,3 % degli investimenti in ricerca ed innovazione ed occupano 30.600 addetti (ISTAT, 2013), pari al 7,1% degli addetti. Nel 2013 hanno fatturato circa 18 miliardi di euro. I loro scambi all’interno dello stesso gruppo rappresentano il 71,8% dell’export totale delle Industrie alimentari, delle bevande e del tabacco “italiane” (ISTAT, anno 2013). Forse qui è celata la performance delle esportazioni agroalimentari italiane? Sostenere l’export agroalimentare rafforzerà le multinazionali del settore presumibilmente a scapito della PMI italiana ancora esistente. Vediamo, allora, quali sono le multinazionali estere nell’agroalimentare italiano. Le multinazionali estere in Italia Fonte: ISTAT – Rilevazione sulle attività delle imprese a controllo estero residenti in Italia; Rilevazione sul sistema dei conti delle imprese; Frame SBS integrato con la rilevazione sulle piccole e medie imprese e sull’esercizio di arti e professioni; Indagine sulla ricerca scientifica e lo sviluppo sperimentale, Cessioni e acquisti di beni nell’ambito dei paesi Ue; Commercio speciale export/import extra Ue. 30 | P a g e Questo e’il quadro attuale della presenza delle multinazionali estere nelle imprese in Italia, secondo i paesi di residenza dell’ultimo controllante e in ordine di quota di valore aggiunto.

Anche la Coldiretti se ne occupa e scrive: “..I grandi gruppi multinazionali ….investono invece nell’agroalimentare nazionale perché, nonostante il crollo storico dei consumi interni, fa segnare il record nelle esportazioni grazie – conclude la Coldiretti – all’immagine conquistata con i primati nella sicurezza, nella tipicità e nella qualità…” (CCDD. 25 marzo 2015) Allora le povere imprese italiane si fanno mangiare dalle cattive multinazionali? Che cosa è il “made in Italy” fatto da imprese che debbono produrre secondo “private standard” adeguati al mercato globale? Qual è la differenza fra un “falso” prosciutto italiano fabbricato in Canada e un “vero” prosciutto dal nome italiano fabbricato da una multinazionale per il mercato globale? In questo panorama a mio giudizio sembra ancor più grave della “non italianità” di un’impresa o di un prosciutto made in Italy l’arrivo importante dei fondi d’investimento nel capitali delle industrie agroalimentari del nostro paese. Vale la pena di riportare brani e tabelle di un ben documentato articolo dal titolo “Le aziende vendono o si aprono alla finanza per crescere ed esportare. Ecco tutte le operazioni” di Fabrizio Patti (24 Febbraio 2015 – 13:45 – http://www.linkiesta.it/it/article/2015/02/24/la-finanza-ora-si-mangia-il-cibo-italiano/24813/) “.. Tra il 2012 ed il 2015 sono 24 ingressi di fondi di investimento (italiani e stranieri) e 20 acquisizioni da parte di operatori stranieri. Tra le prime la più nota è l’acquisizione del 20% della catena di negozi di “alti cibi” Eataly (fondata da Oscar Farinetti) da parte di “Clubitaly S.r.l.”, un fondo guidato da Tamburi Investment Partners. …. Ma c’è anche l’investimento nel capitale di Inalca (l’azienda del gruppo Cremonini che lavora le carni) da parte di IQ Made in Italy Investment Company, una joint venture tra il Fondo Strategico Italiano (di Cassa depositi e prestiti) e Qatar Holding, ….

Ha fatto parlare anche l’acquisizione, in questo caso per l’80% del capitale, di Nuova Castelli, uno dei primi operatori del Parmigiano Reggiano, da parte dell’inglese Charterhouse Capital Partners: con 300 milioni è stato l’intervento maggiore degli ultimi anni nel comparto. …, gli investimenti della famiglia Benetton nel vino (attraverso 21 Investimenti), quelli della famiglia Marzotto nella celebre gastronomia milanese Peck. …Tra gli operatori industriali stranieri, tra le acquisizioni basta fare tre nomi: Riso Scotti (dove però la quota si ferma al 25%), Pernigotti e la Pasta Garofalo di Gragnano. … «I numeri delle acquisizioni sono importanti e sono destinati a mantenersi su livelli elevati anche in futuro – dice Manuela Geranio, ricercatrice del Dipartimento di Finanza dell’Università in Bocconi -. …”…., un’altra è Nuova Castelli, acquisita da un private equity internazionale…” Secondo alcuni «Il settore agroalimentare non è compatibile con i tempi dei fondi di investimento intesi all’anglosassone, che hanno rendimenti attesi a due cifre, se non al 30% – commenta Carlo Piana, head of corporate credit risks presso Crédit Agricole, la banca che in Italia controlla Cariparma, nel cuore della “food valley” italiana, Friuladria e Carispezia -. Noi come Crédit Agricole pensiamo di restare nelle aziende target nel medio-lungo termine, circa 8-10 anni. Io, che vengo da una famiglia di agricoltori, non credo nei ritorni rapidi, anche perché le aziende agroalimentari in cui entrano i fondi sono spesso mature. In questo caso più che private equity bisognerebbe chiamarlo capitale di sviluppo».

CONCLUSIONI. – Le risorse e le politiche pubbliche messe a disposizione del sostegno all’esportazioni agroalimentari italiani saranno a vantaggio di imprese multinazionali, imprese di grandi dimensione e dei fondi di investimento che stanno accaparrandosi queste imprese, visto che il sistema bancario non le sostiene. Quanto è diversa una grande impresa “italiana” da una multinazionale? – L’arrivo dei fondi d’investimento nel settore agroalimentare rende le imprese più fragili, i fondi operano nel breve termine ed alla ricerca di rapidi e crescenti profitti pronti ad abbandonare l’impresa se le cose non vanno secondo le loro aspettative. Questo aumenterà la pressione verso il basso dei prezzi pagati alla produzione agricola. Va ricordato anche che i fondi di investimento possono anche speculare al ribasso; – L’industria agroalimentare italiana, non più italiana è caratterizzata da un piccolo numero di imprese di grandissima dimensione concentrate in due regioni, spesso hanno capacità finanziarie e liquidità necessarie a competere sul mercato mondiale. Perché il governo intende finanziarle? – La dispersione su tutto il territorio nazionale di una miriade di piccole e piccolissime imprese agroalimentari può essere una risorsa per l’economia dell’agricoltura contadina? – Le imprese alimentari e l’indotto occupano circa 400.000 addetti: possiamo ignorare questa realtà? Gli operai non sono solo consumatori. E’ possibile un dialogo con il movimento contadino? – Malgrado le politiche di contrasto messe in campo dal governo e dalle organizzazioni di rappresentanza, l’agricoltura contadina resiste in termini di aziende, addetti e giornate di lavoro. La necessità crescente di identificare sbocchi economici capaci di assicurare una remunerazione al lavoro che permetta una vita degna ai contadini ci obbliga a cogliere le opportunità che la crisi 38 | P a g e attuale può offrirci (riorganizzazione della GDO, crisi della rappresentanza, crisi ecologica, etc) e discuterne tra organizzazioni locali per ottenere cambiamenti radicali del quadro normativo e delle politiche, almeno a livello locale (Regioni e comuni). – La rappresentanza e la capacità di organizzarsi autonomamente del movimento contadino in Italia. Un problema non più rinviabile. “…questi uomini non vivono più per la lotta delle classi, non sentono più le stesse passioni, gli stessi desideri e le stesse speranze delle masse: tra loro e le masse si è scavato un incolmabile abisso, l’unico contatto tra loro e le masse è il registro dei conti e lo schedario dei soci. ..Questi uomini non vedono più il nemico nella borghesia, lo vedono nei comunisti; hanno paura della concorrenza, sono capi divenuti banchieri di uomini in regime di monopolio, ed il minimo accenno di una concorrenza li rende folli di terrore e di disperazione…”. (da “Funzionarismo” di Antonio Gramsci) Antonio Gramsci attacca la CGL dichiarando la propria delusione e la propria rabbia in un articolo dal titolo “funzionarismo” che analizza con spietatezza la degenerazione dei gruppi dirigenti del sindacato ed il loro distacco dalle masse.

Antonio Onorati – STRALCIO DELLA RELAZIONE ASSEMBLEA ARI – 2016

Di questi temi se ne parlerà durante il Forum del lavoro bioregionale sostenibile e successiva Festa dei Precursori che si tengono a Treia dal 23 al 25 aprile 2016: https://circolovegetarianotreia.wordpress.com/2016/02/21/invito-di-partecipazione-al-forum-sul-lavoro-bioregionale-sostenibile-previsto-a-treia-il-23-aprile-2016-con-approfondimenti-il-24-ed-il-25-aprile/

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