Archivio della Categoria 'Compagni di viaggio'

LETTERA D’ADDIO di GABRIEL GARCÌA MARQUEZ

“Ho imparato così tanto da voi, Uomini… Ho imparato che ognuno vuole vivere sulla cima della montagna, senza sapere che la vera felicità sta nel come questa montagna è stata scalata.” (Gabriel Garcia Marquez)

………

Sentii parlare di Garcìa Marquez per la prima volta nel 1975. Ero imbarcato su un mercantile che si recava in Brasile/ Uruguat/ Argentina a caricare la carne e i gamberoni brasiliani. Avevo un collega che mi parlava spesso di un romanzone dal titolo “Cento anni di solitudine” .

Subito non ci pensai molto anche perché entrava in un argomento che non conoscevo.

Fu solo diversi anni dopo che cominciai a interessarmi del Colombiano . Sopratutto dopo aver visto il film ” Cronaca di una morte annunciata” di Rosi, tratto appunto da un altro libro di Marquez. Da allora lo seguii sempre, lessi diverse sue opere. Puo’ sembrare strano ma i “100 anni ” fu tra gli ultimi che lessi.

Parallelamente, gia da tempo avevo iniziato a scrivere dei racconti ambientati in Venezuela, il cui primo fu ” L’ AmeriKano” ( che cominciai a scivere alla fine del ‘75 in navigazione, ma che venne pubblicato solo molti anni dopo da “Progetto SiderurgiKo di Rio Nero(PZ)) , nulla in comune con il film di Costa – Gavras ) a cui segui’ ” Los Empleados” ( gli Impiegati), una sorta di raccontini “fantozziani” ambientati nello stesso paese sud-americano . Fino infine al piu’ “fortunato” “Dona Pamela & Altri Racconti” che venne stampato nel 1993 per i Mille Lire di Stampa Alternativa e oggi esaurito .

Per la verità tutti i miei racconti “venezuelani” erano in realtà trasposizioni di personaggi del Ponente Ligure, ambientati in Venezuela (tranne l’ impiegato “Vallejo” , che è una specie di “Fantozzi” , nella realtà residente a Torino, metropoli nella quale ho vissuto 32 anni) .

Operazione non nuova in fondo. Che cosa c’ era di piu’ genuinamente italo- meridionale nei paranoici killers ” messicani” e nordamericani dei film di Sergio Leone?

Anche in “Dona Pamela” i miei personaggi vennero definiti ” una specie di corte dei miracoli ” , falla scrittrice e poetessa vercellese Fryda Rota e non a torto. Oggi lo scriverei con piu’ attenzione e impegno. Ma a volte la premura di scrivere ti impedisce di riflettere .

Ma tornando al nostro Marquez( che reputo il principale autore sudamericano del XX secolo, forse ancor piu’ di Amado, di Scorza e di Onetti) egli nacque in Colombia nel 1928( aveva percio’ compiuto da poco 86 anni). Era stato per tanti anni corrispondente a Caracas per un quotidiano colombiano come narra in un suo libro autobiografico. Dopo giovanili simpatie liberali( in Colombia il Partito Liberale era quanto di costituzionalmente piu’ progressista esistesse, come dire i Laburisti in Inghilterra ) , si avvicinò al piccolo Partido Comunista nella cui area rimase per tutta la vita, stringendo solida amicizia con Fidel Castro .

Certamente non tutti i colombiani se la sentirono di ricorrere alla lotta armata, come aveva fatto, ad esempio, il prete Camilo Torres( verso il quale il Marquez aveva profonda ammirazione), caduto in combattimento con i “regolares” nel 1966, che alla lotta di classe aveva, epperò, unito anche quella per l’ indipendenza della Colombia, e non solo quella economica, politica e militare, ma anche quella culturale, quasi a poterlo considerare un “nazionalista rosso ” .

Confesso che talvolta dissentii dal Marquez, quando negli anni’ 80, per la Polonia, aveva preso le parti del governo di Jarulzesky contro la c.d. “Solidarnosch” , Walensa, Woithila e Raegan.

Oggi non lo farei piu’ . E non perché io sia una specie di adoratore del c.d. “socialismo reale” ( errori e orrori ce n’ erano, e anche tanti!), ma perché da una tal situazione si sarebbe potuti uscire in un altro modo( magari anche con una prassi non-dogmaticamente marxista!) e non certo con la restaurazione del potere capitalista, clericale, e filo-americano che poco per volta a portato in tutti i paesi dell’ Est europeo il LIBERI$MO $ELVAGGIO .

Altri successi del Marquez saranno “L’ amore ai tempi del collera” , ” Dell’ Amore e di altri demoni”, “Cronaca di un sequestro” (dedicato al narcotrafficante Pablo Escobar) .

Tirando le somme comunque scompare un insigne scrittore a cui devo molto per l’ ispirazione che mi ha dato. Un autore che ironizzava tutti gli aspetti piu’ tragici della vita, mettendoci quel senso dell’ humor, forse un briciolo sarcastico, che è tipico di molti sud-americani.

Ricordiamolo dunque…

J. Donoso C.

…………………………..

Se Dio

Se Dio, per un istante, dimenticasse che sono un pupazzetto di stoffa e mi donasse un pezzo di vita, probabilmente non direi tutto quello che penso, ma in fin dei conti, penserei tutto quello che dico.

Darei valore alle cose non per quanto valgono, ma per quello che esprimono .

Dormirei poco, sognerei di più, capendo che per ogni minuto in cui chiudiamo gli occhi perdiamo sessanta secondi di luce.

Andrei quando gli altri si fermano, mi risveglierei quando gli altri si coricano.

Ascolterei quando gli altri parlano e… come saprei godermi un buon gelato al cioccolato!

Se Dio mi facesse dono di un ritaglio di vita vestirei senza fronzoli, mi butterei di pancia al sole, lasciando scoperto non solo il mio corpo, ma pure la mia anima.

Dio mio, se io avessi un cuore, scriverei il mio odio sul ghiaccio e attenderei così l’arrivo del sole.

Dipingerei con un sogno di Van Gogh, sulle stelle, una poesia di Benedetti; e una canzone di Serrat sarebbe la serenata che offrirei alla luna.

Annaffierei con le mie lacrime le rose, per sentire il dolore delle loro spine, e l’incarnato bacio di quei petali…

Dio mio, se io avessi uno scampolo di vita…

Non lascerei passare un solo giorno senza dire alla gente che amo che la amo. Ad ogni donna e ad ogni uomo farei capire che sono loro i miei prescelti e vivrei innamorato dell’amore.

Agli uomini dimostrerei che sbagliano quando pensano che uno smette di innamorarsi perché invecchia, ignorando che uno invecchia proprio perché ha smesso di innamorarsi!

A un bambino darei le ali, ma lascerei che da solo imparasse a volare.

Ai vecchi insegnerei che la morte non è fatta di vecchiaia, ma di oblio.
Tante cose ho imparato, da voi uomini…

Ho imparato che tutti quanti vogliono vivere sulla cima della montagna, senza capire che la vera felicità sta nel modo di salire quel pendio.
Ho imparato che quando un neonato afferra col suo piccolo pugno, per la prima volta, il dito di suo padre, lo fa per sempre.

Ho imparato che un uomo ha il diritto di guardare un altro uomo dall’alto in basso soltanto quando si appresta ad aiutarlo a rialzarsi.
Sono tante le cose che ho potuto imparare da voi, ma in verità di poco mi serviranno, perché quando mi metteranno dentro quella valigia starò, infelicemente, già morendo.

Dì sempre quel che senti e fa quello che pensi.

Se sapessi che oggi è l’ultima volta che ti vedrò dormire, ti abbraccerei forte e chiederei al Signore di poter essere il guardiano della tua anima.
Se sapessi che è questa l’ultima volta che ti vedrò uscire da quella porta, ti darei un abbraccio, un bacio e ti chiamerei poi indietro per continuare a darteli.

Se sapessi che questa è l’ultima volta che sentirò la tua voce, registrerei ognuna delle tue parole per poter ascoltarle una e un’altra volta, all’infinito.

Se sapessi che sono questi gli ultimi minuti che mi restano per guardarti, ti direi “ti amo”, senza pensare, scioccamente, che tu lo sai da sempre.
C’è sempre un domani e la vita di solito ci offre la possibilità di rifare ogni cosa per bene, ma se mi sbagliassi e l’oggi fosse tutto quanto ci rimane, mi piacerebbe dirti questo, che ti amo, e che non mi riuscirà di dimenticarti.

Nessuno, vecchio o giovane, ha il domani assicurato. Oggi potrebbe essere l’ultima volta che vedi coloro che contano per te.
Per questo non aspettare, fallo ora , perchè se quel domani infine non arriva, rimpiangerai il giorno in cui non trovasti il tempo di un sorriso, un abbraccio, un bacio; troppo occupato per concedere alla vita la sua ultima grazia.

Tieni coloro che ami vicino al cuore, sussurragli all’orecchio che hai bisogno di loro, amali, trattali bene, e trova del tempo per dire “mi dispiace”, “scusami”, “ per favore”, “grazie” , voglio dire, tutte quelle parole d’amore che hai in grembo.
Nessuno ti ricorderà per i tuoi pensieri segreti. Chiedi la forza e la saggezza per esprimerli. Dimostra ai tuoi amici quanto tieni a loro.

Gabriel García Márquez
(Trad. di M. F.)

Commenti disabilitati

Viterbo – Il Bullicame e l’acqua santa che cura papi, partorienti e prostitute….

Chi non conosce le nostre terapeutiche acque del Bullicame si domanda spesso: “A cosa fanno bene queste acque?”.

Ritengo utile fare conoscere a tutti, le qualità di queste nostre acque terapeutiche.

La prima qualità riconosciuta universalmente, è che esse sono il rimedio elettivo per l’igiene dell’apparato genitale femminile.
Non per niente quando Dante passò dal Bullicame nel 1300, trovò le “peccatrici” presso la fonte del Bullicame.

In un periodo in cui solo i Papi potevano permettersi un medico, e spesso venivano curati con salassi e sterco di piccione triturato, le nostre peccatrici avevano trovato il sistema per mantenere la loro igiene intima, avvalendosi gratuitamente dell’acqua del Bullicame.
Ci sono donne di Viterbo (che io conosco) che sono riuscite a rimanere incinta, dopo aver effettuato un ciclo di irrigazioni con questa acqua.

Adesso vi dico l’uso che ne faccio io.

Una volta a settimana io mi immergo (a digiuno) in queste acque, (presso la vasca a ridosso della “callara” del Bullicame), e faccio un bel bagno caldo della durata di circa un’ora.

Rimanendo immersi in acqua con temperatura superiore a quella corporea, il nostro fisico emana molto sudore, attraverso i pori della pelle. E’ una emissione dolce, che si produce senza alcuno sforzo e espelle tutte le tossine che il corpo ha accumulato.

Poi vado presso la fonte e mi faccio diversi sciacqui in bocca. Questa pratica serve a mantenere l’igiene del cavo orale e a serrare i denti nelle gengive.

Dopo aver fatti gli sciacqui, sputo la stessa acqua nel cavo della mano, poi la “bevo” con il naso. Prima una narice e poi la seconda. Questa pratica si chiama doccia nasale e vale per 100 inalazioni. Libera dal muco tutti i seni nasali, e dona una respirazione migliore.

L’acqua del Bullicame è ricca di zolfo, perciò pulisce le pelli grasse e le rende lisce come la seta. Chi ha la pelle secca, dopo il bagno, dovrà provvedere a spargere sul suo corpo della crema idratante.

Chi ha la pressione bassa, dovrà provvedersi una bottiglia d’acqua e berla anche durante il bagno. Ciò eviterà che la pressione si abbassi troppo.

Fare un bagno terapeutico termale, è sempre consigliato. Esso è un vero toccasana per il mantenimento della nostra salute.

Giovanni Faperdue
info@ilbullicame.it

Commenti disabilitati

Avventure di viaggio – Quando lo straordinario diventa ordinario nella terra d’India

In quel periodo abitavo sopra Kasol, in Parvati Valley, Himachal Pradesh.
Kasol era un piccolo centro, poco più di un agglomerato di qualche casa sulla strada che da Kulu portava a Manikaran, costeggiando il Parvati, il fiume che dà il nome alla valle di Parvati, moglie di Shiva. Eravamo pochi europei che in quel tempo avevamo casa a Kasol, credo non raggiungessimo nemmeno una decina di persone, ed eravamo tutti uomini dell’Himachal, quasi invisibili, con le nostre giacche in lana, il Topi in testa ed una coperta sulle spalle. In quegli anni quasi nessuno di noi sapeva se sarebbe tornato in Europa, qualcuno aveva venduto il passaporto e i più avevano il visa scaduto o contraffatto.

Scendevo in paese a fare spese e amavo sedermi al ciai shop principale, dove oltre che ad un ottimo ciai, servivano delle deliziose Parontha, una sorta di focaccia fatta da un chapati imbottito di patate e verdure, e altre tipiche prelibatezze. Inoltre al ciai shop incontravi sempre qualcuno o quando si fermava l’autobus che arrivava strombazzando, arrancando lento e colorato sulla stretta strada di terra battuta, non sapevi mai chi poteva scendere. Poteva essere un sadhu o qualche viaggiatore diretto a Manikaran, o qualche local con cui, davanti ad un ciai caldo, avevi sempre qualcosa da raccontare, da vendere, da scambiare o da comperare.

Al ciai shop, ogni tanto scendevano a piedi anche gli uomini di Malana, un villaggio più in alto, dove non era facile arrivare, soprattutto perché i Malani non gradivano intrusi non invitati. Li riconoscevi subito, soprattutto per le caratteristiche scarpe che usavano: delle ciabatte di paglia intrecciata che lasciavano aperto il tallone. A quel tempo tutti noi fumavamo charas e la charas di Malana era la più ricercata e richiesta ed essere invitato a Malana per alcuni poteva aprire la possibilità di acquistare e rivendere ai turisti la first quality di quell’hashish che in quegli anni veniva venduto anche nei negozi del governo, oltre alla ganja e l’oppio.

Avevo fatto ritoccare da poco la data di entrata in India sul mio passaporto da alcuni amici sardi, molto abili in questo, maestri della scolorina e dell’inchiostro!!! Modificavano ogni cosa, ogni tipo di timbro governativo, artisti della grafica del tempo con casa-bottega!!! A quel tempo i computer erano pochi e rudimentali, entravi in India, un timbro con la data e via. Potevi sparire per anni o per sempre, diventando un cittadino inglese o americano, dopo aver acquistato un passaporto, dove applicavi la tua foto.

Molti erano i modi per sopravvivere, per mangiare e viaggiare. I soldi si cambiavano al black market, dove spuntavi molto di più del cambio ufficiale, soprattutto se avevi dollari in banconote da 50 o da 100, quelle da 20 te le pagavano meno. Anche i marchi tedeschi erano graditi. I travel chek venivano puntualmente venduti dopo averne dichiarato lo smarrimento, per ottenerne altrettanti dalla compagnia che pubblicizzava la restituzione degli assegni in caso di furto o smarrimento. E così si aveva il doppio dei soldi.

C’era chi come me, commerciava in artigianato e argento, per non parlare delle pietre dure semi preziose che facevo poi montare dagli artigiani.

Sicuro del mio passaporto “nuovo”, salii sull’autobus per Kulu, dove avevo ordinato delle variopinte Patù, le coperte in lana Merinos che le donne dell’Himachal Pradesh usano come vestito. Kulu a quel tempo era piccola e deliziosa e da lì partivano i vari bus per Manali o verso Dharamsala o Delhi. Non so perché, ma forse a causa di un fatto increscioso che era successo da poco, proprio lì, ma la polizia locale era particolarmente attenta e rompiscatole. Un europeo aveva accoltellato un indiano per una sciocca diatriba sulla proprietà di un giubbotto di jeans e fermavano facilmente gli stranieri.

Scesi dall’autobus e mi incamminai verso il Bazar e lì seduti davanti ad una bottega, due poliziotti mi guardarono, mi chiamarono, sorseggiando ciai e mangiando biscotti. Notai subito il vecchio fucile Lee Enfield cal 303 British appoggiato al muro, ed una Lati (canna di bambù) che tenevano in mano e che usavano con molta facilità con i locali. TUM MARA GAU KIA E’? quale è il tuo paese?, rispondo AM MARA GAU ITALY E’. PASS PORT PLEASE. Aprii la mia borsa, dove oltre al mio coltello nepalese, avevo il chilum, due tola di charas (20 gr), la Lotha per bere e qualcosa da mangiare.

Presi la borsina rajasthana dove tenevo il passaporto e glielo diedi. PLEASE SIR. Dentro, alla pagina del mio ultimo visa, avevo già messo 20 dollari. Aprirono il passaporto, presero i soldi, mi restituirono il documento: JAO BHAI (vattene)! Ringraziai nel mio cuore Shiva e velocemente andai a vedere le mie coperte. Non erano terminate, il lavoro a telaio è lungo.

Decisi di pernottare fuori Kulu, non mi sentivo sicuro nemmeno nei Guest House, troppa tensione nell’aria.

Vidi il fuoco di un Duni vicino ad un piccolo tempio tra gli alberi. Mi avvicinai e trovai un gruppetto di saddhu intento alla preparazione del cibo. Salutai, mi inchinai e chiesi loro di poter passare la notte lì, vicino al fuoco sacro. Non mi risposero subito, ma al cenno di uno di loro, seduto davanti al tempio, mi dissero: ATCHA BHAI, BETO (va bene siediti). Per contraccambiare offrii qualche chilum di charas, che ogni Shivaita apprezza. Un grande piatto con riso e dhal venne appoggiato per terra e usando dei pezzetti di chapati come cucchiaio, ne mangiammo tutti.

Il Saddhu seduto davanti al tempio, ogni tanto lanciava dei bocconi sul tetto. Lo guardai stupito e chiesi al più giovane il perché. Mi rispose che stava offrendo il cibo a suo fratello che era sul tetto del tempio. Ma io non vedevo anima viva… Guardai bene il Saddhu dalla carnagione scura, il suo corpo ricoperto di cenere, i lunghi capelli intrecciati e raccolti sulla nuca, mai tagliati, una lunga collana di rudre al collo, le unghie spezzate… lo guardai e notai che il bianco dei suoi occhi, stava per diventare rosso e le sue pupille come fessure oblunghe, gialle…

Continuava a gettare cibo sul tetto del tempio. Un rumore ed apparve eretto, un Cobra, dagli occhi del medesimo colore di quell’uomo.

Effetto della charas? Forse, o forse no. In India ho visto Saddhu nudi sulla neve, in meditazione, scioglierla con il calore del corpo…

BOM SHIVA SHAMBO SHANKAR SHANTI PARVATI CHARSI CABINA MARSI ALEEK BOOM CILUM.

Fabrizio Prata

Commenti disabilitati

Treia, 16 e 17 marzo 2014 – San Patrizio è il festeggiato…

Gironzolando per le vie di Treia ho visto affissi i manifesti che annunciano l’annuale festeggiamento del suo “nume” tutelare: San Patrizio.

Le cerimonie religiose e mondane si svolgono il 16 e 17 marzo e comprendono vari eventi. Così ancora una volta il popolo ha occasione di ritrovarsi unito, in una sagra, e di sentire la protezione che viene dall’alto. Quest’anno la benedizione celeste è particolarmente richiesta poiché il governo della città non è nelle mani di un sindaco eletto dal popolo bensì nelle cure di un commissario prefettizio che porta avanti gli affari generali (a seguito alle dimissioni della precedente giunta comunale). Per avere un nuovo sindaco la città di Treia dovrà attendere le elezioni amministrative di maggio, nel frattempo la popolazione è strattonata a destra ed a sinistra da vari pretendenti, per fortuna almeno San Patrizio è per tutti!

La mitologia treiese è ricca di “presenze” che suggeriscono un legame fra Treia e le culture ariane. In primis il nome della città (da un termine indoeuropeo) che suggerisce l’origine da una società matristica (Atreya in sanscrito è il nome della santa madre di Datta il maestro primordiale), forse questa la ragione per cui è ancora vivo il culto per la Madonna Nera (di cui una statua di cedro è conservata nella Chiesa di Santa Chiara).

C’è inoltre il collegamento con la Dea Freya di origine celtica della quale sono stati trovati simboli in forma di cinghiale durante gli scavi per la costruzione della chiesa del SS. Crocifisso.

Il cinghiale (o maiale) è da sempre un emblema della Dea Madre, in tutte le culture matristiche, sin del neolitico. Il collegamento con la cultura ariana sarebbe confermata anche dalla misteriosa scelta del patrono protettore della città: San Patrizio, il britanno-romano che convertì l’Irlanda al cristianesimo.

Qualche leggenda sulla scelta del patrono.

Narra un vecchia leggenda popolare che i cittadini treiesi non avendo un proprio santo da festeggiare, per conquistarsi i favori di un patrono, decisero di affidarsi alla cabala: misero in un bussolotto tanti bigliettini su cui erano scritti i nomi di tutti i santi cattolici. All’estrazione uscì il nome di San Patrizio, ma il santo così poco popolare e soprattutto di una così lontana cultura non fu proprio gradito, per cui si decise di rifare l’estrazione. Ma il destino volle che uscisse ancora una volta il nome del santo irlandese. “Se Dio vuole così, così sia”.

San Patrizio non è venerato particolarmente in alcuna chiesa locale, anche se una sua statua lignea risulta essere conservata alla periferia del paese, dove c’è la chiesa del Santissimo Crocifisso, una costruzione de primi del ‘900, che presenta nelle sue pareti esterne un’infinità di immagini, sculture ed ex voto provenienti da un preesistente tempio romano dedicato ad Iside.

Paolo D’Arpini

Commenti disabilitati

Alex Zanotelli: “Pace e bene sulla terra, no ad un’altra guerra”

Non possiamo rimanere in silenzio davanti al pericolo di un’altra guerra, stavolta in Ucraina, che potrebbe riaprire lo scontro tra Est e Ovest, tra Russia e NATO.

Non vogliamo entrare su come siamo arrivati all’attuale crisi ucraina. Abbiamo un po’ tutti contribuito a questo disastro: gli americani come i russi, gli europei come la destra nazionalista filorussa o filoeuropea. La NATO ha giocato un ruolo notevole in questa storia, nella speranza di poter fare un altro passo importante nella sua espansione a Est. (Esattamente com’era successo nel 2008 per la Georgia nel Caucaso)
Questo permetterebbe alla NATO di puntare direttamente i suoi missili su Mosca. E’ un ghiotto bottino. E lo è anche per la UE, che ha offerto all’Ucraina un pesantissimo prestito del Fondo Monetario Internazionale, che legherà l’Ucraina al carro dei mercati finanziari dell’Occidente. Ma altrettanto enormi sono gli interessi della Russia sia in campo economico, ma soprattutto in campo militare(strategica in questo è la Crimea).

Per questo noi, uomini e donne di pace, non vogliamo stare né con Putin né con Obama né con Yanukovich né con i leaders della UE né con le milizie armate filorusse. E meno che meno vogliamo stare con la NATO che è il braccio armato della UE.

Non possiamo accettare alcuna soluzione militare alla crisi ucraina né da parte della Russia né della NATO.

Ci appelliamo alla diplomazia internazionale e a tutti gli uomini e donne di buona volontà a sbrogliare la matassa.

Noi solidarizziamo con il popolo ucraino perché trovi la strada per uscire da questa tragica situazione.

Per quanto è nelle nostre possibilità, da sperimentatori di percorsi di nonviolenza, ci organizzeremo per facilitare mediazioni tra gli attori in conflitto, specialmente a livello del dialogo di base.

L’Ucraina ha bisogno di ritrovare la coesione sociale e la pace.
Noi crediamo in un ‘Ucraina indipendente e sovrana, che stia in buoni rapporti con i Russi come con gli europei, contribuendo così alla pace e sicurezza di tutto il continente . E’ una questione vitale per il vecchio continente.

Fino a quando dobbiamo aspettare perché si realizzi il sogno biblico che:

“Giustizia e pace si scambiano il bacio” (Salmo 85)

Alex Zanotelli

Napoli, 4 marzo 2014

………………….

Integrazione di Alfonso Navarra (su sollecitazione di Alex Zanotelli)

Ottimo lavoro di Alex Zanotelli. Coglie nel segno, esprime la nostra identità di costruttori di nonviolenza e di pace mantenendo l’equilibrio tra ragioni e torti in drammatico intreccio e conflitto …

Sono pronto a firmarlo così come è.

Gli ho però fatto presente – se è d’accordo – che metterei un accenno al fatto che dovremmo pensare, noi del movimento per la pace, ad un nostro coinvolgimento più attivo che non il semplice auspicio che il popolo ucraino trovi da sé la strada per sbrogliare la matassa.
Bisogna evitare, da una parte, il “colonialismo” dei CCP, ma anche l’indifferenza e l’inazione rispetto a ciò che tutto sommato ci riguarda, da donne e uomini di pace, aderenti all’”internazionale dei diritti umani (e della Natura)”.

Ecco la frase che aggiungerei (e che Zanotelli saprà eventualmente esprimere meglio di me):

Per quanto è nelle nostre possibilità, da sperimentatori di percorsi di nonviolenza, ci organizzeremo per facilitare mediazioni tra gli attori in conflitto, specialmente a livello del dialogo di base.

La inserirei nella seguente posizione:

Noi solidarizziamo con il popolo ucraino perché trovi la strada per uscire da questa tragica situazione.
Per quanto è nelle nostre possibilità, da sperimentatori di percorsi di nonviolenza, ci organizzeremo per facilitare mediazioni tra gli attori in conflitto, specialmente a livello del dialogo di base.
L’Ucraina ha bisogno di ritrovare la coesione sociale e la pace.
Noi crediamo in un ‘Ucraina indipendente e sovrana, che stia in buoni rapporti con i Russi come con gli europei, contribuendo così alla pace e sicurezza di tutto il continente . E’ una questione vitale per il vecchio continente.

…………………………

Con l’adesione di Paolo D’Arpini del Circolo Vegetariano VV.TT.

Commenti disabilitati