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La storia di Calcata quando era Arx e la storia del Treja quando era il Tevere e…


Calcata immaginifica di Sofia Minkova

Spesso quando ancora risiedevo nel borgo più chiacchierato d’Italia parlavo di Calcata agli amici che venivano a trovarmi imbrogliandoli sulle sue origini, raccontando varie storielle attinte alla mia fantasia. In parte lo faccio ancora oggi in qualsiasi luogo io mi trovi, che sia Spilamberto o Treia, ma io non le chiamo favole ma “psicostorie”… E a dire il vero non sono totalmente invenzioni della mia fervida mente immaginativa. Le mie narrazioni fanno riferimento a qualche fatto realmente accaduto, forse più che “bugie” potrei definirle “visioni dall’inconscio”, letture dell’Akasha…
Allora, dovete sapere, e questo sta scritto persino nei depliants del Parco del Treja, che l’acrocoro di Calcata fu scavato dal paleotevere, cioè Calcata era un’isola, come oggi lo è l’isola Tiberina, del fiume Tevere che migliaia di anni fa scorreva proprio in questa valle. La valle del Treja dovrebbe chiamarsi “valle del Tevere” ma a causa di un terremoto o più probabilmente di un’eruzione dei vulcani Sabatini, il Tevere cambiò corso (passando dall’altro lato del monte Soratte) e Calcata rimasta quasi all’asciutto divenne l’impervia rocca che oggi conosciamo. Chissà cosa sarebbe accaduto se non fosse andata così… molto probabilmente quell’isola che funse da volano per la nascita di Roma, ovvero l’isola Tiberina (che ricordiamolo era l’ultimo attracco e guado possibile prima che il Tevere confluisse nel Tirreno), avrebbe potuto essere la nostra Calcata e chiamarsi “Arx” (Arca), giacché –ricordiamolo ancora- i Falisci che fondarono quest’Arca di Luce che divenne Calcata, parlavano il latino, anzi sono gli unici e veri “latini” che abitavano tutta la bassa valle del Tevere sino ai sette colli di Roma. Altri “latini” non esistono né sono mai esistiti, la cosiddetta patria dei Latini Albalonga è una bufala storica tanto per creare confusione sulla nascita di Roma, come la leggenda dell’arrivo di Enea. Insomma all’inizio c’erano solo i Falisci, tribù indoeuropee, che parlavano falisco (cioè il latino) e che convivevano con altre tribù consanguinee sabine e sannite. Anche i cosiddetti Etruschi erano essi stessi più o meno della stessa etnia e basta, anch’essi genti italiche indoeuropee dal punto di vista etnico ma che avevano assunto i modi e la lingua delle popolazioni anatoliche che giunsero sulle sponde tirreniche (poi dette appunto Etruschi o Tirreni), ne più ne meno come avvenne per i Cartaginesi i quali massimamente non erano altro che nord africani che avevano appreso i costumi e l’idioma fenicio (ma non prendete queste mie affermazioni come oro colato…).
Se ragioniamo bene scopriamo che egualmente avvenne per le popolazioni del Danubio (Dacia) che oggi chiamiamo “Romania”, i rumeni non sono altro che gli abitanti originari di quell’area che assunsero la lingua e la cultura romana. Insomma i Falisci sono i veri “Romani” e solo in seguito si tese a differenziarli in falisci, falisci capenati, latini ed infine romani. In verità sono i Falisci stessi che fondarono Roma, rinunciando all’etnia originaria assumendo una nuova identità giuridica e culturale. E c’è un’evidenza storica che avvalora questa ipotesi giacché i Falisci e la loro civilizzazione risale al villanoviano mentre Roma fu fondata solo nel 700 a.C.
La storia leggendaria della fondazione di Roma non è altro
che il rifacimento della storia di Fescennium, la mitica prima città falisca, che l’archeologo inglese G. Potter, non impregnato di “romanismo”, scoprì durante i suoi scavi a Narce, Pizzopiede e Montelisanti, tre colline che circondano Calcata, nucleo portante della prima città policentrica “Arx”. Lo stesso processo fondativo, dopo molti secoli, avvenne sui famosi “sette colli” della città poi chiamata eterna. Ma, qui ritorno alla psicostoria, la “città eterna” (se il Tevere non avesse cambiato il suo corso) avrebbe potuto essere Arx -ovvero Narce- (che è una storpiatura di Arx).

Arrivo al dunque, ecco come ho immaginato questa trama…..

Calcata e Roma fra storia e psicostoria.

Ci sono due modi per osservare: dall’interno e dall’esterno. L’uomo si trova al centro dell’universo ed osserva il mondo che lo circonda ma, a sua volta, è osservato dal mondo. In che modo si svolge questo gioco? Ogni volta che rivolgiamo l’attenzione alle cose che ci stanno attorno stiamo osservando il mondo ed ogni volta che passiamo all’introspezione è l’universo nella sua interezza che osserva noi. Questo passatempo può avvenire solo attraverso la coscienza, infatti è solo tramite la “consapevolezza” che è possibile osservare colui che osserva. Per contemplare, appurato che è questa la qualifica essenziale della coscienza, occorre sempre un oggetto. Questo oggetto, o meglio il riflesso dell’immagine, è percepito nella mente. Essa ci permette di parlare e discutere, di presupporre ed inventare, di criticare e di accettare, ma è solo per mezzo di questa “parentesi” che è possibile circoscrivere e visualizzare quel che ci interessa.
Nel presente caso la storia che si dipana dalla coscienza è quella dei due modi di vedere. Due possibili destini a confronto. Per convenienza potremmo chiamarli “io e tu” e visto che son due possiamo anche dargli un sesso, allora diciamo che “io” è il maschio ed il “tu” in quanto altro, diviene femmina. Dico così non certo per maschilismo, soltanto perché nell’io c’è la qualità della penetrazione e dell’approfondimento, mentre nel tu c’è la vastità dell’accoglienza di ciò che deve essere conosciuto. In realtà “l’oggetto” non si stanca mai di essere osservato dal “soggetto” che, a sua volta, non fa altro che inventarsi nuovi metodi d’osservazione. Nessuna meraviglia
quindi, che l’oggetto sia spesso identificato con l’Universo intero, ovvero tutto ciò che esiste ed è conoscibile, mentre il “soggetto” (come un indomito ed infaticabile esploratore) si affanna continuamente a cercare diverse visuali e prospettive di investigazione.
Ecco qual’è lo scopo dell’insaziabile penetratore dell’anima.
Per tagliar corto, vi dirò che stavolta l’oggetto esaminato ha la forma di un uccello. Questo uccello è una rondine che si lascia seguire dallo sguardo. Essa è figlia di una figlia di una figlia… dalla figlia di una rondine antica che volò su questa valle, la stessa di quando le rondini non avevano ancora un nome e non c’era nessun uomo ad osservarle. Non di meno la valle era viva. L’acqua di un grande fiume, che allora era il Tevere, aveva già scavato ed eroso le sue forre. Le pareti di tufo erano ricoperte di lecci, aceri, carpini e querce ed il fiume scorreva orgoglioso fra le gole delle tre colline, quelle che avrebbero dovuto ospitare. nei piani del giocatore originario, la sede di una futura civilizzazione: la città Faro di luce, la mitica Arx.
Le tre colline erano già levigate e gonfie di vegetazione e di vita, gli animali vi pascolavano felici e la proto-rondine le sorvolava, proprio come sta facendo la nostra rondine di oggi. Ma a quella sua lontana progenitrice sarebbe toccato di assistere ad un avvenimento che era destinato a cambiare la storia di quest’angolo di mondo. Uno degli ultimi vulcani attivi dell’apparato sabatino si risvegliò: la violenza dei suoi schizzi di cenere, fumo e lapilli oscurò il cielo. La terra tremò, le bocche vulcaniche eruttarono valanghe di lava, la quieta valle si spaccò, si fendette si accartocciò. Per chilometri e chilometri la proto-rondine non riusciva a trovare riparo. Il fiume ribolliva, le acque straripate non riuscivano più a cogliere l’alveo in cui riposare e continuare il percorso verso il mare.
Solo il monte Soratte, gigante di pietra, si ergeva in mezzo al marasma infernale, anch’esso sembrava tremare alla furia del fuoco ma rimase saldo, ebbe pietà di quell’uccello impaurito e del fiume sperduto ed offrì ad entrambi un fianco. Così fu che il Tevere cambiò il suo corso. E fu così che Roma venne poi fondata sui sette colli mentre le tre colline ospitarono una piccolissima “Arx”, cioè Narce, che diverrà poi Calcata, è rimase un minuscolo angolo di paradiso. Ora che, attraverso questa particolare “osservazione” spazio-temporale, ho raccontato il suo segreto la rondine sembra volersi vendicare gettandosi su di me, per tema che io tradisca la sua storia, ma voi avete già capito (e se non vi rimando all’inizio del racconto) che non deve essere mai, mai, mai…

Paolo D’Arpini

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Approccio laico verso la ricerca spirituale

C’è una sostanziale differenza, nell’atteggiamento interiore, se noi
crediamo di aver scelto il compimento di una determinata azione (o
corso di azioni) oppure se noi semplicemente sentiamo di star
affrontando delle contingenze (se rispondiamo cioè allo stimolo degli
eventi in corso). Nel primo caso ci sentiamo responsabili ed abbiamo
precise aspettative verso i risultati del nostro agire, nel secondo
sappiamo che la nostra energia si muove in sintonia con le condizioni
in cui ci troviamo e non calcoliamo di dover adempiere ad un preciso
fine.

E’ evidente che nel primo caso sperimentiamo un senso di costrizione,
delusione o speranza, mentre nel secondo il nostro comportamento molto
somiglia ad un gioco infantile. Sappiamo bene che il distacco e la
quiete interiore sono un fattore importante per la riuscita, tant’è
che al momento di superare un esame facciamo di tutto per sentirci
rilassati, anche se –in verità- lo sforzo stesso di rilassarci non
produce l’effetto desiderato…..Eppure, nel mondo parliamo di
“riuscita” in ben altri termini e cerchiamo sempre di porre l’accento
sul nostro “sforzo personale”.

Ma torniamo a considerare il primo caso, in cui definiamo il nostro
agire una “libera scelta”, agendo come bulldozers e seguendo regole
precise auto-imposte o subite, affermando “questa è la nostra
decisione” e seguendola con fede cieca. Magari non siamo consapevoli
che nel secondo caso potremmo facilmente galleggiare -o nuotare-
seguendo la corrente e che la nostra volontà corrisponderebbe
spontaneamente alla nostra disposizione innata.

Vediamo ora che i risultati ottenuti nel primo caso sono per noi
frutto di preoccupazione e sconforto mentre nel secondo caso,
navigando a vista, ogni risultato è una scoperta, ogni approdo un
arricchimento. Ma –stranezza del caso- sentiamo affermare nel mondo
“…quello è un uomo tutto d’un pezzo e di successo che si è fatto da sé
lottando con le unghie e coi denti…” e per contro “…quella persona è
un sempliciotto che vive in beata innocenza, senza interessi e non sa
nemmeno cosa è bene e cosa è male…”.

Ed a questo punto vorrei chiedervi, non furono cacciati Adamo ed Eva
dal paradiso terrestre proprio per aver assaggiato il frutto del bene
e del male? Eppure di tutta la Genesi questo, che mi sembra il
passaggio più significativo, viene spesso descritto come una favola…
in realtà è un’allegoria dell’uscita dall’armonia dell’unità
primigenia e l’entrata nell’inferno del dualismo e della separazione.

Per fortuna non dobbiamo aspettare molto (né tante .. e neppure una
vita, basta un momento) per capire il trucco dell’illusione, della
proiezione egoica duale, giacché l’unità nella coscienza non è mai
venuta meno, è proprio qui ed ora… e non allora o domani… Paradiso ed
inferno son solo paradigmi della mente, nel divenire.

Si chiedeva Eric Fromm: “essere o avere?”

Paolo D’Arpini

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Spiritualità Laica – Un guru per amico…

Molto spesso parlando con amici del concetto di Spiritualità Laica mi
son trovato a dover difendere quella che è la funzione del Guru in
questo percorso. Solitamente, come spesso dichiarato dai due
Kishnamurti (Jiddu e U.G.), sicuramente esponenti di un filone
“anti-religioso”, si intende che la ricerca spirituale debba essere
indirizzata unicamente all’auto-conoscenza, intendendo che ciò che è
fuori di noi è sicuramente anche dentro di noi, quindi non serve
cercare all’esterno quel che abbiamo già all’interno.

Per conoscere se stessi -come diceva lo stesso Ramana Maharshi- non
c’è bisogno di alcuna istruzione o azione, “il Guru può solo indicare
la strada ma non può darti quello che già sei”. Ma c’è da dire che
per le tendenze inveterate a rivolgersi verso l’esterno non siamo in
grado di affondare e ricongiungerci nel Sé. Perciò sentiamo il bisogno
di un aiuto, perlomeno un esempio, un gesto di simpatia e di amore che
ci incoraggi verso la meta.

La mia esperienza in tal senso, vissuta con Baba Muktananda, un maestro realizzato, può forse risultare significativa per l’accorto lettore.

Il mio rapporto Guru / Discepolo rappresentava una relazione molto “animale”.
Poco o nulla appariva sul piano dell’insegnamento “formale”. Mi sentivo
stimolato ad avvicinarmi a lui con un approccio silenzioso, rivolto
all’osservazione, alla mimica, alle azioni compiute, alla leggerezza,
al calore dimostrato. In effetti era solo un gioco al “nascondino” in
cui spiavo da dietro l’angolo ogni suo gesto e movimento. In alcuni
momenti, quelli più intimi, mi sembrava che la conoscenza mi venisse
trasmessa attraverso queste forze giocose.

Mi viene in mente, per analogia, l’immagine di una mamma gatta che
gioca con il suo micio. Attraverso il gioco, le leccate, le zampate,
il rotolarsi, il ringhiare, il miagolare, la mamma gatta trasmette
conoscenza di sé… Ed il gattino scopre la sua natura felina,
istintivamente, in quel gioco amoroso. Altrettanto è avvenuto per il
risveglio interiore che si è manifestato spontaneamente al contatto
con il mio Guru.

Tutto succedeva senza pensarci, come effetto della presenza nello
stesso luogo e nello stesso tempo, vivendo situazioni comuni. La
conoscenza trasmessa in tal modo è intrisa di varie emozioni, talvolta
ribellione, talvolta affetto, gestualità, sguardi, odori, leggeri
tocchi, persino ironia e senso del ridicolo.. Alla fine il risultato
di quel fantastico rapporto, potrei definirlo d’amore, è la conoscenza
per sottile “induzione” (o intuizione?), per risveglio della memoria
ancestrale.. Il Guru non faceva altro che rappresentare quel che
anch’io sono.. E’ come guardarsi allo specchio, una volta
riconosciuta la propria immagine non serve null’altro da aggiungere..
poiché “l’immagine” dello spirito è permanente, non è mutevole come
quella di un volto che invecchia, lo spirito.. è eternamente giovane.

Questo il mio sentire… Infatti la spiritualità laica è un percorso
che supera ogni concetto di religione e di comportamento, sta al di
fuori degli indirizzi morali ed anche di quelli immorali.

Ciò potrebbe dar adito a dubbi ed anche a fraintendimenti. In effetti
per come è stata descritta e giudicata, soprattutto nelle religioni di
matrice giudeo/cristiana, l’amoralità e l’immoralità vengono spesso
equiparate alla mancanza di coscienza spirituale. Ma questo pensiero è
dovuto al fatto che si è sovrimposta una norma di comportamento,
basata sull’etica e sulla morale religiosa, sullo stato naturale
dell’uomo e sulla sua genuina espressione spirituale.

La spiritualità laica non può essere un “atteggiamento” od il
risultato di un conformarsi alle norme scritte da qualcuno,
spiritualità laica è semplicemente essere consapevolmente quello che
si è, senza vergogna e senza modelli di sorta. Perciò la capacità del
Guru di “insegnare” attraverso la vita quotidiana, in termini
spirituali laici, sta nell’abilità intrinseca di “trasmettere” la
“verità” in tutto ciò che noi manifestiamo o che a noi si manifesta.

Il Guru non è una persona, quindi, o perlomeno non soltanto una
persona visto che comunque può apparire in ogni forma, bensì
l’intelligenza illuminante che ci libera dalle sovrastrutture mentali
e dalle finzioni religiose o morali.

Paolo D’Arpini

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Etica e morale…. concetti utili all’ordine sociale

Ricordo parecchi anni fa un momento magico vissuto a Calcata, nelle
grotte di Jorgen, l’amico danese che se ne tornò al suo paese per
morire… Nelle grotte di Jorgen fu messa in scena una commedia
mitologica e misterica: Il Risveglio di Titania.

Nella commedia Titania è una splendida creatura fatata che se ne va in
giro per i boschi col suo fedele corteo di spiritelli. Shakespeare ha
scritto del loro litigio e della vendetta del suo legittimo sposo
Oberon, dopo che Titania non ha voluto vendergli il suo prezioso
paggio indiano, motivo delle gelosie di Oberon.

Così Oberon sorprende Titania addormentata e le spreme sugli occhi il
succo della viola del pensiero, fiore fatato capace di far innamorare
chiunque della prima cosa che vedrà. Così, al suo risveglio, Titania
si innamora di Bottom, un orribile uomo dotato di una testa d’asino.
La storia ha comunque un lieto fine, i due sposi magici si
riconciliano superando i concetti restrittivi di gelosia, invidia,
etica e morale.

Questa storia, come tutti i racconti di Shakespeare evoca diversi
significati. L’addormentarsi di Titania è come la morte ed il
risveglio è in verità il sogno che noi prendiamo per realtà. In esso
godiamo l’illusione dei sensi ed amiamo ciò che non possiamo
riconoscere. La riconciliazione è il momento del ritorno alla libertà,
il superamento delle illusioni e della schiavitù dei sentimenti
imposti.

Etica e morale, due pensieri cangianti e relativi, i cinesi antichi
avevano l’onestà di ammettere che queste due qualità fossero
solo una convenienza sociale. Nel Taoismo erano considerate due forme
ipocrite di asservimento alle consuetudini. La morale e l’etica sono
state usate da tutte le religioni monoteiste come bandierine
simboliche per giustificare il bene programmato a sistema, mentre
l’amoralità e il “difetto” di contegno sono indicati come grave
carenza sociale e religiosa. Ma ora lasciamo da parte questi aspetti
che riguardano specificatamente il comportamento ed i costumi nella
società attuale.

In fondo l’esempio di Titania è alquanto leggero e ludico, il
risveglio “vero” avviene attraverso l’amore, che purifica gli occhi e
rende chiaro l’intelletto. Ben diverso il caso in altre storie
mitologiche in cui la sofferenza volontaria od espiativa degli eroi
viene descritta in termini di emancipazione, come nella storia di
Odino o Prometeo.

Cristo e Dioniso anch’essi morirono volontariamente per la salvezza
altrui…. Insomma nella morale e nell’etica si accetta tranquillamente
che il sacrificio di sé sia un bene supremo se rivolto ad una causa
ritenuta nobile e degna… ma dal punto di vista della vita dov’è la
differenza fra un suicida per disperazione ed un esaltato religioso?

Scriveva Elemire Zolla, in Discesa all’Ade e resurrezione: “Senza
l’Essere l’ente non sussiste: infatti ne promana e ne fa parte. Ma
l’essere non si restringe a spazio e tempo. Senza lo spazio non
spaziale del luogo efficiente, suscitatore, dove si figura il punto,
non nasce la geometria del mondo in divenire. Come designare questa
fonte eterna? In latino proporrei “februare”, che Semeraro fa derivare
dall’accadico “haburu”, germoglio, dal dio agrario Ha-ab-bu-ru; Servio
informa che “februm” era un tratto di pelle lupesca, salata; nelle
cerimonie februanti si celebrava il dio dell’impulso primaverile,
Lupercus, e i luperci erano giovani coribanteschi che animavano,
flagellandole, le donne, con fruste di pelle lupesca, i “febri”. Le
potenze generatrici ” non avvennero mai, ma sono sempre:
l’intelligenza le vede tutte insieme in un istante, la parola le
percorre e le espone in successione” diceva l’osservatore platonico
alla conclusione del mondo antico”

Ben diversa questa morale non-morale dalla moralità bacchettona dei nostri “santi padri” che predicavano e praticavano l’autoflagellazione, la misoginia, l’allontanamento dalla natura, la menzogna etica e religiosa, evidentemente anche male interpretando il messaggio salvifico del Cristo (ove quest’ultimo fosse realmente esistito…).

Paolo D’Arpini

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La religione eterna, il pensiero monistico e la sintesi panteista di Giordano Bruno

La teoria panteista di Giordano Bruno, secondo la quale l’universo è eterno, esclude il concetto di un Dio creatore, avvicinandosi in ciò al pensiero orientale ed uscendo completamente dal teismo. E questo la chiesa non poté accettarlo poiché metteva in discussione la sua stessa ragione di esistere.

La differenza sostanziale nell’espressione religiosa fra oriente ed occidente è che in occidente la religione si considera con un inizio ed una fine mentre in oriente essa viene riconosciuta come “eterna”, senza inizio né fine.

L’ebraismo, il cristianesimo ed anche l’islamismo, infatti, sono religioni che prendono l’avvio con la nascita dei loro rispettivi profeti, Mosè, Cristo e Maometto, e ci si aspetta che si concludano con l’apocalisse. In India, in Cina e nel resto dell’Asia, invece, lo Spirito viene dichiarato antecedente e successivo ad ogni manifestazione vitale ed allo stesso tempo esso è sia immanente che trascendente. Questa differenza di vedute porta ad una sostanziale differenza nella gestione del fatto religioso.

In oriente non esistono strutture di potere riconosciute come legittime custodi della religione, ciò che è eterno pensa a se stesso. In occidente al contrario si presuppone che la religione debba essere controllata e gestita da nuclei di potere ecclesiastico, proprio in considerazione della sua finitezza ed imperfezione, e questo per “evitare” devianze o eresie dalla norma consolidata e dal credo scritturale.

Forse l’esempio ideologico di un potere sacerdotale centralizzato derivò dalla figura di Mosè il quale riportò ordine e regole nella religione “madre”, regole fatte in seguito proprie sia dal cristianesimo che dall’islamismo. Ma il potere centralizzato è soprattutto presente nel cristianesimo, formandosi nei secoli un diritto assodato del vescovo di Roma di gestire in modo autonomo ed assolutistico le cose religiose e mondane connesse al credo cristiano.

Questo semplice fatto ha comportato una “cura d’interessi” personalistica pure nei fatti dottrinali e nel riconoscimento di santità od eresia. Ad esempio andò bene a Francesco d’Assisi che venne ad umiliarsi a Roma e perciò ottenne l’autorizzazione papale e successivamente anche il riconoscimento di santità.

Molto male, forse perché in quel periodo regnavano pontefici più gretti, andò al Savonarola od a Giordano Bruno che furono sacrificati sul rogo. Nel periodo storico in cui visse Giordano Bruno, in verità vi fu un certo fermento illuminista con Galileo Galilei che studiò il sistema solare e lo definì eliocentrico, oppure con Tommaso Campanella che si ispirò alla teoria neo-platonica per immaginare la sua “Città del Sole”.

Purtroppo per Giordano Bruno la sua intuizione fu troppo grande e troppo incontrollabile per poter venir accettata dal papato, addirittura egli chiamò l’universo eterno ed infinito, senza centro né circonferenza. Una cosa del genere non poteva piacere ad un potere religioso che basava il suo essere sulla “finitudine, sulla limitatezza, sul peccato originale, sulla differenza fra Dio e creature, sulla necessità di un salvatore specificatamente indicato”.

Giordano Bruno fu troppo vicino nella sua espressione filosofica al “Sanathana Dharma”, all’eterna legge dell’essere e del non essere, ben descritta dai saggi realizzati dell’oriente… Ed allora che posto avrebbe avuto un papetto qualsiasi, un cardinaletto, un curato di campagna nel contesto di tale verità?

Semplici figure immaginate e pretenziosamente costituite in veste istituzionale. Purtroppo l’abisso nel pensiero ed il rischio che questo avrebbe comportato alla continuità religiosa cristiana fu insormontabile per i meschinelli capi religiosi della cristianità (una religione per altro inventata a tavolino). Così fu necessario che Giordano Bruno fosse immolato sul rogo, nel tentativo di distruggere assieme al suo corpo martoriato anche il suo pensiero.

Ma andò così? No, la verità viene sempre a galla e sia pur ancora calpestata e misinterpretata essa alla fine trionferà, ed in realtà sta già trionfando, poiché il finito non può assolutamente condizionare l’infinito.

Paolo D’Arpini

(Fonte: http://www.terranuova.it/Blog/Riconoscersi-in-cio-che-e/La-religione-eterna-il-pensiero-monistico-e-la-sintesi-panteista-di-Giordano-Bruno)

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