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Benito Castorina ed il piano strategico bioregionale, per la bonifica dell’ambiente e per il recupero della biodiversità..

Care, cari,

ecco qui un bell’intervento di Benito Castorina, socio del Circolo vegetariano VV.TT e responsabile per l’agricoltura naturale della Rete Bioregionale Italiana. Egli ci ospiterà, nel suo podere del vetiver di Aprilia, all’Incontro Collettivo Ecologista del solstizio estivo 2012.

Questo sarà un appuntamento estremamente importante per riportare in luce quegli aspetti dell’ecologia profonda, del bioregionalismo del riabitare la terra in modo gentile e solidale, che in questo momento storico sono di assoluta necessità per riportare ordine nella civiltà umana, in condizione di degrado profondo…

Ma intanto leggete il piano strategico elaborato da Benito (P.D’A):

Caro Paolo D’Arpini,
sul Giornaletto di Saul mi fa piacere di trovare persone meravigliose che infondono serenità e simpatia, ma incontro anche coloro che non si rendono conto che tirando il fango sugli altri perlomeno si infangano la mano, altri che amano farsi del male come chi si lamenta dei cattivi italiani che nel 2008 hanno boicottato il “20 20 20”, cosa che non è. Così non sentendomi un cattivo italiano ed essendo uno che apprezza persone come te che da perfetto cronista riporti quanto giunge sul tuo desk citando le fonti, consiglio al simpatico anonimo di eco-news di fare altrettanto per evitare che quanto scrive sia inteso come una sua idea, qualcosa di cui si fa responsabile, che in assenza di riferimenti si basa sul nulla.

Tanto scrivo non per spirito polemico ma per l’amore ed il rispetto che ho per il mio Paese, che già martoriato da situazioni esterne ed interne non abbisogna di critiche che non merita, in quanto in quell’anno (2008), se ricordo bene, il nostro Governo nella persona del Ministro Frattini e forse anche di Scajola, chiedeva di alleggerire quelle richieste per quelle strutture che avrebbero comportato la chiusura di settori industriali strategici o il licenziamento di lavoratori in assenza di una graduale applicazione degli accordi programmati.

Io sono abituato quando non sono d’accordo con una Legge a rispettarla, ma allo stesso tempo mi attivo per modificarla e ce la metto tutta!.

Ringrazio comunque l’anonimo (forse solo per me) perché mi ha spinto a fare due salti sulla rete, così comincio col leggere il file greehouse-gas[1].pdf , che ti allego, caro Paolo, dal titolo: Greenhouse gas reductions in Germany and the UK – Coincidence or policy induced?
Poi mi collego tramite il link: http://unfccc.int/meetings/bangkok_mar_2008/meeting/6318.php che come altri della serie, consente di portarsi sul sito delle Nazioni Unite, poi con le frecce avanti e indietro di accedere ai reports di tutte le conferenze sui cambiamenti climatici tenute negli anni.
Scorro in su e in giù, ripasso anno dopo anno le principali notizie e decisioni, poi torno a leggere il file greehouse-gas[1].pdf dal titolo: Greenhouse gas reductions in Germany and the UK – Coincidence or policy induced?

A questo punto vado sul sito WWW.Pv-magazine.com e trovo un’articolo del 9 agosto 2011, di John Stevens, Presidente della Luvata Appleton LLC, (http://www.pv-magazine.com/opinion-analysis/blogdetails/beitrag/why-wont-the-us-live-up-to-its-pv-potential_100003843/), il quale scrive, che l’industria del fotovoltaico negli anni 90 era dominata dai giapponesi e che poi si era spostata in Europa, in particolare in Germania, ed ammira quanto abbiano saputo giocare bene i mercati in Europa col discorso degli incentivi e il fotovoltaico sui tetti e gli piacerebbe se gli americani che poi sono quelli che hanno ceduto i brevetti sfornati dal MIT alle grosse industrie americale quali la First Solar, Inc. (FSLR), la Opel Solar, Inc. (Opel), ecc.e in Europa inizialmente ai tedeschi, seguissero la stessa strada…. A questo punto mi sovviene che il Governo Tedesco con l’emanazione della legge sulla energia rinnovabile, [( Erneuerbare-Energien-Gesets, (EEG)], entrata in vigore nel 2000 determinò per i tedeschi un risveglio delle forze, la scintilla iniziale di quel colossale sviluppo dell’industria per l’energia rinnovabile, che portò in seguito gli italiani a diventare i venditori dei prodotti tedeschi, sull’eco monotona di queste parole… mi addormento.

Mi addormento e sogno di essere a colloquio con Stevens il quale è convinto e nutre la speranza che gli americani capiscano che adottando sistemi come gli incentivi a favore di chi installa i pannelli fotovoltaici sui tetti e/o altri mezzi di persuasione, potrebbe verificarsi un’esplosione dell’industria del fotovoltaico e un recupero di immagine degli USA, colpevole di alimentare col carbone il 50% delle centrali elettriche, si potrebbe replicare il lancio incredibile verificatosi in Germania.
A questo punto gli dico che non capisco e lui si mette a ridere e si meraviglia perché non ho ancora capito che gli inglesi d’accordo con gli americani ed i tedeschi avevano fatto un piano strategico per risollevare le loro economie in crisi. Il piano consiste nello sfruttare il “perbenismo” di paesi come il Portogallo, l’Irlanda, la Grecia e la Spagna e la smania di protagonismo dell’Italia, come strumenti di persuasione per condurre una campagna di risanamento ambientale che partendo dall’Europa grazie all’effetto domino contamini tutto il mondo per la realizzazione degli obiettivi del protocollo di Kyoto: nasce così il piano industriale che poi diventerà l’obiettivo europeo espresso con la terna numerica 20 20 20.

La fretta e la globalizzazione sono i catalizzatori dell’operazione, l’una perché, guarda caso sul mercato ci sono pronti i pannelli solari, che non richiedono fatica e producono vantaggi economici a chi li commercia ma molto di più a chi li produce (la potente industria fotovoltaica tedesca formata da giganti come Ferrostaal, Stadtwerke Trier (SWT), Jung & Willenbacher (JUWI) , Siemens, ecc. l’altra spinge le piccole e medie imprese dei Paesi, che poi verranno unificati sotto l’acronimo PIGS, ad internazionalizzarsi e quindi indebitarsi e per poi fallire per aver seguito gli indirizzi dell’UE e dare così spazio alle multinazionali, alle multiproprietà, alle multi…portando danari ai mercati inglesi, americani e tedeschi alla corte dei quali si accodano da perfetti cortigiani i francesi per raccattare qualche briciola e fanno il gioco della Germania ridendo insieme e chiamando porci (pigs) i paesi di cui compreranno con pochi spiccioli siti archeologici, opere d’arte, ecc. tranne la democrazia perché gli è stata tolta da tempo.

A questo punto mi sveglio e sono felice di trovarmi in mezzo al mio vetiver e dal momento che non sono complottista mi faccio una risata per coprire la brutta sensazione provata. Appunto provata.

Non si può parlare di pace sin quando non ci saranno pari opportunità per i Popoli e non si potrà parlare di democrazia sin quando non ci saranno pari opportunità per le persone.

Più o meno in buona fede si manifesta per la pace e per la democrazia e ci si lava la coscienza mandando qualche spicciolo ai bimbi che muoiono di fame… uno … due… tre… le ONG, con la loro missione di raccolta di fondi, nel migliore dei casi, fanno la stessa funzione del prete che confessa e toglie i peccati.

Occorre un piano strategico a lungo termine, una presa di coscienza dello stato del pianeta e sulle condizioni dei suoi abitanti, comunque a tempo da determinare come si è fatto per la bonifica dell’ambiente e per il recupero della biodiversità, per superare l’attuale ipocrisia, per superare tutte le disuguaglianze, per inserire nel piano ogni essere ed ogni organismo vivente, nessuno escluso, trovando nell’unità, l’uscita, il successo.

Vogliamoci bene, un abbraccio, Benito Castorina

…………….

Di questo argomento se ne parlerà durante l’Incontro Collettivo Ecologista, previsto ad Aprilia (Latina) dal 22 al 24 giugno 2012
Info: circolo.vegetariano@libero.it

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2012, i Maya, l’Ungheria, Celestino V°, le banche… ed i vaticini di Gianluca Freda

Leggendo i quotidiani in questi primi giorni dell’anno della fine del mondo (se a fine 2012 scopriremo che i Maya avevano esagerato in pessimismo coi loro vaticini, bisogna però dargli atto fin da ora che ci si erano avvicinati parecchio) mi imbatto in notizie buone e cattive.

Prima le cattive.

I morti e i feriti da botti di capodanno sono drasticamente diminuiti a causa dei divieti di sparacchio celebrativo imposti in numerose città italiane. Questo è un vero peccato. L’ecatombe pirotecnica di imbecilli annualmente generata dal gioioso abuso di botte a muro, raudi fischioni e siluri di Maradona era per me un ritemprante appuntamento con l’eroica resistenza della selezione naturale, improvvidamente abrogata dalle politiche sociali e sanitarie. Era un’occorrenza gaudiosa, la lieta novella del drastico assottigliarsi della schiera nazionale di mentecatti terminali, che periodicamente mi riconciliava col mondo, mi permetteva d’iniziare il nuovo anno in bellezza e di digerire il cenone di San Silvestro tra frizzanti flatulenze. Quest’anno, purtroppo, pare che i deficienti morti schiattati siano soltanto due. Uno a Roma, che ha fatto saltare in aria l’intero appartamento nella comprensibile foga di festeggiare le rutilanti prospettive politiche ed economiche che il nuovo anno porta al nostro paese. Si può perlomeno consolarsi pensando che, se il numero di coglioni che accedono alle praterie di Manitù per autodeflagrazione si è tristemente ridotto, la loro qualità va però crescendo costantemente. Un altro è defunto a Casandrino, in provincia di Napoli, raggiunto da un proiettile vagante mentre, in piena notte, modulava una sinfonia per mefisti e tricchetracche bighellonando per le strade della camorra. Unica nota positiva: i mutilati e gli straziati nella carne restano pur sempre un numero cospicuo, nell’ordine delle centinaia. Fra essi – come c’informa “Repubblica, con la lacrima al ciglio – vi sono anche “76 bimbi”, cioè 76 figli, nipoti e bisnipoti di cerebrolesi, probabili cerebrolesi futuri, che dovranno trascorrere l’eventuale tempo che gli resta da vivere con una dotazione di mignoli, pollici, arti ed organi di varia natura inferiore al limite di legge. Ciò è un bene. La privazione, anche anatomica, del pollice opponibile contribuirà a renderli più facilmente riconoscibili.

Veniamo alle buone notizie, che quest’anno sono veramente clamorose.

Viktor Orbán, il promettente premier ungherese al quale, qualche tempo fa, avevo già dedicato un post di entusiastica ammirazione, ha deciso stavolta di superare se stesso. Dopo aver buttato fuori a calci il FMI dal proprio paese, dopo aver tagliato gli emolumenti dei dipendenti pubblici, a partire dai banchieri, dopo aver ridotto di 9 punti la tassazione per le aziende, dopo aver vietato i mutui in valuta straniera che facevano concorrenza a quelli in valuta nazionale, sentite un po’ cos’altro ha fatto questo folle.

Sfruttando la maggioranza schiacciante in Parlamento conquistata dal suo partito (Fidesz) nelle ultime elezioni, e fregandosene del ricatto di FMI ed UE, che adesso minacciano di bloccare i prestiti al suo paese e di trascinarlo alla Corte Europea di Giustizia, Orbán ha imposto – trema la penna nello scriverlo – la quasi-nazionalizzazione, di fatto, della Banca Centrale Ungherese. Le nuove leggi varate dal Parlamento hanno tolto al presidente della banca centrale, Andras Simor, il diritto di nominare i suoi vice; hanno aumentato da sette a nove membri i componenti del Consiglio Monetario (che decide, tra l’altro, l’entità dei tassi d’interesse) attribuendo maggior peso ai membri di nomina governativa, passati da due a tre; hanno creato un’apposita posizione per un terzo vicepresidente (anch’esso di nomina governativa). Inoltre, grazie alla maggioranza dei due terzi (assai abbondanti) che può vantare in Parlamento, Orban ha varato una serie di riforme costituzionali (ben sette, finora) l’ultima delle quali prevede la fusione della banca centrale con l’autorità di vigilanza sui mercati finanziari, il che implica la possibilità di scavalcare il governatore della banca centrale nelle decisioni più rilevanti.

Inutile dire che Standard & Poor’s e Moody’s si sono affrettati ad abbassare il rating ungherese a livelli da quarto mondo, come sempre si fa con i recalcitranti che si vuole ricondurre all’obbedienza, strillazzando la solfa consueta, secondo la quale tali misure “restringono le prospettive di crescita economica del paese”. E’ noto che solo lo strozzinaggio di FMI e BCE è in grado di garantire una crescita economica degna di questo nome, come Italia e Grecia sono lì a dimostrare. Orbán non si è lasciato intimidire. “E’ una moda europea quella di tenere le banche centrali in una posizione di sacra indipendenza”, ha dichiarato alla stampa. “Nessuno può interferire con l’attività legislativa ungherese, nessuno al mondo può dire ai rappresentanti eletti dal popolo ungherese quali leggi approvare e quali no”. Poffarbacco. Non crederà mica, questo demente, di dar vita ad una nazione sovrana e monetariamente autonoma in un continente di sguatteri degli Stati Uniti? Non crederà mica sul serio che “democrazia” significhi rispettare la volontà degli elettori andando contro i diktat della BCE? Perché non obbedisce e se ne sta buono, come fanno tutti, a partire dal nostro farfugliante e reverente inquilino quirinalizio?

Pare che invece Orbán a queste fole creda davvero. Le misure di semi-nazionalizzazione della banca centrale sono solo la punta dell’iceberg. Qui le buone notizie si fanno gustose davvero.

Il parlamento ungherese, per reagire alle misure punitive europee e al fallimento dell’asta dei titoli di stato tenutasi nei giorni scorsi, ha nazionalizzato 10 miliardi di euro di fondi pensione privati.

Ha imposto alle banche di ripagare, con proprio capitale, parte dei debiti contratti in valuta estera, a partire dai mutui.

Ha spodestato il capo della Corte Suprema, Andras Baka, sostituendolo con giudici di sua nomina. Tunde Hando, moglie di uno dei parlamentari di Fidesz, ha ricevuto piena facoltà di nominare i nuovi magistrati, compresi quelli che andranno a rimpiazzare le dozzine di pensionamenti che si avranno da quest’anno grazie all’abbassamento dell’età pensionabile dei giudici, varata dalla stessa maggioranza parlamentare.

Ha sostituito il Consiglio Fiscale “indipendente” (cioè obbediente alle imposizioni dissanguatici dell’UE) con un organismo dominato dai membri e dagli alleati del partito di maggioranza.

Anche a capo dell’organismo di revisione della contabilità di stato (il “Consiglio di Bilancio”, assimilabile alla nostra Corte dei Conti) è stato posto un esponente di Fidesz, di nomina parlamentare.

Ma la parte migliore sono le leggi in favore della cultura nazionale, con cui si sta cercando di sottrarre l’informazione pubblica alla schiavitù del melmoso sistema di lavaggio del cervello filostatunitense che impesta da decenni il nostro rivoltante panorama mediatico.

E’ stato imposto un tetto massimo del 20% alle notizie di cronaca nera nei telegiornali, ponendo finalmente un limite al dilagare di sarescazzi, roseolindi e annemariefranzoni che rincitrulliscono e terrorizzano i telespettatori, costringendoli a temere il nulla e a disinteressarsi delle notizie di politica e finanza, cioè di ciò che più ardentemente dovrebbero temere.

E’ stato imposto ai giornalisti investigativi l’obbligo di rivelare le proprie fonti, arginando la mareggiata di diffamazioni e calunnie senza fondamento di cui i nostri mezzi di disinformazione – con in testa la sempre sculettante “Repubblica” – si sono serviti per distruggere reputazioni e far cadere governi in ossequio alle direttive americane. I giornalisti ungheresi, poveretti, sono già da 20 giorni in sciopero della fame contro queste leggi “liberticide” che pongono restrizioni intollerabili alla loro inalienabile libertà di essere dei cialtroni bugiardi e venduti ai nemici del proprio paese. Mentre mi rimpinzavo di zampone e lenticchie, li ho immaginati, con delizia, assisi nel gelo della notte di Budapest, con i loro merdosi striscioni e cartelli inneggianti alla “democrazia” e alla “libertà d’espressione”. In un momento di estasi, ho fantasticato di divertenti spettacoli pirotecnici organizzati in loro onore dalla forza pubblica ungherese, con petardi e bengala arricchiti di abbondanti percentuali di piombo. Era solo un sogno, purtroppo, ma è bello sapere che esistono ancora luoghi, nel mondo, in cui i sogni, in un futuro nemmeno tanto remoto, potrebbero tornare ad essere realtà.

Nel preambolo della Nuova Costituzione varata dal parlamento è stato reintrodotto il riferimento alle radici cristiane del paese, ai territori perduti nel corso della Prima Guerra Mondiale ed annessi ad Austria, Romania e Repubblica Slovacca, nonché un accenno alla “Sacra Corona di re Stefano”, utilizzata per incoronare i sovrani ungheresi dal XIII secolo in avanti.

E’ stato anche stabilito che la TV ungherese dovrà trasmettere una percentuale minima del 40% di musica ungherese sul totale di musica trasmessa, il che male non fa.

Infine, orrore degli orrori: i deputati dell’opposizione, che la settimana scorsa manifestavano inermi e frementi di venerabile sdegno contro le “leggi liberticide” del governo, sono stati arrestati dalla polizia, compreso l’ex primo ministro Ferenc Gyurcsány. Immagino si sia trattato di un provvedimento che il governo Orbán ha varato a favore del turismo. Molti cittadini delle ex nazioni europee sborserebbero alle agenzie di viaggio cifre considerevoli per assistere all’arresto e alla manganellazione costumata dei traditori della patria di un qualunque parlamento continentale. Se lo spettacolo dovesse continuare, mi prendo un weekend libero e prenoto il primo torpedone in partenza per Budapest. Magari prima sentiamoci, se prenotiamo per comitive spendiamo meno. Speriamo ci siano anche delle cartoline con le fasi salienti del pestaggio da inviare agli amici.

In poche parole, il governo di Orbán ha fatto tutto ciò che Berlusconi, con la sua maggioranza, avrebbe potuto fare in Italia se solo non fosse stato l’incompetente, corrotto, semianalfabeta, pusillanime e venduto piazzista di casseruole che noi tutti amiamo.

La cosa più divertente è stata la lettura delle prevedibili reazioni degli zampognari dell’editoria nostrana a questa sacrilega ribellione magiara al credo ideologico costituito. Da “Repubblica” al “Corriere” è tutto un coro dolente di anatemi, di atti di dolore, di dàlli al fascista, di querimonie d’onta e vituperio. Prendo a modello esemplificativo l’articolo su “Repubblica” di tale Andrea Tarquini, talentuoso scribacchino eziomaurico, di stirpe ed opere a me ignote. Dopo aver esordito con una probabile storpiatura delle dichiarazioni di Orbán (il premier ungherese avrebbe detto “se qualcuno tenterà di deviare la nostra traiettoria, lo allontaneremo educatamente”, citazione che non ho trovato attestata da altre fonti), il tarquino ci ricorda che il premier ungherese è “un ammiratore di Putin, Lukashenko e Berlusconi”, il che immagino sia ai suoi occhi di adepto scalfarico un crimine contronatura assimilabile allo stupro di un’armadilla disabile, punibile con l’iniezione letale senza ultima sigaretta. L’eziomaurico c’informa poi che i provvedimenti legislativi di un parlamento ungherese eletto a schiacciante maggioranza popolare rappresentano “uno schiaffo” a Barroso e “al Segretario di Stato USA Hillary Clinton”. Passi Barroso, che con quella faccia da salumaio che si ritrova i ceffoni se li tira. Ma quel mostro di Orbán ha osato alzare le sue sordide mani su una donna! Vi rendete conto? E quella donna è Hillary, la dolce Hillary, la venerea fanciulla che sghignazzava “We came, we saw, he died” di fronte al cadavere di Gheddafi ancora sanguinante. E lui l’ha presa a schiaffi! Come potremo mai ringraziarlo a sufficienza, campassimo pure cent’anni?

Da notare alcuni forbiti accorgimenti stilistici, miranti ad accrescere l’indignazione del lettore contro la setta anticristica: il parlamento magiaro non è composto a maggioranza dal partito di Orbán, ma è “dominato dal suo partito”. Quest’uomo è un dominatore, un Hitler, un Gengis Khan, come del resto lo sono tutti i capi di stato democraticamente eletti le cui decisioni non si sposano con gli interessi degli Stati Uniti e dei loro lavapiatti.

La lagna della prefica repubblicana prosegue poi con la litania sulle “leggi liberticide”, cioè la nazionalizzazione della banca centrale e le “leggi che privilegiano i cristiani”, laddove, se a questo mondo esistesse ancora un po’ d’educazione, dovrebbero privilegiare i gay e i devoti del Liberismo Libico a Grappolo.

A un certo punto il tarquino sclera di brutto, forse impietrito dall’esecrando spettacolo dei poveri giornalisti costretti al digiuno protestatario sansilvestrino, al freddo e al gelo, e con sprezzo della misura definisce l’Ungheria “un paese mitteleuropeo magnifico e vitale [bontà sua] ma [MA!] sulla via di una dittatura dal crescente fetore di fascismo”. Un fetore che noi italiani, grazie a “Repubblica”, non conosceremo mai. Al massimo annuseremo quello del pesce incartato, restando troppo a lungo esposti ai suoi editoriali, ma per quello è sufficiente lavarsi le mani.

Segue poi la citazione di alcuni salmi di Hillary Clinton (“Siamo preoccupati per la democrazia in Ungheria”, ahi ahi ahi, bombe a grappolo in arrivo) e il fremito d’orrore dinanzi all’ennesima efferatezza di Orbán, la terribile ridenominazione della “Repubblica Ungherese” in semplice “Ungheria”. Quale entità demoniaca ha potuto perpetrare quest’estremo oltraggio al giornale con cui il marcopasquico procura il pane ai suoi macilenti rampolli?

La pianto qui con l’analisi del delirio giornalistico di questo poveraccio, ma faccio notare, in chiusura, un’inesattezza del testo che mi ha umanamente ferito. Il linciatore di libici scrive, a un certo punto, che i miserandi giornalisti magiari in sciopero della fame sono stati “vergognosamente ignorati dal resto d’Europa”. Beh, questo non è vero. Col senso civico che da sempre mi contraddistingue, io ero perfettamente a conoscenza delle traversìe e dello strazio che hanno colpito i colleghi ungheresi di Andrea Tarquini e ne ho goduto soverchiamente. Sapendoli vittime del crudele regime, ieri sera mi sono abbuffato, alla faccia loro, di spumante e capriolo con polenta. Dedico a loro e ai giornalisti di “Repubblica” il mio BURP! di commossa solidarietà.

P.S.: Se l’articolo di Tarquini vi ha divertito, non perdetevi quello del “Corriere”, redatto da un non altrimenti noto Giorgio Pressburger (si tratta probabilmente di una figura professionale reperita dai talent scout del quotidiano milanese tra i cassintegrati di McDonald’s). Mai letta una roba del genere, giuro, mai letta. Roba da far riaprire i manicomi entro 24 ore per decreto d’urgenza. L’ardita tesi del Cheeseburger è che Dante (Dante!) avrebbe avuto parole di severa condanna contro l’atteggiamento antieuropeo del premier ungherese. O si tratta di un oscuro “avvertimento in codice” contro Orbán (Dante, sostiene Paolo Franceschetti, era un Rosacroce e di “punizioni” ai traditori della fratellanza se ne intendeva) oppure siamo di fronte ad una mutazione del pur pessimo giornalismo in forme patologiche che hanno ormai più attinenza con la cura dei disturbi neurobiologici che con la satira politica. Un assaggio:

“Nel corso della Seconda Guerra Mondiale il Paese (cioè i suoi governanti di allora) si è alleato, al pari dell’Italia, con i nazisti della Germania. Quello non è stato un atto d’onore. Ma l’Ungheria si era infestata di orrendi razzisti, di veri sanguinari assassini. Questi però non rappresentavano gli ungheresi [ah no?, NdR]. Il popolo ungherese come quello italiano non è razzista, se questi sentimenti non vengono inculcati con i mezzi più subdoli e purtroppo efficaci […e se non lo sanno al Corriere!, NdR], studiati scientificamente [Azz!, NdR] da gruppi politici. L’uomo è un essere sociale, non rifiuta lo straniero, lo sconosciuto. Perché a tutti i costi vogliono invece insegnargli l’odio e la violenza? [Pecché?? Pecché??!!, NdR]Oggi in Ungheria, come in Italia, hanno in qualche modo ridestato queste ombre, questi zombie. Cosa direbbe Dante di fronte a questo? “Va! Ammazza quei fetidi Rom! Elimina dal mondo gli ebrei!”? Griderebbe così? Credo, sono certo che nessuno osi pensare questo”.

Cosa direbbe Dante? Immagino:

“La grave idropesí, che sí dispaia / le membra con l’omor che mal converte, / che ‘l viso non risponde a la ventraia, / faceva lui tener le labbra aperte” (Inferno, Canto XXX).

Gianluca Freda – gianlucafreda@supereva.it

Fonte: http://blogghete.altervista.org/

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Agricoltura contadina – Proposte e discorso critico sulla situazione dei contadini in Italia

Ai Referenti delle Associazioni co-promotrici della Campagna popolare per l’agricoltura contadina: Da: salerin@libero.it; A: , , , , , , , , , , , , , , , , , , , ,

4 dicembre 2011
Anche quest’anno è importante avere un momento di incontro collettivo per confrontarci e definire insieme azioni comuni, invitiamo tutti quindi ad incontrarci

DOMENICA 18 DICEMBRE con orario 14,30 – 18,30
presso l’ Agriturismo di Mezzano – via di Mezzano 36 – Strada in Chianti (FI)
www.firenzechianti.it – abbiamo proposto questo luogo e data cogliendo l’occasione di svolgerla subito dopo la conclusione dell’incontro annuale della Rete semi rurali , in cui sono presenti già una parte delle Associazioni (così come era avvenuto anche due anni fa).

I temi in discussione saranno:
- RESOCONTO AZIONI 2011
- iniziative e struttura organizzativa

-INIZIATIVE PER IL 2012
. sviluppo dei contatti istituzionali (Ministero,Parlamento e Regioni) e lavoro giuridico
. proposta d’azione nata nell’incontro di Genuino Clandestino a Bologna ottobre
. connessioni con le iniziative sull’Accesso alla terra
. altri temi che si vorranno proporre dalle Associazioni

Penso sia chiaro a tutti quanto sia fondamentale, per agire in modo collettivo e condiviso, partecipare a questo incontro, pur sapendo gli impegni in cui ognuno di noi è coinvolto. Chiediamo a tutti i Referenti delle Associazioni di DARE CONFERMA della partecipazione e segnalare eventuali altri punti da discutere.
Per il Coordinamento nazionale
Roberto Schellino

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Commento di Emilio: 13 dicembre 2011

Salve, spiace constatare che anche questo coordinamento, voglia rincorrere le velleitarie parole d’ordine del cosidetto Movimento Genuino Clandestino. I contadinicritici e non solo, chiunque vive di agricoltura lotta ogni giorno, per non scomparire, per non essere ridotto ad un clandestino, ad un fuorilegge, da plotoni di funzionari delle ASL, Repressione Frodi, Nas, ecc… I contadini (critici e non) certamente non credono di dover rivendicare la clandestinità, nè per sè, nè per le proprie produzioni. Rispetto alla genuinità chiedono che gli venga riconosciuta, ma in un ambito di norme certe e condivise. Per quanto riguarda, l’altro tema “forte”, l’accesso alla terra, chiedo a chi vive in campagna e di agricoltura; è questa l’emergenza primaria? Il tema più sentito tra i contadini? La lotta per la sopravvivenza, le azioni per contrastare la chiusura, la moria di migliaia di piccole e medie aziende agricole è la vera emergenza! Queste parole d’ordine, vuote di contenuti, dopo essere state riesumate da qualche scaffale polveroso, dove riposavano dagli anni ‘70, rimbalsano da tre anni tra i promotori ed hanno preso solo ora vigore e senso, a seguito del Decreto governativo relativo alla alienazione di terreni demaniali, pubblici. Si definiscono “movimento di resistenza contadina” ma i contadini li cacciano, come è successo recentemente all’interno dell’ass. Terraterra, dove il portavoce, Tonino Lepore, afferma “scardiniamo l’apologia del contadino, che è limitante”. L’assenza di iniziativa, di mobilitazione del Movimento Contadino, non può divenire l’alibi per dare credito a iniziative estemporanee, senza futuro, di un movimento che, nella migliore delle ipotesi è di “distrazione contadina”.
Emilio x i Contadinicritici

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Replica di Roberto: 13 dicembre 2011

In questo momento non ho titolo per parlare a nome di tutti, ma come uno dei coordinatori nazionali mi sento di risponderti in questo modo: -come Contadini Critici avete liberamente aderito alla Campagna per l’agricoltura contadina, però devo constatare che , fino ad oggi, a parte episodiche comunicazioni mail come questa, non avete mai dato alcun reale contributo concreto, anche solo propositivo, a questa iniziativa.
Quindi spetta a voi capire se vi interessa continuare questa esperienza, con coscienza e dimostrandolo con azioni concrete – allora per me avrà un senso rispondere nel merito alle vostre contestazioni. Ma finchè state alla finestra a pontificare e non vi sporcate le mani nel confronto con le differenze, allora credo non potrà esservi di fatto alcuna collaborazione. Ma, ripeto, questo è il mio parere personale.
Roberto S.

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Commento ulteriore di Emilio: 14 dicembre 2011

Non ho voglia ne tempo per polemizzare, quindi, la mia risposta:
Dal 2000 al 2010 hanno chiuso i battenti il 32,2 per cento delle aziende agricole italiane. Lo dicono i dati provvisori del 6° Censimento dell’Istat (http://censimentoagricoltura.istat.it/) pubblicati pochi mesi fa. Queste le cifre: alla data del 24 ottobre 2010 in Italia risultano attive 1.630.420 aziende agricole e zootecniche di cui 209.996 con allevamento di bestiame destinato alla vendita: il 32,3 per cento in meno, appunto, dell’anno 2000. E’ il risultato di un processo pluriennale di concentrazione dei terreni agricoli come effetto delle politiche comunitarie e, anche, dell’andamento del mercato. Comunque, se l’adesione a Genuino Clandestino, è già un fatto acquisito, vi chiedo di togliere l’adesione dei Contadinicritici alla Campagna. Vi auguro un buon proseguimento…
Emilio x i Contadinicritici

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Intervento di Caterina Regazzi: 14 dicembre 2011

Se posso rispondere in poche parole direi che il giusto sta nel mezzo e che bisogna considerare vari fattori: economici (purtroppo sono quelli che condizionano di più il tutto), ma anche sociali, politici, pratici e anche spirituali?
L’agricoltura perché é in crisi?
Perché i prodotti dell’agricoltura, nei paesi in cui vige il benessere materiale, hanno perso sempre più valore a scapito di altri beni, sempre materiali, che ne hanno acquistato uno sempre maggiore e penso prima di tutto, a quelli tecnologici, beni che richiedono un consumo di altri beni (territorio, energfia) sempre maggiori.
Da qui la diminuzione dei campi lasciati incolti, tenuti come pascoli, coltivati a cereali od orticole e frutta.
Del resto, la frutta e i pomodori, tanto per fare esempi eclatanti, ogni anno vengono distrutti o lasciati marcire sulle piante perché, per questo benedetto (maledetto) mercato il gioco non vale la candela, la raccolta e il trasporto non vengono ripagati dal ricavato.
Vengono invece impiegati terrreni ex agricoli, per impiantare pannelli fotovoltaici o coltivare colza.
Lasciamo perdere il discorso degli allevamenti intensivi.
Quando é iniziata la meccanizzazione del lavoro ed ora l’informatizzazione sarebbe diminuita la necessità di lavorare fisicamente (ed anche temporalmente) invece più o meno si lavora come prima e quindi é necessario produrre beni per far lavorare persone e quindi altre persone devono essere incentivate ad acquistare questi beni, poi c’é la globalizzazione, scarpe prodotte nel terzo mondo che costano meno di quelle prodotte in Italia e quindi altra sottrazione di lavoro per noi.. insomma é un casino.
Comunque ritorniamo al discorso iniziale: i prodotti agricoli, tranne qualche prodotto particolare costano sempre meno in proporzione, da cui l’abbandono del mestiere del contadino tradizionale.
Di contro si sta sviluppando una nuova figura di “contadino alternativo” che ha con la terra un rapporto di amicizia, di amore e complice il fatto di un desiderio di ritornare ad una vita in sintonia con la natura, vorrebbero vivere in semplicità, dei frutti del loro lavoro, svolto con cura, ma in quantità modeste, senza dover affrontare la moltitudine di balzelli burocratici e pseudo sanitari, quando questi produttori produrrebbero come si faceva in casa una volta o poco più e con la stessa cura che utilizzerebbero per produrre per sé.
Secondo me c’é lo spazio per l’uno e per l’altro e ce ne sarà sempre più, in questo momento di crisi e nella eventuale ulteriore crisi futura dovuta all’impoverimento delle riserve di combustibili fossili e di altre fonti energetiche non rinnovabili.
Il cibo diventerà un bene, ritornerà anzi, un bene IMPORTANTE, al quale dare il giusto valore, anche in funzione di un recupero di uno stato di benessere inteso proprio come salute del genere umano che per troppo tempo si é “accontentato” di cibarsi di prodotti ottenuti da terreni impoveriti e contaminati da prodotti tossici, da liquami, con un’aria e piogge piene di gas di scarico, di fumi di fabbriche e di riscaldamenti domestici, da animali allevati in condizioni stressanti, al limite della sopravvivenza, che non sopravvivono se non riempiti di antibiotici.
Se torniamo ad un’alimentazione naturale, basata principalmente sui prodotti della terra, avremmo tutti da mangiare e senza bisogno di ricorrere a tante sostanze di sintesi.
In questo mondo il mestiere del contadino, potrebbe diventare quello più importante e ben pagato o comunque tale da dare a tanti piccoli operatori da che vivere più che dignitosamente, senza bisogno da parte delle ausl di fare tanti controlli.

Caterina Regazzi, referente per agricoltura e zootecnia della Rete Bioregionale Italiana

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Vedi propste ed articoli sul tema: http://www.circolovegetarianocalcata.it/?s=agricoltura+contadina

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Il Segreto della Laguna… ed il Luogo sacro e inviolabile dei Veneti: VΕΝΕΤΗ ΕΣΤΙΑ

Ante scriptum

Ho ricevuto il testo che segue dal dr. Giuseppe Nacci, di cui alcuni scritti sono già presenti su questo sito, il testo è preceduto da questa annotazione: “Marsala, 1984. Il caldo sole di mezzogiorno batteva implacabile sul vecchio volante della mia vecchia auto, lungo la strada bianca e polverosa di quell’angolo della Sicilia su cui arrancavo, con il serbatoio della benzina ormai quasi vuoto, fra i campi di stoppie bruciate di un lontano giorno d’Agosto di molti anni fa… Poi, l’auto si fermò, in uno stridìo di freni consumati, e abbassai il finestrino con la vecchia manovella a mano. Accanto ad un bancone di frutta e verdura, una bella ragazza stava riordinando e accatastando pile di fogli per volantinaggio. Più in là, ritto sull’attenti nei suoi vecchi jeans, con una strana camicia rossa e uno strano berretto garibaldino dello stesso colore, un tizio batteva ritmicamente un vecchio tamburo di latta, quasi a voler chiamare a raccolta i fantasmi di un lontano passato , senza più Storia né Ricordo. La ragazza mi sorrise e mi porse un lungo foglio scritto a mano, in bella grafia, che riguardava l’antico segreto di una laguna… “MANDA IN GIRO, QUANDO SARA’ TRE VOLTE UNDICI…”. La guardai, e mi accorsi soltanto allora che i suoi occhi avevano la Stanchezza del Tempo, di un Tempo che non era più…
Sogno o Realtà ? Non lo seppi mai…”

Inutile dire che sono rimasto sorpreso dal tipo di approccio in cui questo saggio mi è stato presentato… Perchè proprio nel 1984 fondai il Circolo vegetariano VV.TT. e tra l’altro anch’io sono veneto, padovano, da parte di madre, nata a Bagnoli di Sopra, nei pressi della laguna. I miei ricordi di quella zona sono magici… anche perchè vissi in varie parti del Veneto durante l’arco della mia vita, prima a Trieste, poi a Verona, e visitai il Veneto in lungo ed in largo durante un periodo di quattro o cinque anni durante i quali svolgevo un’attività commerciale nelle Tre Venezie… E Venezia me la ricordo bene.. fu lì, al casinò, che vinsi i primi soldi raggranellati per il mio viaggio epico alle radici, verso l’Africa -prima- e poi l’India…

Beh, leggete ora…

(Paolo D’Arpini)

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Il Segreto della Laguna…

Può forse capitare, in una sera d’inverno, di fermarsi sui margini di una laguna salata, dove i canneti nascondono ancora le rovine di mura abbattute e di misteriose scritte in greco antico, incise sui muri di quelle rovine, come ad indicare il nome di una città misteriosa, posta laggiù, nel profondo dei canneti, quasi il nome perduto di un luogo antico, dove i secoli e i millenni sembrano ancora incontrarsi, scavalcando il muro inviolabile del Tempo….

E ti assale allora la strana sensazione di un ricordo antico, quasi come di una reminiscenza, dimenticata e sepolta nell’oblio, che porta alla memoria il ricordo di coloro che tentarono di ricostruire la loro civiltà perduta, in un mondo che non era più il loro, e che era stato ormai distrutto dalle guerre, dalle invasioni, dalle pestilenze, dalla fame e dalle carestie…

Dice la Storia, che da quei canneti passarono a decine di migliaia: uomini, donne e bambini, terrorizzati dalla furia devastatrice dei Barbari.

Dalla sponda di quella laguna, lungo strani e segreti passaggi, immersi fra isolotti di sabbia e lunghi canneti ancora esistenti, passarono intere popolazioni, a ondate successive, fin dall’anno del Signore del 401, per sfuggire ai Goti di Alarico, e ancora nell’anno 452 davanti agli Unni di Attila, che avevano appena distrutto Aquileia, la terza città più grande dell’Impero…

Dalla via Postumia vennero a decine di migliaia coloro che erano scampati agli eccidi e ai massacri perpetrati dai Barbari a Mediolanum, Ticinum, Placentia, Cremona, Brixia, Mantua, Verona, Vicetia, Opitergium…
Lungo l’Adige, da Bauzanum e Tridentum…
Dalla via Annia vennero i profughi di Patavium, Tarvisus, Sagittaria, Forum Iulii…
Da traverso il mare, giunsero persino da Pola…
In quella laguna salata cercarono scampo anche gli abitanti di Ancona, Fortunae Fanum, Pesaurum, Ariminum, Caesena, Forum Livii, Bononia, Mutina, Regium Lepidum, Parma, Ravenna e di tante altre località che la Storia ha ormai dimenticato.

E in quei canneti, tra le acque basse e paludose, cercarono la salvezza altre decine di migliaia di uomini, donne e bambini nell’anno del Signore del 568, davanti ai Longobardi di Alboino, che avevano già bruciato Tergeste, sterminando tutta la sua popolazione, e per poi dilagare in tutta l’Italia, dove avrebbero creato il loro dominio nei due secoli successivi, facendo di Pavia, o di ciò che ne restava, la loro capitale.

Ma i Longobardi non furono gli ultimi Barbari, perché vennero ancora gli Avari e gli Ungari a devastare e a distruggere ciò che ancora non era stato vinto.

Ma quei fuggiaschi, che ad ondate successive si riversavano fra i canneti della laguna, vi trovarono finalmente riparo dalla furia devastatrice dei Barbari.

Si dice che, dopo aver disceso il Padus (Po), il Mincio, l’Adige, il Brenta, il Bacchiglione, il Piave, il Tagliamento e l’Isonzo, remando in piedi sulle loro lunghe barche nere, ed essere così arrivati ai confini di quelle paludi e di quei canneti, usassero allora cercare di nascosto, ai margini della grande laguna salata, delle strane indicazioni scritte in greco, per trovare la cosiddetta “Casa Veneta”, dove la parola “Casa” in greco classico-ellenistico si diceva “Estia” e la parola “Veneta“, in greco-romano del Tardo Impero, si scriveva “Venete”, perché “Estia” era appunto una parola greca, e quindi sconosciuta ai Barbari, che sapevano a malapena il Latino, e il suo significato più profondo era anche quello di “Luogo sacro e inviolabile”.

E tale “Casa dei Veneti” era situata in un luogo segreto della laguna…

Vennero a decine di migliaia nelle loro lunghe barche: le donne, coperte di nero, portavano in grembo, sotto le vesti, la carne putrida di animali morti, quale loro ultimo mezzo di difesa se fossero cadute vive in mano ai Barbari….

Quelli che venivano da Nord fecero sosta lungo la costa dell’Adriatico. Poi, da Grado e dalla laguna di Marano si diressero verso Caorle, e poi da lì, attraverso le perdute isole di Ammiana e Costanziaca, fino a Torcello, Burano, Mazzorbo, Alba (Sant’ Erasmo) e Murano…

Coloro che vennero da Sud, lungo il Po, abbandonando il Polesine, si diressero a Loreo e Cavarzere, e così raggiunsero Clodea (Chioggia), giungendo fino a Malamocco, alle Fogolane, a Sant’Ilario e alle altre isole di Popilia (Poveglia) e di Biniola (Vignale)…

E su quei miserabili brandelli di isolotti, in una laguna salata e battuta dal vento gelido del Nord-Est che i Greci chiamavano “Borra”, seguendo le indicazioni scritte lungo i canali d’acqua e i sentieri che attraversavano le isole di canne della laguna, giunsero infine, stanchi e affamati, ad Olivolo, alle Gelmine, a Luprio e a Spinalunga. E sull’isola di Rivolto trovarono alla fine la “Casa Veneta”, il “Luogo sacro e inviolabile dei Veneti”.

E là, sull’isola di Rivolto, decisero di fondare la loro “Nova Aquileia”.

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Allora posero la prima pietra della loro prima chiesa, quella di San Giacometo, che ancora è rimasta, così com’era, con le sue colonne di Aquileia, già arse dal fuoco: simbolo estremo della Civiltà Romana che stava morendo in tutta l’Europa, e che pochi decenni più tardi, nell’anno 476, un capo tribù degli Eruli, di nome Odoacre, avrebbe definitivamente sepolto, facendo inviare le insegne imperiali di Ravenna, capitale dell’Impero Romano d’Occidente, a Bisanzio, capitale di un Impero Romano d’Oriente che non aveva più nulla di romano tranne il nome, e dove adoravano il proprio Imperatore come un Dio…

Ma coloro che in seguito si sarebbero definiti gli “Ultimi dei Romani”, perchè non contaminati da sangue barbarico, fecero di quelle isole, ultimo lembo di Roma non ancora calpestato dai Barbari, l’estremo baluardo di un mondo che ancora si sarebbe amministrato per altri Mille e Trecento anni con l’antica Legge del Diritto della Roma repubblicana, ai margini di un mondo che non era più il loro, ma che era diventato quello di una Europa feudale, quella dei Barbari invasori, che avrebbero oscurato per Mille anni la storia dell’Occidente nei secoli bui del Medio Evo che era appena nato.

Papa Gregorio VII, che a Canossa, nel 1077, avrebbe obbligato il capo supremo delle tribù barbare del Nord ad inginocchiarsi nella neve, nel 1073 non avrebbe esitato a definire i “Veneti delle Isole”, che avevano osato ergersi a baluardo della loro antica romanità contro l’intero mondo feudale dell’Europa medioevale, come “… l’unico Popolo e l’unico Stato in Europa rimasto fedele alla sua origine e alla sua secolare tradizione romana, perché gelosamente custodite e incontaminate dai Barbari invasori. Fieri di essere gli ultimi eredi di una Civiltà antica che ancora sopravviveva in loro, perché incontaminati dalle tirannidi e dalle corruzioni morali che imperversavano in tutte le corti d’Europa e d’Oriente. Le loro isole erano l’unico luogo al mondo dove ancora sopravviveva la Libertà politica e lo Spirito dell’antica Roma repubblicana… Quegli isolani ancora riuscivano a tenere vivo e ad onorare, con tenace fedeltà, il Culto della Libertà, di quella Libertà sana e vigorosa che fa grande e possente una Nazione e uno Stato, mantenendo perennemente vitale l’antico spirito della prima Roma della Repubblica…

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Gli “Ultimi dei Romani” avevano così fondato la loro “Nova Aquileia” sull’isola di Rivolto, la “Civitas Rivoalti”, quella che sarebbe divenuta poi la “Civitas Venetorum”…la città dei Veneti…

E su quelle isole di sabbia, per Tredici secoli di lì a venire, avrebbero scritto la Storia: Oriente e Occidente avrebbero infatti scatenato innumerevoli guerre contro quegli orgogliosi villaci, che non avevano nemmeno la terra per costruirci sopra le case della loro strana città costruita sull’acqua, e che sfidavano l’Ordine costituito dei Poteri imperiali del mondo intero, cristiano o mussulmano che fosse, con strane e assurde idee che affermavano l’assoluta eguaglianza di tutti davanti alle loro sacre Leggi, perché Popolo e Senato erano, per quei villaci, una unica cosa, e loro si sentivano quindi tutti uguali davanti alla Legge, fossero ricchi o poveri, cristiani o ebrei, guelfi o ghibellini, cattolici o protestanti, atei o credenti…

E per quanto possa sembrare strano, quei “Villaci delle Isole di Sabbia”, che avevano quale loro strano simbolo un Leone alato, e la cui bandiera aveva il colore del sangue, in ricordo degli spaventosi eventi da cui era nata la loro città, onorarono realmente, e fino in fondo, le loro sacre origini: in Tredici secoli di Storia non persero mai nemmeno una guerra. Le vinsero tutte.

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L’ultimo lembo di Roma cessò di esistere per sempre il 16 maggio del 1797, quando i Francesi di Napoleone, senza colpo ferire, sbarcarono sull’isola di Rialto, dando inizio al saccheggio della città, culminato con la profanazione della chiesa di San Giocometo, il luogo più sacro dei Veneti.

Ma, ormai, quei nuovi Barbari calpestavano soltanto il cadavere di una vecchia città che non aveva più nulla del suo Spirito antico, e quei Galli poterono impunemente trasformare la chiesa di San Gregorio in una fornace a cielo aperto per la Zecca di Stato di Napoleone, facendovi fondere in grandi lingotti tutto l’oro e tutto l’argento sottratto alla città. Comprese le tombe, che vennero aperte per essere anch’esse depredate.

Ma l’antico spirito non era morto, perché gli “Ultimi dei Romani” combatterono ancora, in quella che sarebbe stata la loro ultima guerra della loro Storia: ciò avvenne circa sessant’anni dopo la caduta della loro città, quando 194 Veneti, con le loro camicie tutte di un solo colore, e che erano dello stesso colore della loro antica bandiera, sbarcarono a Marsala, seguiti da 434 Lombardi, 156 Liguri, 78 Toscani, 71 Siciliani e 20 Sardi: tutto ciò per riunificare una Nazione, Mille e Quattrocento anni dopo la caduta dell’Impero.

E ciò che i Barbari avevano diviso, venne nuovamente riunificato.

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E oggi, fra quei canneti, sulle sponde di quella laguna, fra le vecchie mura in rovina di antichi porticcioli di piccole isole abbandonate, tra le paludi di canne, quando alla sera più nulla viene a disturbare il silenzio, e il tempo sembra assumere una dimensione antica, lontana dal nostro mondo di oggi, e lo sciacquordio del remo inizia a prendere la sapienza e il ritmo di un Tempo antico, si dice che sia ancora possibile leggere, durante la bassa marea, alla base di un’esile colonnina rupestre ricoperta dal muschio vecchio di secoli, nello strano gioco dell’incerto chiarore delle ultime luci del sole al tramonto, un’antica indicazione, risalente ai tempi dei Romani, e che porta incisa sulla pietra, sopra un segno che sembra una freccia, la parola in greco dell’antica “Casa Veneta”, “il Luogo sacro e inviolabile dei Veneti”:

VΕΝΕΤΗ ΕΣΤΙΑ

Tratto dal libro “Come affrontare il Diabete”, Editoriale Programma Padova.

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Francesco Boccia e Noemi Longo: “Di chi è la colpa se l’umanità si trova nella situazione in cui si trova?” – Corsi e ricorsi storici

Scrive Francesco Boccia, economista e politico PD:

“Altro che complotti: la Grecia è fallita perché ha il più alto tasso di corruzione e di evasione [e, aggiungerei, di fannullonismo dei suoi impiegati pubblici, che andavano in pensione a 50 anni circa] d’Europa, l’Italia è in grave crisi per l’inadeguatezza della sua intera classe politica”. Parole sante. Ma la gente, i famosi “cittadini”, non capiscono di aver sempre sbagliato. E’ più consolatorio attribuire le colpe agli altri, a entità onnipotenti e misteriose: i Poteri Forti. Ma in democrazia liberale, cioè la nostra, l’unico vero potere forte è il popolo che vota.

Certo, deve essere maturo, se no per lui è quasi meglio la … dittatura, cioè uno solo che pensa per tutti… Se infatti il popolo non vota, o vota male, o vota senza informarsi o senza essere intelligente, o si disinteressa della cosa pubblica, o non fa sentire la propria voce, o non protesta, o peggio si adatta a vivacchiare nella corruzione accontentandosi di qualche piccolo privilegio, non se la prenda con gli altri….”

……..

Commento di Noemi Longo:

“Ieri, in occasione della Notte dei Musei in musica,camminando verso il mio appuntamento ho incontrato Barba (un simpatico e colto uomo che vive per la strada proprio vicino casa mia) aveva lo stereo acceso con Cat stevens che cantava le sue canzoni, così passando come al solito accenno un saluto, ma questa volta con l’occasione ci siamo intrattenuti qualche minuto a discorrere di musica. Barba, mostrandomi il cd che gli avevano appena regalato, inizia a parlarmi di Leonard Cohen e Bob Dylan…

Gli chiedo: Barba che musica ti piace?
A me piace molto il jazz risponde.
- Io sto proprio andando ad assistere ad un concerto jazz, vuoi venire al concerto?
- Ma io non ho soldi!
- Ma non servono, è gratuito!
- e lui, voltandosi verso i suoi pochi averi esclama: E dove lascio tutte quest cose?
Sorrido all’evidenza dei fatti…
Lui: Sarà per la prossima volta, una buona serata e divertiti!]

Non so perché vi ho raccontato questo episodio, forse perché avrei voluto trasmettere la gioia che questo incontro mi ha reso… ma detto questo..

E’ possibile fare una domanda a Francesco Boccia?

Lei crede, Francesco Boccia che se le cose non stiano veramente come ha sopra descritto il signor Raffaele…

(intervento menzionato: “Tempo fa, conoscendo un senatore ero stato invitato a fargli visita al senato e, trovandomi a Roma avevo deciso di andarlo a trovare. Dopo le necessarie autorizzazione, mentre mi recavo il quell’ufficio notavo un sostenuto viavai nei corridoi. Alla domanda fatta al senatore se tutte quelle persone erano parlamentari, mi sono sentito dire: noo..!! quelli vengo qui per affari, non penserai mica che qui facciamo politica, la politica ve la facciamo vedere per televisione. Purtroppo i fatti le davano ragione, ecco, questa è la politica italiana e quando non sanno più come rubare spremono il popolino come un limone; altro che andare in parlamento o ad occupare posti di rilievo nelle istituzioni, all’Asinara devono andare e se vogliono mangiare devo piegare il groppone altrimenti a pane e acqua, questi affaristi di carriera non hanno una professione, una dignità, sono degli incapaci e incantatori di serpenti. Nell’arte di rubare sono dei campioni….”)

….il mondo, intendo dire, il popolo stagnerebbe ancora in questa fantomatica crisi economica?
Crede davvero che un voto consapevole, intelligente e giudizioso al giorno d’oggi possa cambiare qualcosa nella logica automatica del nostro vivere in cui, nella maggior parte dei casi il reddito è indirettamente proporzionale all’impegno lavorativo?
Ho una mamma che non vota da 20 anni circa, e cerco continuamente di spronarla e dirle che è un un suo diritto, un diritto che è stato conquistato con forza e determinazione da chi ci ha preceduti…
…Ma poi, mi guardo intorno, e vedo gente che lavora veramente per due soldi, giovani laureati fare la fame, sopravvivere di lavori in nero, impieghi precari e di contratti di lavoro a mio avviso assolutamente anticostituzionali… o quantomeno fortemente limitanti ad ogni prospettiva di vita futura.
E come faccio a darle torto? Mettere coscientemente una crocetta su una scheda elettorale è divenuta un atto assai difficile qualora l’individuo voglia rispettare la sua intima dignità.
Io personalmente non mi intendo molto di politica, o meglio diciamo pure che me ne disinteresso con più o meno difficoltà dal giorno in cui accadde che una mela di Newton mi cadde sulla testa…
…Ma certo non sarà la mia mela in testa a poter cambiare le logiche acquisite di una cittadinanza assonnata ormai abituata ad essere schiavizzata.
Però.. poi capita di sentire parlamentari porgere gli elogi al nuovo governo, sentire una leggera brezza di aria fresca… e credere veramente che qualcosa possa finalmente cambiare…
Mi auguro che le persone possano realmente tornare democraticamente a vivere come normali esseri umani, tutti dignitosamente…
Questo mio pensiero non vuole soltanto essere un auspicio ma una sorta di preghiera..
Auguro a tutti una buona domenica!”

………..

Mia riflessione:
… fino all’ultimo ero stato indeciso se pubblicare (http://saul-arpino.blogspot.com/2011/11/il-giornaletto-di-saul-del-20-novembre.html) quell’impertinente giudizio sugli italiani (e sui) greci espresso da quel Francesco Boccia (uomo politico del PD -sic-). Infine l’ho pubblicato pensando che in mezzo a tutte le critiche sul sistema ci poteva star bene una critica a chi il sistema lo sostiene con il suo voto (almeno apparentemente sembra sia così). Ora la lettera così lucida ed umana di Noemi riporta tutto nel suo giusto alveo… Che colpa ne ha il popolo, il singolo intendo, se nel V secolo d.C. la società europea crollò sotto la spinta delle invasioni barbariche e dell’incongruenza del potere costituito? Quel che deve succedere succede…

…………

Commento alla mia riflessione di Noemi Longo:

…Perché cosa accadde di così eclatante nel v secolo che non era accaduto già prima e prima di Cristo?
…Dalla tua posizione Paolo credo sia’ bene accettare tutto, anche quello che va un pò indigesto… dalla mia posizione però, concedimi di scagliare una lancia in favore del popolo lavoratore, sul quale la Repubblica Italiana si fonda. :-D
…Volevo, ci provo, ma al gioco del silenzio perdo sempre…

………….

Mia risposta:

E’ pur vero e giusto… infatti E fai bene a scagliare una lancia.. e spero colpisca il bersaglio.
Le energie mentali influiscono nella conduzione mentale della nostra società. D’altronde le energie mentali sono indipendenti da ogni influenza dei recettori/trasmettitori come un apparecchio radio non può influire sulla qualità del programma ascoltato. Ma in questo gioco della coscienza tutto è molto più complesso e sottile di quel che sembra.. Quindi—-

……..

Salutino finale di Noemi:

Sarà caduto l’impero romano d’occidente?
E che sarà mai…ci resta l’Oriente ancora per mille anni circa!
Però andando a ritroso, forse e per molti aspetti quasi preferivo la Grecia, anche loro attraverso opere pubbliche cercavano la coesione del popolo ed avevano costituito un vasto impero, combattevano anche loro contro i barbari e le forze del caos, e per alcuni aspetti ci riuscivano e vivevano assai meglio…quindi direi…che stando ai fatti, sono forse nata con qualche millennio di ritardo e in tutta onestà, un pò invidio la democrazia greca.. e aggiungo… il computer non mi sarebbe mancato a quei tempi!

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