Covid fase attuale. Lettere aperte di medici, scuole usa&getta, allarmi, ricorsi, speranze africane

La confusione continua a essere grande sotto il cielo e lo sarà anche nella nebbia d’autunno. I politici italiani amano ripetere che con le loro misure di contrasto al Covid-19 si stanno scrivendo pagine di storia. Del resto, fin dall’inizio della pandemia, governi, media, addetti ai lavori hanno parlato di guerra, linee del fronte, armi, nemico unico, eroi. Dopo molti mesi la narrazione rimane invariata. Tuttavia c’è chi si fa domande. Non solo nelle manifestazioni di piazza.

L’educazione usa e getta. Rigorosamente monouso dovranno essere le montagne di mascherine che si useranno in classe. Il 1 settembre così ha deciso il Comitato tecnico scientifico (Cts) di nomina governativa che detta le linee anti-Covid agli italiani. Niente mascherine cosiddette di comunità di stoffa, lavabili e riutilizzabili (e meno che mai autoprodotte), pur ammesse dai Dpcm dei mesi scorsi. Ogni mattina, senza creare assembramenti per carità, le monouso saranno distribuite a tutti. Undici milioni al giorno, ha annunciato il commissario al Covid Domenico Arcuri. E insieme, 170.000 litri di gel igienizzante x le mani a settimana (https://www.orizzontescuola.it/ritorno-in-classe-arcuri-saranno-distribuiti-11-milioni-di-mascherine-al-giorno-e-170-mila-litri-di-gel-igienizzante-a-settimana/).
Anche a non voler contestare l’utilità sanitaria e l’accettabilità psico-pedagogica dei dispositivi in ambiente scolastico, rimane il loro onere ambientale. Non solo mascherine, non solo gel, non solo «sanificazione» a gogò. Dalle scuole usciranno verso la rottamazione tre milioni di banchi, sostituiti dai nuovi arrivi: quelli a rotelle per il tablet, e gli altri monoposto. Usciranno anche un numero difficilmente quantificabile di piatti e stoviglie di plastica, visto che (https://www.peopleforplanet.it/scuola-post-covid-e-pasti-monoporzioni-in-mensa-ce-chi-dice-no/), come denuncia la petizione di Foodinsider.it con Food Watcher e MenoPerPiù, il ministero dell’istruzione indica il lunch box e le monoporzioni come una soluzione per consumare il pasto in classe uno dei possibili scenari della mensa scolastica antiCovid che si prefigura è questo: pasti in monoporzioni di plastica sigillate e menù semplificati stile fast food. Un disastro i contenitori, un disastro il contenuto. Il medico ed epidemiologo Franco Berrino ha spiegato che la monoporzione è un «brutto scherzo» perché non c’è nessuna ragione scientifica che la renda necessaria anzi è più rischiosa per la diffusione del virus: https://www.youtube.com/watch?v=OuiXKTrh5Mk&t=4s

Domande alle istituzioni, zero risposte. Su tutti questi temi, nei loro risvolti ambientali ed economici, sono state mandate una serie di domande agli uffici stampa delle istituzioni incaricate: Invitalia e ministero dell’istruzione. A partire dal 4 agosto, con successivi solleciti. Il 25 agosto l’ufficio stampa Invitalia scrive letteralmente: «Gentile (spazio e a capo) Al momento non è possibile rispondere alla sue domande. (spazio e a capo Saluti». Il ministero dell’istruzione non ha mai risposto.

Articolo che aumenta le perplessità! Un’intervista fatta per rassicurare sembra suscitare più domande. Qui https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/09/02/coronavirus-ecco-perche-le-mascherine-chirurgiche-sono-piu-sicure-di-quelle-di-stoffa-richeldi-cts-non-causano-danni/5917121/ un membro del Comitato medico scientifico (Cts) sostiene che per via della certificazione le mascherine usa e getta (dette chirurgiche) a scuola sono più efficaci di quelle di stoffa (durevoli) cosiddette di comunità; ma subito dopo aggiunge che anche queste ultime «assicurano una buona protezione delle vie aeree, a patto che vengano correttamente utilizzate». Ma il problema delle modalità non si pone anche per le usa e getta? Sì! Infatti. Toccarne la superficie esterna è tabù. Ecco l’esperto: «Non ci sono rischi di contaminazione o di sovrainfezioni, a patto ovviamente che vengano seguite le semplici regole per il loro corretto utilizzo, come il ricambio periodico o l’attenzione al contatto con la parte esterna. Il rischio è quello di toccare con le dita una superficie potenzialmente infetta e poi di portare quelle stesse dita alla bocca o agli occhi. L’uso delle mascherine (…) non funziona in isolamento: deve essere associato a corretta e frequente igiene delle mani (più spesso con gel idroalcolici) e, ovviamente, distanziamento fisico. Ultimo, ma non meno importante, l’utilizzo dell’app Immuni, utile soprattutto tra gli adolescenti. » Ma se tutto è così, la presunta superiorità delle mascherine usa e getta va a farsi benedire. Dunque perché preferire l’inquinamento diseducativo del monouso? Altra domanda alla quale di fatto l’esperto non ha risposto: il Sars-CoV-2 è grande 120 nm, le mascherine chirurgiche bloccano virus da 2000 nm in su, ma allora esiste comunque il rischio contagio? Non-risposta: «Non è possibile fare un calcolo così diretto: ricordiamoci comunque che i virus non viaggiano “in isolamento”, ma utilizzano le goccioline di droplet emesse principalmente con la tosse e con gli starnuti, e queste goccioline sono più grandi dei virus stessi». Ma allora, non basta che chi ha sintomi stia a casa o faccia attenzione? E gli studi che rilevano disagi di vario tipo per i bambini con le mascherine? Niente paura: basta «un utilizzo razionale quando necessario e un’attenta spiegazione a bambini e genitori sul perché questa misura sia al momento di cruciale importanza. Un sacrificio necessario, non enorme e speriamo temporaneo».

Cronache da una scuola surreale. Una mamma va a incontrare con appuntamento il dirigente scolastico della scuola dei figli, per capire le linee guida. «Sono entrata con la mascherina, tutti la indossavano, ha lasciato nome cognome, indirizzo, numero di telefono, numero del documento. Mi hanno misurato la ebbre e ho dovuto firmare un’autocertificazione nella quale dichiaravo di non avere il Covid. Solo dopo tutta questa trafila dalla bidella sono stata accolta. La prima impressione è che si tratti non più di una scuola ma di un ospedale psichiatrico. Ho convinto il preside a pubblicare le linee guida sul sito della scuola. Mascherine: non obbligatorie al banco ma per entrare, uscire e andare in bagno. Qualora il bambino dovesse avere sintomi simil Covid, raffreddore, tosse, febbre verrà prelevato e condotto in stanza Covid da 3 o 4 referenti Covid, alcuni della scuola e altri dell’Asl, dovrà indossare un camice bianco e la mascherina, e saranno chiamati i genitori e l’Asl. Il punto è: sarà necessario un tampone per scagionarlo? A questa domanda il preside non ha saputo rispondere ma mi farà sapere. Il punto è: se per ogni raffreddore o starnuto o colpo di tosse un bambino dovrà ricevere un tampone, si tratterebbe di una situazione allucinante, traumatizzante e invasiva. Qualora invece il bambino dovesse ammalarsi a casa, per essere riammesso a scuola il pediatra di famiglia si prenderà la responsabilità del certificato? Perché pare che lo far solo previo esito del tampone. E’ chiaro che nessuno vuole assumersi responsabilità. Chiediamo, riflettiamo. Il bambino dopo il tampone dovrà aspettare l’esito e non potrà uscire insieme alla mamma nel caso risultasse positivo, dovrà fare la quarantena con la madre, sempre; e il padre e i fratelli? Dovranno andare in un’altra abitazione? Quarantena anche a loro? Tampone? E il lavoro?». Una insegnante elementare: «Qui a scuola è un delirio. Anche solo distribuire fogli ai bambini… La mascherina è l’ultimo problema. Tutto il contesto…spostamenti, banchi, armadi, materiale…non so. Non credo che durerà, anche perché qualunque altro posto pubblico, bar, ristoranti non è così. Perché a scuola ci si deve complicare così la vita?».

Lettera aperta dei medici Ampas su «contagi», diritti e vera prevenzione. In una fase in cui si parla continuamente di aumento dei contagi (perché i morti e malati gravissimi non ci sono più), ecco alcuni brani della lettera aperta (https://www.medicinadisegnale.it/?p=1183) dei 935 medici dell’Ampas e di diversi psicologi, sui rischi della situazione. Fa seguito a un’analoga presa di posizione nel mese di aprile, nel pieno della crisi. «È estremamente fuorviante confondere le persone sane asintomatiche, positive al tampone, con i “contagiati” (che per definizione devono essere malati). Se l’asintomatico viene considerato fonte di contagio, questo significa che scuole, aziende e altri centri di aggregazione verranno tutti chiusi e messi in quarantena, poiché i tamponi a tappeto effettuati sulle persone sane danno spesso falsi positivi, fornendo una falsa immagine di diffusione della patologia, quando invece l’unica cosa che si sta diffondendo è la resistenza anticorpale alla malattia stessa. (…) È di grande importanza sovvertire subito questa menzogna, che rischia di portarci a nuovi lockdown (magari inizialmente parziali) per una patologia di cui ora si conosce meglio un approccio terapeutico efficace, i cui decessi quotidiani sono da 100 a 500 volte inferiori rispetto a quelli dovuti a problemi cardiovascolari (circa 600 decessi/giorno) e a quelli dovuti a tumori (circa 500 decessi/giorno). Patologie cardiovascolari e tumorali che potrebbero essere facilmente prevenute con interventi sistematici sullo stile di vita (movimento fisico, eliminazione zuccheri, controllo del peso, cibi senza pesticidi, riduzione inquinamento, stop al fumo). (…) Noi, con questa lettera, vogliamo solo che ci sia restituita la verità dei fatti: che gli asintomatici non vengano assoggettati a inutili tamponi e che i diritti costituzionali da noi duramente conquistati (diritto al lavoro, all’istruzione, alla libera circolazione, alla libera scelta di cura, alla privacy) non ci siano più sottratti, ora e per sempre. Alleghiamo documenti e relazioni che chiariscono in modo inequivocabile la nostra posizione». Nella documentazione allegata, e nelle fonti indicate, risulta che: lo stesso Centro europeo per il controllo delle malattie imporrebbe il tampone solo per i sintomatici; che l’asintomatico non è un problema (prendendo come modello l’infezione da Sars e Mers-Cov il rischio di trasmissione in fase asintomatica-prodromica sembra essere basso o molto basso); vale anche per i comuni modelli di infezione virale respiratoria. Il contributo apportato da potenziali casi asintomatici nella diffusione epidemica appare limitato. Il documento Ampas illustra anche altri aspetti: l’illegittimità degli obblighi imposti con norme amministrative; l’inaffidabilità dei tamponi che possono dare vari falsi positivi; il fatto che i tamponi sono un test non quantitativo (quindi non c’è correlazione fra positività e infettività): c’è la possibilità di fare danni con il tampone faringeo eseguito ormai in massa. La percentuale dei positivi sui tamponi è stabile e non in aumento, ma questo non viene detto.

Non dimentichiamo l’allarme di 700 psicologi e psichiatri… E’ della scorsa primavera il Comunicato – L’allarme di Psicologi e Psichiatri https://comunicatopsi.files.wordpress.com/2020/05/comunicatopsi.pdf che metteva «in guardia sui danni psicologici derivanti ai bambini, agli adulti, alle categorie a rischio derivanti da questa situazione di panico e coercizione sia scolastica che lavorativa. Tale allarme, leggiamo nella lettera aperta di Ampas, è stato ormai validato nelle sue premesse e previsioni da centinaia di studi scientifici nazionali e internazionali. Nella storia è la prima volta che intere nazioni confinano in casa sia cittadini malati che milioni di persone perfettamente sane, pertanto in occasione di scelte così draconiane ancora mancava una letteratura scientifica sulle conseguenze psicologiche». Al fine di analizzare la situazione e proporre interventi volti a restituire serenità e fiducia alla popolazione, un gruppo di professionisti della salute mentale si è unito sotto il nome di Sinergetica, Movimento di Libera Psicologia. Si richiama il sostanziale aumento delle violenze domestiche durante il lockdown e nel periodo successivo, sia nei paesi latini che anglosassoni, l’aumento delle nuove dipendenze e dell’uso di sostanze, con conseguente crescita della criminalità connessa, e maggiore vulnerabilità dei soggetti coinvolti nei confronti di ogni tipo di infezione; il visibile fallimento nella capacità di regolazione dell’ansia in bambini e adolescenti, obbligati a modalità di didattica a distanza e così privati del contatto con amici e docenti, che sappiamo essere fondamentale. Disagio che si rivela particolarmente grave nei minori con problematiche mentali, nei figli di immigrati o in bambini con bisogni educativi speciali; l’aumento nella popolazione generale di stati affettivi negativi, ansia generalizzata, incertezza per il futuro, perdita della stabilità progettuale e di opportunità lavorative, a fronte di interventi pubblici di sostegno psicosociale spesso poco efficaci, nonché difficilmente accessibili. Fattori che contribuiscono ad un preoccupante aumento del rischio di suicidio. Ma il 21 agosto con una sua dichiarazione, l’Oms ha dimostrato di non temere effetti negativi. Qui https://www.who.int/news-room/q-a-detail/q-a-children-and-masks-related-to-covid-19 si suggerisce che i dodicenni e oltre usino la maschera alle stesse condizioni degli adulti, soprattutto se il metro di distanza non è garantito e se c’è molta trasmissione nell’area.

Ricorsi legali in Francia. Un giudice amministrativo di Strasburgo ha sostenuto (https://www.youtube.com/watch?v=oSrRVZ304cI) che non è legale imporre la mascherina dappertutto e in qualunque orario (si pensi per strada e in ore deserte): il prefetto (che ha accettato la decisione) avrebbe dovuto precisare zone e fasce a rischio. Potrebbe fare giurisprudenza. I ricorrenti sono un medico e uno psicologo. E un medico, Jean-Michel Crabbé, il 27 agosto ha chiesto con lettera raccomandata (https://covidinfos.net/covid19/lordre-des-medecins-doit-e%cc%82tre-juge-pour-manquements-graves-a-lethique-medicale-selon-le-dr-crabbe/1893/) che l’Ordine dei medici sia giudicato per gravi inadempienze rispetto alla sua missione e all’etica medica, a causa dell’inazione rispetto ai discorsi apocalittici di media e politici. L’Ordine avrebbe dovuto «ristabilire la verità e fornire a medici e pubblico le cifre vere provenienti dai registri di Stato e dai servizi mortuari». Anche l’inquinamento ambientale è stato ampiamente negletto e l’Ordine dei medici ne porta la responsabilità.

Il professor Toussaint a Radio France Internationale sulla fase attuale. Il docente ribadisce (https://www.youtube.com/watch?v=b6Yh1EQlYQw): «Non c’è ragione di allarmarsi: da tempo gli indicatori più importanti – il numero di decessi, il numero di pazienti in rianimazione e di ospedalizzati – non smettono di decrescere, sono i più bassi dalla scorsa primavera. Sull’aumento dei casi positivi, che non vuol dire ammalati, si insiste in maniera ingiustificata. Aumentano i casi rilevati perché si fanno moltissimi test e inoltre in proporzione ci sono molti falsi positivi, anche 4500 al giorno». In Francia è diventato obbligatorio portare la mascherina anche all’aperto in molte città (periferie comprese). Toussaint spiega: «Secondo l’ultimo rapporto dell’Oms non ci sono studi di qualità che permettano di raccomandare la mascherina dappertutto, cioè per esempio all’esterno. Si tratta soprattutto di una misura di precauzione politica, un mimetismo che si impone progressivamente nelle abitudini di vita ma che non è fondato su un argomento scientifico». E precisa: «Quelle maschere erano molto importanti nella fase più letale, esplosiva della malattia, in primavera in Europa, insieme al distanziamento. Ma adesso siamo alla fine della prima fase dell’epidemia in Europa, perché ci sono 100 volte meno morti adesso rispetto alla scorsa primavera». In ogni caso, «il termine incoerenza è probabilmente quello che meglio qualifica l’insieme delle decisioni prese. Si vede che si tratta di una trattativa fra conoscenze e paure, fra la nostra inquietudine come società e la realtà e occorre trovare condotta che permetta di rispondere». Il fisiologo avverte inoltre: «Deve anche riprendere l’attività medica, che al di fuori della rianimazione è diminuita del 50%. E gli effetti di un confinamento cieco sarebbero 100 volte superiori agli effetti della malattia.» Il virus è meno virulento? «Bisogna capire perché abbiamo 130 morti al giorno su 500 milioni di abitanti. Possono esserci elementi legati alle mutazioni virali non si sa quali più importanti, ma soprattutto è sull’immunità cellulare, collettiva che abbiamo molte cose da capire, ma bisogna interpretare la fase benigna in Europa» Perché allora sovrastimano la gravità? «Non sono nelle teste dei decisori per capire come interpretano le cifre. Di certo c’è stata una fase molto virulenta. Ce ne sarà forse un’altra, si vede che la malattia continua in India e in alcuni paesi del Sud America ma non tutti. La questione degli obiettivi politici deve essere pista, anche a livello di decisori all’Oms che hanno raccomandato misure che forse non erano le più appropriate».

La Svezia sostiene la lotta contro la crisi alimentare da pandemia. La Svezia sta destinando somme rilevanti all’Ifad per affrontare, nelle aree rurali più vulnerabili, la crisi alimentare dovuta alle restrizioni ai movimenti e al commercio. Piccoli agricoltori e produttori devono continuare ad avere accesso agli input, alla liquidità e ai mercati.

Documento firmato da 75 professionisti della salute da oltre 10 paesi. Qui il testo in francese (https://covidinfos.net/wp-content/uploads/2020/08/FR-international-alert-message.pdf) del documento firmato da medici, infermieri, ricercatori di Francia, Austria, Belgio, Lussemburgo, Perù, Stati uniti, Germania, Sudafrica, Camerun, Repubblica Ceca, Iraq, Sudafrica, Canada, Svizzera. Articola una critica sanitaria, politica e sociale alle misure anti-Covid. «Non è la prima volta che l’umanità si trova di fronte a un nuovo virus, si pensi all’H2N2 nel 1957, all’H3N2 nel 1968, al SarsCoV nel 2003, all’H5N1 nel 2004, all’H1N1 nel 2009, al Mers CoV nel 2012, ma mai sono state prese misure come quelle attuali». All’obiezione per la quale il virus causa una malattia grave, rispondono: «Il Sars-CoV-2 è un virus che all’85% dà forme benigne e il 99% delle persone colpite guarisce. A differenza dell’influenza non è un pericolo per bambini e donne incinte, si propaga meno rapidamente dell’influenza e il 90% dei decessi avviene fra persone avanti con gli anni. Queste dovrebbero essere protette, come le altre popolazioni a rischio.» E «nel caso dell’influenza non si adottano misure di distanziamento e maschere benché colpisca un miliardo di persone all’anno e ne uccida 650.000». E l’allarme degli ospedali saturi? Il problema riguarda o ha riguardato qualche ospedale (si pensi alla Lombardia o a New York). E «comunque anche nel corso delle epidemie di influenza si parlava di tsunami negli ospedali, di zone di guerra, di stato di emergenza, ma senza confinare nessuno né bloccare l’economia mondiale». I firmatari attirano l’attenzione sugli effetti collaterali negativi delle misure anti-virus, sul piano economico, educativo, psicologico, ma sanitario: si trascurano le altre malattie, soprattutto croniche. Per non dire delle gravi conseguenze sull’agricoltura. I firmatari condividono il parere di chi ha messo in guardia contro l’intubazione quasi sistematica di certi pazienti. I protocolli vanno modificati. Alla popolazione ripetono: non abbiate paura, il virus è benigno, se non fate parte delle categorie a rischio: «Se si usasse altrettanta attenzione per l’influenza, si troverebbero cifre ancora più alte.: ogni giorno la televisione vi direbbe: 3 milioni di casi e 2.000 morti. E per la tubercolosi, ogni giorno: 30.000 casi e 5.000 morti – la tubercolosi infetta ogni anno oltre 10 milioni di persone e uccide 1,8 milioni)».

Evviva l’Africa. Dopo aver suonato tante volte la campana a morto con comunicati tipo «sarà un’apocalisse nel continente», l’Organizzazione mondiale della sanità dichiara (https://www.bbc.com/news/world-africa-53181555) che in Africa l’epidemia potrebbe aver passato il picco, anche se poi avverte i governi: mai essere troppo fiduciosi mentre si cerca di tornare alla (difficile) vita normale. Focalizziamoci su quello che davvero importa: i morti e gli ammalati gravi. In Africa «la mortalità pro capite è bassa rispetto al resto del mondo, malgrado le carenze nelle infrastrutture sanitarie di molti paesi africani». E come mai? Si spiega tutto con la giovane età? Certo il 60% degli africani ha meno di 25 anni. Ma c’è altro, e dovrebbe fare riflettere: «Sono meno comuni in Africa problemi come obesità e il diabete 2» (fattori che rendono più grave l’azione del virus). Anche il numero di persone che hanno semplicemente incontrato il virus è in discesa, soprattutto nei paesi più popolosi come Sudafrica, Nigeria ed Egitto. Naturalmente poi l’Oms, come l’Ong International Rescue Committeee, si affretta ad affermare che «questi dati sono da valutare con cautela per via delle capacità e delle modalità di fare test e dei ritardi nel riferire i casi». Ad esempio il Kenya da tre settimane ha deciso di focalizzarsi sui test ai gruppi a rischio più elevato. Anche il Sudafrica ha scelto di testare solo i sintomatici. A proposito: quanto costano in Africa test e tamponi?

Come mai la bassa mortalità in Africa? Ipotesi dal Sudafrica. Come spiega Shabir Mahdi, virologo sudafricano, i timori di un’apocalisse (di morti e ospedali nel caos), avanzati anche negli scenari più ottimistici, non si sono avverati, gli ospedali sono quasi vuoti, sono stati evitati i picchi registrati altrove. Perché – malgrado i quartieri sovraffollati, i punti d’acqua solo nelle strade, l’impossibilità di mantenere il distanziamento sociale quando una famiglia numerosa condivide una sola stanza? Salim Karim, capo del team di consiglieri del governo, sostiene (https://www.bbc.com/news/world-africa-53998374) che «l’età non è un fattore così importante». Allora ha funzionato bene il lockdown? Ma dappertutto in Africa, le condizioni logistiche hanno reso impossibili il distanziamento assoluto e chiusure totali, benché stabilite per tempo. E dunque? Mahdi avanza un’idea: la densità di popolazione e le tradizionali condizioni di povertà, considerate un fattore di rischio (per il diffondersi del virus), potrebbero giocare a favore: offrire una protezione extra. Altri coronavirus, per esempio quelli delle comuni influenze, potrebbero aver infettato in modo massiccio le popolazioni, creando un’immunità protettiva che ha fatto barriera contro la nuova epidemia.

Dalla Spagna: senza mascherina fra amici e congiunti, che rischio! Sembra una barzelletta, ma qualcuno https://www.elconfidencial.com/tecnologia/2020-08-29/mascarillas-covid19-coronavirus-kn95-fpp2_2727015/ risponde alla domanda sul perché la Spagna, pur essendo il paese forse più fedele alle mascherine, è anche in testa alle statistiche sui nuovi focolai di «contaminazione». Spiegazione? Eccola: l’obbligo di portare la mascherina non si applica a riunioni in famiglia e con amici. E quando si svolgono per esempio in un bar o ristorante, ecco che la necessità di mangiare e bere offre «la scusa perfetta per aggirare la regola».

E dunque che fare?

Alba Tecla Bosco

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