La matrice bistrattata: il mare…. da culla della vita a cloaca maxima – Invito alla lettura de “Il mare attorno a noi” di Rachel Carson

I turisti hanno fatto o stanno finendo di fare le valigie per tornare a casa, lasciando spesso sporco e violentato il mare in cui hanno sguazzato per alcuni giorni.

Se vogliamo che l’anno venturo la situazione sia migliore, bisogna che i responsabili, e noi tutti, si prendano provvedimenti politici, economici, tecnici e culturali, per i quali restano pochissimi mesi; altrimenti ci troveremo anche l’estate ventura a piagnucolare per le alghe puzzolenti, la plastica galleggiante, gli escrementi e i mozziconi di sigarette sparsi vicino alle spiagge, la puzza di benzina che accompagna i gommoni, i motoscafi e le moto d’acqua che sfrecciano lungo le coste.

Giustamente, nel 2006, col II governo Prodi, il Ministero dell’ambiente ha voluto aggiungere, fra le sue finalità, oltre alla difesa del territorio anche quella “del mare”, riconoscendo che il mare non è solo la base delle attività della “Marina mercantile”, non è solo l’autostrada per le navi da trasporto di merci e passeggeri, non è solo la sede di porti e della nautica o pesca commerciale, attrazione del turismo e quindi di lavoro e di ricchezza, ma è il grande, anzi il più grande territorio dell’ambiente, sede e fonte di vita.

Nei dieci mesi che ci separano dalla prossima stagione turistica credo che i governanti potrebbero utilmente leggere (spero “rileggere”) il bel libro: “Il mare intorno a noi” scritto nel 1951 dalla famosa biologa americana Rachel Carson (1907-1964, l’autrice del più noto libro: “Primavera silenziosa”). Il libro fu tradotto in italiano dall’editore Casini e poi da Einaudi, e sarebbe utile che fosse letto nelle scuole, a cominciare da quelle elementari e medie, quando i ragazzi sono ancora disposti a meravigliarsi. Opportunamente la televisione di Stato trasmette documentari con belle immagini di vita marina, ma bisognerebbe che gli spettatori si rendessero conto che non si tratta soltanto di roba da mari tropicali; la vita e la bellezza del mare riguardano qualcosa che è “intorno a noi”, nascosto anche nelle pozze di acqua salina che si formano sulle spiagge e nelle rocce costiere, nello sciacquio del mare avanti e indietro.

Questa vita marina, che dovrebbe essere difesa gelosamente perché da essa dipende, direttamente e indirettamente, anche la nostra vita e salute, viene offesa continuamente e, quando è uccisa, si lascia dietro organismi putrefatti e puzzolenti. Nei giorni scorsi i giornali hanno riferito che i Carabinieri hanno sorpreso gli operai di una azienda di autospurgo — sapete, quei camion che svuotano i pozzi neri delle case e degli alberghi e portano via i liquami che dovrebbero essere svuotati in adatti depuratori — stavano scaricando la loro cisterna nel mare di Capri; la storia ha fatto scandalo perché si trattava di Capri, ma quante altre migliaia di camion pieni di liquami vengono scaricati, zitti zitti, nel mare lungo le coste e nessuno li vede e nessuno ne parla, come se il mare di Capri fosse qualcosa di speciale, così turisticamente e commercialmente pregiato, e tutto il resto del mare che lambisce gli ottomila chilometri di coste italiane fosse una tollerabile discarica delle (scusate il termine) merde nazionali.

Ogni anno, d’estate e d’inverno, nei mari italiani finiscono circa cinquecento miliardi di litri di acque di fogna non trattate contenenti non solo gli escrementi umani, ma tutto ciò che fuoriesce dai gabinetti, lavandini, lavatrici, fabbrichette, allevamenti zootecnici, ristoranti, canalette di scolo agricole, acque ricche di detersivi, pesticidi, concimi, medicinali non usati, e tanti altri veleni per la vita marina. E non si tratta semplicemente della morte di alcuni degli esseri viventi del mare, non si tratta dei turisti che, indignati, lasciano le spiagge alla ricerca di mari più puliti, dei pescatori che vedono diminuire il pescato e il loro reddito, ma si tratta di alterazioni dei delicati equilibri del mare che cominciano con le alghe fotosintetiche, gli alimenti per lo zooplancton, a sua volta nutrimento per tutti gli altri esseri viventi marini alcuni dei quali arrivano sulle nostre tavole.

Dieci mesi prima dell’estate 2010 sono pochi per mettere ordine nei depuratori delle acque usate sparsi per l’Italia e non funzionanti e per costruirne altri funzionanti, ma credo che si tratti delle prime e più urgenti infrastrutture a cui mettere mano: strade e ferrovie ad alta velocità serviranno a poco se i turisti vanno a fare il bagno altrove. E’ probabilmente lodevole, ai fini dell’economia cantieristica, incoraggiare la vendita di barche, da quelle piccole a quelle grandi e grandissime che parcheggiano nei porti turistici, talvolta sfacciate esibizioni di opulenza guadagnata con soldi nascosti alle tasse italiane, talvolta cialtronesche manifestazioni di rumore e puzza come quelle degli scooter d’acqua; però non si può tollerare che nautica significhi sporcizia e inquinamento per chi deve accontentarsi di bagnarsi nel mare. Ci sono leggi di polizia marittima che stabiliscono che non si deve circolare a motori accesi ad una certa distanza dalle coste, sia per la sicurezza delle persone, sia per spostare il più lontano possibile fumi e scarichi di benzina, ma tali leggi sono continuamente violate, anzi le violazioni sono viste quasi con benevolenza, giovanili manifestazioni sportive. E ancora: il mare è compromesso dalle costruzioni che arrivano e portano in loro rifiuti proprio in riva al mare, anche nelle zone che la legge, e le minime norme di difesa del mare, vorrebbero sgombre da cemento e asfalto.

Ma alla radice di tutte le violenze al mare sta un distorto senso della proprietà: se uno venisse a versare il vaso da notte nel salotto della casa di ciascuno di noi ci indigneremmo e lo denunceremmo; se lo fa nel mare nella maggior parte dei casi nessuno dice niente. La salvezza della salute individuale sarà possibile soltanto quando ci renderemo conto che il mare è “proprietà” di ciascuno di noi, è un pezzo della nostra casa e del nostro salotto e come tale va rispettato e trattato.

Giorgio Nebbia  – nebbia@quipo.it

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