Archivio della Categoria 'Lettere inviate e ricevute'

Russia sotto attacco dinamitardo?

La Russia in poco più di un mese è stata colpita da ben tre gravi
incidenti che hanno coinvolto le forze armate.
- Il 2 luglio il sottomarino a propulsione nucleare Losharik, ha
subito un grave guasto all’impianto antincendio che ha causato la
morte di 14 membri d’equipaggio. Mosca ha immediatamente messo il
segreto di Stato sulla vicenda.
- Il 5 agosto una gigantesca e pirotecnica esplosione nel deposito
munizioni della base di Achinsk, in Siberia, ha provocato almeno 8
feriti e 15 mila sfollati dai villaggi vicini.
- L’8 agosto un grave incendio nella base navale della Flotta del Nord
di Severodvinsk ha causato la morte di sette persone, con un numero
imprecisato di feriti, oltre ad una seria dispersione in atmosfera di
materiale radioattivo.
Greenpeace Russia denuncia che la radiazione è aumentata di almeno 20 volte!

Tra le cause più plausibili per questa incredibile serie di eventi,
secondo alcuni analisti: il sabotaggio!
A suffragare questa ipotesi ci sarebbe la scarsità dei dettagli
forniti da Mosca e il numero stesso degli incidenti…
Ipotizzando il sabotaggio occorre rispondere ad alcune domande: chi
sarebbe interessato a sabotare la Russia? Chi potrebbe avere avuto
accesso a strutture altamente riservate? Chi avrebbe potuto avere le
competenze per un sabotaggio “di altissimi livello”? Infine: quale
sarebbe il disegno?
Forse l’unica domanda cui è facile rispondere è la prima, perché le
politiche di Putin hanno certamente creato molti nemici potenti in
giro, uno tra questi Israele…

David Ottaviani‎ a We Are The Storm

Articolo Collegato: https://www.analisidifesa.it/2019/08/russia-la-misteriosa-serie-di-incidenti-a-mezzi-e-basi-militari/

Commenti disabilitati

C’è salvezza dai nuovi barbari del governo di lotta e di governo…?

«Salvezza dai nuovi barbari»? La “cosa” ha avuto un precedente disastroso e derisorio: dopo che i 5S (che hanno via via ceduto su tutti i “nodi” qualificanti, o realizzandoli al minimo strozzato, vedi «reddito» e «pensioni» di cittadinanza) hanno acconsentito al «sí» di Conte all’opera inutile e dannosa del Tav TO-Lione per evitare la crisi del governo, e per non “perdere la faccia” hanno imbastito la pantomima del «no» in parlamento al loro stesso governo, di scontata bocciatura … ebbene, hanno perso la faccia e hanno avuto la caduta del governo. Ben diverso sarebbe stato, in dignità e consensi, puntare i piedi nel governo di cui erano “soci di maggioranza” sui troppi impegni (con l’elettorato) disattesi o attuati al minimo, sfidando Salvini a rompere e accettando la crisi. Ma già il voto alla Von der Leyen (decisivo per l’elezione alla Commissione Ue dell’esponente della peggiore austerity liberal-capitalistica Ue, motivato con discorsi puerili: “ha promesso punti del nostro programma …”) era stato lo sbocco della loro integrazione nel “sistema” e politicantismo corrente, in coerenza con il “siamo nell’Ue, euro, Nato” del «contratto di governo»; dei viaggi in Usa di Di Maio, Conte, Salvini; del tatuaggio in fronte a Di Maio: “sto nell’euro”.

Ma Salvini ha rotto sul Tav? No, aveva già il «sí». Ha preso l’escamotage 5S come ultimo pretesto. Il segnale, sull’onda dei successi elettorali leghisti, veniva dallo sfascio della berlusconiana FI, con uscita di Toti (e afflusso di esponenti FI) e sua formazione di «Cambiamo». Berlusconi potrà solo affiancarsi a Salvini, la Meloni è sua alleata (né ha altre chances) e Toti & Co. sono la “ciliegina sulla torta”: si staglia la potenzialità della maggioranza di voti e seggi, e Salvini presidente del Consiglio. E Salvini ha deciso di non traccheggiare – se poi ha scelto bene i tempi resta da vedere.

Nello schiamazzo seguente sono evidenti i tentativi per ritardare nuove elezioni, con ridda di ipotesi sul governo intermedio (tecnico, di garanzia, elettorale) e con Grillo che invita i 5S a fare un governo perfino con il Pd come «salvezza dai nuovi barbari» (e mantenimento del posto a governanti ed eletti): ma non si erano accorti della «barbarie» quando erano insieme al governo? E va bene il Pd massima formazione di messa in atto delle sciagurate politiche respinte dalla maggioranza della popolazione e contro cui si è levato l’attacco annoso dei 5S? E vanno bene i renziani, con il codazzo della Bonino, LeU, SI? – ma il Pd di Renzi è spaccato da quello di Zingaretti, che non vuole tale accordo, e allora basterebbero i seggi? Comunque questo governo salverebbe il paese «dai nuovi barbari»? E in adesione totale ai dettami Ue e del capitale transnazionale non attuerebbe un’ulteriore barbarie? E un accordo del genere non sarebbe la fine dei 5S? Che gridano al tradimento, vogliono il taglio dei parlamentari – per votare l’estate prossima – e chiamano a stringersi: ma i sondaggi danno piú che dimezzati i voti del 4 marzo 2018 e già ora il discredito non è facilmente rimediabile.

A ogni modo il quadro della propaganda è questo: Salvini che vuole il governo per sé, senza impacci, denuncia “inciuci” e manovre, e attacca accordi 5S-Pd; Pd e “sinistrismo” levano appelli contro i «barbari», il “colpo di Stato”, l’avvento del neo-fascismo (leit motiv in corso da tempo). Intanto infuriano discorsi parziali quando non fuorvianti: “sono stati i poteri forti” (en passant: quali sono i “poteri deboli”?), “Salvini ha sbagliato i tempi”, “no li ha colti bene”; “è colpa di Salvini”, “è dei 5S”, etc. Il frastuono silenzia la sostanza della questione – come sempre, mai si va alle “radici”.

Le elezioni del 4 marzo hanno portato allo sbocco au sommet delle reattività della maggioranza della popolazione italiana alle politiche (su tutti i piani) del liberal-capitalismo globalizzato-globalizzante attuate dai suoi «organismi» come l’Ue/euro e gli Stati inglobati in tale contesto e «organismi». E hanno segnato l’emersione oggettiva di un fronte sociale: dai lavoratori, inoccupati, sottoccupati, disoccupati, soprattutto del Sud, ma non solo (anche al Centro e al Nord), al tessuto produttivo (medie, piccole, piccolissime imprese e artigianato residuo, e agro-alimentare) del Nord, ma non solo (anche il Centro è pervaso dall’incrocio delle due componenti); insomma, lavoratori e classi (comunque) subalterne, i due terzi e piú della popolazione, con voti raccolti da M5S e Lega: perciò il solo governo possibile era il loro.

Quale avrebbe dovuto essere l’asse primario del governo «giallo-verde»? Tradurre il fronte sociale in blocco sociale effettivo e anche soggettivo, consolidato con misure adeguate (da un piano ampio di investimenti il piú possibile auto-centrato, all’impegno agro-alimentare e ambientale, all’incastonamento del tessuto produttivo, alla messa sotto controllo dei capitali, fino agli accordi esteri, oltre che al blocco del flusso migratorio – unito all’azione nei paesi d’origine, sul principio del «diritto di stare a casa propria»). Il che va contro lo “stiamo nell’Ue, euro, Nato”, e richiede di agire per la ri-acquisizione di indipendenza e autonomia del nostro paese (è questa la «sovranità»), senza di che non si può costruire una reale democrazia né attuare le efficaci misure connesse.

Niente di tutto ciò era nella testa e nei piani della Lega. La sua linea è piuttosto chiara: gestire il paese in base a uno pseudo-nazionalismo (con sovranismo a chiacchiere, e neanche insistite) perché resta, certo “criticamente”, nell’Ue mentre subordina ancora piú l’Italia agli Usa (al versante “trumpiano”), e sempre in base a un indirizzo liberal-capitalista, con un’apertura piena al capitalismo (compreso quello grande, transnazionale) e ai suoi imperativi su tutti i piani (compreso l’afflusso “regolare” di forza-lavoro di pressione e di riserva), ma situando il tutto nell’alveo del “governo nazionale che vigila e decide” – e intanto attua tramite l’«autonomia differenziata» la “navigazione” del Nord nella «macro regione alpina» (franco-tedesca), con il Centro in rincorsa e il Sud sganciato. Insieme condito da un neo-bacchettonismo perbenistico (rosario e vangeli di Salvini, “grazie alla beata vergine Maria nel giorno della sua nascita” – questa figura inventata dai neo-esseni, alias cristiani, nel II sec. d. C. “è nata” il 5 agosto?), il che serve per contrastare la Chiesa di Bergoglio sparata sul «sí» a globalizzazione e immigrazione, ma ribadisce un “clima” di ipocrita conformismo.

Salvini, che ha portato la Lega a consensi enormi (grazie a tentennamenti e cedimenti 5S), ha infine “fatto il suo” sul piano politico, per assumere “in proprio” il governo. Ha tradito? Sí. Che cosa? Lui e la Lega hanno tradito ciò che sarebbe stato necessario: la traduzione del fronte sociale in blocco sociale. E ora cancelleranno questa possibilità, posta “nelle cose”, riportando tutto nell’alveo “usuale” del “sistema”: destra che va al governo, sinistra all’opposizione, con modifiche (di maggiore, o minore, o minima entità) però volte alla perpetuazione del “sistema” stesso nella sua ricerca di mutamento di assetto: è l’«alternativa unica» di “sistema”. Ma che «barbarie» e neo-fascismo! È questa propaganda occhiuta di comparti di dominanti (pro fase presente della globalizzazione e suzzunzone totale all’Ue), buona per babbei frastornati. E le opposizioni, Pd & Co., sono le forze della reazione volta alla perpetuazione di questa fase, che è in crisi e rispetto a cui il capitalismo è in cerca di un diverso assetto (e non parlo dei vari “sinistri”, che arrivano magari a dire no Ue/euro/Nato, ma senza via praticabili e in contraddizione plateale con la loro accoglienza “senza se e senza ma” del flusso migratorio voluto dal capitalismo globalizzante della fase ancora attuale, e volto a colpire sia la condizione dei lavoratori e dipendenti, sia il residuo assetto sociale, culturale, urbano del nostro paese – e anche loro ancor piú scatenati sulla fantasmagoria del «barbaro» Salvini “neo-duce”).

E i 5S? Anche loro hanno tradito, come Salvini-Lega, e nei fatti, ciò era primario. Non era nella loro testa, né propositi, per mancanza di analisi, di progetto conseguente, di strategia e tattica adeguate. L’“impianto” resta quello loro consueto: con onestà (è solo un pre-requisito, mentre con le regole e con il loro rispetto va sempre insieme la tendenza alla violazione, organica all’oligarchia e alle regole liberali, né la «legge spazzacorrotti» impedisce di escogitare altre forme di violazione) porre correzioni o misure specifiche dove occorre, e cosí far “andare bene” le “cose”. Ma proprio questo è impossibile! Il “sistema” non è “neutro”, né l’apparato statual-burocratico è astratto: è funzionale alla perpetuazione dei rapporti di produzione e sociali vigenti (ossia al capitalismo), mantenendoli nelle sue fasi successive.

Tradimento, dunque, oggettivo: delle possibilità, delle potenzialità. Della Lega, del M5S, del governo giallo-verde – e dell’ulteriore interno gravame del cuneo inserito da Mattarella, Tria, Moavero e poi lo stesso Conte, a difesa del mantenimento della fase in crisi, ma sempre in atto, della globalizzazione. Esaminando gli “impianti” della Lega e del M5S, in fondo e infine era difficile attendersi esiti altri. Si può solo aggiungere che, mentre la Lega è sicuramente poco penetrabile da idee, analisi e prospettive di “altro” e “oltre” (è forza “di sistema” e di qualche mutamento, ma nel e per il “sistema”), cosí lo sono stati anche i 5S (con le lodevoli eccezioni di coloro che sono molto critici o perfino in rottura – bisognerà però vedere se, al momento opportuno, seguiranno o meno il richiamo a stringersi nella “casa comune”). E, nel loro “grosso” e nei loro esponenti, appaiono attestati su poche convinzioni parziali e, al piú, analisi settoriali – le idee dominanti sono quelle dei dominanti, nella generale penetrazione dell’ideologia dominante, il liberalismo (e i 5S non affermano “siamo non-ideologici e post-ideologici”? Come si vuole il liberalismo per escludere ogni visione e comprensione del mondo “altra”).

Anche se i 5S danno la colpa a Salvini, al “sistema”, etc. – e ci manca solo il «destino cinico baro -, l’iter della loro opera nel governo e la sua fine ingloriosa è una dimostrazione inconfutabile (ma già lo era la perdita delle gestioni comunali nella scadenza seguente all’averle conquistate) che intendere e dare a intendere che si possa attuare il «cambiamento» senza comprendere il “sistema” e mirare a romperlo significa solo illudere e auto-illudersi – e fallire. In questo contesto è avvenuto qualcosa di imperdonabile: invece di spingere avanti, formare una comprensione di massa della realtà e degli ostacoli da superare, potenziare il movimento popolare e costruire – appunto – un blocco sociale effettivo e soggettivo, si è determinato l’opposto, ossia lo scoraggiamento, il riflusso di quel movimento che, pur confusamente, si era levato, alimentando la convinzione che non si può fare niente di decisivo, che bisogna rassegnarsi e accettare “ciò che c’è”, al piú puntare sul “meno peggio” – che fa comunque parte del peggio.

E ora? Io non intervengo oltre su ciò che ho scritto e detto in vari interventi, ribadendo solo che è necessario ostacolare il riflusso, costruire il movimento democratico popolare diretto a riprendere in mano il paese, perciò mirante a riacquisire indipendenza e autonomia, il che può procedere solo in intreccio con comprensione e la messa in atto, volta all’imposizione, della vera democrazia. Certo, questo è ancora piú arduo nelle condizioni presenti, perché ha di fronte davvero tanti, troppi ostacoli. Ma dovrebbe essere ancora tentato. Nonostante quanto non vuol capire o fuorvia, o nega, e blocca.

Mario Monforte – monforte@ilponterivista.com

http://www.tusciaweb.eu/wp-content/uploads/2019/08/Schermata-2019-08-11-alle-04.29.08-300x237.jpg

Commenti disabilitati

La malattia che corrode l’anima e la capacità di guarigione… diversa-mente è guerra!

La storia si ripete. Le sue circostanze non sono infinite. A cicli ritmici si ripropongono travestite da nuove maschere, animate dalle stesse emozioni, generate dagli stessi sentimenti. Sono infatti proprio questi la ragione dei cicli, della certezza che quanto la storia ci ha mostrato ancora lo vedremo.

Il miglior argomento razionale non basta a modificare una fioritura pregna di entusiasmo. Razionalità e cosiddetto buon senso volano nel poco spazio che l’intelletto riesce a prendersi. Un intelletto peraltro gonfiato fin dai tempi di Cartesio, egregiamente seguito dagli scienziati, capaci di arrivare al bosone ma non di riconoscere l’anima e il mistero delle nostre azioni e malattie.

Se quella fioritura frutto darà, non potremo che concludere che la pianta è stata ben e lungamente accudita. Chi teme dunque che la parabola discendente possa imboccare direzioni sconvenienti ai propri valori ed ideali dovrebbe analizzare il proprio passato più che giudicare il presente e premonire il prossimo di un futuro terrifico.

Non significa che non ci sia nulla da fare allora, in questo momento critico. Nei momenti di crisi c’è un paesaggio insolito dove è possibile osservare aspetti altrimenti tenuti nascosti sotto i divani del benessere o zittiti dalle raffiche di mitra.

Il boom economico del nostro dopoguerra ha trovato la sua linfa emozionale tra le macerie. Gente comune e imprenditori avevano visto a che punto erano arrivati gli uomini. Sapersi sopravvissuti al peggio li ha stretti a corpo unico. Avevano macerie intorno e invece che dedicarsi al lamento, hanno scavato sapendo che avrebbero trovato la linfa vitale senza la quale tutto è impossibile.

È un elisir segreto finché si cerca nel prossimo la ragione della propria condizione di pena.
È una brocca dionisiaca e creativa per chi raggiunge le doti per guardarsi dentro e trovare in sé lo stato del mondo. Allora, qualunque sia la condizione storica, sapremo mantenere la nostra spinta creativa, il nostro equilibrio. E così sfruttare al meglio ciò che ci propone. Evolvere cioè nella condizione apollinea, la sola idonea a riordinare e armonizzare il caos. Diversamente è guerra.

Ma.
Nessuna politica, dedicata ed esaurita nella sola dimensione economica del mondo potrà mai dedicarsi a tanto. Il compito è individuale. Cosa banale se si è assunta la responsabilità del mondo. Impensabile e ridicola se ancora in attesa di qualcuno che faccia le cose per noi.

Nel primo caso ci dedicheremo ai figli affinché facciano dell’ascolto e dell’assunzione di responsabilità un piano di lettura della realtà. Affinché non pensino più che il sapere consiste nel misurare e nello scomporre, ovvero che sentano l’organismo di cui sono espressioni, loro e gli altri.
Nel secondo ci occuperemo ancora di noi stessi. E credendoci separati dagli altri cercheremo di prenderne le distanze, esaurendo cioè l’infinità realtà nel giudizio con la quale ce la rappresentiamo.

Nel primo caso evidente come fosse tangibile la parabola che sboccia dai nostri sentimenti e si alza per andare a creare la realtà ad essi corrispondente. Diventa banale pensare all’amore cristico – ora non più chimerico – come la sola possibile evoluzione disponibile agli uomini. Diventa chiaro come non possiamo astrarci dal contesto e giudicarlo e soprattutto identificare in quel giudizio l’esistente. Appare ovvio che ci muoviamo entro un volume in cui si muovono forze differenti. Diventiamo capaci di chiaroveggenza perché quelle forze le vediamo come goccia d’inchiostro nell’acqua. Senza incertezza le sappiamo evitare se nocive, cavalcare se opportune. Nel primo caso siamo sulla via dell’equilibrio, della forza, della bellezza. Nel primo caso siamo noi, finalmente capitani adatti a tenere la rotta indipendentemente dalla burrasche che attraversiamo.

Nel secondo resteremo dove siamo e concorreremo a ripetere la storia nonostante la nostra nobile ideologia. Sdegnati segnaleremo con l’indice cosa va e cosa non va. Penseremo di non essere responsabile di ciò che osserviamo e con le toghe d’ermellino crederemo di poter restare assisi di fronte al mondo. Non arriveremo a sentire la natura della nostra natura. Strati ideologici di ogni stirpe la ricoprono, lasciando agli archeologi della psiche il compito andarla riprendere.

Nel primo arriveremo ad abbracciare la vita, nel secondo ad imbracciare le armi. Sì, noi, proprio noi, così per bene e onesti.

Lorenzo Merlo – 12 agosto 2019

Commenti disabilitati

Cultura essena e nascita del cristianesimo… – Corrispondenza tra Francesco Mattioli e Paolo D’Arpini

https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/5/53/Comodilla_Catacomb_Iesus_4th_century.JPG/290px-Comodilla_Catacomb_Iesus_4th_century.JPG

Essenismo e cristianesimo – In replica all’intervento di Francesco Mattioli sul mio articolo: https://paolodarpini.blogspot.com/2019/08/la-nascita-del-cristianesimo-nellottica.html.

Mi scrive Mauro Galeotti direttore de La Città.Eu: “Caro Paolo, volevo dirti che ha replicato al tuo articolo sulla nascita del cristianesimo il sociologo Francesco Mattioli. (sul sito: http://www.lacitta.eu/cronaca/46392-il-sociologo-francesco-mattioli-replica-a-paolo-d-arpini.html ). Un caro saluto
Mauro”

Mia rispostina:

Grazie Mauro, apprezzo lo sforzo di Francesco Mattioli, che ho conosciuto personalmente ai tempi di Calcata, di giungere ad una “conclusione” sulla stesura della storia reale, sui fatti, attraverso lo studio delle varie fonti “storiche” disponibili e attraverso le varie interpretazioni elaborate nel corso di due millenni da vari uomini di cultura, perlopiù “religiosi di mestiere” (nel novero ci inserisco anche gli anti-religiosi alla Luigi Cascioli, il compianto benedettuomo che cercò di confutare l’esistenza fisica di Gesù utilizzando le stesse fonti che ne “testimoniavano” l’esistenza). Sì, ringrazio il Mattioli per aver sollevato un velo sul processo di costruzione della storia, e con lui su molti punti concordo. Forse però non è stato da lui colto il punto saliente della mia analisi psicostorica, ovvero la confluenza innegabile della dottrina essena nel cristianesimo.

La scoperta dei rotoli di Qumran è stato un duro colpo per la storiografia cristica ufficiale, quella dei vangeli approvati dal potere temporale ed ecclesiastico unificato attorno al IV secolo. I rotoli di Qumran descrivono il senso intimo del cristianesimo prima della nascita ipotetica di quel Messia chiamato “Gesù”.

I rotoli di Qumran sono antichi rotoli di pelle ritrovati, nel 1947, all’interno di antiche giare nascosta in alcune grotte che si trovavano in una zona desertica a circa 30 Km. dalle rive desertiche del mar Morto. Alcuni di questi rotoli sono dei veri è propri documenti che descrivono il culto, i rituali e la vita degli abitatori di quelle grotte: gli Esseni. Prima del 1947 tutte le notizie riguardanti gli Esseni venivano da Plinio il Vecchio, da Filone, da Giuseppe Flavio ed Epiphanio. Questi infatti narrano che la comunità degli Esseni fu una setta di derivazione ebraica presente in vari luoghi della Palestina sulle sponde del Mar Morto. La loro filosofia è riportata nei famosi manoscritti, in paleo-ebraico ed aramaico (composti da 800 rotoli e 15.000 frammenti) prodotti tra il 170 a.C. ed il 60 d.C. trovati nel 1947 in 30 grotte a Qumran nei pressi del Mar Morto, quartiere esseno dove Gesù celebrò l’Ultima Cena…

C’è un’impressionante coincidenza tra il linguaggio dei Rotoli e quello dei Vangeli, in merito ad espressioni (sono solo alcuni esempi) quali “figli della luce” e “figli delle tenebre”, le “acque vive”, ecc… Inoltre i tratti essenziali del pensiero esseno hanno incredibili comunanze con quello di Giovanni Battista e di Gesù: i toni apocalittici ed escatologici espressi dall’idea dell’imminenza dell’avvento del Regno (Stato di Israele), l’obbligo di non giurare e l’elogio della povertà, ecc… Esistono, inoltre, incredibili somiglianza tra i riti esseni e quelli cristiani: gli Esseni praticavano battesimi immergendo il capo in vasche battesimali in un modo estremamente simile a quello praticato da Giovanni Battista; gli Esseni praticavano dei riti eucaristici nel corso dei quali il Sacerdote spezzava il pane e beveva il vino per primo, seguito dopo dagli adepti, ecc…

Però esistevano anche profonde differenze tra gli Esseni ed i cristiani: gli Esseni credevano che il contatto con Dio potesse essere ricercato solo tramite una personale indagine interiore volta a liberarsi dagli inganni del corpo. Per gli Esseni, l’idea di un sacerdote che fa da tramite tra credenti e Dio (principio fondante del cristianesimo) era un concetto assurdo. Così come era assurda (e blasfema) l’idea di un dio-uomo poiché la carne è illusione, peccato, mentre Dio è puro spirito. L’idea di un Dio che si fa corpo era per loro una mostruosità ed era per loro raccapricciante l’idea di “mangiare Dio” attraverso il pane o di berne il sangue attraverso il vino.

Ma torniamo a Gesù ed al cristianesimo. Gli Esseni credevano nell’avvento di un messia davidico che doveva scacciare, con le armi, il nemico romano e fondare lo Stato di Israele. Per questa ragione, nel I sec. d.C. gli Esseni aiutarono gli Zeloti e il loro aiuto fu fondamentale: essi profetizzarono l’avvento del messia liberatore incoraggiando così il popolo a sostenere la lotta del movimento zelota. Insomma, non solo Gesù visse a Gamala, patria degli Zeloti, non solo fu crocifisso (pena riservata dai romani a chi si macchiava di lesa maestà, come facevano gli Zeloti)… ma Gesù fu anche discepolo di quel Giovanni Battista che predicò e visse in quella stessa piccola zona geografica desertica dove predicarono e vissero gli Esseni. Esseni con i quali Gesù e Giovanni Battista condividevano un gran numero di principi etici e religiosi, con i quali condividevano le stesse attese, lo stesso linguaggio e la stessa terminologia! Sembra un po’ troppo per essere una semplice “coincidenza”! Ma se Gesù fu un Esseno ribelle, come ha fatto a trasformarsi nel mite uomo-dio che dice “Date a Cesare quel che è di Cesare”? La risposta va ricercata nell’essenismo “revisionista” che nacque in seguito al fallimento del messianismo. Gli “Esseni revisionisti” furono sacerdoti che, per ragioni di opportunità, tradirono e gradualmente stravolsero i principi religiosi esseni. E qui torniamo alla funzione di Paolo di Tarso all’invenzione del cristianesimo universale ed all’uscita dalla tradizione giudaica di carattere etnico.

Un parere come un altro, per carità, senza alcuna pretesa di “verità” assoluta.

Un caro saluto a te ed a Francesco Mattioli, ciao Paolo

P.S. Forse per una certa emulazione nei confronti degli esseni che nascosero tutti i loro documenti nelle grotte, anch’io a Calcata lasciai tutte le copie fotostatiche dei miei articoli in alcune grotte. Migliaia di pezzi di carta colorata ed in bianco e nero. Beh quasi tutti gli originali furono distrutti dall’umidità e dal fuoco appiccicatovi da alcuni satanassi miei nemici. Le copie avrebbero potuto fare la stessa fine solo che in extremis mio figlio Felix decise di salvare il malloppo, riponendolo a Calcata in luogo sicuro (almeno spero). Rallegriamoci dunque per la ricerca storica dei posteri, anche se noi non saremo certamente ancora vivi… Ciao

Commenti disabilitati

Salvini e la crisi del governo Conte… Secondo Marco Ferrando

«Chiedo al popolo italiano pieni poteri». Il ministro degli interni più reazionario del dopoguerra svela il proprio progetto bonapartista. Non il fascismo, ma neppure un ordinario centrodestra in una normale logica di alternanza. Il progetto di Salvini è quello di un regime Orban all’italiana, fondato su un blocco sociale nazionalpopolare e sulla concentrazione dei poteri nelle mani dell’esecutivo. È nel nome di questo progetto che il ministro degli interni ha operato lungo l’arco di un anno, tra strette forcaiole, demagogie reazionarie, invocazione di rosari e Madonne, con la piena complicità del M5S. È nel nome di questo progetto che Salvini ha aperto la crisi del governo Conte, rompendo con M5S.

I FATTORI DELLA CRISI POLITICA

Il governo M5S-Lega era minato sin dalle origini dalla natura plebiscitaria del progetto salviniano, oltre che dalla contraddizione tra i blocchi sociali delle due destre che lo componevano. Il ribaltamento dei rapporti di forza tra Lega e M5S, certificato dal voto europeo, ha precipitato questa contraddizione. L’iniziativa di rottura da parte di Salvini si pone in questo quadro. Diversi fattori combinati hanno spinto in questa direzione: le pressioni dei potentati leghisti del Nord, già da tempo insofferenti verso l’alleanza col M5S e interessati al bottino pieno sulle “autonomie”; la volontà di Salvini di capitalizzare il consenso indicato dai sondaggi prima di intestarsi una legge di stabilità ad alto rischio, combinata col timore di trovarsi intrappolato nelle conseguenze istituzionali della riduzione del numero dei parlamentari, cioè in un altro anno di governo col M5S senza disporre di vie d’uscita (e dunque oltretutto con un potere contrattuale dimezzato). Infine la paura che le inchieste giudiziarie (Russiagate) potessero azzopparlo in mezzo al guado. In una parola, Salvini rompe oggi per paura di non poterlo fare domani, o di doverlo fare in condizioni peggiori.

La mossa è audace ma non è priva di razionalità. Salvini va all’affondo nel momento della massima crisi di tutti gli altri partiti. Forza Italia è di fronte al proprio cupio dissolvi. Il M5S lambisce una crisi potenzialmente esplosiva. Il PD è percorso da una linea multipla di frattura interna e dal rischio di una nuova possibile scissione (renziana). La sinistra politica è al punto più basso della propria parabola storica, per responsabilità dei suoi gruppi dirigenti. La crescita impetuosa della nuova Lega nazionale è stata ad un tempo un fattore propulsivo di questo scenario e il suo massimo beneficiario. Salvini vuole semplicemente portarla all’incasso.

LE VARIABILI DELLA CRISI

Gli sviluppi della crisi politica hanno diverse variabili. Il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, in accordo col M5S, vuole un dibattito parlamentare prima di rassegnare le dimissioni. L’obiettivo è scaricare su Salvini la responsabilità pubblica della rottura per zavorrare il suo slancio, ed anche ritagliare per sé il ruolo di argine istituzionale, quale futura possibile riserva della Repubblica. La presidenza della Repubblica, a sua volta, ha concordato con Conte il passaggio parlamentare della crisi. L’obiettivo di Mattarella è evitare che Salvini possa gestire da ministro degli interni le future elezioni, fosse pure in un ruolo di amministratore degli affari correnti. Da qui l’idea di un governo di garanzia elettorale, affidato a personalità estranee ai partiti, anche privo di maggioranza parlamentare. Una ipotesi complicata, ma non preclusa.

In ogni caso, nell’attuale Parlamento altri governi politicamente in grado di sbarrare la via delle urne appaiono decisamente improbabili. Un governo PD-M5S avrebbe una maggioranza parlamentare, ma il M5S non può oggi disporsi ad un’alleanza col PD senza un suicidio definitivo a beneficio di Salvini. E il PD di Zingaretti non può realizzare un blocco di governo col M5S prima del voto senza fornire a Renzi lo spazio politico della agognata scissione. Peraltro Nicola Zingaretti vede proprio nel voto anticipato l’occasione di ridisegnare i gruppi parlamentari del PD, sottraendoli al controllo renziano. Matteo Renzi sembra replicare alla minaccia con la ricerca paradossale di un proprio accordo diretto col M5S capace di scavalcare Zingaretti e di dar vita a un governo-ponte: giusto il tempo necessario per promuovere un proprio partito. Ma le possibilità reali che questa operazione vada in porto sono estremamente limitate, perché la segreteria PD fa barriera e Di Maio ha ancora più difficoltà ad accordarsi con Renzi di quanta ne abbia con Zingaretti. La risultante di questo groviglio è una sola: le elezioni anticipate, a fine ottobre o a inizio novembre, sembrano l’unico possibile sbocco della crisi politica che si è aperta, sia che a gestire l’accesso al voto provveda il governo uscente, sia che provveda un “governo di garanzia elettorale”.

LO SCENARIO POSSIBILE DI UNA VITTORIA REAZIONARIA

Vedremo quale sarà l’assetto degli schieramenti politici che si presenteranno alle elezioni. La legge elettorale resterà verosimilmente invariata. In questo quadro una scelta di corsa solitaria per Salvini sarebbe rischiosa per il “capitano”. Salvini ha bisogno di conseguire una maggioranza assoluta dei seggi in Camera e Senato, e difficilmente può conseguire l’obiettivo senza alleanze. L’alleanza con Fratelli d’Italia appare probabile, e (persino) quella con Forza Italia non è esclusa. Un simile schieramento potrebbe certo conseguire il risultato atteso. Il M5S è forse in grado di ricomporre le sue sparse membra in occasione del voto, ma la figura di Di Maio è compromessa in termini di credibilità. Il PD cercherà di riaggregare attorno a sé un’alleanza di centrosinistra, più o meno variopinta, ma senza realistiche possibilità di successo. A parità di condizioni si profila dunque all’orizzonte la possibile vittoria elettorale di un blocco reazionario a egemonia salviniana.

Naturalmente non tutto è deciso. Fatti politici imprevedibili oggi possono sempre giocare un ruolo. Un’eventuale candidatura di Conte per conto del M5S potrebbe ad esempio rafforzare quest’ultimo. Una crisi finanziaria, legata a una impennata dei tassi di interesse, con la conseguente svalutazione patrimoniale delle banche, potrebbe spaventare la piccola borghesia e complicare la marcia di Salvini. Ma al netto di queste o altre variabili – che è sempre necessario monitorare – lo scenario di un’affermazione elettorale della destra si delinea come il più probabile.

LE RESPONSABILITÀ POLITICHE DELL’AVANZATA DI SALVINI

Questo scenario viene da lontano. Viene innanzitutto dall’arretramento profondo del movimento operaio, dei suoi livelli di mobilitazione e di coscienza, di cui portano piena responsabilità le burocrazie sindacali, con la loro politica di compromissione col padronato e di svendita degli interessi dei lavoratori. Salvini non avrebbe il consenso che ha tra i salariati se la burocrazia sindacale non avesse avallato la legge Fornero. L’immagine recente di Maurizio Landini premurosamente accorso all’invito del ministro degli interni, per un incontro politico con la Lega ad esclusivo interesse della Lega, dà la misura della psicologia subalterna di una burocrazia che cerca solo la propria legittimazione, da chiunque venga, fosse pure dal peggiore figuro della reazione.

Ma la via del successo di Salvini è stata lastricata anche dai gruppi dirigenti della sinistra politica. Non solo, ovviamente, dal corso populista reazionario di Matteo Renzi e dai successivi governi del PD che hanno tutti concimato il terreno di Salvini (Minniti docet). Ma anche dai gruppi dirigenti di una sinistra cosiddetta radicale che prima hanno distrutto Rifondazione Comunista per conquistare sottosegretariati, ministeri, cariche istituzionali, votando missioni di guerra e regali fiscali ai padroni; e poi si sono spartite le spoglie di un partito distrutto o per negoziare di nuovo col PD (SEL/SI) o per inseguire un progressismo civico privo di qualsiasi valenza di classe con Di Pietro, Ingroia, Barbara Spinelli (PRC). Sino al comune tracollo delle ultime elezioni politiche. Lega e M5S non avrebbero sfondato nel mondo del lavoro se un argine di classe non fosse stato smantellato proprio da chi avrebbe dovuto presidiarlo.

I GRUPPI DIRIGENTI DELLA SINISTRA RIPERCORRONO GLI STESSI SENTIERI?

Il punto è che i gruppi dirigenti della sinistra, non paghi di questo bilancio, sembrano ostinarsi a ripercorrere gli stessi sentieri.

Nicola Fratoianni invoca contro Salvini un ampio fronte democratico col PD liberale, lo stesso che a Salvini ha spianato la strada. Il segretario del PRC Maurizio Acerbo propone al PD e al M5S di fare in questo Parlamento un governo comune in grado di «mettere Salvini all’opposizione» (1), idea peraltro avanzata da tempo da un vasto fronte politico-editoriale liberalprogressista, da Massimo Cacciari alla redazione dell’Espresso, passando per il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio. È una proposta che trascura uno spiacevole dettaglio: un accordo di governo tra PD e M5S potrebbe certo ostacolare la corsa alle urne immediata di Salvini, ma gli fornirebbe una nuova gigantesca mietitura quale unica “opposizione” al sistema. Esattamente il profilo abusivo che Salvini ha costruito negli anni grazie alle svendite – sindacali e politiche – della sinistra.

La verità è che nessun fronte democratico di centrosinistra, tanto più se allargato sulla destra (M5S), può arrestare la marcia reazionaria di Salvini. Può farlo solo il rilancio di un movimento di lotta indipendente del movimento operaio, che unifichi tutte le lotte di resistenza, e ponga una propria agenda di rivendicazioni al centro della scena politica. Un movimento di lotta che rifiuti di subordinarsi all’ennesimo centrosinistra e apra il varco ad un’alternativa anticapitalista.

SOLO LA CLASSE LAVORATRICE PUÒ BATTERE LA DESTRA, IL FRONTE DEMOCRATICO LA NUTRE

A tutti i campioni di realismo politico e istituzionale che da decenni biasimano il nostro “estremismo” classista vorremmo rinfrescare la memoria. È stata sempre la lotta di classe e di massa ad arrestare la reazione, mentre la sua liquidazione l’ha nutrita. Nel 1994 fu il grande sciopero di massa a difesa delle pensioni a fermare il primo governo Berlusconi e a porre le condizioni della sua caduta. Mentre fu la sua liquidazione, nel nome della subordinazione al centrosinistra di Prodi, D’Alema e Amato, a riconsegnare l’Italia a Berlusconi. Fu nuovamente la stagione delle mobilitazioni di massa dei primi anni 2000 (operaie, contro la guerra, no global…) a indebolire e a provocare la caduta del Cavaliere, mentre la svendita di quelle lotte tra le braccia di Prodi ha riconsegnato il paese alla destra.
I fronti democratici con i liberali “contro la destra” hanno sempre spianato la strada alla destra.

Questa è la memoria che oggi va incorporata alla lotta contro il salvinismo. Solo una ripresa di classe può alzare un argine contro la reazione. Solo il rilancio di una mobilitazione di massa indipendente può consentire al movimento operaio di agire come fattore politico, disgregare il blocco sociale reazionario, ricomporre attorno a sé un blocco sociale alternativo.
È la linea di proposta e di intervento del Partito Comunista dei Lavoratori, in ogni lotta e su ogni terreno.

Marco Ferrando

(1) http://www.rifondazione.it/primapagina/?p=39044

Commenti disabilitati