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Julian Assange sacrificato sull’altare della “privacy” – C’era una volta la libertà di parola… ora non più! –

Dopo un’accusa svedese di molestie sessuali, mossa da due collaboratrici Cia e poi archiviata, sul modello Brizzi e Argento; dopo sette anni di reclusione nell’ambasciata londinese dell’Ecuador, prima da rifugiato, grazie a un presidente ecuadoriano perbene, Correa, e, poi, da ostaggio e prigioniero, per servilismo agli Usa di un presidente fellone, Moreno, Julian Assange, eroe e martire della libertà d’informazione, è stato arrestato da Scotland Yard. Lo aspetta l’estradizione negli Usa e un processo in base ad accuse segrete, formulate da un Gran Giurì segreto, che prospettano la condanna a morte.

Per essersi rifiutata di testimoniare contro Assange davanti al Gran Giurì segreto, Chelsea Manning, che fornì a Wikileaks i documenti attestanti i crimini di guerra e contro l’umanità commessi dagli Usa in Iraq e Afghanistan e si è fatta 7 anni di carcere, è stata di nuovo imprigionata e posta in isolamento. Assange e Manning sono i disvelatori e comunicatori di ciò che il potere fa di nascosto e ai danni dell’umanità. Sono ciò che dovrebbero essere i giornalisti e che nell’era della globalizzazione, cioè della presa di possesso di tutto, non esiste più. Salvo in qualche angolo della rete.

Gli unici, tra giornalisti e politici che hanno avuto la primordiale decenza di marchiare a fuoco la persecuzione di Assange, senza se e senza ma, sono stati i 5 Stelle, con Di Battista, Di Manlio, Morra. I migliori. Grazie e onore a loro.

Fulvio Grimaldi – www.fulviogrimaldicontroblog.info

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Dichiarazione di Firenze del 6 aprile 2019 alla Contro-celebrazione del 70° della Nato

“Dichiarazione di Firenze” propone la creazione di un fronte internazionale NATO EXIT in tutti i paesi UE della Nato, costruendo una rete organizzativa a livello di base capace di sostenere la dura lotta x conseguire tale obiettivo vitale x il nostro futuro

Il 6 aprile 2019 al Cinema Odeon di Firenze la rinascita del movimento pacifista di massa:

Ouverture

Il 70° anniversario della Nato è stato celebrato dai 29 ministri degli Esteri riuniti non nel quartier generale della Nato a Bruxelles, ma in quello del Dipartimento di Stato a Washington.

Maestro di cerimonie il Segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, che si è limitato ad annunciare il discorso di apertura pronunciato dal segretario di Stato Michael Pompeo.

La Nato – spiega il Dipartimento di Stato – è importante perché, «grazie ad essa, gli Stati uniti possono meglio affrontare, militarmente e politicamente, le minacce globali ai loro interessi: la Nato rimane fondamentale per le operazioni militari Usa nella regione transatlantica (cioè in Europa) e in altre regioni strategicamente critiche, come il Medio Oriente e l’Asia Meridionale».

È quindi lo stesso Dipartimento di Stato a dirci chiaramente che la Nato è uno strumento degli Stati uniti. Nessuna reazione politica in Italia. L’unica risposta è venuta dal Convegno che, promosso dal Comitato No Guerra No Nato e da Global Research, centro di ricerca diretto da Michel Chossudovsky, ha riunito al cinema-teatro Odeon di Firenze il 7 aprile circa 600 partecipanti.

Le conclusioni sono esposte nella «Dichiarazione di Firenze», riportata qui di seguito:

“DICHIARAZIONE DI FIRENZE”

«Il rischio di una grande guerra che, con l’uso delle armi nucleari potrebbe segnare la fine dell’Umanità, è reale e sta aumentando, anche se non è percepito dall’opinione pubblica tenuta all’oscuro dell’incombente pericolo.

È di vitale importanza il massimo impegno per uscire dal sistema di guerra. Ciò pone la questione dell’appartenenza dell’Italia e di altri paesi europei alla Nato.

La Nato non è una alleanza. È una organizzazione sotto comando del Pentagono, il cui scopo è il controllo militare dell’Europa Occidentale e Orientale.

Le basi Usa nei paesi membri della Nato servono a occupare tali paesi, mantenendovi una presenza militare permanente che permette a Washington di influenzare e controllare la loro politica e impedire reali scelte democratiche.

La Nato è una macchina da guerra che opera per gli interessi degli Stati uniti, con la complicità dei maggiori gruppi europei di potere, macchiandosi di crimini contro l’umanità.

La guerra di aggressione condotta dalla Nato nel 1999 contro la Jugoslavia ha aperto la via alla globalizzazione degli interventi militari, con le guerre contro l’Afghanistan, la Libia, la Siria e altri paesi, in completa violazione del diritto internazionale.

Tali guerre vengono finanziate dai paesi membri, i cui bilanci militari sono in continua crescita a scapito delle spese sociali, per sostenere colossali programmi militari come quello nucleare statunitense da 1.200 miliardi di dollari.

Gli Usa, violando il Trattato di non-proliferazione, schierano armi nucleari in 5 Stati non-nucleari della Nato, con la falsa motivazione della «minaccia russa». Mettono in tal modo in gioco la sicurezza dell’Europa.

Per uscire dal sistema di guerra che ci danneggia sempre più e ci espone al pericolo imminente di una grande guerra, si deve uscire dalla Nato, affermando il diritto di essere Stati sovrani e neutrali.

È possibile in tal modo contribuire allo smantellamento della Nato e di ogni altra alleanza militare, alla riconfigurazione degli assetti dell’intera regione europea, alla formazione di un mondo multipolare in cui si realizzino le aspirazioni dei popoli alla libertà e alla giustizia sociale.

Proponiamo la creazione di un fronte internazionale NATO EXIT in tutti i paesi europei della Nato, costruendo una rete organizzativa a livello di base capace di sostenere la durissima lotta per conseguire tale obiettivo vitale per il nostro futuro». (il manifesto, 9 aprile 2019)

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Da Firenze la rinascita del movimento pacifista di massa: Ouverture
di Jeff Hoffmann
L’Italia è più fedele alla NATO che all’ONU e finchè ci sarà la NATO non esisterà nessun Europa! Ecco due prime pillole dall’intensissima conferenza internazionale di Firenze sul bilancio storico dei 70 anni di nato che si è svolta il 7 aprile a Firenze al Teatro Cinema Odeon: “Uscire dal sistema guerra, ora!”. Sembrano riflessioni piuttosto forti quelle suggerite da Franco Dinelli di Pax Cristi.

Michel Chossudovsky, invece, ci ha spiegato in tono molto pacato che gli interventi militari sono associati ad atti concomitanti di sabotaggio economico e manipolazione finanziaria. L’obiettivo finale, dice il direttore del Global Research Centre del Canada, è la conquista sia delle risorse umane e naturali che delle istituzioni politiche. Il progetto egemonico degli states è di trasformare i paesi sovrani in territori aperti. CONTINUA QUI

L’Italia è più fedele alla nato che all’ONU e finchè ci sarà la nato non esisterà nessun Europa! Ecco due prime pillole dall’intensissima conferenza internazionale di Firenze sul bilancio storico dei 70 anni di nato che si è svolta il 7 aprile a Firenze al Teatro Cinema Odeon: “Uscire dal sistema guerra, ora!”. Sembrano riflessioni piuttosto forti quelle suggerite da Franco Dinelli di Pax Cristi.

Michel Chossudovsky, invece, ci ha spiegato in tono molto pacato che gli interventi militari sono associati ad atti concomitanti di sabotaggio economico e manipolazione finanziaria. L’obiettivo finale, dice il direttore del Global Research Centre del Canada, è la conquista sia delle risorse umane e naturali che delle istituzioni politiche. Il progetto egemonico degli states è di trasformare i paesi sovrani in territori aperti.

L’attacco prima mediatico e poi con le bombe sulla popolazione dell’ex Yugoslavia corrisponde al millimetro alle affermazioni dell’economista e analista politico. E vale anche per la Libia, mentre adesso è il Venezuela ed il suo presidente ad essere nel mirino del sistema nucleare-criminale atlantico neoliberista. Il problema di fondo è il falso storico della liberazione. L’Italia non è mai stata liberata: è stata occupata militarmente come il resto dell’Europa occidentale e conseguentemente quella orientale.

E “che dire della mancata sovranità alimentare del popolo africano?”, si chiede il prof. Franco Cardini nel suo applauditissimo intervento durante la tavola rotonda sulla cultura di pace. Il problema secondo lo storico è che la guerra è radicata nelle nostre radici culturali, da Mosè e Aronne a Troia, e che la Pace va conquistata.

La giornata è iniziata con la proiezione di un video a cura del coordinamento nazionale NO guerra – NO nato che ha ricostruito la storia del Patto atlantico, che tutti i presenti, compreso il generale Mini, hanno definito una non alleanza in quanto esiste un’unica struttura di comando in mano agli Stati Uniti. Nella conclusione della conferenza, dopo gli interventi del pubblico, è stata letta e tradotta oralmente la “Dichiarazione di Firenze”, che è stata scritta in inglese perché diretta non solo all’Italia ma anche a tutta l’Europa e che Pressenza pubblicherà quanto prima.

Chossudovsky e l’intero gruppo organizzatore della giornata ritiene che Firenze, sia per la sua storia sia per aver dato i natali a Don Milani, a Ernesto Balducci e Alberto L’Abate, come ha sottolineato fortemente Alex Zanotelli, potrebbe e dovrebbe essere la Città da cui riparte un movimento pacifista mondiale che, ci suggerisce Chossudovsky, non potrà essere collegato a nessuno schieramento politico e dovrà essere un movimento di protesta di massa capace di autofinanziarsi e di restare indipendente per non perdere la propria autonomia politica e intellettuale. In particolar modo, sottolinea ancora Chossudovsky, non dovrà chiedere finanziamenti come hanno fatto altre reti di protesta a Wall Street, a Rockfeller o a chiunque altro di lorsignori. Il movimento di massa dovrebbe integrare le manifestazioni contro il sistema guerra con una campagna contro le varie riforme economiche neoliberali. E’ ovvio che il capitalismo e il sistema neoliberista stanno riducendo alla povertà i popoli europei ed il resto del mondo. Secondo l’agenda neoliberista guerra e globalizzazione vanno di pari passo.

Gli obiettivi dell’Associazione “Per un mondo senza guerre”, del Global Research Centre e della rete di co-organizzatori sono:

il ritiro dei 29 paesi membri dalla nato, che porterebbe all’abolizione della stessa
la chiusura delle basi e installazioni militari USA di ogni stato membro nella nato
il ritiro di tutto il personale statunitense dei paesi membri della nato
il rifiuto dei paesi membri di pagare il finanziamento delle basi USA
il congelamento dei budget militari e il ricollocamento a programmi sociali civili delle risorse

Manlio Dinucci
Effemeride (caduco, dura una giornata) “il manifesto” del 09.04.2019

https://youtu.be/zHCniIrdWVU?t=4

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A Firenze è rinato un movimento contro la guerra? Un po’ tardi…

Ciao, non so chi di voi sia andato a Firenze x i 70 anni dalla Nato, io ero già a Bologna il 6 (sabato) per i 20 anni guerra alla Yugoslavia e per stanchezza non sono andata anche a Firenze.

Qui leggo che i presenti a Firenze hanno auspicato la rinascita del pacifismo https://www.pressenza.com/it/2019/04/da-firenze-la-rinascita-del-movimento-pacifista-di-massa-ouverture/

Bene, però mi chiedo: dove era tutta questa gente – singoli e movimenti – dal 2011 mentre Nato e/o suoi alleati distruggevano Libia e Siria? Forse un po’ più di mobilitazione per Yemen e Donbass.

Comunque la sproporzione fra il dire nei convegni e il fare fuori mi pare enorme.

Per capire un po’ meglio quanto sta accadendo in Libia (dove l’Italia dopo aver fatto fuori Gheddafi nel silenzio dei pacifisti ha sostenuto un governo, a Tripoli, emanazione delle milizie e soprattutto delle più feroci e islamiste e razziste, quelle di Misurata) mando questo articoli di Negri
https://notizie.tiscali.it/esteri/articoli/libia-haftar-italiani-furbetti/?fbclid=IwAR14QDX2Mu1TXA1kQUQnw8Vjfgzr6LnJw55zJfyhrgGR57P7lhy6wmNLVlE

Marinella Correggia

………….

Integrazioni:

Molte cose vere nell’articolo di Negri, ma alcune omissioni.

Contro Haftar c’è anche la città di Misurata. Saranno anche islamisti, ma a Misurata le milizie sembrano proprio radicate e non sarà facile averci a che fare, militarmente o politicamente.

Se dietro ai Fratelli Musulmani e al governo Serraj ci sono Qatar e Turchia dietro ad Haftar ci sono Emirati, Arabia saudita ed Egitto. Non sono filantropi, sono una banda nemica dell’ altra.

Haftar ha sicuramente buoni rapporti anche con Macron e l’ Italia non l’ ha snobbato, Minniti volò in segreto dal generale nell’ estate del 2017 a fare accordi per fermare i migranti.

Il problema è la guerra, e il sistema di bande armate, più o meno islamiste, indipendenti e finanziate anche con traffico di migranti, petrolio, e altri sistemi informali.

Marco Palombo

…………..

Haftar non è certo perfetto ed ha alleati discutibili, ma penso che non vi sia nulla di peggio delle orribili milizie islamiche di Misurata e di Tripoli, veri assassini tagliagole che si alimentano imponendo il pizzo sulla vendita di gas e petrolio e organizzando il traffico dei migranti. Prima se ne vanno e meglio è per la Libia e per tutto il mondo
Vincenzo Brandi

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Di “Espresso” c’è rimasto solo il caffè…

Concordo con Tommaso Merlo, autore dell’articolo sottostante, anche se non ne condivido il linguaggio troppo aspro e risentito. Da anni sollecito a non comprare più giornali e non guardare la tv, perché il giornalismo italiano, salvo eccezioni, è indegno di considerazione, inaffidabile, privo di credibilità, servo di padroni più o meno invisibili e ostile alla popolazione che pretenderebbe di continuare a manipolare e mistificare a piacimento. I mass media italiani meritano di fallire tutti, unico modo per lasciare spazio a nuove generazioni che siano meno corrotte e indottrinate, che facciano informazione e non propaganda, che si mettano in gioco anziché prostituirsi.

Claudio Martinotti Doria

Articolo collegato:
Fallisce anche l’Espresso. Finalmente
di Tommaso Merlo – 07/04/2019

Che l’Espresso stia fallendo è davvero una bella notizia perché lascerà spazio ad altri progetti editoriali che i cittadini riterranno degni di essere letti. A far chiudere i giornali in Italia non è qualche dittatore gialloverde, sono i cittadini che non li comprano più. Evviva la democrazia. E quando il governo gialloverde taglierà gli ultimi finanziamenti all’editoria, altre testate seguiranno l’Espresso nel baratro.

Era ora. E così sul mercato rimarrà chi fa giornalismo all’altezza dei tempi e dei lettori. Evviva la liberà di mercato. Evviva la libertà di espressione. Nessuno dice infatti che l’Espresso debba cambiare idea o smetterla di attaccare i gialloverdi, macché, che continui puri, anzi, che alzi i toni se gli fa piacere, ad una sola piccola condizione, che lo faccia coi soldi dei suoi padroni o dei suoi lettori e non coi soldi dei contribuenti. E visto che i lettori se la sono data a gambe levate, all’Espresso sono rimaste due possibilità. O convince i De Benedetti a vendere ville e yatch e gioielli di famiglia per pagare gli stipendi dei loro giornalisti oppure abbassare la saracinesca e mandare le penne rosse a lavorare. E good luck.

Sta finendo un’era. Finalmente. L’Italia ha girato pagina, è andata avanti. Il giornalismo no, è rimasto indietro politicamente ma anche culturalmente. È figlio di un mondo che non esiste più. Ed è questo il problema. La stampa dovrebbe essere una delle avanguardie della società, un luogo che informa onestamente la cittadinanza ma anche dove si ragiona, s’immagina, si contribuisce in qualche modo al pensiero e al dibattito di una comunità nazionale. Invece la stampa italiana oggi è drammaticamente piatta e distante dalla società. È retrograda e conservatrice. Sa di muffa. È lenta, scontata, e le sue parole sono vaghe e vuote come quelle di certi professoroni alla vigilia della pensione o di certi preti anziani che hanno perso la vocazione e predicano in chiese desolatamente vuote. Ostaggio di vecchi soloni rimbambiti, la stampa italiana predica e si lagna sbandierando stracci sgualciti senza avere la forza di penetrare nella realtà e soprattutto guardare avanti. Riesce solo a guardare indietro, appiccicando etichette anacronistiche, replicando ricette ormai nauseabonde. Come impedita da paraocchi ideologici che la fanno sbattere contro i muri delle proprie ammuffite convinzioni.

Il perché è semplice. La stampa italiana è una delle sacche in cui si è annidato il vecchiume pre 4 marzo. È una casta reduce del vecchio regime e dal dente avvelenato che rifiuta il cambiamento perché per molti di loro significherebbe perdere carriere e status e la pestifera certezza di essere nel giusto in quanto casta intellettualmente e moralmente superiore. Ego e depravazione elitaria di categoria. Ma anche bassa politica. La stampa oggi è una protesi malconcia delle paturnie ideologiche del passato e di una fase partitica tra le più fallimentari della storia repubblicana. E ne riflette il peggio. Chi dirige la stampa sono anziani o polli di batteria che fino a ieri leccavano i deretani di qualche politicante di destra o di sinistra raccontando in giro la panzana della loro libertà e indipendenza che se ne avessero avuto anche solo un granello non li avrebbero mai fatti nemmeno entrare dalla porta di quelle redazioni. A seguito dello tsunami gialloverde, molta stampa è rimasta orfana di padroni politici e aree di riferimento. Da un giorno all’altro. Da schiava a potenzialmente libera. Ma invece di spezzare del tutto le catene e abbracciare il nuovo corso, ha preferito rimanere incatenata al passato. Invece di smetterla di far politica e cominciare finalmente a fare giornalismo, hanno addirittura esasperato il vecchio modello politicizzato sdoganando fake news e spingendo sulle campagne diffamatorie. Hanno come avuto paura della libertà perché non la conoscono, non l’hanno mai vissuta veramente. E così si son messi in proprio, si son fatti partito. Auto imprigionandosi. Si son fatti sindacati difensori di un regime moribondo, si son fatti infami boicottatori di un cambiamento che non capiscono e non vogliono capire perché sanno benissimo che dopo aver fatto fuori i loro padroni politici, quel cambiamento farà far fuori anche loro. Come infatti sta succedendo. Naturalmente, democraticamente, pacificamente. Lasciando i loro giornali a marcire in edicola ed i loro talk-show blaterare nel vuoto. Stiamo arrivando al punto di rottura. Le crepe son sempre più profonde. I resti del vecchio regime scricchiolano e barcollano preannunciando il tonfo finale. Se i gialloverdi terranno duro, l’Espresso sarà solo il primo salubre crack di una lunga serie.

Fonte: Il giornale del Ribelle

Articolo ripreso da: https://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=61802

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Libia. Le parti antagoniste gettano petrolio sul fuoco…

I nuovi giacimenti petroliferi dietro il riaccendersi del focolaio di guerra

Il precipitare della situazione in Libia ha sconvolto l’ordine dei lavori della riunione dei ministri degli Esteri del G7 a Saint-Malo in Francia e, a quanto pare, è stato proprio il ministro degli Esteri italiano Enzo Moavero Milanesi a chiedere di anticipare nella serata di venerdì (5.4) l’incontro a porte chiuse sull’argomento Libia, inizialmente previsto per la mattinata del 6 aprile 2019.

LA RIUNIONE DEL G7 sulla Libia è finita con una dichiarazione di invito alle parti a riprendere il dialogo, come chiesto anche dall’Onu, ma i media libici mettono in risalto la parte più «economica» della dichiarazione, ovvero quella in cui si chiede esplicitamente a entrambe le parti in conflitto – intendendo la Cirenaica di Haftar e la Tripolitania di Serraj – di «non sfruttare i proventi petroliferi del Paese a scopi politici». Il petrolio sembra preoccupare le grandi potenze industriali molto più delle sorti dei libici o, ancor meno dei migranti africani intrappolati nella incandescente prigione libica, non citati da nessun Paese o organizzazione inbternazionale in questi giorni, fatta eccezione per l’accorato appello dell’Oim, l’organizzazione internazionale per le migrazioni. Ancor più da venerdì sera, dopo la partenza da Tripoli – diretto a Istanbul – del presidente della National Oil Corp, la compagnia petrolifera Noc che gestisce, appunto, gli introiti dell’export di petrolio e gas, Mustafà Sanallah.

LA NOC è partner strategico dell’italiana Eni, che in Libia opera dalla fine degli anni Cinquanta. E proprio la settimana scorsa lo stesso Sanallah ha firmato con l’Eni due nuovi memorandum d’intesa per accelerare la produzione di gas nel bacino marino a largo di Sabratha. Un accordo da 760 milioni di metri cubi di gas naturale al giorno, da produrre sia per usi interni sia per l’export. L’intesa aveva anche un capitolo sul miglioramento della sicurezza industriale dell’impianto di Mellitah.

L’EXPORT DELLA LIBIA – che per il si salva dalle moratorie Opec – nell’ultimo anno e mezzo sta andando benissimo, nonostante i prezzi in calo dei prodotti petroliferi . Inoltre nuove scoperte di importanti giacimenti e progetti di esplorazione e sfruttamento delle immense riserve – Noc vuole arrivare a 953 mila barili al giorno entro il 2021 – fanno del Paese una preda sempre più appetibile. Nel bacino di Sirt, in Tripolitania – dove si concentra il 70% degli interessi Eni – i primi test esplorativi sembrano aver individuato un giacimento con una capacità di pari a 8.500 barili al giorno e di 1,82 metri cubi di gas.

IL GENERALE cirenaico Haftar, prima di lanciare l’offensiva verso la capitale, ha conquistato la Mezzaluna petrolifera, nel Fezzan, la regione meridionale del Paese dove sono situati i pozzi petroliferi più grandi – il campo di Sharara, il più grande di tutti, gestito dalla Noc in tandem con la spagnola Repsol, la francese Total, l’austriaca Omv e la norvegese Equinor – e il capo di El Feel (o Elephant), dove Noc è in partneship con l’Eni. Da quando Haftar ne ha rilevato il controllo della sicurezza – ma Bengasi non ritiene di ottenere la giusta proporzione dei proventi dell’export dalla Noc, vorrebbe almeno il 40% degli introiti – la produzione non ha subìto contraccolpi. Del resto anche i terminal petroliferi di Ras Lanuf e Sidra da tempo sono sotto il controllo dell’Lna (Esercito nazionale libico) di Bengasi.

POI C’È GHADAMES, che non è solo l’ antica cittadina berbera dove si dovrebbe svolgere la conferenza nazionale libica dal 14 al 16 aprile prossimi per dare un nuovo e più stabile assetto politico e istituzionale all’intero Paese. Sotto la città dalle mura imbiancate a calce e dalle porte ornate da ghirigori colorati si estende un imponente bacino non solo di petrolio ma soprattutto di gas, su cui anche l’Eni dall’ottobre scorso intende mettere le mani. Esiste però un contenzioso tra la confinante Algeria e la Libia fin dai tempi di Gheddafi su questo mare di idrocarburi ancora da sfruttare. E anche l’algerina Sonatrach può vantare un permesso di sfruttamento. Si sta parlando di un piano di sviluppo di 37 pozzi tra petrolio e gas, un affare enorme collegato all’utilizzo della pipeline di Wafa e all’impianto di Mellitah.

I libici sanno che finché non è chiara la partita petrolifera, pace, nel Paese, non ce ne sarà.

Rachele Gonnelli

Fonte: https://ilmanifesto.it/i-nuovi-giacimenti-petroliferi-dietro-il-riaccendersi-del-focolaio-di-guerra/

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