Russia: “E’ resistenza…” – Analisi particolareggiata di Daniele Lanza sulla realtà della Federazione Russa

Ante scriptum:
Sindaci del PD che proibiscono film prodotti in Russia, episodi di russofobia da parte di istituzioni di vario genere, Pina Picerno, PD, vicepresidente del Parlamento Europeo che chiede alla Commissione Europea e al Consiglio dell’Unione Europea di inserire il writer napoletano Jorit nella lista delle persone sottoposte a sanzioni, sono solo alcuni esempi del clima che il nostro, come altri paesi atlantisti, respira in un’escalation ossessiva e fanatica propria delle borghesie nazionaliste (in questo caso europeiste) che si preparano alla guerra.

La propaganda e la censura di guerra sono una realtà, in stretta relazione con l’andamento della guerra in Ucraina, nella realtà dei fatti condotta dalla NATO, ma dove gli apparati militari ucraini, pur riforniti di armi dall’Occidente atlantista e supportati da esperti, mercenari, tecnici e dispositivi altamente tecnologici NATO, non riescono tuttavia a reggere l’impari confronto militare con la Federazione Russa.

Se le ricadute economiche nei paesi europei sanzionatori, che di fatto sono i veri sanzionati, non sono immediatamente associabili alle risorse che a miliardi di Euro sono andate a Kiev, quelle sul terreno della democrazia interna, già duramente minata in questi decenni di “emergenze” d’ogni tipo, si sentono eccome.

Per la Resistenza – Nico Maccentelli – Sinistra in Rete

Basi filosofiche di comprensione del voto presidenziale in Russia.

Prima parte

Rammento che una vita fa, presso la cattedra di filosofia politica di Torino, ad un corso di sociologia nel descrivere le caratteristiche psicologiche del processo decisionale se ne sottolineò un aspetto controintuitivo: la logica vuole che l’intensità del dibattito in merito ad un determinato tema aumenti in base alla rilevanza del tema stesso (ovvio)…….accade tuttavia che a volte, quando tale rilevanza è assoluta, allora si verifica l’opposto: la discussione si affievolisce e scompare (!?).
Illogico ? No, una logica esiste: quando una questione ha un’importanza estrema – quando è questione di vita o di morte – allora la decisione è come se fosse già stata presa a priori.
Il dibattito stesso perde rilevanza: occorre AGIRE, nel bene o nel male, non c’è tempo per il dibattito.
Riformulando in maniera ancor più semplice, è il medesimo meccanismo in base al quale le persone spesso nella propria quotidianità perdono le staffe più per la piccole cose che non per quelle grandi (ossia perchè quelle piccole – le trivialità – pensi di poterle cambiare, mentre altre – le più grandi – quelle che obiettivamente sfuggono al tuo livello di controllo, sono percepite come ineluttabilità e quindi semplicemente subite).
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Questa premessa è indispensabile per portarci alle elezioni presidenziali russe che si concludono il 18 marzo 2024: quelle urne contengono un risultato già stabilito da molto, molto tempo prima che si aprissero e questo non per brogli o qualsivoglia semplicistica spiegazione che emergerà nei commentari di decine di analisti europei ed occidentali nelle ore a venire.

Come di norma, il limite supremo delle analisi fornite da chi osserva questo paese da una prospettiva ESTERNA (estera) sta nel procedere per analogia……voler interpretare il contesto russo alla stregua di un’appendice d’Europa che non ne segue le regole – configurandosi quindi come anomalia o “canaglia” – e quindi fallendo nel compito di realizzare che ci si trova in una dimensione non europea che si muove secondo un metro differente.

Vogliamo CAPIRE le consultazioni presidenziali che riconfermano Putin o vogliamo perderci in millimetriche analisi al microscopio ?
Se sì, allora partiamo (partite) da una domanda di fondo come europei: il significato stesso del recarsi a votare.
Per quale ragione tutti noi votiamo? Cosa ci si può aspettare in concreto? Facciamo realmente la differenza nel farlo?
La nostra buona coscienza ci dice di sì, l’educazione civica che ci è stata inculcata dall’infanzia ci dice di sì, anzi ce lo impone. Le istituzioni democratiche lo invocano come base assoluta del nostro sistema. Insomma è moralmente giusto (non lo contesto).
Al tempo medesimo però esiste una domanda che chiunque dovrebbe farsi: giusta ed incontestabile morale a parte, in quale misura la nostra quotidianità o ancor più la politica internazionale dello stato in cui viviamo, CAMBIA in funzione del nostro voto?
Nel caso delle opulente società europee ed occidentali… poco o nulla.

Gli stati d’Europa di cui abbiamo conoscenza sono entità “stabilizzate”, in senso sociale/economico e diplomatico. Ovvero entità caratterizzate da un benessere e da una sicurezza quasi totali (comparativamente a tante altre parti del globo): la verità è che l’Europa è una specie di torre d’avorio, dove tutto è garantito sul piano della politica interna e nulla è da decidere sul piano di quella estera… che non appartiene più al vecchio continente, il quale si ritrova incastonato – dopo il 1945 – in un sistema che non ne prevede una sovranità geopolitica (devoluta ai centri decisionali d’oltreoceano).

In sintesi (ascoltare con attenzione che è il senso di tutto**): il contesto politico/economico/sociale, stabile e vantaggioso – la cornice globale – entro la quale le società europee vivono è qualcosa di altamente preordinato, standardizzato (e quindi falsato). Un contesto quasi privo del bisogno, o di reali pericoli, dove quasi tutto è già stabilizzato ossia prefissato al di sopra delle nostre teste da molto tempo.
Chi va a votare non può veramente cambiare gli equilibri e l’assetto di fondo della società (con buona pace di chi pensa di poterla democraticamente cambiare) o tantomeno fare la differenza nella posizione e status che il proprio stato nazionale riveste nel contesto internazionale (la politica estera tra l’altro è da sempre sottratta alla volontà dell’elettorato che non può avere voce diretta in capitolo).

Il cittadino UE o di un qualche altro contesto occidentale, quando si reca alle urne lo fa per esercitare un suo giusto diritto, lo fa con qualche aspettativa, lo fa per partito preso o per interessi vari… ma di sicuro NON lo fa per la SOPRAVVIVENZA. La società della Federazione Russa si trova invece proprio in questa grave situazione.

La Russia, pur con tutti i propri limiti e disgrazie, è e rimane un mega-stato, con interessi su scala globale, dotato del maggior arsenale nucleare sul pianeta: un paese che non ha abdicato alla propria sovranità geopolitica dopo il conflitti mondiali del XX secolo, malgrado il collasso cui si è assistito nel 1991 (un modo di essere che in occidente chiamano imperialismo, ma in realtà è semplicemente “esistere”, per quanto riguarda lo stato russo nelle condizioni attuali).

Si tratta di una superpotenza che sebbene caduta in grave disgrazia rispetto al proprio apogeo, rimane tale nello spirito e difende la propria sopravvivenza: qualsiasi paragone con gli stati che giudicano a mo’ di giuria (UE et affini) non è immaginabile.

Il Cremlino cerca (tenta) di difendere ancora un proprio margine di sovranità e identità per quanto possibile, laddove Bruxelles ha già da tempo abdicato a qualsiasi volontà in tal senso.

Questo è il punto di partenza signori: stiamo parlando di due creature distinte, a livello ontologico. Due entità che non si collocano sul medesimo piano: non più di quanto potrebbero esserlo un uomo libero ed uno asservito: il primo lotta, e digrigna i denti in povertà e nel fango per difendere il proprio spazio, assumendosi decisioni difficili… mentre quello asservito vive un tenore di vita assai migliore ma in uno spazio NON suo, di benessere artificiale dove di decisioni importanti da prendere non ce ne sono (perchè un’autorità superiore le ha già prese per suo conto). La gentile Europa vive in un MATRIX cinematografico. La Russia, nel mondo vero, con tutto quanto comporta..
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La naturale conclusione di tutto questo discorso? Che la società russa non è chiamata alla urne a scegliere quale sarà il suo “governante” o burocrate standard (di quelli occupati in reimpasti di governo, poltrone varie, aumento del prezzo dei fazzoletti, politiche inclusive, salvaguardia delle aree verdi e sorrisi a Natale). No.

La società russa è convocata scegliere quale dovrà essere la propria GUIDA, il proprio leader militare, un condottiero assoluto in un momento di massima crisi: un individuo col compito di gestire un conflitto che ha bruciato mezzo milione di vite e può portarne via altrettante o addirittura degenerare ad un livello di confronto nucleare con l’occidente, di proporzioni non calcolabili. E deve anche gestire una rete di rapporti globale con Africa e Cina (quest’ultima alleata sì, ma in modo che nemmeno fagociti il partner).

La società russa si trova a dover eleggere/confermare un comandante in capo che dovrà per davvero decidere della vita e della morte o delle fortune di molti milioni di persone. Una responsabilità ed un potere del genere ha più a che fare con le prerogative dei monarchi assoluti dei secoli passati che non con le convenzioni democratiche radicate nelle società attuali: l’individuo che occupi un ruolo del genere, non può essere eletto col 51% dei voti, come la regola democratica vorrebbe perchè non avrebbe alcun senso, perchè non sta in piedi che la sopravvivenza di una civilizzazione si giochi su una differenza dell’1%.: per muoversi nell’agone della sopravvivenza occorre un mandato molto più solido, che sia assoluto.

OCCORRE l’ ”assoluto” in una situazione in cui versa la Russia (e senza che questo sia un elogio dell’assoluto, perchè non lo è): occorre che qualcuno sia investito dell’autorità “sacra” che serve per fare ciò che va fatto nel bene o nel male.

Difficile su questo punto un dialogo tra le due culture che sono chiaramente l’una l’antitesi dell’altra: laddove un potere pluralista/liberal non può che vedere negativamente un elettorato che esprime l’80% dei suffragi a favore di un candidato (proporzione enorme che fa istintivamente pensare a brogli), al contrario per una cultura più affine al collettivo può risultare dispersivo un sistema che non si regge su un solido consenso di massa, ma che procede in mezzo a funambolismi vari pur di serbare la lievissima maggioranza – 50,1% – su cui si basa il suo potere legale (e di conseguenza massima parte degli sforzi dei neoeletti saranno destinati a mantenere questo vantaggio presso l’elettorato e mantenersi le poltrone piuttosto che far qualcosa di reale per il Paese o assumersi rischi imponderabili).

La società russa ne è implicitamente, fatalmente consapevole: sa per chi deve votare e perchè questo è necessario (a prescindere dalla simpatia del prescelto).

Esercita il suo diritto per mezzo dei mezzi consultivi che l’era contemporanea mette a disposizione, andando quasi a costituire un’aporia: scegliere qualcosa di concettualmente “assoluto” servendosi di mezzi generati dalla mentalità “democratica”, elettiva (su tale incongruenza ci sarebbe una riflessione a sè, ma non la farò qui).

Seconda parte.

Ieri recandomi alle urne ho votato a favore dell’interessa nazionale.
Questo’ultimo si personifica nell’attuale presidente in carica che è riconfermato… senza che tale preferenza si traduca in elogio da parte mia alla sua persona (si chiama Vladimir Putin, ma sarebbe potuto anche essere un altro: quello che ho votato è l’interesse nazionale, come lui ha saputo gestirlo).

La Russia subisce un blackout nel 1991, l’equivalente di una guerra mondiale persa. Un sonno senza sogni (o troppi) che dura per un decennio: si risveglia dal coma farmacologico per accorgersi che il suo patrimonio storico è svanito (Asia centrale, Transcaucasia, Baltico, etc.) e che il suo stesso organismo è in disfacimento rapido: ne segue una lenta e sofferta terapia riabilitativa che dura 20 anni, finalizzata non tanto a ricostruire quanto è andato perduto (impensabile) quanto per non perdere quanto ancora rimane. Il processo è OSTACOLATO: il paese viene rapidamente accerchiato come da un cordone di sicurezza e quindi non bastando questo, si tenta di assestarsi entro il suo heartland storico/culturale (il più vicino possibile – a portata di missile – alle sue città). Si arriva ad orchestrare il rovesciamento di uno stato confinante di 45 milioni di abitanti (Kiev, 2014) per instaurarvi un regime pro-occidente e violentemente antirusso. Quando il Cremlino decide di fermare il processo in corso prima che sia tardi (dopo aver tentato con diverse opzioni diplomatiche, che però si rivelano inutili) procede con una reazione che l’occidente chiama “invasione”….e siamo in guerra.

In tutto, un ¼ di secolo: è la cornice entro la quale naviga la leadership di Vladimir Putin. Mi domando – se comparazione si può fare – cosa avrebbero fatto alla cabina di comando di una macchina simile I vari leader belgi, olandesi, scandinavi, greci e portoghesi con I rispettivi esecutivi? I nostrani Meloni, Salvini o Calenda? Provate ad immaginare le scene (…).
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E’ da tutto questo che occorre iniziare per comprendere le elezioni presidenziali appena concluse: se si vuole veramente CAPIRLE (e non bersi le 30-40 tra le più forbite e capillari “analisi” che I media ordinari vi rovesceranno addosso per I prossimi giorni.

Per capire quelle cifre e numeri a conferma dello scettro do Putin che compariranno sulle prime e seconde pagine dei giornali, occorre capire quella società che si è recata al voto, le speranze e I timori della dimensione in cui vivono (di cui l’occidente intero è in parte responsabile) e NON mettersi a sfornare pagine di “psicoanalisi di Vladimir Putin”, “biografie ultradettagliate di Vladimir Putin”, rotocalchi “segreti intimi di Vladimir Putin” e centomila corbellerie dello stesso stampo. Come se tutto dipendesse da un solo uomo e si fosse messo in moto da lui!
Come se in Italia nei primi anni 90 la Lega Nord avesse creato l’antimeridionalismo (c’era già da un secolo), o come se lo spirito di arricchimento fosse nato con Berlusconi (esiste dall’inizio del “nostro” mondo).

Trovare un capro espiatorio è il segnale del non aver compreso nulla in profondità, ritrovandosi quindi ad attaccarsi all’elemento più visibile e superficiale dell’equazione.

VLADIMIR PUTIN non è il punto (…): il punto è tutto il resto, il contesto che lo cresce e lo accompagna fino a dove è (come il terreno di coltura di una cellula). Le necessità oggettive di una civiltà che cerca di autopreservarsi ed ha scelto LUI per farlo… ma sarebbe anche potuto essere un altro. Perchè – intendiamoci una volta per tutte – anche se un domani Putin cadesse vittima di un attentato, la guerra non finirebbe domani e nemmeno tra 1 anno. Nemmeno tra 10.

Il resto della dirigenza russa permetterebbe che il Paese rinunciasse all’Ucraina dopo tutto quello che è successo? Dopo due anni di trincee e chissà quanti caduti? Accetterebbe di pagare risarcimenti e trattati che prevedono basi Nato fino al confine ucraino puntate contro Mosca? Che rinuncino all’alleanza con la Cina, che si privino del proprio arsenale nucleare cancellando ogni ambizione di esistenza? Che non reagiscano al processo di parcellizzazione del territorio in tante mini repubbliche (il piano USA era questo già dagli anni 90) ed accettino la scomparsa dal Paese dalla carte geografiche? Siamo sani di mente?

Nessuna Russia, nessun suo leader che possa chiamarsi tale accetterebbe tutto questo (che Putin ci sia o che non ci sia).

Perchè l’avanzata silenziosa dell’occidente contro Mosca si sarebbe messa in moto anche se Putin non ci fosse mai stato, e continuerebbe anche se lui scomparisse domani: il problema non è un capo di stato (un essere umano che può mancare domani), ma il Paese stesso, coinvolto suo malgrado in quella che è una collisione di civiltà, come altri autori affermarono già molto tempo fa, in tempi meno sospetti.

Putin non ha creato o peggiorato il problema esistenziale della Russia (il confronto con l’occidente che esiste da sempre: dopo il 1991 poi è diventato una disgregazione rapida del continente geopoliticamente russo a rischio dell’esistenza): al contrario è stato il solo – ad una generazione di tempo dalla fine dell’URSS – ad arrestare il processo, ad opporvisi armi alla mano. In questo senso ha “peggiorato” la situazione: nel senso che ha preteso di salvare qualcosa (…).
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In sintesi, il signor Putin non è il nodo dell’enigma della crisi geopolitica dei nostri giorni: ottundersi sulla sua figura “scannerizzarla” e sviscerarne I peccati non risolve nulla.

Risibile ricorrere a categorie come “filoputiniani” o “antiputiniani” per semplificare l’equazione (è una visione occidentale): la maggior parte di chi l’ha votato non è “filo”, perchè non occorre esserlo per dargli la preferenza. L’interesse nazionale è in gioco e nessun altro si è mostrato finora in grado di garantirla come lui ha fatto.

La posta in gioco – in prospettiva russa – è assai superiore al peso di un singolo uomo. L’87,84% di voti che gli scrutini del 18 marzo 2024 accreditano al presidente eletto, non è un voto di simpatia, ma un voto SCUDO, nella misura in cui la sua società identifica in lui la propria difesa contro un mondo esterno ostile. Non sarà “Russia contro il resto del mondo”, ma poco ci manca.

Pertanto, io non ho “votato Putin”. Ho votato per l’interesse nazionale. Che poi quest’ultimo coincida proprio con il nome dell’attuale presidente in carica… è un altro discorso. Ma così andava fatto.

Non si pretende che il pubblico che ha letto sin qui condivida, ma ci si può e deve rendere conto, alla luce di tutto ciò che è stato detto e sottolineato – che lo scarto culturale (la posizione stessa degli “interlocutori”) è troppo grande per poter emettere un verdetto e dare qualsivoglia giudizio.

Ringrazio per l’attenzione.

Dalla Russia con amore. Daniele Lanza

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