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Eolico pesante nell’Agro Falisco, progetti di Calcata e Faleria – Lettera di Ambiente e Territorio sui possibili danni ambientali e deturpazione del paesaggio

Dopo la delibera del comune di Faleria, del 24 giugno 2009, per l’installazione di piloni eolici nel bosco di Fogliano, lunedì 20 luglio ore 19,30 si è tenuto un consiglio comunale con al 5° punto dell’O.d.G. “Realizzazione di un Parco Eolico nel territorio del Comune di Calcata. Approvazione schema di Convenzione con la Società G.E.L. Green Energy Lazio srl per lo studio, lo sviluppo, la realizzazione e la gestione di un Parco Eolico ubicato nel territorio comunale di Calcata”.

Su questo tema ho ricevuto una lettera di Luca Bellincioni di Ambiente e Paesaggio, che volentieri pubblico (P.D’A.):

“…Quanto al progetto eolico di Calcata, è lo stesso discorso di Faleria, non si può aiutare l’ambiente devastandolo. Per contrastare le emissioni di CO2 sarebbe molto più intelligente, utile ed economico fare dei rimboschimenti, cosa che non si fa più da decenni e decenni. Forse perché con gli agronomi, i boscaioli, i botanici ed i geologi c’è poco frutto, mentre con i costruttori di centrali eoliche (con tutto il loro corredo di cemento) è tutta un’altra cosa…? Inoltre, per quanto riguarda le energie alternative, oltre al solito fotovoltaico su tutti gli edifici moderni (in particolare quelli delle aree industriali), si potrebbe ricorrere al microeolico domestico e pubblico, sperimentando ad esempio la tecnologia del lampione eolico-fotovoltaico per le illuminazioni della zone moderne dei paesi; tempo fa si parlò pure di una valorizzazione del Treja in chiave idroelettrica, ma non capisco perché tali progetti – di energia veramente pulita – siano stati accantonati.

Riguardo invece al sito indicato per la centrale eolica di Calcata, ossia sulla strada per Magliano, occorre ribadire che si tratta di una zona assai vincolata (oltre che paesisticamente splendida, panoramica e ricca di coltivazioni pregiate) e che fa attualmente da giuntura fra i parchi della Valle del Treja e di Vejo. Inoltre, la strada stessa è ormai parte integrante del circuito delle “Strade dei Parchi del Lazio” che tende a valorizzare la rete viaria minore regionale, tant’è che lungo di essa sono stati installati vari tabelloni didattico-turistici. Ed è una zona che è stata negli ultimi decenni strappata con i denti alla speculazione edilizia grazie all’interessamento di associazioni ambientaliste e studiosi naturalisti, e che oggi costituisce un fondamentale corridoio biologico per la fauna selvatica.

Infatti non bisogna dimenticare che tutto il territorio dell’Agro Falisco e del Parco di Vejo soffre già di mali gravissimi a livello ambientale, come la speculazione e l’abusivismo edilizi, spesso feroci, per cui quello che c’è di integro (è ce n’è fortunatamente) è quasi un miracolo vista la vicinanza con Roma, sicché dare in pasto questo delicato territorio all’eolico sarebbe proprio uno scempio a livello urbanistico, ambientale ed economico. Speriamo che tali progetti – qui come altrove – rientrino e che si incominci a progettare un serio e reale sviluppo economico sostenibile in un territorio dalla vocazione turistica straordinaria e tutta ancora da valorizzare e promuovere, magari con un grande Parco Agricolo e Naturale dell’Agro Falisco.

Se poi veramente i Comuni di Faleria e Calcata si dichiarano così sensibili all’ambiente, sarebbe d’uopo iniziassero ad occuparsi delle reali emergenze della zona, come l’inquinamento dei fiumi (dove scaricano ancora i paesi) gli smottamenti delle colline, e la mancanza di verde pubblico nei paesi, in particolare a Calcata Nuova che, pur essendo un paese circondato da foreste, paradossalmente non possiede nemmeno un parco degno di questo nome che possa dare sollievo ai propri abitanti nelle ore più calde ed essere un ritrovo per bambini e ragazzi!

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“Eravamo a pochi metri l’uno dall’altro ma non ci siamo visti né sentiti” – Strano destino per Luca Bellincioni che è venuto a Calcata a cercarmi il 14 luglio 2009

Ho trovato sul tavolo del Circolo un sacchetto di frutta e verdura e due biglietti in cui Luca Bellincioni mi annunciava la sua visita, purtroppo non mi ha trovato… Quella che segue è uno stralcio della corrispondenza intercorsa dopo…

………….

Caro Luca, ho visto i tuoi biglietti ed il pacchetto di verdure… ma mannaggia perché non mi hai chiamato? Lo sai che vivo dabbasso, nello stesso terreno, a pochi metri dal localetto del circolo. Bastava che tu mi facessi una voce. Ora sono le 17. passate e credo che tu sia ripartito… La prossima volta avvisami quando arrivi, bastava un messaggio in segreteria od una semplice mail. Pazienza!

Paolo

……………..

Ciao Paolo, io sono noto per le mie sorprese e non volevo perdere la buona reputazione… a parte questo, non mi hai ancora dato il tuo num. di tel. – anche se non so se ce l’hai – e non volevo però darti appuntamento via e-mail perché non è detto che in mezzo alla settimana Roma si riesce ad oltrepassare da Sud… e quindi arrivare a Calcata da Aprilia non è sempre possibile (in tempi razionali) e non scherzo. Comunque sono passato tre volte e le prime due ho anche chiamato il tuo nome sperando fossi nei dintorni ma evidentemente la voce non era abbastanza alta. Poi ho chiesto in giro ed una ragazza mi ha detto che forse eri andato al lago con i nipotini e che tornavi la sera. Sicché – avendo un appuntamento nel pomeriggio a Tarquinia – sono andato via. Nondimeno, nel frattempo che ti aspettavo, mi sono fatto una splendida passeggiata dal paese fino alle rive del Treja, dove ho incontrato una bella famigliola di cinghiali che si abbeveravano… Poi sono andato a cercare il Castello di Paterno ma non ci sono riuscito. Ho fatto la sterrata con l’auto per qualche chilometro (paesaggio magnifico! Non ci ero mai stato!) ma poi è diventata troppo sconnessa e troppo in discesa e ho parcheggiato. Ho proseguito per qualche centinaio di metri a piedi ma non sapevo se stessi girando a vuoto perché ad un centro punto c’era un bivio e io mi sono tenuto sulla destra e mi sono venuti i dubbi. Contando poi il caldo torrido, ho desistito… L’unico dettaglio che forse ti può aiutare a capire dove sono arrivato (perché mi faresti un piacere se mi dicessi come ci si arriva) è che nel punto dove sono tornato indietro si vedeva bene Civita Castellana di fronte, mentre sulla destra su una collina uno splendido, antico e grosso casale (quello che si vede anche dalla Flaminia) e al di sotto una vasta cava.

Ad ogni modo ho potuto confermare l’assurdità del progetto eolico non solo per il suo impatto su tutto il paesaggio dell’Agro Falisco (visto che – come sappiamo – l’impatto dell’eolico industriale va ben al di là del sito dove sono installate le torri!) ma anche per la scelta stessa del sito, poiché esso è praticamente il cuore della porzione più pregevole dell’intero territorio di Faleria! Per di più tutta la zona è ormai segnalata da cartellonistica turistica del parco, il che fa pensare ad un prossimo allargamento dell’area protetta, e l’area fra Foiano e Paterno ci rientra in pieno. Sempre rimanendo ai ridicoli progetti eolici della zona, per quanto riguarda invece la papabile centrale eolica sulla strada fra Calcata Nuova e Magliano, anche qui ci stanno prendendo praticamente in giro poiché tale area è già pienamente inserita nel Parco di Veio, e anch’essa segnalata da tabelloni turistici, per cui la Regione credo abbia ben altri progetti rispetto alla devastazione di un territorio in cui invece sta investendo risorse e progetti, senza contare che esistono le zone di protezione pre-parco e quidni non sarebbe nemmeno possibile fare una centrale ai margini di uno dei due parchi (Treja o Veio). Infine mettiamoci che Zaratti non è scemo e che conosce bene il Lazio, per cui non credo che getterebbe via “al vento” un territorio così pregevole. A parte tutto questo, e venendo alle cose belle, ho potuto notare quanto sia bella Calcata in mezzo alla settimana, senza il turismo ammorbante della domenica. Un vero Paradiso. Spero di rivenire a trovarti quanto prima, magari con Daniela, anche se nelle prossime settimane siamo in vacanza, prima per un trekking sui Monti della Duchessa, poi in campeggio al Lago di Bolsena. Teniamoci in contatto. Spero che gli ortaggi ti siano stati graditi (e utili). Ciao!

Luca

P.S. Spero che – sebbene alla fine non ci siamo visti – tu abbia gradito il fatto che volevo farti una sorpresa.

…………………………..

Carissimo Luca, la tua è un’avventura che merita di essere ricordata dai posteri… inserirò la narrazione sul blog. Nel tardo pomeriggio ti ho mandato il programma di Sant’Oreste.

Chi ti ha detto che sarei andato al lago non mi conosce bene, non vado al lago da almeno 10 anni. Se sei arrivato sino in vista di Civita Castellana evidentemente hai percorso la Narcense e quel casale che sta in alto su una collina è quasi a Civita. Mi avevano detto che la strada è interrotta per via del taglio dissennato dei bochi e dell’abbandono lungo la strada delle ramaglie. Sicuramente sarai passato nel tratto di Faleria dove vorrebbero installare i piloni eolici.

Il mio telefono per il futuro è 0761-587200

Grazie per i viveri che mi hai lasciato, le prugne erano molto mature e le ho mangiate subito, ma tu hai pranzato o sei vissuto di sola aria?

Paolo

……………

Caro Paolo.

Ho vissuto di sola aria come quasi sempre faccio quando sono in giro. Del resto, quando sono di fronte alla bellezza della natura non sento più la fame (almeno per qualche ora…). Ma ho bevuto moltissimo (per sopravvivere). Le prugne sono di mia zia. Il resto è del’orto dei miei. Tutta roba tipica dell’Agro Pontino. E “biologica”, ovviamente….

Ma perché non vai al lago da 10 anni (a proposito, quale lago??!?!?!? Vico o Bracciano?)? Hai la fortuna di avere dei laghi meravigliosi nei paraggi, è un peccato non approfittarne.

Quanto al mio tragitto, si vedeva che c’erano stati grossi tagli, ma onestamente ho visto di peggio. Niente ramaglie sulla strada invece. Ma ancora non ho capito se ci sono andato vicino a Paterno o no.

Se un giorno apriranno i cantieri in quella zona io sarò lì. Stiamo parlando davvero di uno scempio senza precedenti. Lì il paesaggio è praticamente un dipinto, ma forse il sig. sindaco di Faleria non c’è mai osato o più semplicmente non glie ne frega un fico secco del suo territorio ma vuole “farsi bello” facendo risparmiare 10 euro al mese i suoi elettori sulla bolletta. Un territorio di imparagonabile bellezza, decantato da artisti e viaggiatori, oggi svenduto davvero per un piatto di lenticchie. Speriamo che non accada e che tutto si risolva in un buco nell’acqua. Lo stesso anemometro sarebbe in realtà uno scempio da evitare. Lì tutto è perfetto e bellissimo: nessuno ha il diritto di privare di tale bellezza le generazioni future. E la mia lotta è per loro, non per me che questi paesaggi fino a oggi me li sono goduti. A proposito lo sai che domani (mi ha invitato Oreste Rutigliano) fanno un convengo a Roma sull’eolico selvaggio? Dopo gli sfregi che stanno facendo in Sicilia e i nuovi progetti nella Tuscia si sta verificando una nuova attenzione al problema. Speriamo bene. Luca

…………….

Non dubito che fosse tutto biologico, le prugne in effetti erano dolcissime. Da una decina d’anni mi sono beccato un’otite cronica all’orecchio destro, al minimo sentore di umidità vedo le stelle, figurarsi se dovessi andare al lago ed immergermi nell’acqua… purtroppo ho dovuto rinunciare a quella gioia, ora anche per lavarmi debbo usare il sistema cinese (con un canevaccio imbevuto d’acqua bollente da strofinarmi addosso) così almeno risparmio un sacco d’acqua. Prima andavo a tutti laghi, Bracciano, Martignano, Vico, piscine calde e fredde, etc.

Ho visto il programma di Roma, buona fortuna!

Questo fatto che tu non abbia trovato ramaglie sul terreno mi insospettisce… quegli amici di Faleria mi avevano detto che non si passava più per andare a Paterno… boh? Ma tu hai preso proprio la Narcense? La strada che comincia dalla Piazza Roma dove parcheggiano le macchine, dove sono i secchioni stracolmi d’immondizia, e poi sempre avanti?

Va beh, una strada di sicuro l’hai fatta!

Ciao, Paolo

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Rete Bioregionale Italiana – La mia battaglia istituzionale, laica e vegetariana, i miei “tristi” tiri, destri e mancini, agli ecologisti e come sono riuscito a sopravvivere alla censura nera e rossa…

Sapete che sono nato l’anno della Scimmia, e tutti dicono che la scimmia è un animale dispettoso. Ma non è vero, ve l’assicuro, solo che la scimmia vuole scoprire le reazioni degli altri, la verità che si nasconde dietro le apparenze, ed è per questo che gioca tiri birboni a tutti quanti e li sfida in mille modi, per capire come reagiscono e come si manifestano nelle situazioni particolari.

Essendo questa la mia prerogativa va da sé che tutte le situazioni in cui mi son venuto a trovare comprendevano risvolti machiavellici in cui saggiavo il terreno dei compartecipi al gioco della vita.

Ciò è avvenuto anche con i membri della Rete Bioregionale Italiana, quelli che vengono definiti –solitamente- i più ecologisti fra gli ecologisti, il massimo dei massimi nella consapevolezza ambientale. Ma sarà poi vero? Di certo posso dire che alcuni suoi membri sono persone oneste e sincere e non si atteggiano a “santoni dell’ambiente”, ma altri soccombettero alle mie pesanti trovate… e restarono nudi sotto il mio sguardo imparziale e crudele.

Già alla riunione fondativa della Rete, che si tenne ad Acquapendente i primi anni ’90, compii diversi magheggi. Dovete sapere che conobbi il bioregionalismo (Nota 1- come termine ben inteso, in quanto si tratta semplicemente di considerarsi parte integrante del territorio e del contesto vitale in cui si vive, che è un principio antico ed universale) prima dalle pagine di Frontiere di Edoardo Zarelli (che successivamente fu esautorato perché di matrice destro-etno-europeista mentre nella Rete prese il sopravvento il ramo americanista di Snyder, Berg, etc.) e successivamente tramite l’amico Stefano Panzarasa e la sua compagna Jacqueline Fassero. Essi mi invitarono all’incontro fondativo che era stato indetto da Zarelli (poi scomparso dalla scena) informandomi però che durante l’incontro della “crema degli ecologisti italiani” non avrei dovuto parlare di vegetarismo, perché molti di loro erano contrari, e soprattutto non avrei dovuto coinvolgere le istituzioni, perché la maggior parte erano fricchettoni. Promisi di attenermi alle direttive ma come potete immaginare non lo feci affatto.

In primis: invitai l’allora presidente della Provincia di Viterbo (della quale Acquapendente è un comune), Ugo Nardini, che nell’imbarazzo, considerando il gelo con il quale fu accolto, profferì qualche parola di saluto e buon auspicio e se ne partì. In secundis: quando fu il mio turno di intervenire nel cerchio dei convenuti, feci un accorato discorso sul salvataggio della terra che è possibile solo se si rinuncia agli allevamenti intensivi ed all’uso smodato di carne. Ricevetti molte critiche e non volendo creare separazioni me ne partii la sera stessa, dopo una cena alquanto insapore, lasciando come miei rappresentanti Claudio Viano, e la sua compagna Daniela, entrambi vegetariani convinti, (di Claudio ho narrato la recente disavventura con i cinghiali del Treja). Essi non poterono inserire alcuna istanza vegetariana ma fecero del loro meglio per ammorbidire ed accorciare il documento d’intesa che doveva essere approvato e che all’inizio constava di parecchie pagine, ora è ridotto ad una mezza paginetta (forse ancora troppo essendo il succo quanto da me affermato nella nota 1).

Comunque in seguito inviai due lettere formali di adesione alla Rete, una a nome del Circolo vegetariano VV.TT. (ramo culturale, vegetariano e spiritualista) e l’altra a nome del Punto Verde Calcata (ramo politico laico). Poi iniziai la battaglia interna, tanto per cominciare avviai un discorso di attuazione bioregionale partendo dalla riaggregazione delle Regioni in nuovi ambiti amministrativi, prendendo ad esempio l’identità culturale ed ambientale della Tuscia od Etruria, che poteva fungere da esempio di un nuovo modello di bioregionalismo applicato agli ambiti omogenei. In questa battaglia fui lasciato quasi da solo, poiché molti altri bioregionalisti preferivano occuparsi di agricoltura e vita in campagna. Solo alcuni amici “intellettuali”, come Pietro Toesca, Aurelio Rizzacasa, Alessandro Curti, Fulvio di Dio ed altri mi seguirono in questo filone.

Poi fu la volta del nuovo approccio laico applicato all’ambiente. Sino allora gli ambientalisti si consideravano di sinistra e ciò comportava una sperequazione, ponendo l’ecologia in un settore che doveva invece esserne esente. Compii questa operazione allorché dapprima invocai la collaborazione dell’allora presidente della Regione Lazio, Piero Badaloni, che partecipò ad un convegno sul tema bioregionale, da me organizzato a Sant’Oreste, assieme a vari assessori e consiglieri, di cui ora ricordo Bonadonna (PRC), Daga (DS) e Bonelli (Verdi). E fin qui non ricevetti critiche di sorta dai miei co-membri, anche se nessuno d’essi si degnò di partecipare al convegno (considerato troppo ufficiale).

Poi successivamente quando organizzai un incontro annuale della Rete a Calcata (sul tema dell’economia sostenibile) ed erano presenti gran parte dei capi-rete, durante il convegno nella sala consiliare del Comune ci fu -da parte dell’allora sindaco Luigi Gasperini- la lettura del patrocinio concesso e del saluto dell’allora presidente regionale Francesco Storace (sì proprio lui) e qui le facce di molti “compagni” bioregionalisti si fecero “nere” (si fa per dire..) ed alcuni si rifiutarono di fare un intervento in quel consesso, dominato tra l’altro da un numero incredibile di vegetariani ed animalisti. Quella volta, dopo il pranzo finale di commiato al Tempio della Spiritualità della Natura, la vidi brutta e sentii quasi il venticello della scomunica su di me… mi salvò solo l’intervento con invito al sincretismo di mia sorella Daniela, che aveva lavorato indefessamente al servizio della causa per due giorni, ed il silenzio benevolo di Etain Addey.

Ora potrai continuare a raccontare quanti altri “dispetti” ho fatto a questi benedetti membri della Rete, ma ve li lascio immaginare…. e chiudo.

Paolo D’Arpini

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L’importanza del paesaggio per lo sviluppo sostenibile della provincia di Viterbo – ” No agli scempi incipienti nell’Agro Falisco!”

Sì, caro Paolo, si può e si deve dialogare su tutto (politica, atteggiamenti personali, ideologia, concezioni morali,…) ma sul territorio ci sono dei limiti. Perché il territorio oggettivamente non va danneggiato perché ciò oggettivamente sarebbe male. Chi vuol dare consigli sulla necessità da consumare territorio con impianti eolici -perché gli hanno detto che così va bene oppure perché dice che è l’unica alternativa al nucleare (sempre perché così gli hanno imposto i massmedia)- evidentemente si rivela male informato e soprattutto lontano dalle realtà del territorio di cui parla (nella fattispecie la Tuscia).

Il tuo articolo ( http://altracalcata-altromondo.blogspot.com/2009/07/energia-pulita-come-varie-soluzioni.html) dice invece cose giustissime e soprattutto dettate – cosa rarissima ormai- dal buon senso. Ed è di buon senso che ha bisogno il territorio oggi non di prese di posizione ideologiche (nucleare, eolico, “carbone pulito”, ecc.) tutte in realtà figlie di lobbies che cercando di diffondere idee nella popolazione collegate ai propri interessi.

Ad ogni modo l’Agro Falisco ed il resto della Tuscia io non lo svenderei mai e combatterò fino alla fine contro chi sosterrà la sua rovina con l’eolico pesante o con ogni altro scempio. Inoltre, dal punto di vista dell’impatto paesaggistico ho studiato i coni visivi della zona è ti posso dire che la centrale eolica prevista a Faleria sarebbe -come temevo- uno sfacelo per l’intero paesaggio della Valle del Treja e dell’Agro Falisco.

Pensa che per la sua posizione centrale devasterebbe anche il panorama magnifico che si gode dal terrazzo di Santa Maria ad rupes a Castel Sant’Elia, in quanto la sagoma del Soratte – che è il cuore ed il senso di quel paesaggio – verrebbe occultata dalle torri eoliche. E’ informato di questo il Comune di Castel Sant’Elia?

Danni simili si avrebbero con i panorami delle zona di Nepi e Civita Castellana, sempre in direzione del Soratte. Anche qui, i Comuni che dicono? Praticamente tutti gli scorci più belli dell’Agro Falisco -e quindi la sua stessa identità- scomparirebbero del tutto o verrebbero irreparabilmente alterati. Questo per dirci come l’eolico selvaggio (o pesante, o industriale come dir si voglia) produce, soprattutto in zone con le caratteristiche morfologiche dell’Agro Falisco, un impatto disastroso preponderante rispetto ai vantaggi in termini di energia, senza contare che lo stesso quantitativo energetico sarebbe prodotto ad esempio ricoprendo semplicemente di pannelli solari tutti i capannoni dell’area industriale di Civita Castellana!

Infine ricordiamo che i contratti per l’utilizzazione del suolo per l’eolico industriale durano minimo trent’anni! Dico fra trent’anni (per chi ci sarà) avremmo ancora questi mostri e forse tali contratti verranno rinnovati e quindi non si avrà nemmeno più la possibilità di tornare indietro. Eppure c’è gente così arrogante da negare un territorio integro alle generazioni future, e soprattutto incapace di informarsi meglio e di fermarsi a ragionare un po’ di più sulle alternative razionali all’eolico pesante, senza per forza fare sparate ai danni di un patrimonio che è non di quattro infingardi ma di tutti.

Luca Bellincioni

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Certo, caro Luca, sono d’accordissimo con te sulla difesa dl territorio ad oltranza ed a tutti i costi. Pensa che a suo tempo mi giocai la carriera politica e pure quella giornalistica perché mi opposi all’inceneritore con discarica di Civita Castellana… In conseguenza della mia opposizione a Civita Castellana, dopo 40 anni di PCI, vinsero i destri di AN (che avevano avuto il buon senso di dire no alla discarica), Ugo Nardini che guidava l’amministrazione della Provincia di Viterbo e che appoggiava il turpe progetto di Hermanin (allora assessore dei verdi in Regione Lazio) perse anche egli a favore del destro Giulio Marini, ed infine anche alla Regione perse Badaloni e vinse Storace, tutto a valanga…. e tutto per “merito” mio. Pensa come mi odianorono i sinistri… Infine mi giocai le ultime carte di “credibilità mediatica” allorché mi opposi al progettato megalunapark di Al Walid e Michael Jackson che prima doveva essere installato a Civitavecchia (complice l’allora sindaco Tidei, sempre dei sinistri) e poi riproposto a Campagnano (nell’attuale parco di Vejo) durante l’anno del Giubileo…. Fu una battaglia memorabile condotta contro tutto e tutti… persino qui a Calcata volevano il Luna Parck con Michael..

In conseguenza di questi ripetuti “rompimenti di c.” fui allontanato dal Messaggero per il quale scrivevo, e mi fu precluso l’accesso anche agli altri giornali (Paese Sera, Unità, Repubblica, Manifesto… etc.) ed anche alle agenzie (Ansa, ADNkronos, AGI, etc.) che precedentemente mi pubblicavano persino gli sternuti…

Insomma con queste campagne ecologiste mi sono “bruciato” su tutta la linea mediatica della carta stampata e pure delle televisioni, dove prima spesso comparivo come ospite o come intervistato in molte trasmissioni nazionali e regionali… Ma chiaramente non mi pento… solo che ora, avendo anche un minore “potere” d’impatto (mi è rimasto solo internet), mi muovo più cautamente… e scrivo in “un certo modo” cercando sponde ragionevoli e “bivalenti”…

Ciao, Paolo D’Arpini

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“Nel parco con il Winchester” – La tutela ambientale secondo gli ecologisti americani… ed altre storie strane sui cinghiali di Calcata

Un paio di anni fa venne a trovarmi qui a Calcata un amico carissimo di Torino, Claudio, che fa il tecnico progettatore meccanico. Vi ho già raccontato la sua disavventura con i cinghiali, le costole rotte, il bagno per ore nell’acqua gelida del fiume ed i postumi che persistono (http://www.circolovegetarianocalcata.it/2008/12/19/viano-claudio-e-daniela-e-davide-i-miei-protetti-di-torino-che-mi-proteggono/ ).

La cosa più strana che mi capitò a quel tempo fu che, avendo mandato in giro una serie di lettere in cui chiedevo di trovare una soluzione (sterilizzazione o cattura dei capi in eccesso) per questi facoceri asiatici che sono stati abusivamente immessi nel territorio (probabilmente da cacciatori), distruggendo l’habitat e cancellando molte altre specie di animali autoctoni, ricevetti una strana e piccata risposta da Giuseppe Moretti il quale in sostanza mi diceva..”se uno che fa l’ingegnere non sa come muoversi in natura, non serve trovare soluzioni con i cinghiali, che stanno a casa loro, ma eventualmente, come fa il bioregionalista Gary Snyder in America quando va in un parco dove vivono animali pericolosi, si munisce prima di una buona carabina…”.

Certo che gli ecologisti americani fossero principalmente cacciatori l’ho scoperto solo di recente leggendo un articolo di Franco Zumino su Wilderness in cui si fa la cronistoria del ritardo nell’approvazione della nuova “Legge onnicomprensiva per le terre demaniali” che interessa oltre 840.000 ettari in 9 stati federali”. Tale legge stabilisce che questa grande estensione di terre vergini sia considerata “riserva naturale” e va ad integrarsi ad un sistema di aree protette per un totale di 10.400.000 ettari.

La legge alfine, è stata firmata dal neo presidente Barack Hussein Obama dopo aver subito un forte rallentamento perché osteggiata da alcuni deputati “animalisti” come protesta per la mancata ricezione di una modifica, da loro proposta, sul divieto dell’uso delle armi nelle riserve. Sì, avete letto bene, in America, la legge tutt’ora consente di andare nei parchi con fucile, pistola o quant’altro e consente anche la caccia e la pesca degli animali che vivono nella riserva.

Chiaramente, che una estensione enorme come quella ora designata dal nuovo presidente Obama, sia considerata riserva naturale è un grande vantaggio dal punto di vista della protezione ambientale anche se dispiace che tale protezione non sia stata allargata agli animali… Ma sappiamo tutti che negli USA le armi sono “sacre”.

Qui di seguito inserisco uno stralcio dell’ultima email “karmica” di Claudio, sui risvolti del suo rapporto con i cinghiali della valle del Treja.

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Caro Paolo.

Eh… la caduta non è mica l’ultima avventura, ormai c’è di meglio!

Durante le analisi lì a Civita Castellana mi avevano diagnosticato per caso anche un aneurisma dell’aorta ascendente; cioè tra cuore e vena giugulare era dilatata fino al doppio del suo diametro normale, con rischio che si rompesse, e se si rompe lì non si fa tempo a raggiungere il telefono.

In realtà sapevo già di avere quel difetto congenito, ma era un po’ che non mi controllavo e non sapevo avesse raggiunto un diametro pericoloso; in realtà non avevo nemmeno capito quando me l’avevano detto anni fa che fosse una cosa degenerativa, con una sua evoluzione in peggio. Questa notizia è stata un’altra delle emozioni forti di quella famosa sera, ma forse non te l’avevo mai raccontato. Fatto sta che ho dovuto fare un’operazione (l’ho fatta un anno dopo l’incidente) a torace aperto e cuore fermo per sostituire il pezzo di aorta danneggiato con un tubo artificiale di qualche tipo di tessuto di carbonio e nylon che dicono sia eterno e non da alcun rigetto. Ma vedessi le analisi a raggi,  per adesso, è bellissima, bella sinuosa e costante di diametro!

Scherzi a parte con qualche rappezzo sono tornato (quasi) come nuovo;  i riparatori, perché i chirurghi non sono medici, sono delle specie di artigiani che di medicina capiscono poco o niente ma hanno una mano formidabile, insomma dicono che posso fare tutto quello che mi pare.

Quanto ai postumi della caduta, mi e’ rimasta una parte della coscia sinistra che sento un po’ “strana”, ma niente di rilevante, e penso che starà così per il resto della mia vita; é per via del nervo che ha sbattuto dove é attaccato alla spina dorsale e si sente fino nella gamba.

Alla fine devo pure ringraziare i cinghiali, che mi hanno permesso di vedere che l’aorta era da riparare e poneva un rischio mortale, ma questo sicuramente a uno come te non suona affatto paradossale….   Claudio

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