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Permacultura bioregionale, gli anziani non sono cavie da vaccino, vivere senza rimpianti, spirito laico…

Il Giornaletto di Saul del 5 agosto 2020 – Permacultura bioregionale, gli anziani non sono cavie da vaccino, vivere senza rimpianti, spirito laico…

Care, cari, la permacultura è un metodo per progettare e gestire habitat antropizzati in modo che siano in grado di soddisfare in modo sostenibile i bisogni della popolazione residente quali cibo, materie prime, medicine ed energia e al contempo presentino la resilienza, la ricchezza e la stabilità degli ecosistemi naturali. Il metodo della permacultura è stato sviluppato a partire dagli anni settanta da Bill Mollison e David Holmgren attingendo da varie aree quali la biologia, l’ecologia, la selvicoltura, l’agricoltura e la zootecnia. – Continua: https://bioregionalismo-treia.blogspot.com/2020/08/permacultura-bioregionale.html?showComment=1596529351516#c7610723118362815264

Commento di S.P.: “L’Eden, il paradiso-giardino, assomigliava forse a quello che oggi chiamiamo giardino commestibile (food forest): alberi di ogni specie che si alternano per fruttificare in ogni periodo dell’anno, che donano rifugio dal sole cocente, dai venti freddi; rampicanti e arbusti dalle foglie e frutti medicinali; piante erbacee perenni o autoseminanti; funghi abbondanti, miele, uova e tanti altri regali delle altre specie animali; acqua: sorgenti, rivoli, stagni, pozzanghere, cascate e zampilli…”

Gli anziani non sono cavie – Scrive Sara Cunial: “In Veneto Zaia continua a trattare gli anziani come cavie e questo è inaccettabile. Le sue parole e quelle del Rettore dell’Università di Verona Nocini sull’avvio della sperimentazione del vaccino anti Coronavirus mi hanno fatto venire i brividi. Utilizzare le ‘persone vulnerabili’ per sperimentare un vaccino che già oggi si sa essere inutile e dannoso è da pazzi. Farò tutto ciò che è in mio potere per difendere i nostri nonni e genitori da questo massacro.” – Continua: http://www.circolovegetarianocalcata.it/2020/08/04/veneto-gli-anziani-non-sono-cavie-per-testare-i-vaccini-pro-covid-19/

Commento di J.E.: “Zaia, presidente Regione Veneto chiede: “sperimentazione in vivo del vaccino anti Coronavirus su classi di ‘persone vulnerabili’”. Bambini e over-65 come cavie. Con un vaccino inventato in due mesi mai sperimentato in laboratorio (non ce ne è stato il tempo) ma da domani sparato in vena a tutti noi, vecchi e bambini. Succeda quel che succeda. Informatevi, per cortesia: si tratta di Eugenetica empirica totalmente avulsa da basi scientifiche. Si tratta della IV guerra mondiale, quella contro l’umanità. Se vi sta bene, amen. Altrimenti, è tempo di dare una mano.”

Vivere senza rimpianti. Una lettera – Scriveva Angela Braghin: “Sì Paolo. Anche tu hai fatto tutto a modo tuo, come solo tu potevi, come solo tu avresti potuto. A modo tuo hai affrontato tanti lunghi viaggi, tante immense fatiche, tanti amori e tante soddisfazioni. Tu, con il tuo modo così unico e spettacolare di sorprendere la vita, di stupire i cuori delle persone che hanno avuto la fortuna di attraversare il tuo Sentiero. Hai solcato i mari della conoscenza, della coscienza e dell’ignoto per tornare da dove eri partito. E lo hai fatto a modo tuo, con il sorriso sulle labbra…” – Continua: http://riciclaggiodellamemoria.blogspot.com/2013/12/vivere-senza-rimpianti-ogni-esistenza-e.html

Siria. Querelle continua – Scrive F.G.: ”Sarebbe tempo di fare chiarezza sulla Siria. Lo Stato Islamico, che non ha nulla a che vedere con il legittimo governo siriano, è l’evoluzione imperialista delle bande terroriste tuttora apertamente sostenuto dagli Usa, Israele, Turchia e dai loro alleati. Basta fornire alibi agli aggressori…”

Commento di P.P.: “L’Isis è un progetto studiato a tavolino, sostenuto e finanziato da Usa, Sauditi, Turchia, Qatar e Israele, col sostegno della Nato i cui genieri gli hanno costruito i bunker. Qualcuno in Occidente diceva ironicamente che l’Isis era l’unico reparto operativo dell’esercito Saudita. I caporioni Isis sono stati sempre tratti in salvo dagli Usa, a volte con la complicità dei caporioni curdi del Rojava. Le truppe Isis sono state riammassate nella base illegale che gli USA hanno costituito in territorio siriano ai confini con la Giordania e vengono riutilizzate in Libia…”

Spirito laico – Sono realmente esistite nell’evoluzione del pensiero umano almeno tre forme “pseudo-religiose” prive del concetto di un “Dio creatore” ma che mantengono la verità di un’unica matrice per tutte le cose. Questa matrice è definita Tao nel taoismo; Brahman nell’Advaita; Sunyata nel buddismo… – Continua con testo bilingue: https://bioregionalismo.blogspot.com/2020/08/lay-spirit-taoism-spirito-laico-il.html

Ciao, Paolo/Saul

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Pensiero poetico del dopo Giornaletto:

“Alcuni fra i bioregionalisti sono dei ri-abitatori che hanno cambiato stile di vita per ritornare ai ritmi naturali del lavoro della terra. Per loro è fondamentale descrivere un percorso lungo e laborioso che li ha portati, dopo anni e tante fatiche, a raccogliere i frutti, a far prosperare gli orti e pascolare gli animali che animano i prati. È ritornato il linguaggio della selvaticità, il richiamo profondo delle radici che ci collegano attraverso i mondi sotterranei e cosmici. Siamo nel bel mezzo, con i piedi per terra, visibili e invisibili, immobili e mobili, nella rete senza inizio e senza fine, immersi in una danza rivolta alla Terra. Difenderla è il grido di tutti noi viventi, piante, rocce e animali” (Jacqueline Fassero)

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La Cina accetta l’Islam ma non il terrorismo jihadista fomentato dagli USA

La causa uigura, cara all’occidente. L’analista politico Bruno Guigue ripercorre la campagna a favore degli uiguri, popolo musulmano cinese che l’occidente ritiene vittima di bullismo di Pechino. Qual è l’agenda geopolitica dietro i rapporti delle ONG occidentali?

Ripetuta dai media occidentali, l’accusa contro la Cina si è diffusa come un incendio: nella provincia strategica dello Xinjiang, si dice che Pechino abbia “incarcerato un milione di uiguri nei campi di internamento e costretto due milioni a seguire corsi di riabilitazione”. Gli uiguri sono una delle 54 minoranze riconosciute dalla Costituzione della Repubblica popolare cinese. Situata all’estremità occidentale della Cina, la regione autonoma uigura dello Xinjiang ha una popolazione composita di 24 milioni di persone, di cui il 46% uiguri e il 39% han. Se le accuse della stampa occidentale fossero corrette, la popolazione uigura, stimata in 10 milioni di persone, avrebbe quindi subito un mostruoso attacco! Per internare un milione di persone, infatti, si dovrebbe catturare la metà della popolazione maschile adulta di questo sfortunato gruppo etnico. Curiosamente, alcuna testimonianza menziona questa enorme scomparsa dalle strade di Urumqi, Kashgar ed altre città della provincia autonoma. Oltre a tale effettiva improbabilità, il processo a Pechino soffre anche di parzialità e unilateralità delle fonti di informazione menzionate. Credere nel discorso ufficiale è del tutto ingenuo, ma cadere nell’eccesso opposto sposando ciecamente il discorso dell’opposizione non è affatto meglio. Tuttavia, la narrativa dei media su tale incarcerazione di massa si basa su un rapporto scritto da un’organizzazione composta da oppositori al governo cinese e finanziata dal governo degli Stati Uniti. Tale organizzazione, affermatasi a Washington, la “rete cinese di difensori dei diritti umani” (CHRD in inglese), è presieduta da un fervente ammiratore del nobile dissidente cinese Liu Xiaobo. Condannato a 11 anni di prigione nel 2009, poi morto di cancro nel 2017 poco dopo la liberazione, quest’ultimo approvò con entusiasmo gli interventi militari nordamericani e chiese la colonizzazione del suo Paese da parte delle potenze occidentali, per “civilizzarlo”.

È tale rete di oppositori in esilio negli Stati Uniti che orchestra la campagna mediatica contro Pechino presentandone la politica nello Xinjiang come schiavitù totalitaria. Per fortuna, una delle principali fonti citate nel “dannato rapporto” deò CHRD non è altro che “Radio Free Asia”, una stazione radio gestita dal “Broadcasting Board of Governors”, agenzia federale supervisionata dal dipartimento. Stato e destinato a sostenere la politica estera degli Stati Uniti. Un’altra fonte importante è il Congresso mondiale uiguro. Organizzazione separatista creata nel 2004, considerata terroristica dalle autorità cinesi che l’accusano di essere causa delle sanguinose rivolte di Urumqi che nel 2009 diedero il segnale alla destabilizzazione della regione. Con sede negli Stati Uniti, il suo presidente ebbe il sostegno ufficiale di George W. Bush nel 2007. Naturalmente, tale organizzazione è finanziata dal “National Endowment of Democracy”, ramo del Congresso degli Stati Uniti che costituisce il perno delle politiche del “cambio di regime” e sospettata di dubbia vicinanza alla CIA.

Come notavano Ben Norton e Ajit Singh in un recente studio, “La dipendenza quasi totale dalle fonti a Washington è caratteristica delle notizie occidentali sui musulmani uiguri in Cina, così come sul Paese in generale, e presentano regolarmente accuse sensazionalistiche”. Di fronte a un fenomeno simile al terrore importato in Siria, le autorità cinesi reagivano costantemente Pubblicando un “Libro bianco sulla lotta a terrorismo ed estremismo e la protezione dei diritti umani nello Xinjiang”, il 18 marzo 2019, il governo cinese rispose a tali accuse. Poco commentato in occidente, e per una buona ragione, il terrorismo jihadista colpì duramente la Cina negli anni 2009-2014 creandovi un vero trauma. Dalla carneficina che uccise 197 persone a Urumqi nel maggio 2009, aumentarono gli attentati commessi dai separatisti: Kashgar nel maggio 2011 (15 morti), Hotan nel luglio 2011 (4 morti), Pechino (in Piazza Tiananmen) in ottobre 2013 (5 morti), Kunming a marzo 2014 (31 morti), Urumqi di nuovo ad aprile (3 morti) e a maggio 2014 (39 morti). Eppure tale enumerazione menziona solo gli attentati più sanguinosi sul suolo cinese. Nel summenzionato “Libro bianco”, Pechino affermava che dal 2014 furono arrestati 2955 terroristi, sequestrati 2052 esplosivi e 30645 persone furono punite per 4858 attività religiose illegali. Il documento indica anche che furono confiscate 345229 copie di testi religiosi illegali. Contrariamente a quanto afferma la stampa occidentale, non si tratta del Corano, ma della letteratura waqfita taqfirista che trasuda odio verso i musulmani che non appartengono a tale obbedienza settaria.

In un Paese in cui il potere politico viene giudicato in base alla capacità di garantire stabilità, è ovvio che qualsiasi tentativo di destabilizzazione, a maggior ragione del terrorismo indiscriminato, venga combattuto senza pietà. Possiamo giudicare questa politica particolarmente repressiva. Lo è, e le autorità cinesi non lo nascondono. Una pietra miliare fu senza dubbio quando il terrore si diffuse dalla provincia dello Xinjiang. La prospettiva di una generale conflagrazione del Paese sollevò lo spettro di uno scenario siriano. Tale paura era tanto più giustificata dato che la principale organizzazione separatista uigura, il Partito islamico del Turkestan, è diffusa in Cina e Siria, dove gli uiguri (che si dice siano 15000, famiglie incluse) sono particolarmente apprezzati nel movimento jihadista. Ma i sostenitori di questa nobile causa di solito dimenticano di menzionare che tale organizzazione, che probabilmente vedono come un’associazione filantropica, è il ramo locale di al-Qaida. Sorprendentemente ciechi, i suoi attacchi causavano centinaia di morti. Di fronte a tale ondata di violenza, cosa dovrebbe fare il governo cinese? A differenza degli Stati occidentali, la Cina non spedisce i suoi estremisti da altri. Combatte davvero il terrorismo, non per finta. La sorveglianza è generalizzata, repressione grave, prevenzione sistematica. La stampa occidentale denuncia i campi di rieducazione cinese, ma osserva un silenzio complice quando la CIA crea campi di addestramento per i terroristi. In Cina, la repressione dell’estremismo ha la schiacciante approvazione pubblica e questa politica portò alla fine delle violenze armate.

Contrariamente alle affermazioni della stampa occidentale, il governo cinese, da parte sua, non ha mai lanciato una campagna contro la religione musulmana. Ma gli irriducibili oppositori del regime cinese sparano di tutto: ora arrivano al punto di incriminare la presunta ostilità nei confronti dell’Islam. Ma tale accusa si basa sul nulla. La stampa occidentale citava utenti di Internet che presumibilmente stigmatizzavano la religione musulmana e denunciato la pratica dell’”halal”. In un Paese in cui 300 milioni di persone hanno un blog e in cui la libertà di parola è maggiore di quanto si pensi, vengono fatti commenti di ogni tipo. Sfortunatamente, ci sono islamofobi in Cina come altrove. Ma contrariamente alle affermazioni della stampa occidentale, il governo cinese, da parte sua, non ha mai lanciato una campagna contro la religione musulmana. Perché l’Islam è una delle cinque religioni riconosciute ufficialmente dalla Repubblica Popolare Cinese accanto a Taoismo, Buddismo, Cattolicesimo e Protestantesimo. Le moschee sono innumerevoli (35000) e talvolta costituiscono gioielli del patrimonio nazionale che attesta la presenza musulmana. Non vi è alcuna discriminazione legale contro i musulmani, liberi di praticare la propria religione in conformità con la legge. Come gli uiguri, anche i musulmani hui hanno una regione autonoma, Ningxia. Le donne hui indossano spesso l’hijab e nulla lo proibisce.

I ristoranti halal si trovano ovunque, comprese le stazioni e gli aeroporti. In Cina, l’Islam fa parte del quadro. Fuori dai confini, la RPC collabora con decine di Paesi musulmani nell’ambito della Nuova Via della Seta. Chi sostiene i separatisti uiguri e accusa Pechino di perseguitarli commette un triplice errore. Diffama un Paese che non ha controversie col mondo musulmano e la cui politica fu salutata dall’Organizzazione della Conferenza islamica. Si schiera cogli estremisti affiliati a un’organizzazione criminale (al-Qaida), la maggior parte delle cui vittime sono di fede musulmana. Infine, crede di difendere i musulmani mentre serve gli interessi di Washington, loro peggior nemico. Il problema nello Xinjiang non è l’Islam e la sua presunta persecuzione da parte delle autorità cinesi. L’origine dei disturbi che agitano questa parte del territorio cinese non è religiosa, ma geopolitica: è la strumentalizzazione della religione da parte di organizzazioni settarie che deve la propria nocività alla complicità straniera. Il problema dello Xinjiang non è quello della nazione uigura, integrata nella Repubblica popolare cinese sin dalla fondazione nel 1949. Lo Xinjiang faceva già parte dell’Impero Qing (1644-1912) e la presenza cinese risale ad alla dinastia Tang di 1300 anni fa. Che ci siano difficoltà nella convivenza non sorprende, essendo un problema a cui alcun Paese sfugge. L’aumento dell’insediamento han ha indubbiamente alimentato la frustrazione tra certi uiguri. Ma questa situazione sembra difficile da cambiare. La mescolanza multi-secolare delle popolazioni e la progressiva definizione dei confini univano una moltitudine di nazionalità nella Repubblica popolare cinese, che ha ereditato la maggior parte del territorio dal predecessore imperiale sino-manciuriano. Gli uiguri ne fanno partei, e questa eredità storica non può essere spazzata via con un colpo di penna.

I detrattori della Cina affermano che gli han (90% della popolazione) sono prepotenti. Ma se avessero voluto dominare le minoranze, Pechino non le avrebbe esentate dalla politica del figlio unico imposta all’etnia han dal 1978 al 2015. Questo trattamento preferenziale stimolò la crescita demografica delle minoranze, e specialmente uiguri. Usare il linguaggio usato per decodificare le pratiche coloniali per spiegare la situazione delle nazionalità in Cina non ha senso. Da Mao, alcuna discriminazione ha colpito le minoranze, al contrario. Nonostante la lontananza e l’aridità, lo Xinjiang si sviluppa a beneficio di una popolazione multietnica. Incoraggiato da oppositori sottomessi all’estero e senza pensare ai diritti umani, il separatismo uiguro è una follia aggravata da un’altra follia: quella del jihadismo planetario sponsorizzato da Washington da quarant’anni. Proprio come il governo degli Stati Uniti accese i fuochi della jihad contro l’Unione Sovietica in Afghanistan, armava i suoi “fantocci” in Medio Oriente contro la Siria, ed ora è fondamentale nella causa uigura per destabilizzare la Cina dal suo fianco occidentale. Non è un caso che il dipartimento di Stato annunciasse nel settembre 2018 che studiava la possibilità di sanzioni contro la Cina per la politica nello Xinjiang. Come sempre, il discorso umanitario delle cancellerie occidentali e delle loro ONG satellite è il volto pubblico dell’azione clandestina volta a organizzare la sovversione col terrore. Con una legge del genere, i Paesi presi di mira sono sempre quelli la cui indipendenza e dinamismo costituiscono una minaccia sistemica all’egemonia occidentale. La propaganda jihadista uigura, ora più che mai, prende di mira la Repubblica popolare cinese. Per i suoi predicatori, la “nazione del Turkestan” (è con tale nome che designano la maggior parte dell’Asia centrale turcofona) subisce un’oppressione insopportabile sul fianco orientale (Cina) come sul quello occidentale (Russia).

Invocando il boicottaggio della Cina, criticano gli abusi storici presumibilmente inflitti dai cinesi agli uiguri, citando assurdità come “lo stupro di donne musulmane” o “l’obbligo di mangiare carne di maiale”. Disincantato dalla svolta degli eventi in Medio Oriente, spinto dai servizi segreti turchi, il movimento jihadista in Turkestan riorienta la sua lotta: ora intende colpire di nuovo il nemico vicino (Cina) piuttosto che il nemico lontano (Siria) . Bisognerebbe essere ingenui nel credere casuale la coincidenza tra tale propaganda jihadista, febbre degli oppositori cinesi e stigmatizzazione della Cina dai media occidentali. Non per niente fanno piagnucolare la gente nei cottage sugli oppressi uiguri. Il tempismo è giusto. Alleata della Russia, la Cina diede un prezioso aiuto alla Siria nella lotta ai mercenari occidentali. Emarginando gli Stati Uniti, partecipa attivamente alla ricostruzione del Paese. In Sud America, sostiene il Venezuela acquistandone il petrolio, sconfiggendo l’embargo occidentale. La guerra commerciale con Pechino è un gioco a somma zero e Washington vede i propri limiti. La realtà è che la Cina è una potenza in aumento, gli Stati Uniti decadente. Quando le due curve s’intersecano, tutto va bene, dal punto di vista dei perdenti, per cercare di fermare la marea.

Bruno Guigue

Fonte: https://francais.rt.com/opinions/60273-cause-ouighoure-coqueluche-occident-par-bruno-guigue

Traduzione di Alessandro Lattanzio – http://aurorasito.altervista.org/?p=13071&fbclid=IwAR0lwjHTjPyjdlIuXOmZBRcOsPgfTZIBkb0cOwdV2WXE68IigujErBIJPkk

Dichiarazione del portavoce dell’ambasciata cinese in Francia sulle bugie recentemente emerse in merito alla regione dello Xinjiang
Ambassade de Chine en France

In tempi recenti, alcuni politici nordamericani, australiani e britannici e alcune cosiddette “organizzazioni per i diritti umani” occidentali hanno lanciato una nuova campagna di calunnie contro lo Xinjiang cinese. Spinti da fini politici, hanno fabbricato un’intera serie di menzogne sensazionali che hanno toccato l’opinione pubblica e persino ingannato alcuni politici in Francia. L’ambasciata cinese in Francia è di nuovo determinata a mettere le cose in chiaro. Alcuni accusano lo Xinjiang di aver istituito “campi di internamento” o “campi di rieducazione”, nei quali “un milione di uiguri sono detenuti”. Questa menzogna è fabbricata e propagata da Chinese Human Rights Defenders, un’organizzazione non governativa finanziata dall’amministrazione statunitense che, con nient’altro che interviste con solo otto uiguri e una vaga stima a sostegno, ha confezionato la conclusione assurda secondo cui “tra i 20 milioni di abitanti dello Xinjiang, il 10% è detenuto nei campi di rieducazione”. La realtà è che i centri di istruzione e formazione professionale istituiti nello Xinjiang secondo la legge, simili ai centri di de-radicalizzazione in Francia e in altri paesi, sono un’utile misura antiterrorismo e di deradicalizzazione. Questi centri osservano rigorosamente i principi fondamentali di rispetto e protezione dei diritti umani sanciti dalla costituzione e dalle legge cinesi. La libertà personale dei tirocinanti è pienamente garantita. I centri sono gestiti come collegi e vengono forniti pasti halal. Coloro che seguono la formazione possono tornare a casa regolarmente e richiedere tempo libero per occuparsi di affari personali. Possono usare lingua e scritto del proprio gruppo etnico. I costumi di tutti i gruppi etnici e la libertà di credo religioso sono pienamente rispettati e protetti. Attraverso l’apprendimento della lingua comune, delle conoscenze giuridiche e delle tecniche professionali del Paese, gli stagisti che sono stati influenzati da idee estremiste e che hanno commesso piccoli reati possono sbarazzarsi di queste idee estremiste, acquisire competenze e reintegrarsi in la società. Questa misura ha dato risultati riconosciuti e ha contribuito a preservare la stabilità sociale nello Xinjiang e a difendere un ambiente sano per lo sviluppo delle religioni.
Alcuni accusano lo Xinjiang di organizzare “lavori forzati di massa”. Questa falsa voce proviene dall’Australian Strategic Policy Institute (ASPI), un’organizzazione finanziata da molti anni dall’amministrazione e dai produttori di armi statunitensi. Il 1° marzo, l’ASPI ha elaborato un presunto rapporto intitolato “Uiguri in vendita” con storie inventate, descrivendo in modo calunnioso, usando espressioni come “lavoro forzato”. l’iniziativa volontaria degli indigenti abitanti dello Xinjiang meridionale che si recano nell’est del Paese per trovare posti di lavoro e redditi più elevati. Il dipartimento di Stato e il del Congresso degli Stati Uniti quindi comunicarono queste bugie e redatto i cosiddetti “rapporti”, con l’obiettivo finale di interferire negli affari interni della Cina, interrompendo la stabilità e lo sviluppo dello Xinjiang e opprimere le aziende cinesi. Sotto la maschera dei diritti umani, cercano di privare i poveri dello Xinjiang del diritto al lavoro e ad una vita migliore. Che infigardaggine. La realtà è che lo Xinjiang è una regione al confine nord-occidentale della Cina, dove lo sviluppo è relativamente in ritardo e molti residenti vivono ancora in condizioni di povertà. Negli ultimi anni, il governo della regione autonoma uigura dello Xinjiang ha attuato una strategia per dare priorità all’occupazione e perseguire una politica occupazionale proattiva per affrontare il problema della povertà. I lavoratori di diverse etnie nello Xinjiang possono scegliere liberamente mestieri, senza alcuna restrizione alla libertà personale. Il governo dello Xinjiang è molto impegnato a proteggere i diritti e gli interessi dei lavoratori. La discriminazione sulla base di etnia, sesso e credo religioso non è tollerata. I lavoratori sottoscrivono contratti di lavoro con aziende ai sensi della legge, beneficiano della sicurezza sociale; vecchiaia, malattia, disoccupazione, infortuni sul lavoro e assicurazione sulla maternità e guadagnano salari non inferiori al salario minimo. Alcuni parlano di “sterilizzazioni forzate” nello Xinjiang. Questa è una totale assurdità. Come ha rivelato il notiziario indipendente statunitense The Grayzone, Adrian Zenz, cosiddetto esperto tedesco sullo Xinjiang e autore di questa menzogna, è in realtà un membro di un’organizzazione di estrema destra supportato dall’amministrazione nordamericana. È anche membro di un gruppo di ricerca sui centri di istruzione e formazione professionale nello Xinjiang, istituito e manipolato dall’intelligence statunitense. Si sa che Adrian Zenz ha l’abitudine di fabbricare disinformazione contro la Cina. I suoi falsi discorsi si sono già scontrati con la realtà dei fatti molto tempo fa.
Il governo cinese protegge con uguale attenzione i diritti e gli interessi legittimi delle persone di tutti i gruppi etnici in Cina. In effetti, per molti anni, la politica della popolazione cinese ha teso a favore delle minoranze etniche. Dal 1978 al 2018, la popolazione uigura dello Xinjiang è cresciuta da 5,55 milioni a 11,68 milioni, rappresentando circa il 46,8 percento della popolazione totale della regione. Quanti paesi nel mondo hanno raddoppiato la propria popolazione in 40 anni? Alcuni accusano la Cina di “aver distrutto moschee nello Xinjiang”. È una favola pura. Nel 2018, la Grande Moschea di Kargilik è stata identificata come un edificio a rischio dopo verifiche tecniche. Nel febbraio 2019, il distretto di Kargilik ha rinnovato questa moschea per proteggerla, ed ha riaperto il mese successivo. Per quanto riguarda la Moschea Id Kah di Keriya, una moschea di 800 anni situata nella prefettura di Hotan, non solo non è mai stata distrutta, al contrario, è stata classificata dal governo centrale cinese nella lista dei patrimoni cittadini protetti. Gli autori di tali notizie false hanno sostenuto le loro menzogne con foto di moschee in cattive condizioni, ma non mostrano mai le foto delle stesse moschee dopo i lavori di ristrutturazione. Oggi, lo Xinjiang ha 24400 moschee, o una moschea per ogni 530 musulmani, più di dieci volte il totale delle moschee negli Stati Uniti. Alcuni sostengono che esiste una “massiccia sorveglianza del popolo dello Xinjiang”. Infatti, come in altre parti della Cina, il governo dello Xinjiang sta installando telecamere a circuito chiuso su strade principali, rotte dei trasporti e altri luoghi pubblici, in conformità con la legge, nel tentativo di innalzare gli standard di governance e per prevenire e combattere il crimine in modo più efficace. Questi dispositivi non si rivolgono a nessun particolare gruppo etnico. Hanno reso i residenti più sicuri ed hanno il sostegno generale della popolazione multietnica locale. Alcuni negli Stati Uniti qualificano l’uso di mezzi ad alta tecnologia nello Xinjiang come “violazione dei diritti umani” e li usano per imporre sanzioni alle società cinesi, mentre è risaputo che i servizi di intelligence statunitensi controllano il mondo intero 24 ore su 24. È la pratica del doppio standard e della logica del bandito.
Va notato che durante i 20 anni precedenti l’applicazione delle misure preventive antiterrorismo e sulla radicalizzazione nello Xinjiang, la regione ha subito migliaia di attentati terroristici, con centinaia di vittime, migliaia di feriti e perdite economiche inestimabili. Mentre lo Xinjiang non ha visto un attentato terroristico negli ultimi 40 mesi, l’economia locale si sta sviluppando bene, la società è stabile e la gente vive in pace. Eppure ci sono persone che non lo vogliono. Brandiscono i diritti umani e la religione e fabbricano costantemente assurde bugie estreme. Il loro vero scopo? Destabilizzare lo Xinjiang e arginare la Cina. Oggi non sono le “prove a dimostrare l’innocenza della Cina” o l’invio di “osservatori indipendenti” in Cina di cui abbiamo più bisogno, ma dobbiamo mostrare che hanno inventato ogni menzogna sullo Xinjiang e mostrare come vengono inventate, al fine di svelare la verità e proteggere i popoli del mondo dall’inganno.

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NO ALL’ ANNESSIONE ALLO STATO D’ISRAELE DEI TERRITORI PALESTINESI OCCUPATI

…Qualche giorno fa Eyad Al Hallaq, un giovane palestinese autistico di Gerusalemme Est, è stato brutalmente assassinato dalla polizia israeliana con sette colpi di pistola, alcuni sparati quando già era a terra. Non ci sono state pagine di giornali e media che hanno parlato del suo assassinio, come non ci sono state pagine di giornali o media che hanno parlato delle centinaia di giovani palestinesi uccisi solo in questo ultimo anno e mezzo. Non si è neppure parlato delle demolizioni di case, degli arresti, dei soprusi, delle evacuazioni che l’esercito israeliano compie in misura sempre maggiore per arrivare all’annessione dei Territori palestinesi sui quali sono insediate illegalmente le colonie israeliane della Valle del Giordano, una volta considerata il “cestino del pane” per l’economia palestinese, e delle colline a Sud di Hebron.

Il primo luglio 2020 il governo Netanyahu-Gantz presenterà al parlamento israeliano la legge per l’annessione delle terre palestinesi, da approvare per perseguire il disegno della grande Israele.

Netanyahu, per favorire le elezioni a Novembre di Donald Trump, ha sostenuto che, indipendentemente dall’ “Affare del Secolo”, le annessioni si faranno, sollevando quindi Trump dalle sue responsabilità per aver sostenuto il piano israeliano.
Annessioni che, come gli insediamenti coloniali, sono totalmente illegali ai sensi del Diritto Internazionale.

Come è illegale il perdurare dal 1967 dell’occupazione dei Territori palestinesi a seguito della “Guerra dei sei giorni”, di cui oggi ricorre il 53° anniversario. Non soltanto illegali, ma crimini di guerra, sono le evacuazioni e il trasferimento della popolazione palestinese dai propri Territori.

Israele, malgrado le denunce e l’opposizione delle Nazioni Unite, dell’ Unione Europea, della Lega Araba, continua imperterrita ed impunita a violare la legalità internazionale e a compiere crimini quotidianamente.

E’ grazie al sostegno degli Stati Uniti che Israele può tenere in così grande dispregio il DIRITTO, ma anche perché la Comunità Internazionale si limita a periodiche denunce senza farne scaturire alcun atto conseguente. Si possono comminare sanzioni alla Russia, all’ Iran, a Cuba, alla Siria, ma non ad Israele. Nessuno tocchi Israele, l’intoccabile, unico Stato al di sopra e al di fuori di ogni legge.
Eppure proprio all’interno di Israele e della Comunità ebraica nord americana si alzano voci di protesta contro i propositi di annessione, di deplorazione delle violenze e di condanna dell’occupazione militare.

Noi invitiamo tutti i democratici e i cittadini che hanno a cuore la giustizia e il bene dell’umanità, ad essere insieme a noi sabato 27 giugno, dalle ore 16, a Roma, in Piazza del Campidoglio e di organizzare nelle diverse città italiane presidi, flashmob, iniziative che chiedano:

· di impedire l’annessione ad Israele dei Territori palestinesi

· l’invio di una forza ONU di interposizione che si faccia carico anche della difesa dei cittadini e delle cittadine palestinesi dagli attacchi dei soldati e dei coloni israeliani

· il riconoscimento dello Stato di Palestina da parte del governo italiano e dell’Unione Europea

· la convocazione di una Conferenza internazionale per la pace in Medio Oriente, sotto l’egida delle Nazioni Unite, con la partecipazione di tutte le parti interessate, sulla base delle risoluzioni Onu e nel rispetto della legalità internazionale, a partire dalla Convenzione di Ginevra.

Lasciare (come sostengono alcuni governi europei) che le due parti in causa riprendano trattative dirette significa semplicemente lasciare i Palestinesi soli di fronte al Paese occupante e colonizzatore, perpetuando l’errore, protrattosi per 27 anni, di una trattativa in balìa di una disparità di forze che ha portato alla totale disapplicazione dell’accordo di Oslo del 1993.

Che Giustizia, Pace e Legalità prevalgano ed assicurino Libertà e Autodeterminazione ai Palestinesi è interesse di tutti, in particolare dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, perché, come disse Mandela: “Non saremo mai liberi fino a che i Palestinesi non saranno liberi”.

Tutti insieme per un mondo diverso, più giusto e più civile, per continuare a credere che le vite, tutte le vite, devono essere salvate.

I FIRMATARI:

- Comunità Palestinese di Roma e del Lazio
Dott. Yousef Salman
Presidente Comunità Palestinese di Roma e del Lazio
Per adesioni:
Email: y_salman@tiscali.it
cell.: 347.9013013

Scrive No War: “Manifestazione contro l’annessione allo Stato di Israele dei territori Palestinesi occupati- Sabato 27 giugno ore 16 Piazza del Campidoglio (Roma). Info: 347.9013013

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Neonazisti, mercenari, jihadisti, criminali comuni, addestratori. Chi sta combattendo contro le milizie del Donbass e chi li supporta.

La guerra nel Donbass continua, anche se nei nostri Media nessuno ne parla più. Quotidianamente i neonazisti dei Battaglioni punitivi ATO, continuano a bombardare e attaccare città e villaggi delle due Repubbliche Popolari, anche con l’obiettivo di cercare di sabotare qualsiasi seppur modesto tentativo di pacificazione e soluzione del conflitto. Per di più, perché in questa prospettiva, essi cesserebbero di avere un buon reddito sicuro e un loro ruolo politico nello scenario ucraino.

Azov, Aidar, Dnepr, Donbass, Kiev2, OUN, UNSO, Sich, Carpathian Sich, Sokol, Shakhtyorsk, Tornado, questi i nomi dei più tristemente noti. Chi c’è tra le fila di questi Battaglioni oltre ai fanatici neonazifascisti ucraini?

Qui, una sintetica documentazione che può aiutare a conoscere questa realtà.

Un quadro documentale su mercenari e volontari che combattono nei ranghi dei battaglioni punitivi delle forze armate ucraine contro il Donbass …Dove si possono trovare fianco a fianco Società militari private, singoli mercenari, istruttori dall’Europa e dagli Stati Uniti. Migliaia di stranieri stanno combattendo dalla parte del governo di Kiev, nel sud-est dell’Ucraina.

Negli ultimi mesi molti servizi di intelligence europei, hanno riferito che soggetti del Caucaso settentrionale, che avevano partecipato alle guerre in Siria e Iraq, sono stati visti sui fronti del Donbass al fianco delle unità dell’esercito ucraino, che affronta le forze armate della Repubbliche Popolari di Donetsk e di Lugansk.

Fanatici neonazisti, mercenari,jihadisti, agenti stranieri professionali, criminali comuni. Questi i cardini su cui si è fondata la nuova Ucraina “democratica ed europea”.

Il fronte del Donbass è ritenuto anche dai servizi di sicurezza europei un “area calda”.
Neonazifascisti e fanatici. Secondo il quotidiano inglese The Guardian, alcuni estremisti neonazisti britannici, sono stati reclutati dai loro omologhi ucraini, in particolare tra le fila del famigerato “Battaglione Azov”, i quali spesso incorporano nelle loro fila mercenari a pagamento. Secondo il movimento antifascista britannico Hope Not Hate, gruppi neonazisti coinvolti nei combattimenti in Ucraina sono in stretto contatto con attivisti britannici di estrema destra.

Già nel novembre 2017, la rivista tedesca Spiegel aveva indicato che nei ranghi del battaglione nazionalista “Azov” vi erano mercenari dalla Germania e da altri paesi europei. Secondo il quotidiano tedesco, i radicali ucraini attirano persone affini, nei vari raduni neonazisti, facendo propaganda con video, volantini e distribuendo materiali propagandistici, non solo in Germania ma anche in altri paesi europei. Nel libro “Ucraina. Tra golpe, neonazisti, riforme”, Zambon editore, avevo documentato con foto e documenti riservati già nel 2014 questa realtà.

Un esempio è quello di Artem Shirobokov partito per l’Ucraina nel 2014, aggregato a  “Pravy Sector (Settore Destro)”Patrioti dell’Ucraina”, il cui leader Andriy Biletsky fu uno dei primi a formare un battaglione volontario per combattere nel Donbass. È stato con Azov per due anni e ha dichiarato di aver preso parte a tutte le sue azioni, è stato coinvolto in battaglia a Mariupol, Ilovaisk e altri luoghi. E’ accusato di reati e violenze anche contro i civili, è tuttora nella lista dei ricercati, essendo stato condannato a 5 anni in contumacia, insieme ad altri suoi camerati individuati.

“… abbiamo rilevato l’arrivo di più di 100 estremisti delle unità neonaziste di Pravy Sector nella zona del villaggio di Mironovka per il rafforzamento della linea del fronte della 54a Brigata. Queste unità di Pravy Sector vengono spesso utilizzate per l’ attuazione di provocazioni e atti terroristici contro la popolazione civile.. “, aveva denunciato il Maggiore A. Marochko della RPL, nel 2016.

Jihadisti e fondamentalisti islamici
Lo scorso anno l’agenzia di polizia Europol, ha individuato alcuni jihadisti ceceni e caucasici, di ritorno dai fronti siriani e iracheni, la stessa fonte ha rivelato che quasi la metà dei terroristi originari di quelle zone hanno un passaporto austriaco.
Sempre l’anno scorso, anche il quotidiano britannico The Times, aveva riportato che molti militanti che avevano combattuto tra le fila dell’ISIS in Siria e Iraq, dopo le sconfitte inflitte loro dall’Esercito Arabo Siriano, stanno ora combattendo con i nazionalisti ucraini. Secondo l’articolo sono tutti ben addestrati e armati e le unità di mercenari stranieri hanno, oltre ad una consistente dotazione di armi leggere, anche veicoli corazzati e lanciagranate. Questi, oltre ad un aspetto di paga ben remunerata, uniscono un fanatismo di fondo anti russo, che, non ha potuto trovare in Crimea un terreno fertile, infatti il gruppo jihadista tartaro di Hizb ut Tahrir, è stato debellato dopo l’unificazione della penisola con la Russia, e tranne alcune cellule, molti di essi si sono spostati sull’altro fronte dell’Ucraina.

Anche il Center for Democracy USA, importante punto di osservazione e analisi, ha riportato che tra i circa 100 tatari di Crimea che hanno combattuto in Siria insieme ai. ribelli anti governativi siriani, molte decine di questi, dopo le sconfitte subite nel paese arabo, si sarebbero spostate in Ucraina, con l’obiettivo strategico di aprire un un fronte di battaglia nella penisola di Crimea, come secondo passaggio dopo il Donbass. Infatti il monitoraggio web ha evidenziato che i fondamentalisti islamici, soprattutto quelli sotto l’influenza dell’Arabia Saudita, invitano i volontari a recarsi in Ucraina e difendere i tatari usando l’hashtag #NafirforUkraine. “Nafir” è una parola araba che i terroristi islamisti usano come invito all’azione.

Nel 2016 l’allora portavoce della Milizia popolare della RPL, il maggiore A. Marochko in una conferenza stampa aveva denunciato l’arrivo di circa 2000 mercenari, di cui molti parlavano arabo: “…Circa 2.000 mercenari, vestiti in uniforme nera, sono arrivati nella zona del villaggio di Lysychansk…Alcuni di loro comunicano in lingua araba. Tutti i mercenari arrivati sono stati collocati in campi estivi per bambini e case private vuote “, ha detto Marochko.

Durante una ricognizione di unità militari della RPL, è stata scoperta la presenza di mercenari turchi, che combattono al fianco delle forze armate ucraine nei pressi della linea di contatto in Donbass, aveva rivelato A.Marochko, rappresentante ufficiale della Milizia popolare della RPL, in un report. Secondo quel rapporto, circa 20 mercenari con armi di piccolo calibro erano stati individuati in una casa privata sul bordo orientale del villaggio di Bolotene.

Nell’agosto 2015 Ucraina e Turchia, hanno creato la Brigata internazionale musulmana.

Riunitisi presso l’hotel Bilkent di Ankara (Turchia) il 1° agosto 2015, sotto la presidenza congiunta dell’allora ministro degli Esteri ucraino Pavlo Klimkin e del viceprimo ministro turco Numan Kurtulmus, si è svolto il secondo Congresso mondiale dei Tartari, Mustafa Abdulcemil Cemiloglu, capo storico dei tartari anti-russi e collaboratore della CIA sotto la presidenza Reagan, ha lì annunciato a nome del governo ucraino, la creazione della Brigata internazionale musulmana in opposizione al “separatismo russo in Crimea”. La Brigata con sede a Kherson, vicino al confine della Crimea, comprende volontari tatari, ceceni (Russia), uzbeki, azeri e mescheti (Georgia). Dopo il Congresso, Mustafa Abdulcemil Cemiloglu è stato ricevuto dal presidente Recep Tayyip Erdogan che ha assicurato il sostegno della Turchia.

Mentre in Medio oriente tutti, a parole, hanno dichiarato una guerra senza quartiere all’ISIS, e la Siria, la Russia , l’Iran, lo hanno fatto, altri nella realtà lo hanno finanziato e utilizzato, come Turchia, USA, Arabia Saudita . La conferma di questo sporco doppio gioco è dimostrata in Ucraina.

Nello stesso momento che la dirigenza statunitense affermava nei Media, il presunto pericolo di un attacco sul territorio americano dello Stato Islamico e per questo andava combattuto, Washington attraverso la sua creatura imposta a Kiev, il governo frutto del golpe del 2014 ed il Califfato si sono accomunati sullo stesso fronte in Ucraina.

In nunerosi articoli su L’Intercept, Marcin Mamon ha documentato un aspetto del conflitto in Ucraina a cui nessuno ha fatto attenzione: il ruolo giocato dal battaglione Dudaev, “…un’unità di combattimento di islamisti radicali composta da ceceni, ma che include anche combattenti di tutto il Caucaso, così come alcuni ucraini”.

Il Battaglione Dudaev. Con il nome del primo presidente della Cecenia separatista, Djokhar Dudaev, il battaglione Dudaev è stato formato e guidato da Isa Munayev, poi ucciso nell’est del’Ucraina. Impregnati di un odio fanatico per i russi, che li accomuna ai neonazisti di Kiev, hanno dichiarato che così, ritenevano di ripagare un debito, perché i battaglioni degli ultra-nazionalisti di Pravyi Sektor che si battono nel Donbass, avevano aiutato i ceceni in passato contro i russi, infatti una deille figure più importanti del gruppo neonazista, Oleksandr Muzychko, aveva combattuto a fianco di Munayev e dei fratelli ceceni contro i Russi. Intervistato da Mamon, Ruslan uno dei combattenti del Dudaev, aveva detto: “…Io sono qui oggi perché mio fratello, Isa, ci ha chiamato ed ha detto: “E’ tempo di ripagare il vostro debito. C’é stato un tempo in cui i fratelli di Ucraina sono venuti (in Cecenia) e si sono battuti contro il nemico comune, l’aggressore russo…”.”.

Oleksandr Muzychko, uno dei maggiori esponenti della galassia neonazista ucraina, aveva combattuto a fianco del capo terrorista ceceno Shamil Bassaev, il cervello dietro al massacro della scuola di Beslan. Muzychko é stato poi ucciso in una sparatoria con la polizia ucraina.

Ma questa alleanza, per i terroristi islamici, ha anche un altro aspetto per loro strategico, ed è quello indicato da Mamon: “L’Ucraina è una tappa importante per i fratelli come Ruslan. In Ucraina si può comprare senza problemi, un passaporto ed una nuova identità. Per 15.000 dollari, un combattente riceve un nuovo nome ed un documento giuridico attestante la sua cittadinanza ucraina. L’Ucraina non fa parte dell’Unione Europea, ma é una via facile per l’immigrazione verso l’Ovest. Gli ucraini hanno poche difficoltà ad ottenere dei visti per la vicina Polonia, dove possono lavorare nei cantieri, riempiendo il vuoto lasciato da milioni di polacchi che sono partiti alla ricerca di lavoro nel Regno Unito ed in Germania”. In cooperazione con i gruppi ultra-nazionalisti ucraini, gli islamisti d’Ucraina, brandendo passaporti ucraini, hanno aperta una passerella verso l’Ovest.

Terroristi di un battaglione ceceno in Ucraina. Tutte queste connessioni tra fondamentalisti islamici e nazionalisti fanatici ucraini, stranamente non sono mai entrate nelle attenzioni di nessun giornalista occidentale dei grandi Media, come mai? Eppure i legami tra il regime di Kiev e l’enclave dei fondamentalisti in Ucraina sono numerosi e evidenti, nemmeno troppo nascosti..

Un’altra attestazione di questa realtà inquietante fu l’evasione nel 2014, di Adam Osmaev, vicecomandante del battaglione Dudaev, da una prigione ucraina dove scontava una pena per avere istigato l’assassinio di Putin. Dopo il colpo di stato a Kiev, Munayev ed i suoi compagni hanno fatto uscire di prigione Osmaev, quando hanno incontrato un posto di blocco della polizia ucraina, furono misteriosamente lasciati a passare. Così lo riporta Mamon, dal racconto di uno dei comandanti del Dudaev, mentre era nella loro base: “…Dopo uno stallo drammatico, i soldati ucraini hanno permesso ai ceceni di passare. Osmaev e Munayev in seguito crearono il battaglione Dudaev… Di tanto in tanto, Munayev incontrava rappresentanti dei Servizi di sicurezza ucraini dell’ SBU”.

Il battaglione Dudaev contava circa 500 combattenti, ma ci sono anche altre brigate jihadiste in Ucraina, come il battaglione Sheikh Mansur che, distaccatosi dal battaglione Dudaev, “é stanziato a Lysychansk nei pressi di Mariupol, nel sud-est dell’Ucraina”, così come due altri gruppi composti di tatari di Crimea, il più consistente denominatosi “ Crimea”, composto da circa 500 jihadisti. Per lo più sono appartenenti a Hizb-ut-Tahrir (HT), un’organizzazione fondamentalista islamista internazionale che mira a unire i musulmani di tutto il mondo in un califfato e convertire i non musulmani attraverso il proselitismo su larga scala. La Russia lo ha elencato come gruppo terroristico nel 2003 e in Crimea ha più volte compiuto retate per impedire attentati terroristici. L’ultima nelle scorse settimane.

Vanno annotati alcuni fatti avvenuti a fine 2017 e 2018, relativi a scontri armati tar bande del Battaglione Aziv e del Dudaev, culminati in sparatorie che hanno lasciato sul terreno 5 morti e 13 feriti tra le due parti. Non è mai stato chiarito fino in fondo, se si sia trattato di una questione di spartizione di finanziamenti o di scontri interni alla galassia neonazista, sempre per questione di denaro e supremazia tra loro, per avere più potere di contrattazione con il governo di Kiev. Il Dudaev essendo legato a doppio filo con Pravy Sector potrebbe essere usato da questi come “carne da cannone”, per questo obiettivo di supremazia nelle questioni interne.

Così come potrebbe significare il rallentamento dei finanziamenti da parte degli oligarchi ucraini, ritenendo destinata ad esaurirsi la funzione provocatoria e terroristica di prima linea, finora avuta dai Battaglioni ATO.

Mercenari e istruttori occidentali. Fin dall’inizio delle ostilità molti mercenari stranieri raggiunsero il Donbass, già nella primavera del 2014, si era saputo del coinvolgimento della Greystone Limited, una delle maggiori società militari private occidentali, che aveva trasferito a Kiev e in altre città alcune sue unità, per affiancare le forze golpiste sia in piazza che nella riorganizzazione delle strutture statali, oltre che ad un lavoro di individuazione dei leader anti golpisti o organizzatori della resistenza anti nazifascista nel paese.

Lo slogan pubblicitario con cui si reclamizza la Greystone è: “I migliori militari di tutto il mondo”. Le attività garantite vanno da piccole operazioni contingenti, ad “azioni su larga scala, che possono anche richiedere un gran numero di militari, per garantire la sicurezza nella regione richiedente”. La Greystone lavora a stretto contatto con le Agenzie di Intelligence americane e viene utilizzata laddove l’uso di un esercito ufficiale è impraticabile o illegale, oppure per operazioni “sporche”, che non devono essere riportate. La sua sede legale è registrata nelle Barbados. Al suo interno ha cittadini di vari paesi, che vengono assoldati attraverso la filiale Satelles Solutions Inc. Secondo molti esperti del settore e ex dipendenti, i suoi militari sono particolarmente spietati e crudeli nella realizzazione di missioni di combattimento.

L’Intelligence e il Ministero della Difesa delle Repubbliche Popolari di Donetsk e di Lugansk, sono molto attenti a monitorare accuratamente la presenza di personale militare straniero nella regione. A settembre dello scorso anno, il servizio stampa del comando operativo della RPD, aveva riferito che tra i mercenari era stato segnalato personale militare di alto livello di Stati Uniti e Canada, verosimilmente con compiti di pianificazione e conduzione di operazioni offensive.
Nella zona di guerra ci sono molti mercenari dell’ex Unione Sovietica e dell’Europa orientale. L’Intelligence della RPL ha individuato e identificato alcuni cecchini dalla Lituania e dalla Georgia, sulla linea di contatto. Per quanto riguarda i mercenari georgiani, sono stati incorporati principalmente nel battaglione territoriale “Kyivan Rus” delle forze armate ucraine.
Tutto questo è avvenuto in una forma ufficiale, infatti fu Poroschenko nell’ottobre 2015, a sottoscrivere una legge che permette di reclutare stranieri. Questa legge consente ai cittadini di altri stati e apolidi, di prestare servizio militare mediante un contratto, nelle forze armate ucraine.

Oleg Anashenko, il Capo di Stato Maggiore della Milizia popolare della Repubblica Popolare di Lugansk (LPR), secondo le informazioni ricevute da fonti di intelligence, da abitanti degli insediamenti vicino alla linea di contatto e da ricognizioni delle unità tattiche, aveva denunciato alle agenzie stampa che “… centinaia di Mercenari stranieri sono arrivati in Donbass da paesi della NATO armati di fucili d’assalto, veicoli fuoristrada e armi di piccolo calibro di fabbricazione statunitense, sono arrivati da Polonia, Stati baltici, Canada e Stati Uniti.

Secondo le fonti di intelligence della LPR, mercenari stranieri, armati con armi leggere della NATO, erano anche stati notati nel villaggio Trekhizbenka in Slavyanoserbsk. Altri veicoli da combattimento di fanteria e veicoli corazzati da combattimento, sono stati avvistati anche a Polovinkino in Starobelsk.

Unità di ricognizione della LPR hanno anche spesso catturato mercenari stranieri nei pressi della linea di contatto, provenienti da Georgia, Polonia, Stati Uniti, Norvegia, Danimarca e altri paesi.

Vi sono poi gli “istruttori” occidentali professionisti. Quelli che non combattono in prima linea, ma sono impiegati per l’addestramento. Gli organi di sicurezza statali delle Repubbliche Popolari ne hanno identificati a decine. Sul sito web dell’MGB ( Servizi sicurezza) della RPL è stato pubblicato un elenco di quarantacinque cittadini di Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada e Polonia, che, secondo l’agenzia, è implicato nella preparazione dei sabotatori ucraini. Essi in gran parte addestrano i militari dei Battaglioni ATO e nuove reclute dell’esercito.

O. Anaschenko aveva anche rivelato che erano stati creati tre campi di addestramento a Bobrovo e Bobrovskoye. Lì i soldati ucraini vengono addestrati al combattimento urbano e alle tecniche di ricognizione da istruttori stranieri.
“…Abbiamo anche registrato la presenza di campi di addestramento nel villaggio di Schastye (sulla linea di contatto), dove istruttori americani e polacchi insegnano azioni di sabotaggio e di ricognizione per azioni sul territorio della LPR” Anaschenko ha aggiunto.

Uno di questi istruttori, il britannico Kieran Ashley Walsh, su un suo profilo di Facebook, ha deriso e denigrato l’esercito ucraino, definendolo indolente e riluttante alle azioni militari: “…Vi parlo dell’Ucraina e di questo dannato Donbass. Sono stato in Afghanistan e in Iraq, ma lì è molto peggio. I soldati ucraini sono bastardi e pigri, peggio dell’esercito afgano e della polizia irachena… Molti di loro sono punk, ubriaconi, fanatici o assolutamente pazzi “, ha scritto.

I loro colleghi americani, che operano a Yavorivsky, Leopoli, hanno espresso opinioni simili al britannico. Il tenente colonnello dell’esercito americano Robert Tracy ha anche lui definito i suoi allievi, ubriaconi, pigri, avidi e con un basso livello di istruzione su un blog. Secondo lui, non vogliono imparare l’inglese, non sono abituati a lavorare e non seguono gli ordini. E tra di loro il furto, la corruzione e la disciplina sono fiorenti.

Istruttori americani addestrano militari ucraini a Yavorivsky. Istruttori canadesi addestrano anche loro le truppe ucraine, presso il campo di addestramento di Yavorivsky nella regione di Leopoli

Criminali comuni. Ci sono anche “soldati di ventura” individuali, che sono accorsi per “fede politica” o voglia di “avventura”, solitamente piccoli criminali o trafficanti, ricercati in Russia o da altri paesi, che sono arrivati per arruolarsi con i Battaglioni punitivi ATO, per combattere contro la Russia di Putin. Alcuni casi sono finiti sui giornali e sono noti nei media russi, proprio perché cittadini russi, arrestati o ricercati. Uno di questi è Sergey Ilyin, presunto disoccupato, nativo della Repubblica Ciuvascia della FR, che ha combattuto nel Donbass per i nazionalisti ucraini con il nome di battaglia di “Henry”. Questo “disoccupato” attraverso internet ha dichiarato sui siti neonazisti ucraini le sue opinioni radicali e nel 2014, arrivato a Kiev, si è unito al battaglione della “OUN “, Organizzazione dei nazionalisti ucraini, una nota formazione neonazista, eredi del criminale Bandera ( vedere op. cit. “ Ucraina. Tra golpe…”). Dopo aver ricevuto un addestramento militare, gli furono fornite un uniforme, equipaggiamento individuale e armi. Secondo le indagini è emerso che Ilyin ha partecipato alle ostilità, nel villaggio di Peski, nel distretto di Yasinovatsky, sparando non solo in scontri militari con le Milizie del Donbass, ma anche contro la popolazione civile, tanto che fu soprannominato il “pistolero Henry”. Tra le altre cose la remunerazione per il suo “lavoro” era anche modesta, infatti il mercenario Henry riceveva solo quattromila grivna, meno di 120 euro. Va però ricordato che i militanti dei Battaglioni hanno nel saccheggio, nelle rapine e furti alle case delle aree delle loro operazioni, una “entrata” che fa quadrare lo stipendio ufficiale.

Poi Ilyin, giustificandosi con un senso di insofferenza alla vita militare, lasciò l’Ucraina, per riprendere la sua vera attività, il traffico di droga in Russia. Ilyin fu arrestato in Russia, proprio per questa sua vera occupazione e solo grazie alle indagini sul traffico di droga, fu scoperto che aveva combattuto anche nel Donbass, probabilmente per far perdere le tracce su di lui.

Il “Pistolero Henry”. Nel settembre 2019 l’amministrazione Trump ha revocato il divieto di fornire assistenza militare all’Ucraina per un importo di $ 250 milioni, riaffermando il suo sostegno al governo di Kiev e dandogli una consistente iniezione economica, che ha rilanciato il ruolo antirusso dell’attuale Ucraina. Il pacchetto di assistenza contiene la fornitura di fucili di precisione, lanciagranate, radar anti-pistola, dispositivi per la visione notturna e forniture mediche. Questo nonostante alcune voci critiche e restie a continuare il finanziamento del governo ucraino, stante molti rapporti negativi di funzionari della Casa Bianca, sull’uso degli aiuti forniti in questi anni, in gran parte finiti in canali di corruzione e concussione degli amministratori governativi a Kiev.

Un ruolo decisivo in questo, l’ha avuto Il segretario di Stato Mike Pompeo, che ha svolto un lavoro interno alla Casa Bianca per garantire l’assegnazione dei fondi, scontrandosi con l’amministrazione del bilancio statunitense che era contro l’elargizione.

Tra l’altro questa delibera ha riaperto per l’Ucraina, la prospettiva di ricevere gli aiuti totali di quattro miliardi di dollari, che furono stanziati a suo tempo dall’amministrazione USA.

Il vicepresidente USA Mike Pence, dopo che aveva incontrato il presidente ucraino Zelensky gli espose che: ” …l’amministrazione USA e il Pentagono erano molto preoccupati per la questione della corruzione…Il presidente vuole essere sicuro che questi fondi saranno spesi correttamente e contribuiranno a rafforzare la sicurezza e la stabilità in Ucraina…”, aveva affermato Pence.

Forse ai cittadini Usa occorrerebbe fornire le fotografie di come sono finiti i loro soldi versati con le tasse al loro governo, nello scontro con le Milizie delle Repubbliche Popolari nel Donbass…
 

10 giugno 2020 – A cura di Enrico Vigna SOS Donbass/CIVG

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Israele. La strage dei Palestinesi continua…

La pandemia del COVID-19, che ha monopolizzato l’attenzione della maggior parte delle persone, inondando la rete di vere o finte statistiche, polemiche, accuse, denunce, ha fatto passare in secondo piano avvenimenti importanti che influenzeranno la storia del mondo nei prossimi decenni.

Il 14 maggio scorso ricorreva il 72° anniversario della “Nakba”, cioè la “catastrofe” che travolse i Palestinesi nel 1948. La vicenda era iniziata già da molto tempo, da quando una ridotta frazione di appartenenti alla comunità ebraica europea, i cosiddetti Sionisti, aveva adottato il programma di colonizzare la Palestina per fondare uno Stato solo per gli Ebrei, non curandosi del fatto che da quasi due millenni quella terra era abitata da un’altra popolazione dalla ricca tradizione civile e culturale.

Infatti, all’inizio del ‘900 la popolazione di fede ebraica presente in Palestina rappresentava meno del 5%. Ma, profittando del segnale di “via libera” dato dal Ministro degli Esteri britannico, Lord Balfour, con la dichiarazione del 1917, e favoriti dalle autorità britanniche cui era stato affidato il mandato sulla Palestina alla fine della Prima Guerra Mondiale, molti Ebrei affluirono in Palestina. Una prima ondata di proteste e rivolte da parte dei Palestinesi si ebbe tra 1936 ed il 1939, ma fu repressa nel sangue. Tuttavia nel 1947 gli Ebrei, nonostante l’afflusso di ex perseguitati da parte dei Nazisti dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, erano ancora meno del 30% della popolazione. Nonostante ciò, quell’anno l’ONU propose un ingiusto piano di spartizione della Palestina che assegnava arbitrariamente agli Ebrei quasi il 55% del territorio, comprendente anche molte zone abitate da Palestinesi, mentre la capitale storica Gerusalemme era “neutralizzata”. Mentre i Palestinesi – contrari alla spartizione – puntavano ad un unico stato democratico per tutti, le milizie ebraiche, ben organizzate, si impossessarono del 78% del territorio (ben oltre la stessa proposta dell’ONU) e della parte Ovest di Gerusalemme. I tre quarti della popolazione palestinese di questi territori conquistati con la forza furono espulsi con il terrore e la violenza. L’ottimo storico israeliano Ilan Pappe (poi costretto ad emigrare in Inghilterra) ha descritto questa catastrofe umanitaria nel libro “La pulizia etnica della Palestina”, ma anche uno scrittore sionista ed ex-combattente ebreo come Isaac Milanski descrive queste drammatiche vicende nel racconto “La rabbia del vento”. Il 14 maggio del 1948, con la proclamazione unilaterale dello Stato di Israele, questa situazione di fatto fu confermata.

Negli anni seguenti i Sionisti impedirono ai profughi palestinesi di tornare, nonostante la Risoluzione dell’ONU 194 del dicembre 1948 desse loro tale diritto. Anzi le loro case e le loro terre furono sequestrate senza compenso mediante la Legge dei Proprietari Assenti. Nel 1967, con la Guerra dei 6 Giorni, i Sionisti occuparono anche il resto della Palestina espellendo con la forza altri 300.000 Palestinesi. Dopo un’intensa stagione di resistenza armata e poi di rivolta generalizzata dal 1987 al 1993 da parte palestinese (cosiddetta Prima Intifada), con gli Accordi di Oslo si decise l’inizio di una trattativa il cui fine ultimo sarebbe dovuto essere la nascita di un piccolo stato palestinese pur su una superficie ridotta del 22%. Queste trattative, dopo 27 anni, non hanno portato a nulla, nonostante lo scoppio di una Seconda Intifada nel 2000 durata vari anni. Anzi sono continuate le espropriazioni di terre e di case, il taglio delle piantagioni di olivi ed il sequestro delle fonti d’acqua per costringere i contadini ad andarsene. La frustrazione palestinese è ben espressa dal libro di un avvocato franco-palestinese che aveva partecipato alle inutili trattative, Ziyad Clot, dal titolo polemico: “Non vi sarà uno Stato Palestinese”. Intanto i capi della Seconda Intifada erano imprigionati e condannati a lunghe condanne, come il medico Marwan Barghouti, condannato a tre ergastoli ed in prigione da quasi 20 anni, e tanti altri, come il capo della formazione di sinistra Fronte Popolare, Ahmad Saadat, e migliaia di semplici militanti.

Attualmente il capo del Governo Israeliano Netanyahu, appoggiato dall’ambasciatore statunitense Friedman e dal Governo USA, progetta di incamerare definitivamente anche il resto delle terre palestinesi occupate. Gerusalemme Est è stata annessa ad Israele con la forza, mentre le colonie illegali costruite dagli Israeliani in territori palestinesi occupati si moltiplicano e le espropriazioni proseguono a danno di famiglie cui arbitrariamente viene sottratta la residenza. Israele progetta di incominciare con l’annessione della Valle del Giordano, da cui gran parte degli abitanti sono già stati cacciati, o dell’intera zona C sotto occupazione militare israeliana, come esposto in dettaglio dal noto giornalista del “Guardian” David Hearst in un recente articolo del 21 maggio (“Il piano di annessione di Israele e la ripresa della Nakba”). La piccola striscia di Gaza, dove si ammassano 2 milioni di Palestinesi in gran parte profughi da altre zone, dopo aver subito un impressionante bombardamento nel 2008 con migliaia di morti, si trova ormai assediata, mancante di tutto e allo stremo.
Di fronte a questa situazione ormai insostenibile che rende ormai praticamente impossibile anche la formazione di un mini-stato palestinese che abbia un minimo di sovranità, l’Autorità Nazionale Palestinese ha finalmente rotto formalmente tutti gli accordi con Israele e con gli USA.

Ma che succede ora? Qual’è la strategia? I Palestinesi hanno bisogno di una strategia nuova che superi l’illusione del mini-stato che ha alimentato per 27 anni le finte trattative post-Oslo. Una strategia nuova potrebbe essere quella di tornare a rafforzare l’OLP, la gloriosa Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Questa organizzazione potrebbe riunire di nuovo tutti i militanti Palestinesi, compresi i fratelli- nemici di Hamas, che dominano a Gaza, e che negli ultimi anni hanno condotto una politica oscillante tra indipendentismo palestinese e fedeltà alle direttive dei Fratelli Musulmani, di cui sono una costola, che li ha condotti a compiere molti errori, come lo schierarsi contro il Governo laico della Siria che li aveva sempre protetti. Bisognerebbe anche chiarire se si creda ancora di poter realizzare un mini-staterello la cui possibilità appare sempre più ridotta, oppure si torni all’antica rivendicazione di uno stato unico democratico per Ebrei e Palestinesi, con uguali diritti per tutti. Alla luce di questa situazione non bisogna nemmeno offendersi troppo per la “provocazione” del noto editorialista di Haaretz, Gideon Levy, un giornalista israeliano che si è sempre espresso a favore dei Palestinesi, che scrive che a questo punto la completa annessione di tutti i territori occupati ad Israele, per quanto orribile, appare meno orribile di una perpetuazione della situazione di strangolamento progressivo attuale, forse perché darebbe ai Palestinesi la possibilità di battersi per i loro diritti in uno stato unico, senza dimenticare l’antica rivendicazione del diritto dei profughi – ormai diventati 5 milioni – al ritorno in Patria.

Pochi giorni fa ha parlato anche la guida suprema dell’Iran Khamenei tuonando contro il “cancro” costituito da Israele ed auspicando la ripresa di una “jihad” contro lo Stato Sionista. Da laico non posso apprezzare questi riferimenti a “guerre sante”, ma d’altra parte devo apprezzare l’intenzione; e mi sorprende che tutte le volte che chiedo ad esponenti palestinesi se hanno valutato la possibilità di collegarsi – anche come arma di pressione – al cosiddetto “Fronte del Rifiuto” anti-israeliano (Iran, Siria, Iraq), e di cui fanno parte anche gli Hezbollah libanesi – l’unica formazione che in Medio Oriente abbia inflitto agli Israeliani una sconfitta grave, costringendoli a ritirarsi dalle zone del Libano occupate per 20 anni – i responsabili palestinesi in genere eludono la risposta, e dichiarano sempre che alla fine vinceranno perché il diritto è dalla loro parte: come se i Governi occidentali e le loro ipocrite opinioni pubbliche fossero ancora sensibili ai diritti e intendessero fare qualcosa di concreto per i Palestinesi. L’unica possibilità è riprendere la lotta e trovare il modo di premere sui punti deboli di Israele e del loro grande alleato americano.

Se la lotta armata non è possibile, si dovrebbe almeno varare un vasto piano di non-collaborazione, di disobbedienza civile e di boicottaggio delle merci israeliane sull’esempio del movimento BDS, oltre che su una ricerca di validi alleati internazionali. A questo punto nessuna trattativa o collaborazione è più possibile con lo Stato Sionista.

Vincenzo Brandi

Articolo collegato: “I veri discendenti della Israele biblica, di quel popolo che ha abbracciato la fede di Cristo e di Maometto poi, e sono rimasti da sempre nella Terra Santa, sono proprio i Palestinesi. Gli Israeliani lo sanno!” – Continua: http://paolodarpini.blogspot.com/2016/02/nascita-dello-stato-di-israele.html

Commento aggiunto: “Naturalmente sono d’accordo con Paolo. I Palestinesi sono etnicamente i discendenti degli antichi Ebrei con qualche apporto greco-romano o arabo. Il fatto che l’intera popolazione ebrea della Palestina antica sia stata deportata e dispersa dai Romani non ha nessun serio fondamento storico, anche se vi fu una massiccia emigrazione soprattutto verso Alessandria d’Egitto, Creta, Roma, e altre zone dell’Impero Romano. L’emerito professore israeliano di storia dell’Università di Tel Aviv, Shlomo Sand, nel suo documentatissimo libro “L’invenzione del popolo ebraico”, ci ricorda che gli Ebrei moderni derivano in gran parte da popolazioni nord-caucasiche turco-slave, gli Askenaziti, da popolazioni berbere convertite (i Sefarditi), da Arabi di fede ebraica (i Miznahi), da Etiopi di fede ebraica (i Falasha), ecc. , tutte popolazioni di rispettabilissime tradizioni storico-culturali (basti pensare all’enorme numero di scienziati e capi rivoluzionari di origine askenazita), ma comunque scarsamente coincidenti con gli Ebrei di prima della cosiddetta Diaspora. La posizione sionista di “ritorno alla Terra Promessa” è pura ideologia, che purtroppo ha causato molti danni. Speriamo si possa creare uno stato democratico unico per Ebrei e Palestinesi non-Ebrei nel territorio della Palestina storica; altrimenti questo strazio continuerà, ciao a tutti” (Vincenzo Brandi)   

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