La verità sul “dialogo” tra Putin ed Erdogan

15 ago 2016 – Ultimamente c’è molta confusione circondata da disinformazione e voci sul futuro ruolo dello Stato turco nel conflitto siriano. Abbiamo sentito molte stranezze, di come Erdogan improvvisamente diventi amico ed alleato di Siria e Russia per sconfiggere il terrorismo a come, improvvisamente, si affianchi alla Russia per fare da contrappeso alla NATO, oltre a voci che farà entrare la Turchia nei BRICS. Analizziamo solo un paio di cose:
L’8 agosto 2016, solo un giorno prima dell’incontro con il Presidente russo Vladimir Putin, Erdogan rilasciava un’intervista alla agenzia ITAR-TASS in cui affermava che i turchi non possono cooperare con il “regime” del Presidente siriano Bashar al-Assad. Allo stesso tempo, espresse ancora supporto all’organizzazione terroristica al-Nusra, uno degli attori più ripugnanti nel conflitto siriano, noto per massacrare sistematicamente civili siriani, bruciandoli vivi ad Adra nel dicembre 2013, così come per decine di attentati terroristici, decapitazioni, attacchi settari, massacri e rapimenti di civili (l’intervista completa si può leggere qui). Detto questo, è chiaro che il presidente turco Recep Tayyip Erdogan non vuole por fine al conflitto e quindi non va visto come nuovo alleato di russi e siriani nella guerra al terrorismo, come certi “esperti” vorrebbero farci credere. Le dichiarazioni di Erdogan pertanto non sorprendono, date le azioni passate e presenti. Dal presunto “colpo di Stato” più di 30000 terroristi sono entrati in Siria dalla Turchia. La maggioranza sarebbero cittadini turchi, soprattutto se crediamo al fatto che un numero significativo di terroristi eliminati dalle forze russe, siriane e di Hezbollah aderiva all’organizzazione terroristica ultranazionalista turca dei “Lupi grigi”. Inoltre, molti dei terroristi ultimamente eliminati sono stati identificati come cittadini di Kazakhstan, Uzbekistan e Cina (terroristi uiguri della provincia dello Xinjiang) e anche dell’Arabia Saudita. Il 1° agosto 2016 un elicottero russo veniva abbattuto dai terroristi di al-Nusra sul territorio che occupano nella provincia di Aleppo. Data la vicinanza di Erdogan a tale gruppo terroristico, non è difficile notare come sia lungi dal voler porre fine al conflitto in Siria od essere un nuovo attore nei BRICS. E a proposito va ricordato che i BRICS attualmente non sono assolutamente il posto adatto per la Turchia di Erdogan. La Turchia è un membro della NATO e finora ha attuato varie mosse ostili agli aderenti dei BRICS Russia e Cina. Il 24 novembre 2015 l’esercito turco abbatteva un aviogetto militare russo durante una missione antiterrorismo, pur essendo sul territorio della Repubblica araba siriana. Non solo l’aviogetto fu abbattuto, ma il pilota venne catturato e consegnato ai lupi grigi turcomanni guidati dal noto terrorista turco Arpaslan Celik, che l’assassinavano. Nonostante avesse violato pienamente il diritto internazionale abbattendo l’aereo russo sul territorio siriano, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan aveva ripetutamente rifiutato di scusarsi per l’abbattimento e l’assassinio del pilota russo Oleg Peshkov. Un’altra cosa per cui la Turchia non può aderire ai BRICS è anche il fatto che sia pesantemente coinvolta nel movimento terroristico del Turkestan orientale, sempre più attivo, negli ultimi anni, nella lotta al legittimo esercito siriano, oltre a rappresentare la maggioranza dei terroristi eliminati nella provincia di Aleppo nelle ultime settimane. Inoltre, vi è un insediamento di coloni uiguri nella città siriana occupata di Jisr al-Shughur, dove ben 3500 terroristi uiguri e loro familiari presumibilmente vivono.
Quando Erdogan incontrò il Presidente russo Vladimir Putin il 9 agosto 2016, ha un tratto vi fu un gran parlare di come i due si riconciliassero e di come la Turchia post-golpe divenisse un attore regionale importante e potente, assai utile nel modellare lo spettro geopolitico a favore delle cosiddette forze “anti-imperialiste/anti-atlantiste”. Niente di tutto questo è vero. In politica estera non è stata raggiunta alcun accordo, nel corso di tale vertice. In realtà c’è la voce che ci sia stato un incontro a porte chiuse sulla crisi in Siria, tra Putin e Erdogan, che sarebbe durato 2 ore. Il risultato non è (ancora) noto. Oltre a ciò, i due motivi principali per cui l’incontro avrebbe avuto luogo erano, primo, la realizzazione dell’accordo sul gasdotto, bloccato dall’incidente dell’aviogetto abbattuto e, secondo, l’assenza di turisti in Turchia. L’economia turca dipende in larga misura dal turismo e dato che la maggioranza dei turisti europei non ci va per motivi di sicurezza (il numero di viaggi in Turchia offerti dalle agenzie turistiche europee è drasticamente sceso per gli incidenti legati al terrorismo, negli ultimi mesi), Erdogan ora in qualche modo cerca di far tornare nel Paese gli una volta molto redditizi turisti russi. Oltre a ciò, molti desiderata di Erdogan sono rimaste insoddisfatte. I russi non mutano posizione sulla Siria adottando ben altro atteggiamento verso i famigerati gruppi terroristici “moderati” sostenuti da Ankara, come ELS, Ahrar al-Sham, Jaysh al- Fatah, al-Nusra, ecc., un vecchio desiderio di Erdogan. La situazione in Siria è tale che il nuovo incontro è stato “rinviato”. E’ chiaro che questo è il problema su cui le parti non si accordano, date le circostanze, e quindi la Turchia non può essere vista come nuovo attore nella soluzione della crisi siriana. Vi è stato un polverone sulla Turchia “post-golpe” che diverrebbe qualcosa di molto diverso da ciò che è stata finora, dato che tutte le “mele e uova marce” sono state eliminate. Ma se si da uno sguardo attento, si vedrà che a più di 3 settimane dal “colpo di stato” sventato non ci sono ancora veri cambiamenti. Il flusso di terroristi dalla Turchia alla Siria continua come sempre e l’amministrazione Erdogan invoca la caduta di Assad quale unica soluzione per la fine del conflitto, ponendo la domanda: sul serio è stato sventato un colpo di Stato?
L’unico cambiamento visibile dal 15 luglio 2016 è l’arresto di un numero considerevole di ufficiali, poliziotti, politici, accademici (a tutti gli studiosi è stato anche impedito di lasciare il Paese), insegnanti, giornalisti, attivisti, scrittori, musicisti turchi… molti dei quali non hanno nulla a che fare con il movimento di Gulen e che negano qualsiasi coinvolgimento nel presunto colpo di Stato. Inoltre, secondo le notizie del giornale armeno Asbarez del 2 agosto 2016, le purghe violente di Erdogan hanno ormai raggiunto anche la comunità armena, già stigmatizzata in Turchia. Cosa un’insegnante di musica armeno avrebbe a che fare con il movimento di Gulen??? Niente. Questo è solo uno dei tanti esempi di come Erdogan sfrutti la situazione per sbarazzarsi di quanti più avversari possibili, col pretesto di “salvare il Paese dalle pedine di Gulen”. Non c’è quindi da stupirsi se Erdogan abbia definito il presunto “colpo di Stato” un “dono di Dio” in diverse occasioni. Ora sappiamo perché. Oltre a ciò, un numero considerevole di volontari decisi a “contrastare il colpo di Stato” vengono identificati come il nucleo del salafismo/wahhabismo turco, molti dei quali hanno già combattuto contro l’Esercito arabo siriano e che furono coinvolti in alcune azioni raccapriccianti, come la decapitazione di soldati che sarebbero stati “golpisti”. In realtà, la maggioranza dei soldati era di leva ed eseguiva solo gli ordini. Il “colpo di Stato” fu eseguito anche ingenuamente. Ad esempio, l’aviogetto che inseguiva l’aereo di Erdogan, improvvisamente rimase a corto di carburante, e centinaia di migliaia di persone, tra cui islamisti stranieri, improvvisamente scesero per le strade al momento convenuto, ecc… Non assomigliava assolutamente ai colpi di Stato degli anni ’70/’80 in America Latina e Asia orientale che possano ricordarsi. Inoltre, perché le potenze occidentali orchestrerebbero un golpe in uno Stato leale alla NATO e dalla politica estera comune, in particolare su Siria e Donbas? Anche se ci fosse stato un “golpe”, sarebbe stato comunque legittimo contro il regime Erdogan, se effettuato in modo appropriato. Spodestare il regime di Erdogan sarebbe estremamente utile non solo per la regione e in particolare la Siria, ma anche per la stessa Turchia. Non va dimenticato il coinvolgimento del regime di Erdogan nel coordinamento dei gruppi terroristici che operano in Siria e riforniti dalla Turchia, che non ha avuto problemi legati al terrorismo islamista. Spodestando tale regime si sarebbe contribuito a mantenere pace, stabilità e diritto internazionale. A meno che non vi fosse un particolare (occulto) scopo contro il governo e l’esercito siriani, è estremamente ingenuo dire che il regime Erdogan all’improvviso sarà il nuovo partner e alleato di Siria e Russia nella lotta al terrorismo, date azioni e dichiarazioni passate ed attuali.
Chi sostiene il terrorismo nel modo più ripugnante fin da quando i primi colpi furono sparati, nel marzo 2011, contribuendo a saccheggiare 1300 fabbriche nella provincia di Aleppo, addestrare ELS, Ahrar al-Sham, al-Nusra e, secondo alcune voci, anche lo SIIL, trafficare con essi (è stato spesso detto che finora il regime Erdogan ha ricavato miliardi di dollari dal contrabbando di petrolio dei giacimenti petroliferi siriani occupati dallo SIIL, ed anche Erdogan e famiglia sarebbero dietro tali attività), non può diventare all’improvviso l’”alleato chiave nella lotta al male”. Tale cambiamento radicale nella politica verso la Siria sarebbe anche molto difficile da spiegare al pubblico turco. Che Erdogan non abbia cambiato posizione sulla Siria appare chiaro quando improvvisamente tutti i valichi di frontiera con la Siria venivano aperti, subito dopo che i membri delle cosiddette Forze Democratiche siriane annunciavano la piena sconfitta dello SIIL a Manbij. Nel migliore dei casi, lo scopo di tali vertici è dire al regime di Erdogan di non sostenere più il terrorismo. Per farla breve: non ci saranno cambiamenti significativi nella situazione in Siria.

Samir Husayn, Stalker Zone

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

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Articolo collegato:

Parstoday Italian) – Alessandro Lattanzio, saggista, e analista delle questioni politiche internazionali e del Medio Oriente, e Aldo Braccio, redattore della rivista Eurasia hanno partecipato al dibattito di questa settimana della Tavola Rotonda. Con i due ospiti abbiamo esaminato i vari aspetti del golpe in Turchia, il ruolo degli Stati Uniti e di altri Paesi come l’Arabia Saudita, e di come questo colpo di Stato voleva e doveva cambiare gli equilibri interni ed esteri della Turchia, anche riguardo la sua presenza nella NATO.
Per ascoltare la versione integrale di questa puntata potete cliccare qui: http://media.ws.irib.ir/audio/4bk84099ac4493cbas?poster=4bk7187622674fb4l7

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