Lettera al Presidente della Repubblica, onorevole Giorgio Napolitano, da un movimento lucano… – Sui rischi dei pozzi petroliferi e sui depositi di scorie radioattive

In occasione della visita del Presidente in Basilicata, iniziata il 1 ottobre  2009

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Lettera al Presidente della Repubblica

Egregio Presidente della Repubblica Italiana, Giorgio Napolitano, chi Le scrive è un movimento di cittadini nato all’indomani della mobilitazione pacifica popolare lucana del 2003, contro la decisione imposta  dall’alto, e senza condivisione con gli abitanti del luogo, di realizzare a  Scanzano Jonico, in Basilicata, il deposito nazionale di scorie radioattive.

La  Basilicata è la regione d’Italia che Lei si appresta a visitare 107 anni dopo il prestigioso viaggio del primo ministro del Regno d’Italia, Giuseppe Zanardelli. Questo movimento è rimasto in questi anni ad osservare come le multinazionali dell’energia, i potentati economici e la politica regionale e nazionale si siano mosse sul territorio lucano che, come ben saprà, è oggetto di una ampia coltivazione mineraria, sia petrolifera che di metano. Qui si estrae circa l’80 per cento del petrolio e del gas coltivato in Italia,  corrispondenti a circa il 30 per cento del fabbisogno energetico nazionale.

Le scriviamo per sollevare la Sua attenzione verso due problematiche per noi importanti: l’inadeguatezza delle Via, Valutazioni di impatto ambientale, in tema di perforazioni minerarie; i rischi di inquinamento delle falde freatiche  e dell’aria dei paesi lucani. Le Via, infatti, non obbligano le compagnie minerarie a svelare le sostanze usate per perforare la crosta terrestre (sono segrete) né contemplano più i rigidi esami piezometrici validi fino al 1991 e  né vietano alle società petrolifere di perforare ai confini immediati dei centri abitati o a ridosso delle case dei cittadini lucani, in barba alle sicure emissioni di polveri, Pm10, Cov, Ipa, Benzene e Idrogeno solforato e in barba anche al grave fenomeno delle subsidenze. L’abbassamento del suolo terrestre che proprio in Italia (e non in remote lande terrestri), negli anni ‘60, provocò le alluvioni tragiche del Polesine a causa delle estrazioni petrolifere attive nell’area del Po.

Non solo: con una parola inglese, “work over” – usata per favorire l’incomprensione nella comunicazione con l’amministrazione pubblica e, tramite essa, con le popolazioni che rappresentano -, addirittura, riperforano nelle vicinanze dei pozzi che si ostruiscono durante la normale attività estrattiva, saltando persino l’obbligo di presentare una nuova Via (e questo, nonostante le Valutazioni di impatto ambientale oggi siano meno rigide del passato). Riperforano il terreno attorno al pozzo otturato – e perpetuano un grave rischio di inquinamento – semplicemente inviando una comunicazione al Comune e alla Regione interessati. Se per caso una vena di acqua non è stata toccata dal primo pozzo, potrebbe esserlo nella seconda e attigua perforazione.

Le sembra onesto parlare di work over, cioè di “manutenzione”? Senza soffermarci molto sugli altri rischi da perforazioni, quelli sismici, (dovuti alle tecniche di “air gun” utilizzate dalle compagnie minerarie per i sondaggi del sottosuolo) e quelli radioattivi e cancerogeni (esistono condanne in America a società estrattive per l’uso di sostanze come l’americio 239 e il berillio, utili alla perforazione della crosta terrestre), e senza dilungarci più di tanto nemmeno sull’assurda composizione societaria delle compagnie minerarie, tutte aziende srl, a responsabilità limitata, nonostante una loro svista operativa possa determinare vere catastrofi, vorremmo mettere in evidenza quella che viene percepita come la conseguenza più terribile per noi lucani.

L’Istituto nazionale dei tumori (dunque non un centro di ricerca privato, ma il fiore all’occhiello della lotta al cancro), in una recente indagine pubblicata nel 2009, “I tumori in Italia, profili delle regioni italiane”, http://www.istitutotumori.mi.it/istituto/attivita/tumoriinItalia.asp,

ha osservato in Basilicata – considerando gli ultimi dieci anni – un andamento percentuale di nuovi tumori doppi rispetto alla media nazionale. Tanto è che si è raggiunto in appena un decennio il pareggio con la media nazionale delle percentuali di nuovi malati di cancro (va da sé che evidentemente in questa terra c’erano condizioni di vita ottimali, visto che prima delle perforazioni la percentuale dei malati di tumore viaggiava intorno alla metà della media nazionale). Dato epidemiologico generale, ricavato dai dati di ricovero nei centri oncologici di Rionero e di Matera, finora, scandalisticamente non seguito da alcun monitoraggio territoriale per capire effettivamente da quale area della regione provengano questi nuovi e galoppanti casi di tumore e quali rimedi cercare.

Le normative disattese o alleggerite nella gestione dei permessi di ricerca e di perforazione alla fine finiscono per dare altra ed enorme libertà allo strapotere delle compagnie petrolifere in Basilicata, non sempre richiamate a far rispettare le regole. Noi, per il Suo prossimo viaggio in Basilicata La vorremmo invitare, tra le centinaia di pozzi esistenti, a visitarne alcuni tra i più esemplificativi del modo di procedere delle multinazionali srl degli idrocarburi.Pozzo Metaponto 1 (a Marconia, a ridosso delle ultime case del paese di 9 mila abitanti); pozzo numero 12 di Pisticci (a Pisticci Scalo, a dieci metri da una casa colonica); pozzo Alli 2 or di Villa d’Agri (è prevista una perforazione a 500 metri dall’ospedale civile); pozzo Monte Alpi 1 est (a 1 km. dalla diga del Pertusillo le cui acque finiscono nella rete dell’acquedotto pugliese); e, soprattutto, pozzo Rivolta 001 sul torrente Rivolta a Nova Siri.

Questo ultimo pozzo, non solo fa vedere anche ad occhio nudo il rischio di inquinamento delle falde freatiche (hanno perforato all’interno di un letto di  un torrente, contiguo – a meno di 2 km. – al letto di uno dei 5 fiumi più grandi della Basilicata, il Sinni), ma è il pozzo più paradossale della Basilicata. Attivo già da diversi anni (dunque più pericoloso di altri sui rischi di subsidenza), è situato a poche centinaia di metri di distanza dal sito di scorie nucleari di I, II e III livello del centro Itrec della Trisaia di Rotondella. Un fenomeno di subsidenza in quell’area può liberare radioattività e, qualora si verificasse, non esisterà più né il Metapontino né la Basilicata né ci sarà luogo dove nascondere la vergogna di una nazione che non sa mettere regole certe agli interessi delle compagnie petrolifere. Come sanno fare a tutela della propria terra e delle proprie genti, nazioni come la Norvegia e gli Stati Uniti. Giusto per citarLe due paesi occidentali tra i primi cinque grandi Paesi produttori di petrolio. E tra quelli più garantisti della salute dell’ambiente e delle persone che lo abitano.

No Scorie Trisaia, movimento antinucleare

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