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Vegetariani in allerta: “Douce France..? Macchè, è solo un paese hardcore!”

I vegetariani francesi difendono la loro libertà di opinione

In Francia è stato appena pubblicato un decreto che rende obbligatorie alcune regole di composizione dei pasti nell’insieme della ristorazione scolastica, pubblica e privata. Queste regole impongono a sei milioni di bambini in età scolare il consumo di carne, pesci, latticini e uova.

Decreti analoghi sono in preparazione per la quasi totalità della ristorazione collettiva francese, dalla scuola materna fino alle case di riposo per anziani, passando per i ristoranti universitari, gli ospedali e le prigioni.

La legge francese, con il pretesto di proteggere la salute pubblica, proibisce l’espressione concreta di una convinzione. I cittadini vegetariani si mobilitano per difendere il loro diritto alla scelta della propria alimentazione.

Buone notizie? Non per i vegetariani!

Un decreto e un’ordinanza pubblicati nel Journal officiel del 2 ottobre scorso(*) impongono alle mense scolastiche il rispetto di un insieme di norme ritenute garantire l’equilibrio nutrizionale dei pasti. Ogni pasto deve obbligatoriamente comprendere un «piatto proteico» le cui proteine sono esclusivamente di origine animale (carne, pesce, uova o formaggio), ignorando l’esistenza di fonti abbondanti di proteine vegetali, e anche un latticino, reputato costituire il solo mezzo di coprire il fabbrisogno di calcio, ignorando l’esistenza di alternative vegetali e minerali. È specificata una frequenza minima obbligatoria di alcuni tipi di carne (manzo, vitello, agnello o frattaglie) e di pesce.

D’ora in poi, per i frequentatori regolari delle mense sarà impossibile essere vegetariani, o meglio esserlo tutti i giorni. Quanto all’essere vegan, non sarà possibile neanche per un solo pasto.

Il bambino vegetariano che riuscisse, malgrado tutto, a lasciare la carne sul bordo del piatto, sarebbe costretto a consumare un pasto carente, visto che non sono proposte alternative equilibrate.

Un attacco contro la libertà di opinione

Numerose persone nel mondo sono profondamente convinte che il consumo di animali e dei prodotti del loro sfruttamento non sia legittimo. Il vegetarismo e il veganismo sono l’espressione inevitabile di questa convinzione.

Il decreto governativo minaccia le libertà individuali fondamentali limitando il libero esercizio delle convinzioni personali quale è affermato dall’ONU :

Ognuno ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione. Questo diritto implica la libertà di avere una religione o una qualunque convinzione di propria scelta, così come la libertà di manifestare la propria religione o convinzione, individualmente o in comune, in pubblico come in privato, attraverso il culto e lo svolgimento di riti, le pratiche e l’insegnamento.(**)

Il trattamento degli animali è al centro di un crescente dibattito di opinione in Francia, come testimonia la pubblicazione di diverse opere recenti che criticano, o difendono, la legittimità del consumo di carne.

In questo contesto, la volontà del governo di imporre le proprie scelte ideologiche ed economiche è ammessa apertamente :

Il ministro dell’Agricoltura, Bruno Le Maire, ha annunciato la messa in pratica di un programma nazionale per l’alimentazione che mira anche a frenare l’impatto di certi discorsi, come quello dell’ex-Beatle Paul McCartney che, in occasione del vertice di Copenaghen, ha invocato una giornata settimanale senza carne per lottare contro il riscaldamento climatico. Questo appello aveva suscitato una levata di scudi da parte degli allevatori…(***)

La persistenza di una menzogna istituzionale in materia di nutrizione

Da molti anni, in particolare attraverso le edizioni successive del Piano Nazionale Nutrizione e Salute (PNNS) e della sua interfaccia pubblica, il sito mangerbouger.fr, i poteri pubblici diffamano il vegetarismo e il vegetarismo.

Numerose autorità mediche e sanitarie nel mondo riconoscono invece che si può vivere bene senza consumare carne e altri prodotti animali. Per esempio:

È posizione dell’American Dietetic Association che le diete vegetariane correttamente pianificate, comprese le diete totalmente vegetariane o vegane, sono salutari, adeguate dal punto di vista nutrizionale, e possono conferire benefici per la salute nella prevenzione e nel trattamento di alcune patologie. Le diete vegetariane ben pianificate sono appropriate per individui in tutti gli stadi del ciclo vitale, ivi inclusi gravidanza, allattamento, prima e seconda infanzia e adolescenza, e per gli atleti.(****)

Il dibattito sulla legittimità dello sfruttamento degli animali è di ordine filosofico, etico e politico e deve poter proseguire. È inaccettabile che lo Stato francese, con il pretesto di una misura di salute pubblica fondata su menzogne nutrizionali, voglia vietare questo dibattito, mettendo nell’illegalità l’espressione concreta di una convinzione.

I vegetariani si mobilitano

Collettivi e associazioni vegetariane si organizzano ovunque in Francia per esprimere la loro indignazione di fronte a questo decreto, allertare l’opinione pubblica e contestare le affermazioni nutrizionali diffuse dai poteri pubblici.

Essi incoraggiano tutte le persone e organizzazioni interessate a difendere la libertà di convinzione, qualunque siano le loro posizioni rispetto allo sfruttamento degli animali, a unire le loro voci a queste proteste.

L’Iniziativa Cittadina per i Diritti dei Vegetariani (ICDV) ha già contattato l’ONU nel maggio scorso per segnalare episodi concreti di discriminazione verso persone vegetariane in Francia. Se il decreto non è ritirato, l’ICDV annuncia una nuova denuncia contro la Francia per violazione della libertà di convinzione.

*****

Contatto stampa : David OLIVIER, +33 6 42 06 07 47

Mail : contact@icdv.info

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Due quori e qualche capanna in Vita Senza Tempo (di Caterina Regazzi e Paolo D’Arpini)

(La kapanna non sta
in kanadà
né in città
circonfusa di lillà
ma sta quì
in Ytalì.)

La storia della letteratura amorosa concreta, basata sulle lettere d’amore, deve incominciare con la mancata trasmissione (orale) delle lettere fra Adamo ed Eva e fra Amore e Psiche. Prosegue con le mancate lettere fra Marcantonio e Kleopatràs, andate disperse ad opera dei manigoldi di Ottaviano, per arrivare ad un primo punto fermo: le lettere fra Eloisa e Abelardo. Abelardo ne scapitò dovendo, per ragioni di forza maggiore, cedere le “armi” anche senza un adeguato “consenso informato”. Quel che gli fecero subire, comunque, servì indubbiamente a sublimare il suo sentimento per la bella Eloisa, che non fu più compromesso da interferenze bassamente “carnali”, come il fatto che veniamo ad illustrare, ove la CARNE manca proprio per la PRESENZA COGENTE di una kultur e di una letteratura propriamente vegetariana.

Nel proseguire l’elencazione di lettere d’amore che potevano essere ma non furono (Ma.. la Divina Commedia è una maestosa lettera d’amore…) ricordiamo Dante e Beatrice, Petrarca e Laura… J.P. Sartre e Simone de Bauvoir, Fausto Coppi e la…. Dama Bianca, Hitler e Eva Braun… Kennedy e Marilyn… Aristotele Socrate Onassis e Maria Callas, eppoi, per rimanere nell’ambito letterario,CHE PER DEFINIZIONE è … STRANO… Paul Verlaine e Arthur Rimbaud nonché Oscar Wilde e Alfred Douglas (le lettere però sono state pubblicate nel 1962…)

Tale storiografia è stata di recente modificata da una grande storia d’amore, ( diciamo grande perché, al contrario dei precedenti, si tratta di due persone grandi, grandi in età). Un messaggio d’amore, amore autentiko perché nato fra le interferenze internettistiche, cioè attraverso lo strumento di comunicazione della contemporaneità, condito e sublimato (non corrosivo…) con il PENSIERO OLISTICO in tutte le sue infinite sfaccettature come ambiente, natura, ritologia pagana, paganitas autentica, spiriti dei boschi, cristianesimo mistico e materialistico, incontro e fusione col pensiero indiano, sincretismi vari, opzioni naturaliste fino ad arrivare alla cura e guarigione di vacche da allevamento uso parmigiano….

Ecco perché abbiamo potuto apprezzare la presentazione di questo nuovo libro, Vita Senza Tempo, durante un incontro nella piccola ma graziosa sede della “trattoria” bio-vegetariana Zuccallegra di Bracciano, domenica scorsa 2 ottobre 2011.

CONSIGLIAMO A TUTTI I NOSTRI AMICI, DESIDEROSI DI CONOSCERE I RISVOLTI dei quali si sostanzia UN AMORE CONTEMPORANEO, anche dal punto di vista dell’età, (che dimostra che l’amore NON MUORE MAI, e ciò può valere per TUTTI) di collegarsi col sito del CIRCOLO VEGETARIANO VV.TT. e chiederne una copia… NON in omaggio… per carità!

Giorgio Vitali.

Per richieste libri: caterinareg@gmail.com – circolo.vegetariano@libero.it
http://www.circolovegetarianocalcata.it/contatti/

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Bioregionalismo e rapporto uomo animali – Come garantire il benessere del gatto… di Caterina Regazzi

Benessere del gatto, ostelli ecologici, libertà di scelta, libertà di vita (per il gatto e per noi umani)

Come dipendente di un Servizio Veterinario di un’Azienda Usl sto cominciando a ri-occuparmi di animali d’affezione (lo avevo già fatto in passato, ma allora alcune cose erano abbastanza lasciate al buon senso, alla libertà degli individui o al caso).

In un mondo come quello in cui viviamo oggi, in cui, non so perché, è sentita la necessità di regolamentare tutto, lo Stato, sicuramente dietro pressione di organizzazioni animaliste, ha emanato un documento di carattere generale, l’Accordo Stato-Regioni sul benessere degli animali da compagnia e pet-terapy, del 6 febbraio 2003, lasciando (all’ art.2) alle Regioni e alle Province autonome il dovere di “prevedere disposizioni specifiche che individuino responsabilità e doveri del detentore dell’animale da compagnia che….. deve provvedere a….a…a…. tenendo conto dei suoi bisogni fisiologici ed etologici…”

La Regione Emilia Romagna ha così emanato la Legge Regionale n.5 del 17/02/2005 “Norme a tutela del benessere animale”e poi la Delibera 394/2006, http://www.anagrafecaninarer.it/vivereconglianimali/normativa/regione/Prot.pdf
con la quale ha approvato le indicazioni tecniche relative alla gestione e detenzione degli animali da compagnia in fase di commercio e allevamento (compresa l’attività di pensione).

Leggendo il capitolo riguardante i gatti sono rimasta alquanto colpita dalla differenza dei requisiti richiesti per le gabbie o gli spazi per i gatti nei negozi (0,4 mq x 90 cm h), nelle pensioni (2mq x 1,80 cm h), negli allevamenti (6 mq x 1,80 h più 2 mq per ogni gatto in più) e nelle esposizioni (parere dell’ANFI e della FIFE che prevede misure minime di 0,65 x 0,65 x 0,65m).

Non capisco come mai i requisiti più “favorevoli” per l’operatore e “meno favorevoli” per l’animale siano relativi alle attività realmente commerciali, cioè dove l’animale è oggetto di commercio (o è in mostra, il che, per un gatto, è anche peggio). Mi si obietterà che il gatto forse, quando non è nel suo ambiente “naturale” o forse sarebbe meglio dire “abituale” sta meglio nel piccolo che nel grande.

In effetti, questo lo rilevo anch’io. Faccio due esempi: porto il mio gatto dal veterinario (ebbene si!) e per farlo entrare nel trasportino ci vogliono due persone, appena sul tavolo dell’ambulatorio cerca solo di rientrarci dentro. Parlando con la titolare di una pensione per gatti (dotata delle gabbie previste per legge) ci descrive l’atteggiamento del gatto: col trasportino messo aperto nel gabbione, l’animale sta tutto il tempo dentro al trasportino ed esce solo per mangiare (se mangia) e fare i bisogni. A cosa serve allora tutto questo spazio? Senza considerare il rischio per l’operatore di entrare in un gabbione con un gatto magari nervoso, che si sente minacciato e che anche solo per paura, può decidere di attaccare, mordere e graffiare (successo realmente).

Inoltre, in un negozio un gatto ci può rimanere anche un tempo indefinito, in esposizione almeno un paio di giorni, in pensione non si sa…. ma perché obbligare a spese esagerate le strutture che servono solo a custodire per pochi giorni animali che non possono essere altrimenti gestiti? Penso che chiunque ne abbia la possibilità preferisce lasciare il proprio gatto (che non soffre particolarmente dell’assenza del proprietario “umano”) nel suo ambiente, con qualcuno che semplicemente rifornisce con regolarità le ciotole del cibo e dell’acqua da bere. Anzi, potrebbero esserci gatti che hanno mantenuto la capacità di procacciarsi il cibo, vivendo all’aperto, con possibilità di ripararsi e quindi di “arrangiarsi” almeno per qualche giorno.
Ma immagino che quel proprietario di gatti che osasse fare una cosa del genere si vedrebbe presto segnalato o denunciato per maltrattamento di animali.

Avanzo un’altra proposta: perché non lasciare la libertà al proprietario del gatto di scegliere la pensione attrezzata come meglio preferisce, con gabbie piccole, medie, grandi, a seconda anche dell’indole dell’animale, pagando in base al servizio ricevuto?

Potrebbero allora anche essere realizzati ostelli per felini, che non abbiamo la struttura di un lager, bensì rispecchino un ambiente naturale, sia pur rispretto,(con piante, terra, sabbia, tronchi d’albero, anfratti) in cui i gatti potrebbero essere tenuti insieme ad altri gatti, anche estranei, in un grande spazio, con la possibilità di nascondersi, se vogliono, o di socializzare, eh si, perché anche il gatto, pur essendo un solitario, se ne ha l’opportunità socializza, stabilisce gerarchie, mette in atto un repertorio comportamentale, dimostra simpatia, indifferenza, antipatia, voglia di giocare, se non fosse così esisterebbero le colonie feline?

Si rieducherebbero forse (si, lo so, ci vuole tempo!) i nostri gatti casalinghi molti dei quali vivono nelle case in condizioni di isolamento e non hanno mai visto un uccellino o cacciato un topo nella loro vita – quello si (un bel topo vero!) che sarebbe arricchimento ambientale, non i pupazzetti di gomma o i tappetini per farsi le unghie!)

Non sono un’etologa né un’animalista ma credo che se dobbiamo ricercare il benessere di un animale (il gatto è solo un esempio, potremmo inserire in questo discorso anche l’animale “umano”), pensiamo a come vive quando è libero in natura e cerchiamo, per le pensioni, i negozi e le altre attività, ma soprattutto nel caso dei nostri gatti di casa di mantenere o di ritornare il più possibile quella condizione……..

Caterina Regazzi

Referente della Rete Bioregionale Italiana
Per il rapporto Uomo – Animali

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L’importanza degli alberi nelle metropoli …. di Francesco Ferrini

È ormai pienamente dimostrato che la vegetazione urbana e periurbana costituisce una risorsa fondamentale non solo per il miglioramento della qualità della vita nei centri abitati, ma per la stessa sostenibilità dei sistemi urbani e per il ruolo che essa può esercitare nel mantenimento e incremento della biodiversità negli ambienti antropizzati, costituendo o integrando corridoi e reti ecologiche estese a livello periurbano e rurale. Recentemente, tuttavia, si sta cercando di fornire dei dati quantitativi sull’effettivo contributo della vegetazione nel modificare alcuni fattori ambientali quali il clima, la qualità dell’aria, il ciclo dell’acqua, la biodiversità della fauna e, non ultimo, sugli effetti esercitati dalle aree verdi sullo stato di salute psico-fisica dell’uomo (McPherson 1995; Mc Pherson, 2001; Ferrini e Baietto, 2006).

È noto che gli ambienti urbani sono significativamente più caldi delle aree rurali, con differenze che vanno da un minimo di 1,1°/4,4°C in città dal clima temperato, fino ai 10°C di Città del Messico (DOE, 1996). Dati pubblicati qualche anno fa da Nowak (1999) hanno dimostrato come sotto piccoli gruppi di alberi o alberi singoli con copertura erbosa, la temperatura pomeridiana dell’aria a 1,5 metri sopra il livello del terreno fosse da 0,7° a 1,3°C più bassa che in altre zone. Un albero adulto con una grande chioma può produrre l’effetto equivalente di cinque condizionatori che funzionino per 20 ore di seguito (Semrau, 1992).

L’effetto più macroscopico però, nell’abbassamento di temperatura da parte degli alberi, è determinato dall’ombreggiamento nei confronti degli edifici. Grazie ad una corretta progettazione di aree verdi intorno alle case, o dei viali alberati in città, è possibile ridurre anche notevolmente la richiesta di energia per il condizionamento estivo, arrivando a ridurre i costi fino al 25% associandovi l’azione frangivento invernale.

Non meno importante è il ruolo esercitato dalla vegetazione, in particolar modo arborea, sulla riduzione dell’inquinamento dell’aria da particelle microscopiche sospese che, potenzialmente, può causare le più severe e dannose malattie per l’apparato respiratorio che si possano riscontrare in ambiente urbano o extraurbano. Le foglie degli alberi, specialmente quelle con determinate caratteristiche, hanno la capacità di fungere da “sink” per il particolato sospeso, ovvero di “catturare” le particelle inquinanti che si depositano sulla superficie fogliare; tali particelle, poi, seguiranno due destini alternativi: in alcuni casi verranno assorbite dalle cellule fogliari ed entreranno, a vario titolo, nel metabolismo dell’albero; in altri casi, e più semplicemente, si accumuleranno sulla superficie fino a quando le precipitazioni non le convoglieranno a terra.

Beckett et al., (2000), per esempio, hanno studiato l’effetto delle piante sul particolato in quattro siti a Londra e dintorni, diversi per copertura vegetale, fonte di inquinamento, e distanza dal fattore inquinante. L’efficienza nella cattura e ritenzione delle particelle si è dimostrata, anzitutto, sito-specifica; all’interno del medesimo sito, poi, grande variabilità si è rilevata tra le specie. In un parco di 10 ha situato nelle immediate vicinanze di una via a grande percorrenza, a Brighton, un olmo (Ulmus procera) di 21 m di altezza ha fissato, in una sola stagione vegetativa, 1071 g di particolato sospeso, corrispondenti a 475 mg m-2 di area fogliare. Nello stesso luogo, un tiglio di 12 m ha fissato 192 mg m-2 di particelle, mentre una pianta di caratteristiche molto simili, valutata in un altro sito (piccolo parco di 2 ha in città), ha ridotto di 488 mg m-2 di inquinanti.

Il meccanismo più importante mediante il quale le particelle si depositano sull’area fogliare, come spiegato da Beckett et al. (1998), è il semplice impatto. Ciò è grandemente aumentato dalla formazione di mulinelli e correnti d’aria, che si formano quando un flusso laminare è interrotto da superfici non aerodinamiche, ruvide o pelose. L’olmo, infatti, possiede una densa peluria e una superficie fogliare grossolanamente corrugata, quindi propensa a formare microturbolenze.

Quanto brevemente riportato evidenzia come il possibile ruolo positivo del verde urbano sia fortemente legato alla struttura, composizione e distribuzione della vegetazione, nonché ai criteri utilizzati per la gestione. La difficoltà di quantificare questi effetti e di applicare criteri di pianificazione e gestione finalizzati a ottenere i massimi benefici dalla vegetazione urbana, deriva nei centri urbani del nostro paese da due fattori sostanziali:

1. la conoscenza estremamente frammentaria e incompleta della consistenza e delle caratteristiche della vegetazione urbana e periurbana.

2. la pressoché totale assenza di linee guida per la pianificazione e per la gestione specifiche per i nostri ambienti urbani.

Entrambe queste problematiche sono prese in considerazione dalle attuali linee settoriali di ricerca in particolare negli Stati Uniti, in Europa (Konijnedijk 1999) e, più recentemente, anche in Italia (A.A.V.V., 2004). Il loro studio è, infatti, indispensabile per programmare al meglio la gestione sostenibile delle aree interessate, ma anche per pianificare, in modo congruente, nuovi spazi verdi.

In ultimo appare doveroso sottolineare che nella pianificazione e progettazione di questi ultimi è basilare tener in massimo conto il principio “albero giusto al posto giusto”, poiché non è sufficiente che gli alberi sopravvivano, ma che abbiano elevati tassi di crescita e, conseguentemente, elevati tassi di sequestro di CO2 e di abbattimento degli inquinanti.

Francesco Ferrini

(Fonte Nemeton)

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Agricoltura Contadina – La “ragnatela” di Giovanni Di Genua per portare l’Europa verso la sovranità alimentare…

I cittadini di tutta Europa stanno sperimentando le prime politiche di
aggiustamento strutturale che i governi stanno imponendo alle loro popolazioni, quelle politiche fino ad ora prescritte a popolazioni di altre regioni, in particolare del Sud del mondo. Questo con il solo interesse di
salvare il capitalismo e coloro che ne traggono profitto (banche private, gruppi di investimento e multinazionali). Vi sono molti segnali a indicare che nel futuro prossimo queste politiche antisociali diventeranno ancora più severe e più estese. Sono al contempo anche iniziate le prime mobilitazioni generali per denunciare i sistemi economici e di governance che ci hanno portato a questo punto. Noi offriamo – creativamente e energicamente – la risposta e l’opposizione dei movimenti sociali europei al modello di agricoltura globale che è il riflesso esatto del sistema capitalista che lo ha creato.

I sistemi alimentari sono stati piegati a servire un’agricoltura industrializzata, controllata da poche multinazionali del cibo e da un piccolo gruppo di enormi catene di supermercati. Si tratta di un modello
pensato per generare profitti e quindi completamente incapace di adempiere ai suoi obblighi nutrizionali.

Invece di essere un modello dedicato alla produzione di cibo sano, accessibile e di beneficio alle persone, si concentra sempre più sulla produzione di materie prime destinate alla produzione di agrocarburanti o mangimi per animali, magari attraverso enormi piantagioni monocolturali. Da un lato, questo ha causato la perdita smisurata di aziende agricole e di persone che vivevano di quelle aziende, e dall’altro promuove una dieta dannosa per la salute e povera di frutta, verdura e cereali diversi.

Questo modello industriale di produzione è dipendente da combustibili fossili in via di esaurimento e dalla chimica; non riconosce i limiti di risorse preziose come la terra o l’acqua; è responsabile di drastiche perdite di biodiversità e di fertilità del suolo; contribuisce al cambiamento climatico; costringe migliaia di persone a lavori irrispettosi dei loro diritti più fondamentali; e conduce al peggioramento delle condizioni di lavoro degli agricoltori e dei lavoratori salariati, in particolare dei migranti. Ci allontana da una relazione rispettosa
e sostenibile con la natura. Questo sfruttamento e trattamento della terra è la causa fondamentale della povertà rurale e della fame di più di un miliardo di persone nel mondo (come adesso nel Corno d’Africa).
Inoltre, tutto ciò provoca migrazioni forzate, mentre crea un surplus di alimenti industriali che finiscono per essere scartati come rifiuti o smaltiti nei mercati sia all’interno che al di fuori dell’Europa, distruggendo le produzioni locali.

Questa situazione è il risultato di politiche alimentari, finanziarie, commerciali ed energetiche, imposte dai nostri governi, dall’Unione Europea (in particolare attraverso la sua Politica Agricola Comune), dalle istituzioni multilaterali e finanziarie e dalle multinazionali. Tra gli esempi si possono annoverare le politiche di deregolamentazione e liberalizzazione dei mercati agricoli e la speculazione sugli alimenti.
Cambiare la direzione di questo sistema alimentare non funzionale sarà possibile solo attraverso un riorientamento completo delle politiche e delle pratiche alimentari e agricole. È indispensabile ridisegnare il
sistema alimentare sulla base dei principi della Sovranità Alimentare, soprattutto in Europa, ed è indispensabile farlo ora.

Di conseguenza più di 400 persone provenienti da 34 paesi europei, dall’Atlantico agli Urali e Caucaso, dall’Artico al Mediterraneo, nonché rappresentanti internazionali, provenienti da diversi movimenti sociali e
organizzazioni della società civile, si sono incontrati dal 16 al 21 agosto 2011 a Krems, in Austria, per fare un passo in avanti nello sviluppo di un movimento europeo per la Sovranità Alimentare. Stiamo costruendo, sulle fondamenta della Dichiarazione di Nyéleni 20071, il diritto dei popoli a definire democraticamente i
propri sistemi alimentari e agricoli senza danneggiare altri popoli o l’ambiente.

Sono giá in atto numerose esperienze e pratiche basate sulla Sovranità Alimentare, a livello locale, regionale ed europeo, dimostrando la sua applicabilità e la sua necessità.
Siamo persone che condividono valori basati sui diritti umani. Vogliamo la libera circolazione delle persone, e non la libera circolazione di capitali e merci che contribuisce alla distruzione dei mezzi di sostentamento delle persone, costringendo così molti a migrare. Il nostro obbiettivo è la cooperazione e la solidarietà in
1 Primo Forum mondiale per la Sovranità Alimentare, che ha riaffermato il quadro internazionale sulla Sovranità Alimentare. http://www.nyeleni.org/ antitesi alla concorrenza. Ci impegniamo a reclamare e ricostruire la nostra democrazia, una democrazia che
coinvolga ognuno di noi nelle questioni di interesse pubblico e nei processi decisionali sulle politiche pubbliche, rendendo possibile processi decisionali collettivi su come organizzare il nostro sistema
alimentare. Ciò richiede la costruzione di sistemi e processi democratici, non violenti, liberi dall’influenza delle multinazionali, e basati su pari diritti e uguaglianza di genere, portando così anche alla soppressione del patriarcato.

Molti di noi sono giovani che rappresentano il futuro della nostra società e delle nostre lotte. Faremo in modo che la nostra energia e la nostra creatività consolidi questo movimento. Per fare ciò dobbiamo essere in grado di partecipare ai processi agricoli e produttivi ed essere integrati in tutte le strutture e processi decisionali.

Siamo convinti che la Sovranità Alimentare non è solo un passo avanti verso un cambiamento dei sistemi agricoli e alimentari, ma è anche un primo passo verso un rinnovamento più ampio nelle nostre società. Per
questo ci impegniamo a lottare per: Cambiare il modo in cui il cibo viene prodotto e consumato Lavoriamo per sistemi resilienti di produzione alimentare, che forniscano cibo sano e sicuro per tutti i
cittadini in Europa, che salvaguardino anche la biodiversità e le risorse naturali, garantendo il benessere degli animali. Ciò richiede modelli ecologici di produzione e di pesca, nonché una moltitudine di agricoltori di piccola scala, di coltivatori urbani e pescatori che producano cibi locali quali spina dorsale del sistema alimentare. Lottiamo contro l’utilizzo di OGM e per crescere e recuperare la grande diversità di varietà non- GM di sementi e razze animali. Promuoviamo forme sostenibili e diversificate di culture alimentari, a partire dal consumo di cibi locali e di stagione che rimpiazzino alimenti altamente trasformati. Ciò include un minor consumo di carne e prodotti animali, provenienti da produzione territoriale e frutto di alimentazione con mangimi locali e non geneticamente modificati. Ci impegniamo, attraverso l’educazione e la condivisione di abilità, a ri-abbracciare e promuovere pratiche e saperi in cucina e nella trasformazione dei prodotti alimentari.
Cambiare il modo in cui il cibo viene distribuito Lavoriamo per il decentramento delle filiere alimentari, promovendo mercati diversificati basati sulla
solidarietà e su prezzi equi, su filiere corte e relazioni intensificate tra produttori e consumatori attraverso reti alimentari locali che contrastino l’espansione e il potere dei supermercati. Vogliamo costruire le basi per sviluppare sistemi di distribuzione degli alimenti adatti alle persone che ne devono fruire e permettere agli
agricoltori di produrre e trasformare il cibo per le loro comunità. Ciò richiede norme igieniche e infrastrutture appropriate all’ottenimento e promozione di alimenti locali a favore dei piccoli agricoltori.
Lavoriamo anche per garantire che il cibo che produciamo possa raggiungere tutte le persone nella società, comprese le persone con reddito minimo o inesistente.
Valorizzare e migliorare le condizioni sociali e di lavoro nei sistemi alimentari e agricoli

Lottiamo contro lo sfruttamento e il degrado delle condizioni di lavoro e sociali, per i diritti di tutte le donne e gli uomini che producono cibo così come per i lavoratori stagionali e migranti e per i salariati nell’industriadi trasformazione, nel settore distributivo e commerciale. Lavoriamo affinché vi siano politiche pubbliche
orientate alla soddisfazione dei diritti sociali che stabiliscano standard sociali elevati e che condizionino i finanziamenti pubblici al loro rispetto. La società deve dare maggiore valore al ruolo dei produttori di
alimenti e di chi lavora nel settore, per noi questo significa anche garantire redditi decenti. Il nostro obiettivo
è costruire ampie alleanze tra tutte le persone che lavorano nel sistema alimentare.

Rivendicare il diritto ai nostri Beni Comuni

Noi ci opponiamo e lottiamo contro la mercificazione, la finanziarizzazione e la brevettazione dei nostri beni comuni: terra, semi rurali tradizionali e riproducibili, razze di bestiame e riserve ittiche, alberi e foreste, acqua, atmosfera e conoscenze. L’accesso a questi beni non dovrebbe essere determinato dai mercati e dal
denaro. Nell’utilizzo delle risorse comuni, dobbiamo garantire la realizzazione dei diritti umani e il perseguimento dell’uguaglianza di genere, ai fini del beneficio collettivo della società. Riconosciamo anche
la nostra responsabilità nell’usare i nostri Beni Comuni in modo sostenibile, nel rispetto della madre terra, attraverso un controllo collettivo, democratico e comunitario.

Cambiare le politiche pubbliche che regolano i nostri sistemi agricoli e alimentari La nostra lotta comprende il cambiamento delle politiche pubbliche e delle strutture di governance che regolano i nostri sistemi alimentari – dal livello locale fino a quello nazionale, europeo e mondiale – anche attraverso la delegittimazione delle grandi multinazionali. Le politiche pubbliche devono essere coerenti, complementari e devono promuovere e proteggere i sistemi e le culture alimentari.
Queste devono inoltre essere basate sul diritto al cibo, sull’eradicazione di fame e povertà, sull’adempimento dei bisogni umani e sul contributo alla Giustizia Climatica in Europa e nel mondo. Abbiamo bisogno di un quadro giuridico che garantisca prezzi stabili ed equi per i produttori di cibo, promuova un’agricoltura rispettosa dell’ambiente, internalizzi i costi sociali ed ambientali nei prezzi degli alimenti e attui una riforma fondiaria. Un maggior numero di agricoltori in Europa sarebbe la positiva conseguenza di queste politiche. A loro supporto va anche messo a disposizione un sistema di ricerca che risponda a obiettivi collettivi e a verifica sociale. Le politiche pubbliche devono portare al divieto di ogni speculazione sui prodotti alimentari e alla tutela di sistemi e culture alimentari locali o regionali, bandendo, ad esempio, pratiche dannose come il dumping o l’accaparramento di terre in Europa, ed in particolare modo nell’Europa dell’Est, o nel Sud del mondo. Lavoriamo per nuove politiche agricole, alimentari, sementiere, energetiche e commerciali che garantiscano la Sovranità
Alimentare in Europa e nel resto del mondo. In particolare, tutto ciò deve passare per una diversa Politica Agricola e Alimentare Comune, la rimozione della Direttiva Europea sui Biocarburanti e la ubicazione della governance globale del commercio agricolo internazionale presso la FAO e non presso il WTO.

Facciamo appello alle persone e ai movimenti sociali in Europa per impegnarsi, insieme a noi, in tutte le nostre lotte al fine di riprendere possesso dei nostri sistemi alimentari e di costruire il Movimento
per la Sovranità Alimentare in Europa ORA!

Giovanni Di Genua (Ragnatela)

Nyeleni Europe 2011: Forum Europeo per la Sovranità Alimentare
Krems, Austria, 21 Agosto 2011

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