Andar per erbe nella Tuscia…

Benedetti contadini dei tempi andati. Saggi, diffidenti, positivi, terragni, testardi… Con le erbe spontanee e selvatiche si nutrivano e si curavano, con buona pace di noi contemporanei che a stento riusciamo a distinguere una foglia di alloro da una di mentuccia.

Quante volte ricorrevano ad infusi ed impiastri a base di asparago o malva (ma non solo) per fastidiose gastriti o devastanti mal di denti? Una cosa è certa. Le erbe dei campi hanno una straordinaria utilità antiossidante e i se nostri padri ne facevano largo consumo, vuol dire che ne conoscevano le loro qualità depurative e rinfrescanti.

Dissenteria, gotta, calcoli renali, impotenza, depressione, isterismi, artriti, ulcere (l’elenco è infinito) non sono che alcune tipologie di “acciacchi” cui le erbe avrebbero dato ristoro.

Dunque “andar per erbe”, soprattutto in primavera (già ci pensiamo) tra i campi della Maremma o nelle forre che si incrociano tra speroni tufacei presidiati da antichi castelli, dove spuntano luppoli e asparagi selvatici, è a dir poco rigenerante. La mentuccia ai bordi dei sentieri che dipartono dalle tombe dipinte di Tarquinia, profuma il vento del mare ed evoca i ricordi di antichi lucumoni etruschi, la cui misteriosa civiltà ha cambiato la vita a molti villaggi, non solo dell’Italia centrale.

Eguali emozioni s’avvertono a Tuscania, lungo la valle del Marta dove scorre da sempre, con atavica pigrizia, un fiume che convoglia al mare senza fretta le acque del lago di Bolsena.

Lungo le sue rive umide, segnate a volte da intrigate vegetazioni, si trovano le erbe più singolari, come il “crescione”, il “gurgulestro” e la menta acquatica. Ovunque ci capita di annusare l’alloro, così “odiato” dal Carducci e così amato da Apollo, la cui nobiltà si fa prestigio nelle gloriose ghirlande messe in capo a poeti, generali, atleti e neo-laureati. Che dire della sua fragranza quando s’accosta all’anguilla o ai fegatelli di maiale allo spiedo?

A ridosso del litorale marino, facciamo la conoscenza del cardo, regale antenato del carciofo, che, insieme alla bietola selvatica, punteggia a primavera vaste distese di prati. Il rosmarino non è una sorpresa, tanto è diffuso un po’ ovunque, soprattutto nei terreni fronte mare. Quale simbolo di immortalità, veniva deposto accanto al faraone prima dell’ultimo sigillo tombale. Che facesse bene alla pelle ce lo conferma una delle più avvenenti favorite del re Sole, Madame de Savigné, che ne faceva buon uso anche contro la depressione, durante i lunghi inverni di Versailles.

Vale sempre la pena di raggiungere i bianchi calanchi della valle del Tevere, nel versante orientale della Tuscia Viterbese, per rivedere con nuovi sguardi – ora che è alla portata di mezzo mondo – l’incredibile scenario di Civita di Bagnoregio, abbarbicata poiché malferma, su un colle di argilla franosa.

Nelle trattorie del posto, con un po’ di fortuna, si possono gustare le frittelle di salvia, da abbinare ad un fresco bicchiere di bianco Est! Est!! Est!!! Un’ultima annotazione. Nelle necropoli rupestri di Castel d’Asso, Norchia e Blera, laddove la vegetazione si fa più arida, c’è da raccogliere cipiccia e lattughella.

Provate! I nostri nonni lo facevano.

Vincenzo Ceniti

Fonte: http://www.lacitta.eu/images/stories/castel-dasso/casteldasso_1908-_c.jpg

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